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RICOSTRUZIONI
tratto dal n. 04 - 2008

1978. GIORGIO NAPOLITANO NEGLI USA

Alla ricerca della solidarietà nazionale


Il primo viaggio negli Stati Uniti di Giorgio Napolitano, nei giorni del sequestro Moro. La ricostruzione di Joseph La Palombara


Intervista con Joseph La Palombara di Giovanni Cubeddu


Napolitano durante il viaggio negli Usa dell’aprile 1978

Napolitano durante il viaggio negli Usa dell’aprile 1978

Un viaggio compiuto esattamente trent’anni fa. «Negli ultimi giorni Napolitano è stato a Yale, a New York e a Washington. A Yale, oltre ai numerosi incontri con professori e studenti, il dirigente comunista ha avuto modo di scambiare idee e giudizi oltre che con il professor Joseph La Palombara, anche con prestigiosi economisti come James Tobin e accreditati studiosi di scienze politiche come Robert A. Dahl. A New York ha tenuto, nello stesso giorno, una relazione al Lehrman Institute e un’altra al Council on Foreign Relations, cui sono seguite brevi ma intense discussioni. Sia al Lehrman che al Council erano presenti qualificati rappresentanti del mondo economico, universitario e giornalistico. A Washington il compagno Napolitano ha partecipato a un seminario sull’Italia e sul Pci organizzato dalla Johns Hopkins University e dal Centro di studi strategici e internazionali della Georgetown University ed è stato lungamente intervistato da uno dei canali della televisione pubblica. Ha partecipato, infine, a un pranzo in suo onore dato dall’ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, cui erano stati invitati alcuni rappresentanti del mondo giornalistico della capitale americana».
Così Alberto Jacoviello, all’epoca corrispondente de l’Unità a Washington, introduceva il lettore a un’intervista con l’alto dirigente del Partito Giorgio Napolitano, membro della Direzione e responsabile del Dipartimento economico. Con stile sobrio ma aggettivazione ben meditata (doverosamente Jacoviello inviò prima il testo all’intervistato e ne recepì le correzioni) voleva sottolineare l’importanza attribuita all’evento. Il viaggio, infatti, era stato un unicum nel suo genere. Anche se altri iscritti al Partito avevano in precedenza potuto tenere piccole conferenze in America, Napolitano fu il primo leader del Pci ammesso in quanto tale negli Stati Uniti – cioè non come semplice membro di delegazioni parlamentari, regionali o comunali – grazie a un visto d’ingresso concesso in palese deroga a quella legislazione ideologica e restrittiva (iniziata con lo Smith Act del 1940, e proseguita col McCarran Act del 1950), che impediva il rilascio di visti a chi costituiva una “minaccia” per il Paese, e i comunisti rientravano in tale categoria. Nel suo soggiorno, dal 4 al 19 aprile 1978, Napolitano si fece latore della speranza che gli americani comprendessero meglio il Pci, il suo percorso di ricerca, il suo peculiare approdo all’eurocomunismo, e accettassero, infine, l’anomalia italiana e il compromesso storico. Quando, però, egli giunse finalmente in America, Aldo Moro era stato rapito da più di due settimane. Scriverà Napolitano, nel maggio seguente, su Rinascita (in un articolo intitolato Il Pci spiegato agli americani) a mo’ di commento finale della sua permanenza negli Stati Uniti: «È comunque un fatto che si è acceso un interesse [verso il Pci, ndr], che si sono aperti canali di comunicazione e di confronto. Bisogna percorrerli, anche se il cammino non sarà semplice».
Gli interlocutori statunitensi di Napolitano furono accademici e personalità con interessi politico-culturali. Nessun membro del Congresso o dell’amministrazione: questo era il confine da non valicare. Il 7 novembre ’77 dalla Princeton University era arrivata al dirigente comunista una missiva di conferma dell’invito a tenere nell’ateneo delle lectures, e si sottolineava l’appoggio del professor Peter Lange di Harvard, dove due anni prima Napolitano, invece. non era potuto andare, per… diniego di visto. Nella lettera si richiedeva significativamente all’ospite italiano di affrontare quei temi su cui si appuntava la curiosità americana: «L’intervento dello Stato nell’economia», «pianificazione, politica monetaria, fiscale, economica»; e poi, chiaramente, «un tema internazionale o domestico di particolare importanza per l’Italia e per l’Europa». Tutti argomenti-chiave, autentici test, in fondo, per dimostrare la tendenziale non incompatibilità con l’Occidente e con la Nato del cammino che vedeva ormai il Pci “destinato” a governare, soprattutto dopo l’eccellente 34,4 per cento ottenuto alle elezioni politiche del 1976.
Facevano da cornice a quegli anni la stagione inaugurata dall’Atto di Helsinki del 1975, la distensione tra i due blocchi, le iniziative Salt per il disarmo Usa-Urss, l’affacciarsi sulla scena dell’idea eurocomunista. Ma è anche vero che i tre articoli firmati da Berlinguer su Rinascita, dal 28 settembre al 12 ottobre 1973, che proponevano il “compromesso storico”, avevano preso spunto dall’11 settembre di quell’anno: il golpe cileno di Pinochet e l’assassinio di Salvador Allende.
Giorgio Napolitano atterrò negli Stati Uniti con questo bagaglio di consapevolezze. Il suo viaggio fu anche il coronamento di quella “politica dei contatti” avviata da tempo tra l’ambasciata di Roma e alcuni membri del Pci, a livello segreto (con tanto di agenti sotto copertura diplomatica), riservato e pubblico (ma facendo molta attenzione). La svolta immaginata con l’elezione alla Casa Bianca di Jimmy Carter, che avrebbe dovuto produrre una revisione della politica americana verso il comunismo, tardava a venire, e anzi capire il nuovo corso carteriano non era stato agevole.

