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GIUBILEO DEL 2000
tratto dal n. 07/08 - 1999

Quello che resta della memoria dei primi martiri


È stato presentato a Roma uno studio sulla zona archeologica del monte di Santo Spirito, accanto a San Pietro. Il libro, edito dalla casa editrice “L’Erma” di Bretschneider, è stato realizzato con il contributo della nostra rivista. Pubblichiamo la relazione della professoressa Letizia Ermini Pani, ordinario di Archeologia medioevale presso l’Università La Sapienza di Roma, che conferma come i lavori di sbancamento per la realizzazione del parcheggio possano aver cancellato testimonianze preziose del passato


di Letizia Ermini Pani


Tre ragioni, ritengo, oltre al valore intrinseco del volume, sul quale mi soffermerò più avanti, rendono particolarmente significativo e senza dubbio importante il libro di Lorenzo Bianchi, Roma: il monte di Santo Spirito tra Gianicolo e Vaticano, edito nella consueta splendida veste della Bibliotheca Archaeologica da “L’Erma” di Bretschneider con il contributo della rivista internazionale 30Giorni e con una presentazione di Giulio Andreotti, che oggi mi ha fatto l’onore di condividere l’illustrazione dell’opera. Tre sono le circostanze, di cui due di indubbio valore storico, e cioè il riferimento del volume alla trattazione di un’area della città che, come vedremo, rappresenta il fenomeno topografico più eclatante del Medioevo romano, e l’avvenimento giubilare del prossimo anno che porterà all’attenzione di tutto il mondo la Città del Vaticano. Una terza circostanza, purtroppo di ricaduta negativa sul piano culturale, è invece rappresentata dai lavori di sbancamento che ancora una volta si sono ripetuti nella zona – oggi per il grande parcheggio – senza una dovuta attenzione alle emergenze archeologiche, anzi a loro danno, e senza che di queste si sia registrata una doverosa documentazione.
 La copertina del libro Roma: il monte di Santo Spirito tra Gianicolo e Vaticano. Storia  
e topografia dall’antichità classica all’epoca moderna

La copertina del libro Roma: il monte di Santo Spirito tra Gianicolo e Vaticano. Storia e topografia dall’antichità classica all’epoca moderna

