Home > Archivio > 04 - 2008 > Quel Fronte poco popolare
STORIA
tratto dal n. 04 - 2008

Quel Fronte poco popolare


Dicembre 1947: nasce il Fronte democratico popolare, che andrà a contendersi, con la Dc, il governo del Paese. Storia di un cartello elettorale poco omogeneo e incapace di stabilire rapporti proficui con i cattolici


di Fabio Silvestri


Palmiro Togliatti durante un comizio del Fronte democratico popolare nella campagna elettorale del 1948

Palmiro Togliatti durante un comizio del Fronte democratico popolare nella campagna elettorale del 1948

In un momento nel quale una stagione politica assiste, in qualche modo, al proprio esaurimento, e si constata l’impossibilità di avviare, con successo, una seria ripresa della politica, impedita dalla presenza di coalizioni non omogenee a livello politico e a livello teorico, e unite esclusivamente dal mero desiderio del successo elettorale, ritorna di grande attualità, proponendo importanti elementi di meditazione, la ricorrenza del sessantesimo anniversario dell’“avventura” del Fronte democratico popolare.
In un noto intervento pronunciato nello stadio comunale di Bologna il 21 dicembre del 1947, in occasione dell’assemblea fondativa della “Costituente della terra” e del Fronte democratico popolare – con il quale le forze politiche di sinistra si apprestavano ad affrontare, di lì a pochi mesi, la battaglia elettorale del 18 aprile del 1948 –, Adriano Ossicini, invitato all’incontro in qualità di dirigente dell’Associazione nazionale dei partigiani italiani, sottolineava come lo stesso Fronte costituisse un grave “rischio politico”. Un rischio che si riverberava sia su un piano strettamente politico, in una fase storica che vedeva inevitabilmente esaurirsi quel «nuovo modo di fare politica», rappresentato dalla stagione della Resistenza, «anche con la progressiva caduta di barriere ideologiche», sia su un piano più largamente sociale e culturale, di fronte a un quadro in cui «le barriere ideologiche, gli steccati, i veti sembrano ergersi sempre più minacciosi nel nostro futuro e non solo in quello politico, ma in quello del costume e della umana convivenza».
Riprendere quelle parole, oggi, appare di non secondaria importanza anche perché, come è stato autorevolmente sostenuto dagli storici Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, «gli avvenimenti della storia contemporanea si prestano a due tipi di lettura legittimi ma sostanzialmente diversi: quello storico in senso stretto e quello politico-ideologico». Laddove «il primo cerca di ricostruire il passato più accuratamente possibile per capire come esso si sia sviluppato nel nostro presente, il secondo interpreta il passato come anticipazione del presente, considerando i protagonisti di allora responsabili per un futuro che in realtà non potevano nemmeno immaginare».
Dunque, sul piano eminentemente storico, è particolarmente utile e attuale ripercorrere le vicende legate alla costituzione del Fronte democratico popolare per la pace, il lavoro e la libertà. È importante ricordare, a sessant’anni di distanza (e prima che il dibattito storico e pubblicistico torni, come in qualche modo è inevitabile, a occuparsene massicciamente), quel fondamentale passaggio della nostra vita politica nazionale rappresentato, appunto, dal confronto elettorale del 18 aprile 1948, che segnò definitivamente il percorso storico della nostra nazione tanto sul piano interno, quanto sul più ampio e complesso piano politico del ruolo e della collocazione internazionale dell’Italia. E molte e articolate sono le ragioni che impongono di riaprire il dibattito su quegli eventi. Tornare a parlare del Fronte, e degli elementi interni che lo costituirono, significa, certamente, richiamare in causa la storia del più «grande partito comunista dell’Occidente» e, all’interno di quella storia, alcuni fattori di fondamentale importanza quali il progetto e le strategie politiche (che non sempre mossero i propri passi sul medesimo binario) del suo principale leader, Palmiro Togliatti; significa richiamare in causa il carattere e le scelte che guidarono lo stesso nucleo dirigente del Partito comunista italiano, l’articolato rapporto del comunismo italiano con gli altri partiti comunisti – specialmente con quello francese guidato da Maurice Thorez – e il successivo alternarsi storico delle posizioni e degli indirizzi di politica interna e internazionale dettati dalla dirigenza moscovita e da Stalin in persona, a partire, ad esempio, dalla ben nota “Svolta di Salerno” della primavera del 1944 fino alla nascita, nel settembre di tre anni dopo, del Cominform con la conferenza di Szklarska Poreba, in Polonia.