Gli “italianisti”
Joseph La Palombara ha iniziato a interessarsi dell’Italia nell’immediato dopoguerra. Risalgono agli anni Cinquanta i suoi primi saggi sul nostro Paese e, come politologo, ha tenuto a battesimo tanti “italianisti” delle successive generazioni accademiche. La facoltà di Scienze politiche dell’Università di Yale è attualmente in ristrutturazione, e una parte è ubicata in una succursale soprannominata «The diner» («Il ristorante»), per il suo aspetto architettonico. All’entrata c’è un suo ritratto: tradizionale gesto di gratitudine della facoltà verso i suoi insigni emeriti. A onore del pittore va detto che l’arguzia e il sense of humour che la tela racconta del soggetto esistono tutti, e di più sperimentati dal vivo. Il curriculum del professor La Palombara è ricchissimo, e comprende infinite trasferte nel nostro Paese e due anni (1980-81) come capo del Cultural office dell’ambasciata Usa in via Veneto, a Roma. È stato tra gli organizzatori di quel primo simbolico viaggio e testimone oculare della sua genesi.
Iniziamo dal ricordo del piccolo gruppo che con lui individuò in Napolitano la guida ideale degli accademici statunitensi per le vie dell’eurocomunismo: «Il professor Stanley Hoffmann di Harvard, il compianto collega Nick Wahl, che allora insegnava alla Princeton University, e il professor Zbigniew Brzezinski, all’epoca docente alla Columbia University ma anche consigliere della Sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter». In realtà, un tentativo di apertura agli “eurocomunisti” era stato avviato già prima delle elezioni presidenziali del 1976. «C’era stata una lettera di Wahl, firmata da Hoffmann e da me e inviata alla Casa Bianca», riprende La Palombara. «Volevamo indagare se l’esecutivo fosse disposto ad adottare un’interpretazione più morbida del famoso Smith Act, e fare delle eccezioni per un numero limitato di eurocomunisti europei che consideravamo importanti». Ma il risultato fu, come sappiamo, negativo. S’incaricò di bloccare tutto Helmut Sonnenfeldt, consigliere al Dipartimento di Stato retto da Kissinger. «Il segretario di Stato si oppose fermamente. Quando lo incontrai a un ricevimento a Washington, e mi “lamentai”, facendo presente che era assolutamente necessario riconoscere la tendenza eurocomunista, la sua replica fu in linea con la sua politica e il suo personaggio: “Ci sarà abbastanza tempo per invitarli da noi quando arriveranno al potere!”. In realtà, io non stavo affatto dicendogli che ero certo che il Pci sarebbe giunto al governo – anche se ci aspettavamo in fondo il “sorpasso” sulla Dc –, ma la risposta di Kissinger ebbe il pregio della chiarezza estrema: finché lui fosse rimasto al Dipartimento di Stato, non avremmo potuto far avanzare di un metro quel tipo di inviti».
I primi tentativi di contatto tra il personale dell’ufficio politico dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, in realtà, risalivano, a quanto si sa, al 1969. Come pure quelli “sotto copertura” dell’Intelligence, che produsse poi nel 1975 una relazione (nota come “rapporto Boies”, dal nome del funzionario estensore, Robert Boies) che contrastava con l’opinione del segretario di Stato, e proprio per questo non cambiò le cose. «La dialettica tra diplomazia e Intelligence è un problema ciclico», spiega La Palombara. «Il testo di Boies era dettato dalla convinzione che nel breve periodo il Pci sarebbe arrivato al potere. Vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul “caso Italia” ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi. Come avvenne».