Inizierò da questo terzo punto, non per amore di polemica, che è tuttora viva, ma per doveroso richiamo e per una sensibilizzazione che io credo spetti a noi che come scelta di vita ci siamo dedicati alla ricerca e all’insegnamento. Di quest’ultimo fatto Lorenzo Bianchi aveva dato già notizia; direi di più, aveva lanciato un grido di allarme nel gennaio di quest’anno, come è già stato ricordato, nel mensile 30Giorni (Un parcheggio nel luogo del martirio dei primi cristiani, in 30Giorni, n. 1, gennaio 1999, pp. 56-69). A lui si era associata Margherita Cecchelli, mettendo fra l’altro in risalto il pericolo che poteva correre il cimitero ipogeo presso l’Istituto Santa Dorotea, in cui la collega ha proposto di riconoscere la catacomba dei Santi Processo e Martiniano, in relazione inoltre con la chiesa di Sant’Agata lungo la via Aurelia, l’ecclesia per la cura delle anime della popolazione là residente, e che doveva trovarsi sulla collina dove oggi è il palazzo di Propaganda Fide. Della catacomba non si conoscono i limiti e pertanto essa potrebbe anche estendersi sotto gli Orti Torlonia, anch’essi interessati da lavori di sbancamento. Dunque gli scavi già effettuati ci consentono di fare alcune osservazioni. Abbiamo perso, credo, la possibilità di recuperare il monte di Santo Spirito e le tracce del percorso meridionale delle mura edificate da Leone IV (siamo nel IX secolo), per fortificare e difendere dagli attacchi dei Saraceni il Borgo che nei secoli si era venuto formando intorno alla tomba di Pietro e al suo santuario. Un percorso in verità alquanto discusso e che doveva intercettare la collina, secondo le proposte più accreditate che Bianchi fa sue, supportandole per la prima volta con un dato archeologico di estrema importanza: un lacerto di struttura muraria con paramento in laterizio, del tutto analogo ai resti del circuito nella sua parte settentrionale, inglobato nel cinquecentesco bastione di Sangallo e pertanto all’epoca salvatosi, e fotografato da Bianchi nel 1994. Oggi purtroppo tale reperto è stato distrutto nei lavori di restauro, a quanto ci è noto, senza alcun accertamento e senza alcuna altra documentazione. Va detto con estrema chiarezza che così facendo non è stato cancellato un semplice lacerto murario, che sarebbe cosa di poco conto, ma è stato distrutto l’unico documento esistente, quasi una reliquia memoriale di un progetto edilizio di notevole portata storica quale quello di Leone IV. Sarebbe stata sufficiente quella analisi archeologica preliminare costantemente invocata, ma raramente eseguita, per recuperare parti oggi irrimediabilmente perdute, come purtroppo molto spesso siamo costretti a registrare nei cosiddetti (perché tali sono) restauri che interessano strutture pluristratificate. Le foto di Lorenzo Bianchi e Francesco Marchesini rimangono come unici e preziosi dati per chi voglia ancora cimentarsi nel tentativo di risolvere il problema del tracciato originario del circuito leoniano verso il Trastevere. Ancora, gli sterri hanno svuotato tutta la collina dove era il giardino del palazzo di Propaganda Fide e quindi hanno ugualmente cancellato ogni traccia del succedersi nel tempo degli insediamenti, la cui esistenza è con dovizia di particolari attentamente ricostruita da Bianchi sulla base di documenti non solo testuali, bensì anche archeologici, che egli aveva potuto rilevare e pubblicare a partire dal 1993, nella speranza che le sue segnalazioni inducessero progettisti e direttori dei lavori ad operare con la dovuta sensibilità storica. Ed è certamente doloroso che l’autore, nell’aprire il suo ultimo e più ponderoso contributo, cioè il volume che oggi si presenta, abbia dovuto constatare che il suo lavoro è stato inutile. Queste sono le sue parole. Inutile forse, possiamo dire noi, a salvaguardare i resti materiali del passato, ma quanto mai utile per la loro ricostruzione storica, anzi oltre i limiti di quanto in passato era già noto e in parte salvaguardato. Ci si augura che almeno le preziose testimonianze dell’insediamento dei Frisoni con la loro schola ospitata nelle pendici settentrionali del monte possano essere mantenute e protette, anche se già purtroppo danneggiate durante la costruzione del nuovo edificio dell’archivio dei Gesuiti che portò alla loro scoperta. Si tratta, come è noto, di alcune epigrafi inquadrate in edicole di carattere funerario, scolpite nella parete tufacea a sud dell’abside della chiesa dedicata inizialmente a san Michele con un’intitolatura quanto mai significativa, e poi ai santi Michele e Magno.
Il loro valore supera quello archeologico di carattere funerario, poiché si tratta di testi unici, scritti in una lingua che sembra non essere il latino e che pertanto costituiscono con ogni probabilità testimonianza della lingua madre di quei pellegrini che, venuti ad Petri limina, trovarono la morte nel loro esilio romano, se non addirittura, come sembra suggerire Bianchi, nella difesa di Roma in occasione dell’assalto dei Saraceni in quel fatidico agosto dell’846. Un’epigrafe nella chiesa dei Santi Michele e Magno assegnata alla fine del XIII secolo, se non, come sostiene Muskens, proprio all’anno giubilare del 1300, ricorda i numerosi episodi del secolo IX e lancia anatemi verso chiunque osi toccare le sepolture dei Frisoni. Anatemi che sembrano di un’attualità, direi, veramente ancora emblematica.
Il volume si presenta articolato in quattro capitoli ed è arricchito da un’appendice documentaria di estremo interesse, che ci consente di seguire il dibattito tecnico sul progetto delle recenti fortificazioni del XVI secolo. Un dibattito tecnico che vale la pena di leggere, non solo per l’attenzione che si poneva al modo di fortificare – se fosse meglio fortificare dal basso o fosse meglio fortificare in alto – ma anche per il confronto dei diversi problemi del rapporto, sul piano difensivo, tra le città poste in altura, e quindi già munite naturalmente, e le città poste in pianura, come Roma, per le quali era necessario l’intervento fortificatorio dell’uomo.
Il primo capitolo del libro si apre con la trattazione del monte di Santo Spirito nell’antichità; segue il secondo, rivolto segnatamente ai secoli di passaggio dall’antichità al Medioevo che segnano l’affermarsi del ruolo urbano dell’area vaticana, fenomeno di cui ancora oggi viviamo le conseguenze. Il terzo capitolo riguarda gli interventi di fortificazione, come ho già detto, portati avanti nel secolo XVI e in particolare la costruzione di quel bastione di Santo Spirito, su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, che venne a racchiudere quanto rimaneva delle Mura Leoniane. L’ultimo capitolo si rivolge all’epoca moderna chiudendo un lungo racconto con gli attuali lavori per l’anno giubilare del 2000.
Si tratta di un percorso di venti secoli che prima della realizzazione di questo volume non era mai stato illustrato nella sua interezza e nella sua continuità. Si è detto che il volume si apre con la ricostruzione della topografia del monte nell’antichità e con l’affrontare il problema di non facile soluzione rappresentato dall’ubicazione del Palatium Neronis, così a lungo legato a vicende dello stesso Pietro e alle costruzioni in relazione alla sua tomba. Bianchi offre per la prima volta una puntuale ed esauriente esegesi dei testi delle fonti letterarie, nel rispetto del loro significato e valore (fonti che invece molto spesso, direi, vengono violentate più che utilizzate), avviando l’esame dell’intera area vaticana, ricostruendone percorsi e strutture, proponendone un quadro topografico complessivo articolato attraverso il suo variare diacronico e nel contesto delle prime vicende e dei primi monumenti a carattere cristiano. Sullo sfondo di tanto materiale emergono il martirio di san Pietro e il martirio dei cristiani presso il vicino Circo Neroniano. Nello svolgersi delle diverse argomentazioni l’utilizzazione delle fonti scritte interagisce con i dati archeologici e con la ricca documentazione iconografica e storica che l’autore dimostra di conoscere a perfezione e di sapere con prudenza far parlare; ed è anzi questa iconografia storica che insieme alla documentazione attuale arricchisce il volume.
Il monte di Santo Spirito e l’area del parcheggio gianicolense, visti dalla cupola di San Pietro

