Un traguardo raggiunto nella pienezza delle forze
del cardinale Jorge María Mejía

Il testo ebraico, come trasmesso dalla versione masoretica, è assai incerto; e perciò le versioni divergono, a incominciare dalle stesse versioni latine. Il senso generico è ciononostante chiaro: il limite auspicabile della vita umana sarebbero i settant’anni. Gli ottanta sarebbero straordinari, almeno nel salterio cosiddetto gallicano, che la Chiesa latina ha adoperato per tanti secoli. Così infatti vi si legge: «Dies annorum nostrorum septuaginta anni; si autem in potentatibus octoginta anni». E meglio sarebbe non andare oltre. «Et amplius eorum labor et dolor». La seconda versione di san Girolamo, Psalterium iuxta hebraeos, segue la stessa falsariga: «Dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni, si autem multum octoginta anni et amplius eorum labor et dolor». «Multum», perché si va oltre il limite auspicabile e non ci si augura di passare oltre.
Invece la neovulgata sceglie una possibile versione diversa della seconda parte del versetto. L’“amplius” non riguarderebbe il futuro bensì il passato: «Et maior pars eorum [degli anni trascorsi fino agli ottanta] labor et dolor».
Il Salmo 90 (89) è in sé una meditazione sulla fragilità e sull’inconsistenza della vita dell’uomo sulla terra. Un tema, come si sa, assai presente nella Bibbia del Primo Testamento. Basta citare il Salmo 102 (103): «Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce»; o Isaia 40, 6b: «Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore del campo». In questo contesto ci si spiega che si guardi alla vecchiaia (gli ottant’anni) con preoccupazione e angoscia, sia perché si pensa al futuro (una versione) sia perché si riflette sul passato, sugli anni trascorsi (altra versione).
Questo colpisce assai in una preghiera attribuita a Mosè, il cui percorso di vita è andato ben oltre gli ottanta, secondo il Deuteronomio (31, 2): «Io oggi ho centovent’anni»; e ancora, nel racconto della sua misteriosa morte sul monte Nebo (Dt 34, 7): «Mosè aveva centoventi anni quando morì: gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno», nonostante egli stesso avesse detto, nel versetto citato sopra: «Io non posso più andare e venire»; ma si riferiva alla fine dei suoi pellegrinaggi: non sarebbe entrato nella Terra Promessa. E, sempre nell’Antico o Primo Testamento, la vecchiaia o, come spesso si dice, il prolungamento della vita, è un dono prescelto del Signore e il premio di una vita buona e saggia (cfr. ad esempio, Pr 9, 11: «Per mezzo mio [della Sapienza] si moltiplicano i tuoi giorni, ti saranno aggiunti anni di vita», e passim).
Oggi invece, siamo ben consapevoli che la speranza di vita (come la si chiama) si è considerevolmente allungata. Gli ottantenni e gli ultraottantenni non sono più un’eccezione. Pure i centenari non sono più un fenomeno isolato. Anzi si può ben dire, e il nostro venerato papa Benedetto XVI ne è la prova, che l’ottantesimo anno di vita può segnare, al contrario della pessimistica affermazione del Salmo 90 (89), una maturità e un’integrità fisica e mentale da far invidia a molti anagraficamente più giovani.
Diremmo forse per questo che la Scrittura divina è stata smentita e che la vita umana, in questo ventunesimo secolo, è meno fragile e meno inconsistente dell’erba o del fiore dei campi? Prima di tutto, come si è visto, la Scrittura ci pone davanti delle figure come Mosè (per non parlare dei Patriarchi antidiluviani: Gen 5, 6ss.; e anche dei postdiluviani, come Abramo: ibid. 11, 10ss.), che hanno vissuto delle lunghe vite in ottima forma. Ma soprattutto ci insegna che si vive e si muore, si vive a lungo o si muore presto, per volontà e per dono del Signore della vita e della morte. E questo sia nell’uno che nell’altro dei due Testamenti che sono la base della nostra fede. Così nel Nuovo, nel bel testo di Rm 14, 7-8: «Nessuno di noi, infatti, vive per sé stesso e muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore». E ciò vale anche per l’eventuale morte cosiddetta prematura, secondo il detto della Sapienza di Salomone (4, 7-8): «Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo. Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola nel numero degli anni; ma la canizie degli uomini sta nella sapienza; vera longevità è una vita senza macchia». Ecco, in questo libro d’ispirazione greca ma nel contempo profondamente biblica, relativizzate lunghezza e brevità dell’esistenza. L’orizzonte è sempre il supremo dominio divino sulla nostra vita e sulla nostra morte e ciò che potrebbe accompagnare l’una e l’altra. E qui il pensiero va agli ultimi dolorosi anni del Pontefice precedente, Giovanni Paolo II. I suoi ottant’anni sono stati veramente «labor et dolor».

Benedetto XVI con il fratello Georg in preghiera sulla tomba dei genitori e della sorella Maria nel cimitero di Ziegetsdorf, a Ratisbona, il 14 settembre 2006
In questo ancora la Sacra Scrittura ci offre un insegnamento permanente. In fondo il numero degli anni poco conta. Ciò che conta e vale è la «sapienza del cuore». E così siamo ritornati al Salmo 90 (89) il quale ci invita a fare questa stupenda preghiera (v. 12): «Dinumerare dies nostros sic doce nos, ut inducamus cor ad sapientiam». E si potrebbe chiosare. «Dies nostros et aliorum». Il resto è assai secondario.