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977; nella foto, Giorgio Napolitano è alla sinistra del segretario del Pci

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977; nella foto, Giorgio Napolitano è alla sinistra del segretario del Pci

Arrivano Carter e Brzezinski
Novembre 1976, elezione di Jimmy Carter. In dicembre vengono da lui nominati rispettivamente segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale Cyrus Vance e Zbigniew Brzezinski. L’idea di far partire inviti per i comunisti o i socialisti europei più “moderati” e interessanti (come lo spagnolo Carrillo, il portoghese Soares, e, appunto, Napolitano) riprende vita. «Prima di fare una richiesta formale all’amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente... Cyrus Vance lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. “Zbig” Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok». Anche il presidente Carter era stato informato? «Sì, perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione col Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma, non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976».
Molto si è detto e scritto sulla differenza reale o supposta tra l’opposizione dura e tradizionale al comunismo internazionale dell’era Nixon-Kissinger (pur nei gesti eclatanti di dialogo con Mosca) rispetto all’approccio, che si anticipava più comprensivo, della presidenza Carter. Per La Palombara la realtà è in questo episodio: «Ospitai a Yale una personalità sovietica, il direttore dell’Istituto per lo studio dello Stato, il signor Arbatov, poco dopo le presidenziali del ’76. Prima di ripartire per Washington Arbatov mi disse: “Sarà meraviglioso trovare nella capitale una politica verso di noi completamente diversa dalla precedente”. Gli chiesi su che cosa basasse tale aspettativa. “Kissinger non c’è più, Brzezinski è molto più disponibile e comincia ad aprire verso i comunisti in Europa…”. “Con tutto il rispetto”, risposi, “lei deve capire che sarà molto difficile cambiare politica, il presidente Carter da solo non può, qui subentra il Congresso”. E lui: “Basta che il presidente dica che la politica cambia e i parlamentari devono marciare con lui…”. Risposi: “Forse nel vostro Istituto non avete inteso a pieno la dinamica del nostro sistema: non è così”. Mentre Arbatov insisteva che adesso c’era Brzezinski, chiusi la conversazione così: “Ascolti, dovete rendervi conto che al posto di un tedesco – che certo non ama il sistema sovietico, e forse neanche i russi – è arrivato addirittura un polacco!”».