Il monte di Santo Spirito e l’area del parcheggio gianicolense, visti dalla cupola di San Pietro

Ho detto in apertura come l’area del monte di Santo Spirito venga interessata dalla creazione di un nuovo spazio urbano, all’indomani della grande basilica che Costantino volle costruire sulla tomba dell’apostolo, ponendo le basi della trasformazione dell’area suburbana in una nuova civitas, che per la natura stessa del suo polo generatore e per la predominante presenza in essa delle istituzioni a carattere religioso rappresenta l’esempio più qualificante del concetto di spazio cristiano. Oggi attraversiamo le strade del Borgo vaticano e forse l’unico monumento che ci ricorda la presenza cristiana è la basilica di San Pietro. Ma così non era a partire dal secolo IV e anzi esso rappresenta un esempio di come gli edifici di culto cristiano, le strutture a carattere cristiano, interessavano di fatto tutto l’abitato di Roma e interessavano anche quelle parti del suburbio dove vi era una tomba di martire, e naturalmente in primo luogo quella dove era la tomba di san Pietro, portando noi archeologi e di fatto storici a parlare di concetto di spazio cristiano. Questo concetto di spazio cristiano è stato codificato all’inizio degli anni Ottanta per merito di un gruppo di studiosi, maestri e colleghi di molti degli archeologi studiosi dell’antichità oggi operanti nella ricerca, e mi è caro ricordarli in questa sede poiché alcuni di loro, come rammentava il senatore Andreotti, hanno più volte insegnato anche nei corsi dell’Istituto di Studi Romani. E sottolineo come, da Pasquale Testini a Charles Pietri, a Paul Albert Février, a Louis Reekmans, le testimonianze monumentali del cristianesimo primitivo sono state lette non solo nella loro valenza storico-artistica, architettonica o funzionale, bensì anche in quella spaziale sia nelle città che nelle campagne. Quanto enunciato dai maestri che ho ricordato, noi lo troviamo appunto trasferito nelle pagine di Lorenzo Bianchi. Questa dizione di spazio cristiano trae dunque motivo e significato da ogni presenza materiale riferibile a una comunità cristiana intimamente legata al proprio habitat, sia esso un centro urbano che un territorio in genere. Una presenza che vale qui nella sua accezione più ampia nel senso di documento temporale della missione, come incidenza del nuovo sull’esistente e del ruolo avuto dalla medesima comunità in ogni attività di progetto e di realizzazione. Il senatore Andreotti ha già accennato al fatto che concetti quali la cristianizzazione del tempo e la cristianizzazione dello spazio da un piano eminentemente storico hanno coinvolto il processo di lettura dei dati archeologici e monumentali, riconoscendo il ruolo da questi espletato nella trasformazione dei relativi paesaggi. Così inteso lo spazio cristiano, scrive Pasquale Testini, assume valore di prezioso strumento materiale per un accertamento di modi, di tempi, di effetti dell’innestarsi del mondo antico nel ceppo di un evento come il cristianesimo portatore di radicali potenzialità. Un evento che finì per permeare tutta la società. Infatti è noto (e oggi comincia ad essere comunemente accettato anche da coloro come noi che si occupano – per dirla con Isidoro di Siviglia – della città di pietra e cioè dei monumenti) che uno dei fenomeni caratterizzanti l’insediamento tardoantico è rappresentato dalla cristianizzazione della società e delle strutture politiche e ideologiche con il conseguente riflesso sul piano materiale, direi, plastico della topografia urbana. A Roma più che in ogni altro centro dell’orbis christianus antiquus è possibile individuare e seguire quel processo di occupazione fisica dello spazio urbano, giungendo così a riconoscere come già avvenuta nel secolo VI la trasformazione dell’Urbe in città cristiana. In questo volume noi seguiamo questo iter per tutto quello che riguarda appunto l’area vaticana. È un’occupazione che ha inizio nell’area suburbana, e in chiave funeraria: e San Pietro ne è un esempio. Il sancito diritto di ogni uomo a ricevere una propria sepoltura portò come immediata conseguenza la necessità di avere a disposizione spazi sempre più ampi e debitamente organizzati. Con la deposizione in taluni di questi cimiteri dei corpi dei martiri e con l’inizio del culto a loro tributato si assiste ad un’opera di monumentalizzazione che incide profondamente nell’assetto del paesaggio agrario e residenziale della tarda antichità; nei luoghi di Pietro e di Paolo, ma anche di Agnese e di Lorenzo, la venerazione per il santo avrà un ruolo certamente non secondario nella trasformazione materiale del territorio suburbano. L’affermarsi dello spazio cristiano nei secoli dell’alto Medioevo si arricchisce in particolare con l’istituzione di centri assistenziali, delle diaconie, degli xenodochia, degli ospedali, con l’insediarsi di monasteri sempre più numerosi, con la creazione di strutture atte all’accoglienza di gruppi etnici non romani. In tale processo l’area vaticana costituisce, come si è detto, il caso più emblematico culminante nella consacrazione della nuova civitas che dal nome del pontefice Leone IV si chiamò Leoniana. Leggendo le pagine del volume che oggi presentiamo emerge con chiarezza quanto ho potuto sinteticamente esporre sulla valenza particolare