Momento, questo, che segnò oltre che una mossa di dura contrapposizione al varo del cosiddetto “Piano Marshall”, anche un drastico rovesciamento del corso politico dello stesso Partito comunista italiano. Come sottolineano ancora Aga-Rossi e Zaslavsky nel volume Togliatti e Stalin, il Pci passò da un atteggiamento di “collaborazione” politico-governativa (dapprima con la monarchia e il governo Badoglio, e poi con le nuove istituzioni democratico-repubblicane), a una posizione di rigido allineamento con il processo di «brusca accelerazione» imposto dalla dirigenza staliniana sia in direzione della «sovietizzazione dell’Europa orientale», sia in direzione «del rafforzamento del proprio controllo del movimento comunista», ponendo termine per questa via anche alla «strategia che era stata concordata con i leader dei partiti comunisti francesi e italiani nel 1944». La stessa critica riportata nel volume succitato, mossa da Zdanov nella prima riunione del Cominform nei confronti del Pcf e del Pci «per aver seguito una politica parlamentarista e per avere mostrato una eccessiva fiducia nella possibilità di arrivare al potere attraverso mezzi pacifici», e in particolare per «la linea dell’unità nazionale e dell’accordo con i partiti borghesi perseguito dal Pci come unico mezzo per conquistare il potere» (così come per «le risposte deboli e inadeguate dei partiti comunisti francese e italiano alla loro espulsione dal governo»), non fa, in fondo, che confermare la tesi, sostenuta dagli stessi Aga-Rossi e Zaslavsky, secondo cui l’Italia «venne considerata dall’Unione Sovietica come una pedina o una moneta di scambio per raggiungere i propri obiettivi nei Paesi dell’Europa orientale e nei Balcani», tanto che, come ha notato anche Marc Lazar in un suo saggio sulla strategia del Pcf e del Pci dal 1944 al 1947, il recente «accesso alla documentazione degli archivi russi fa sì che i vecchi dibattiti sulle svolte effettuate da Togliatti e Thorez al loro ritorno dall’Urss appaiano improvvisamente superati».
Ma, come accennato in apertura, ripercorrere oggi le vicende del Fronte democratico popolare, significa soprattutto porre attenzione al significato che quell’evento ebbe in rapporto ad alcuni elementi di lungo periodo che hanno caratterizzato la nostra storia politica. Tra questi elementi, lo scarso successo che ha storicamente accompagnato quei tentativi di aggregazione partitica e politica i quali, anche su un piano più propriamente psicologico, hanno pensato e percepito sé stessi in termini di “partito di tipo nuovo”. Il più delle volte si organizzavano su basi meramente federative e programmatiche, non tenendo spesso in sufficiente considerazione il peso, invece determinante, delle diverse concezioni del mondo e dei diversi orientamenti ideologici di cui ciascun partito si trova inevitabilmente a essere portatore. Su questo piano, ripercorrere quelle vicende significa mettere in luce (e questo non può non suonare come monito di strettissima attualità tanto per il presente quanto per il futuro) come siano state proprio le visioni del mondo e le concezioni ideologiche a condizionare in maniera determinante gli stessi eventi politici, spesso snaturandoli rispetto alle posizioni di partenza e conducendoli a esiti non raramente negativi per lo stesso sviluppo del nostro sistema democratico. In tal senso, la vicenda del Fronte, e poi quella del successivo confronto del 18 aprile, appare emblematica di come la cosiddetta “questione ideologica” sia stata fondamentale non solo nel radicalizzare la contrapposizione – in qualche modo “storica” nel nostro Paese – fra il fronte “laico”, allora egemonizzato dal Pci, e il fronte “cattolico”, allora egemonizzato dalla Dc di Alcide De Gasperi, ma anche nel determinare, per un verso disgregandolo e per altro verso compattandolo, il destino singolo di ciascuno dei due schieramenti in lotta.
Adriano Ossicini parla a una assemblea di sportivi allo stadio di Bologna nel 1947