Non interferenza, non indifferenza
Nel marzo 1977 venne stilato da Vance e Michael Blumenthal (ministro del Tesoro) un memorandum per Carter circa la politica da adottare verso l’Italia e il Pci. Vi si esplicitava la linea cosiddetta della “non interferenza, non indifferenza” riguardo alle scelte che il governo di Roma avrebbe attuato sull’eventuale condivisione del potere con il Partito comunista. Semplificando, la tesi era che la democrazia di tipo occidentale andava mantenuta e il peso di dimostrarsene all’altezza spettava in primis ai comunisti, che dovevano perciò evolversi (nel memorandum, tra l’altro, si sottolineava il problema della concessione dei visti ai membri del Partito). Inoltre, poco prima dell’arrivo in America di Napolitano era stata divulgata dal Dipartimento di Stato la famigerata dichiarazione del 12 gennaio 1978 che ammoniva a non perseguire governi anche “in coalizione” col Pci. Spiega La Palombara: «L’ambasciatore americano dell’epoca, Dick Gardner, rivendicò a suo tempo – e lo scrisse poi nel suo libro di memorie – che la dichiarazione fu scritta da lui, dopo aver incontrato a Washington sia Carter che Brzezinski. Gardner affermò di aver agito in quel modo per contrastare in Italia e in Europa un’interpretazione errata sulla cosiddetta “apertura” ai comunisti. Preoccupazione condivisa dallo stesso segretario di Stato Vance… Figuriamoci poi se il presidente Carter voleva assumersi tale rischio nei confronti del Congresso, dove l’anticomunismo è nel Dna stesso del parlamentare americano “tipo”». Continua La Palombara: «A mio giudizio, a Washington mancava la facoltà di comprendere che, anche con i comunisti in coalizione, Andreotti avrebbe avuto la capacità di governare e gestire serenamente il rapporto col Pci, tenendolo a bada. Se mi consente, c’era invero da soppesare anche un’altra dimensione di Andreotti, quella per cui qualcuno a Washington mal digeriva che l’Italia avesse un ruolo non marginale da giocare nel Mediterraneo e col mondo arabo».
Una cosa è certa, la dichiarazione del gennaio ’78 non facilita il dialogo, né la possibilità per Giorgio Napolitano di costruire ponti di comprensione. «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali sul Pci, che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano i giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale», sintetizza La Palombara.

Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Casa Bianca, Washington, 26 luglio 1977

Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Casa Bianca, Washington, 26 luglio 1977

«Un comunista in carne e ossa tra noi»
Eccoci al 4 aprile 1978, inizia il tour in America. Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti: questo era il messaggio che Napolitano recapitava. Ma come si sarebbe rivolto al suo uditorio? «Né Wahl né Hoffmann e neppure io eravamo sicuri al cento per cento di quello che avrebbe potuto dire. Eravamo inoltre in leggero imbarazzo nei suoi confronti, perché il visto – com’era accaduto per Carrillo e gli altri eurocomunisti – era stato concesso per un periodo specifico e limitato, ed era soprattutto subordinato alla necessità che dichiarassimo – se non ora per ora, comunque giorno per giorno – dove si sarebbe trovato in suolo americano. Era una esigenza che contrastava un po’ con la dignità che ogni persona giustamente ritiene di meritare: non si può investigare sull’ora in cui uno si alza la mattina, pranza o va a riposare… Ma con lui successe così. L’iter per la concessione del visto, lo sappiamo, era stato tormentato».
Cominciò il tamtam. Il percorso prevedeva tappe alle Università di Princeton, Harvard, Yale, al Lehrman Institute, al Council on Foreign Relations, alla Johns Hopkins e alla Georgetown. Le notizie giunte a La Palombara dai colleghi professori sui primi passi di Napolitano furono del tutto positive. «Anzitutto per il flusso di studenti e docenti accorsi agli incontri, anche solo per vedere un “real communist in our midst”, “un comunista in carne e ossa tra noi”: con lo Smith Act in vigore era molto difficile per l’uomo della strada incontrarne uno vivo e vegeto!».
All’Università di Yale finalmente Napolitano fu ospite di La Palombara. «Il suo intervento era programmato nell’aula principale della facoltà di Scienze politiche. L’avevo concessa per un dovere di gentilezza, perché non mi aspettavo più di quaranta o cinquanta studenti e qualche collega. Invece ci fu chi dovette restare fuori dall’aula, tale fu l’afflusso». Napolitano parlò a braccio e, conclusa la sua introduzione, per un’ora e mezza sostenne il dibattito replicando a domande d’ogni tipo. Tutte puntavano a chiarire quale comportamento ci si sarebbe potuti attendere dal Pci arrivato al governo. Ricorda La Palombara: «Napolitano fu poi costretto a correggere gentilmente le affermazioni apocalittiche dell’uditorio secondo cui sarebbe stata questa la prima volta che i comunisti prendevano il potere in Europa! Spiegava con semplicità la storia europea dal secondo dopoguerra, con la sua capacità, alquanto raffinata, di saper accogliere le domande taglienti o polemiche. Al solito studente più “preparato” che chiese: “Che ci dice del comportamento del Pci durante la guerra di Corea?”, illustrò con calma il contesto storico e spiegò le ragioni complesse per cui a quell’epoca era quasi impossibile per il Pci distanziarsi da Mosca. Confessai in seguito a Napolitano che questa sua qualità della moderazione mi aveva sinceramente colpito, data la frequenza con la quale veniva a mancare nei dibattiti politici americani». E lui? «Confessò di avvertire “tutta la responsabilità di essere arrivato qui”, nel mio Paese, di sentirsi “come una specie di commando” negli Stati Uniti, che sapeva quanto fossero importanti anche per il futuro del suo Partito, in quei momenti». Come già negli altri atenei visitati, anche a Yale Napolitano puntò molto sul tema dell’apertura a sinistra in Italia, sull’accordo tra tutti i partiti dell’arco costituzionale, tornando spesso idealmente al periodo immediatamente postbellico, in cui il Pci faceva parte del governo. Spiegò che c’era comunanza di visione nell’individuare i problemi del Paese e che la “solidarietà nazionale” non avrebbe intaccato la tradizionale politica estera italiana.