di questa area nella città di Roma. Bianchi ne è perfettamente consapevole e dalle sue pagine emergono un’infinità di dati per lo più testuali, mai sopravvalutati, ma tutti compartecipi di una lettura diacronica di un tessuto urbano, di cui è facile constatare che le nostre conoscenze si basano in gran parte su documenti scritti a raffronto dei quali i monumentali, anche su base archeologica, sono una minima parte. A maggior ragione l’attenzione ad ogni possibile recupero di strutture materiali dovrebbe essere non solo doverosa ma obbligatoria. Anche solamente dalla sintetica quantificazione delle principali unità edilizie per lo più note, come ho detto, dalle fonti, è agevole percepire la complessità dello sviluppo urbanistico determinato, è bene ripeterlo, dall’iniziale presenza della tomba venerata e dalla costruzione del santuario. Uno sviluppo che nel volume presente è possibile seguire in un continuum che consente di ricollegare il passato e il presente intorno al suo polo iniziale. Questi sono i dati sino al secolo IX, in cui, come più volte ricordato, il Borgo acquista la sua concreta fisionomia. Ben cinque monasteri si collocavano immediatamente a ridosso della basilica, in uno spazio privilegiato rispetto al santuario, nella loro duplice funzione di servizio liturgico e di assistenza, e cinque diaconie erano ubicate lungo gli assi stradali. Le quattro scholae peregrinorum facenti capo ai diversi gruppi etnici stranieri e con funzione primaria di accoglienza, si dispongono sulla destra e sulla sinistra della basilica – è il caso della schola Langobardorum e della schola Francorum —, e dinanzi a quest’ultima, verso il Tevere, si collocano la schola Frisonum e la schola Saxonum. Una schola cantorum era già stata istituita da Gregorio Magno, cui è anche attribuita la costruzione, nei pressi, di un ospizio dedicato a san Gregorio. Seguono le numerose chiese devozionali, le strutture assistenziali, a cominciare dagli habitacula pauperibus voluti da papa Simmaco (siamo dunque alla fine del V secolo), sino agli xenodochia, agli hospitales, oltre all’ospizio di San Gregorio già ricordato, gli edifici residenziali e le case di abitazione privata, in verità individuate in un numero assai limitato, ma che dovevano essere ben più numerose, sia come abitazioni del popolo minuto che viveva delle diverse attività legate al santuario, sia forse già come residenza di ceti più agiati, stando ad indicazioni successive. Come con ogni probabilità non dovevano mancare spazi verdi a coltivo, sebbene la loro menzione ricorra in epoca più tarda. Si aggiungano infine i balnea, i servizi, nonché la presumibile esistenza di botteghe ed attività artigianali in genere al servizio della comunità. Strutture tutte, queste, che comunque venivano a costituire un vero insediamento urbano, un borgo che la costruzione della cinta muraria, per volere del pontefice Leone IV, fece assurgere a dignità di civitas. Oggi di tutto questo noi abbiamo qualche rarissimo lacerto, ed è ancora per questa ragione che quei pochi che sono rimasti e i nuovi qui segnalati, in primo luogo le tracce appartenenti alle scholae peregrinorum, vanno salvaguardati. Il dato attraverso il testo letterario è un dato che si recupera, ed è prezioso, ma non ha mai quella immediatezza e quella grandezza che ha il dato archeologico. Il documento ci dice l’esistenza ma non ci dice l’articolazione dell’edificio, non ci dice quanto poteva essere esteso, non ci dice quali altre strutture potevano esistere.
Lorenzo Bianchi è pienamente consapevole che la valenza della nuova civitas si debba riscontrare sul piano materiale e quindi come fenomeno urbanistico forse mai più ripetuto, ma non nasconde quello che è il suo valore simbolico. Ne segue puntualmente lo sviluppo discutendo le posizioni degli studiosi, a volte facendole proprie, a volte discostandosene su numerosi problemi che alla fine della lettura del libro (cosa che io ho fatto con molto piacere) vanno anche forse molto al di là di quanto ci si aspetti. In questo dibattito attraverso le pagine del libro possiamo seguire le vicende di tutta l’area vaticana anche oltre il secolo IX, che di norma per noi è quasi un punto di arrivo. È questo un aspetto del tutto nuovo per ricerche di carattere topografico che il più delle volte sono racchiuse in precisi limiti cronologici. Il topografo classico si occupa della parte classica, il topografo medievista si occupa del Medioevo e poi più o meno ci si ferma. L’aver voluto portare avanti le pagine fino ai nostri giorni attribuisce un ulteriore pregio al volume.
Deve essere infine sottolineato che un’opera con tale taglio assume valore di insostituibile fonte non limitata all’arco degli specialisti che vivono a Roma, bensì aperta a tutti gli altri specialisti che in occasione del prossimo anno giubilare si troveranno, novelli pellegrini, a ripercorrere le medesime vie e i medesimi spazi verso il medesimo polo di attrazione, che è la tomba di Pietro. A loro è forse dedicato più che ad ogni altro questo volume. Ma io mi auguro che non solamente gli specialisti lo leggano. È una lettura che per densità, per ricchezza di dati, di argomentazioni, di suggestioni deve essere forse fatta a piccole dosi e con grande attenzione, ma è un volume che invito tutti a leggere.