Adriano Ossicini parla a una assemblea di sportivi allo stadio di Bologna nel 1947

Fu la “questione ideologica” o, meglio, l’assenza di laicità nelle forze politiche del tempo che determinò, per esempio, il sacrificio sull’altare dell’alleanza tra i due grandi partiti di massa del Partito della sinistra cristiana, che confluì largamente (su sollecitazione di quella parte dei dirigenti – in particolare Franco Rodano, Felice Balbo e Mario Motta – favorevoli allo scioglimento, contro il parere di Adriano Ossicini, Fedele D’Amico e pochi altri) in un Partito comunista destinato a diventare, anche con la partecipazione di forze di ispirazione socialista e di ispirazione cristiana, il “partito nuovo”, costruito, come si disse allora, sull’esempio dei “fronti nazionali” che si andavano diffondendo in larga parte dell’Europa orientale. E fu la medesima assenza di laicità, unitamente alle obiettive condizioni politiche nazionali e soprattutto internazionali, a radicalizzare sempre più le posizioni ideologiche dello stesso Pci, favorendo, anche attraverso l’egemonizzazione socialcomunista del Fronte democratico popolare, il rafforzamento, da parte democristiana, del monopolio politico-religioso del “mondo cattolico”. E di quanto rigido fosse il vincolo ideologico che legava la prassi politica del Pci prova ne sia – come ricordato da Adriano Ossicini nelle sue recenti Memorie di un sovversivo – lo stesso atteggiamento assunto dal leader comunista, Luigi Longo, in occasione del quinto Congresso del Partito comunista italiano. Longo dichiarò esplicitamente che «se i compagni della disciolta Sinistra cristiana chiedevano che il Pci rinunciasse alle sue tradizionali basi ideologiche, questo non era accettabile».
Allo stesso modo esemplare può essere ritenuta anche la vicenda del vecchio leader del movimento contadino, Guido Miglioli, che prese parte all’esperienza del Fronte con una propria organizzazione (sollecitato anche da ex dirigenti della Democrazia cristiana, della Sinistra cristiana e da ex socialisti cattolici), denominata “Movimento cristiano per la pace”, con il quale intendeva assumere la rappresentanza di forze di ispirazione cristiana. Miglioli venne a scontrarsi sul piano ideologico, uscendone profondamente ridimensionato pure sul piano puramente elettorale, con il grande “blocco cattolico” che – anche per la scelta del Fronte stesso di escludere dalla propria formazione tutte quelle forze che potevano costituire espressione del mondo cattolico popolare – si era cementato attorno al partito degasperiano. Pur essendo riuscito a inserire in ogni collegio elettorale un rappresentante del proprio movimento, Miglioli non venne eletto. In una lettera inviatagli il 2 aprile 1948, a pochi giorni dallo scontro elettorale del 18 aprile, Adriano Ossicini sottolineava la gravità degli errori commessi dal Fronte (dei quali, come provano le carte provenienti dagli archivi moscoviti, anche Palmiro Togliatti, oltre a Luigi Longo, fu a un certo punto lucidamente consapevole) e il settarismo di molti comunisti e socialisti, e affermava che «chi pensa al Fronte come a una realtà anche minimamente unitaria, mentre è una tragica accozzaglia elettorale probabilmente di breve durata, fa un errore analogo a chi ha creduto, al tempo dello scioglimento della Sinistra cristiana, a un prossimo partito nuovo!».
Anche oggi, nonostante non ci siano più i due grandi partiti che hanno dominato – uno, la Dc, al governo, l’altro, il Pci, all’opposizione – una lunga stagione politica, la lezione del Fronte si rivela attuale nel sottolineare come in democrazia il dialogo è fondamentale, ma anche produttivo, e in qualche modo costruttivo, se avviene sulla base di una chiarezza teorica e di una proposta politica non condizionate da artifici di carattere strumentale per alleanze puramente elettorali. La crisi delle ideologie, che hanno indubbiamente creato problemi in una determinata fase storica, non può essere certo risolta con soluzioni teoriche confuse e unicamente volte a successi in genere impossibili, o comunque transitori.


Español English Français Deutsch Português