Tappa al Council on Foreign Relations
A parere di La Palombara ci fu però un momento in cui la visita negli States raggiunse il suo massimo risultato: l’incontro del 14 aprile al Council on Foreign Relations di New York. L’uditorio era composto da grandi avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale. «Posso testimoniare lo stupore di alcuni membri del Council, che chissà cosa s’aspettavano dicesse questo “comunista” italiano sbarcato a Manhattan», commenta il professore. «Dopo la mia presentazione Napolitano si alzò e tenne una dissertazione sull’economia italiana e internazionale, su tutti i reali problemi in atto, in un inglese fluente». Al Council Napolitano affermò a chiare lettere che «l’Italia non poteva permettersi il lusso di una opposizione tra Pci e Dc», rimandò all’“accordo programmatico” in vigore dal luglio ’77 «che non includeva la cooperazione [del Pci, ndr] nell’area della politica estera», ma ricordò subito dopo le mozioni unitarie votate in Parlamento da Pci e Dc nell’autunno del ’77 sul rafforzamento della Comunità europea, sul contributo comune da dare per la distensione, la riduzione degli armamenti, e la piena attuazione dell’Atto di Helsinki. Spiegò ancora che «il Pci non si opponeva più alla Nato come negli anni Sessanta», e chiuse così la sua introduzione: «Lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia». «Anche nella successiva sessione di domande e risposte», riprende La Palombara, «la sua prestazione fu efficace, tanto che uno dei dirigenti del Council alla fine mi domandò se davvero Napolitano esprimesse la linea del suo partito. Qui dovetti nicchiare, perché non osavo dire di no e neppure affermare che quella era la linea ufficiale accettata dal politburo del Pci... Certamente Napolitano tendeva a mettere enfasi su quelle dimensioni del Pci in cui lo scontro con la Dc e l’Occidente veniva addolcito, illustrava cioè la soluzione garantita da Andreotti, in cui il Pci avrebbe dato il suo appoggio parlamentare senza entrare nel governo. Ma era una soluzione che destava preoccupazione a Washington, dove qualcuno si chiedeva quali fossero le concessioni sottostanti, “nascoste”, perché il Pci accettasse tale formula. Andreotti chiedeva la fiducia degli americani, scettici proprio su questo punto, che invece lui sapeva come gestire. I miei connazionali non capivano e non si fidavano».