Un momento della presentazione del libro di Lorenzo Bianchi. Da sinistra, Letizia Ermini Pani, Giulio Andreotti, 
Lorenzo Bianchi e don Raffaele Farina, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana

Un momento della presentazione del libro di Lorenzo Bianchi. Da sinistra, Letizia Ermini Pani, Giulio Andreotti, Lorenzo Bianchi e don Raffaele Farina, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana

«Un coraggioso richiamo all’ordine per chi è teso disinvoltamente allo sfruttamento moderno»

Lo scorso 1° luglio è stato presentato a Roma, nella storica Sala Borromini presso la chiesa di Santa Maria in Vallicella (meglio nota come Chiesa Nuova), il volume di Lorenzo Bianchi, Roma: il monte di Santo Spirito tra Gianicolo e Vaticano. Storia e topografia dall’antichità classica all’epoca moderna, edito dalla prestigiosa casa editrice “L’Erma” di Bretschneider con il contributo di 30Giorni. Del libro, 30Giorni stesso aveva già dato significative anticipazioni nel numero dello scorso gennaio. Alla presentazione del volume – che ricostruisce la storia della topografia del luogo in cui avvenne il martirio dei primi cristiani sotto Nerone, dopo l’incendio di Roma del 64, ed ora sconvolto dalla costruzione del megaparcheggio situato nell’area occupata dal palazzo di Propaganda Fide – hanno partecipato, oltre all’autore, ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche, il direttore di 30Giorni Giulio Andreotti e Letizia Ermini Pani, professore ordinario di Archeologia medioevale presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e presidente della Società Romana di Storia Patria, di cui riportiamo l’intervento.


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