Harvard. In questa Università Napolitano rimase dal 9 al 12 aprile; qui risponde alle domande di uno studente

Harvard. In questa Università Napolitano rimase dal 9 al 12 aprile; qui risponde alle domande di uno studente

Il terrorismo “cosiddetto di sinistra”
Un tema spuntò purtroppo in ogni discussione che Napolitano dovette affrontare durante il suo soggiorno: il terrorismo in Italia. Qualcuno addirittura rinfacciò all’ospite italiano il famoso articolo, apparso sul Manifesto solo due giorni prima del suo arrivo in America, a firma di Rossana Rossanda, sull’Album di famiglia: fu il professor Mike Ledeen. «Certamente una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere qui a Yale. L’episodio avvenne durante una colazione a Washington offerta da alcuni centri studio. Conosco bene il professor Ledeen, come lo conosce il presidente Napolitano, dati i numerosi viaggi di Ledeen in Italia, alcuni dei quali compiuti durante i due anni in cui lavorai in ambasciata a Roma. Sul legame Pci-Brigate rosse Napolitano era stato irremovibile: negava e precisava vigorosamente che se qualcuno tralignava mai gli altri “compagni” a livello territoriale avrebbero accettato di tenerlo nel Partito. Costoro anzi andavano estromessi immediatamente». Il giro di conferenze di Napolitano si pose cronologicamente al centro dei cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro. La Palombara rammenta le prime reazioni dei suoi colleghi e poi quelle del suo ospite: «Per noi “italianisti” americani fu uno shock, non capivamo bene l’accaduto. Come ogni mattina Moro era andato in chiesa, poi l’agguato… Sull’esito del rapimento ero molto pessimista, Napolitano lo era meno, o per lo meno così desiderava far intendere. Avevo fatto esperienza dell’Italia percorrendola negli anni di piombo, sono da sempre studioso del vostro Paese, ma vedere quella deviazione brigatista fu per davvero inaspettato. Pensavo di conoscere abbastanza bene la sinistra italiana, e il fenomeno delle Br mi scioccò. Ricordo Napolitano pronunciarsi in maniera tutt’altro che dolce contro il terrorismo “cosiddetto di sinistra”, consapevole che per la democrazia italiana e la sinistra, ancora in via di formazione, esso rappresentava una svolta terribilmente negativa». In quei momenti La Palombara condivise con Napolitano la percezione che in Italia un abisso ormai andava frapponendosi tra cattolici e comunisti nel positivo sviluppo delle reciproche relazioni politiche: «Sicuramente, perché il caso Moro fu un evento tragico che fu fatto accadere scientemente – mutuo il titolo di un libro scritto dallo stesso Giorgio – In mezzo al guado. Tutti i discorsi tenuti da Napolitano negli Stati Uniti erano stati ispirati dal desiderio di chiarire e puntellare la coalizione Dc-Pci, esattamente ciò che la deviazione terroristica voleva annientare. Come volete che potesse sentirsi Napolitano, in quei giorni della sua prima permanenza americana? Devo aggiungere che l’idea di bloccare la tendenza al dialogo tra cattolici e comunisti era condivisa e anticipata da molti miei connazionali. Molto più che non in Italia, dove anzi il rapimento del presidente della Dc non venne, nell’immediato, accettato come un evento che chiudeva definitivamente la stagione del dialogo. Ciò mi ha sempre fatto stimare molto il vostro Paese e la natura democratica degli italiani. A paragone con l’Italia noi americani non siamo così “intelligenti”, abbiamo la tendenza a esagerare nella descrizione delle situazioni, siamo inclini alla rottura, a polarizzare. Invece voi italiani, proprio negli anni di piombo, avete dimostrato una capacità di solidarietà democratica e patriottica che io ritengo ammirevole, e impressionante».

Una Dc “troppo” cattolica
Nel gennaio 1979 la stagione della solidarietà nazionale si chiuse formalmente. «Purtroppo, purtroppo», commenta il professor La Palombara. Gli chiediamo quanto ha contato in America – ancora negli anni in cui si svolse il viaggio di Napolitano – quel sentimento, profondo anche se non palesato, di “diffidenza” verso la Dc, partito alleato, ma forse “troppo” cattolico. «Il fattore “Chiesa” nelle relazioni atlantiche contò enormemente. Anche se si va a guardare alla struttura della Cia, la presenza dei cattolici era molto pesante… C’è poi un’altra considerazione fondamentale: nell’immediato dopoguerra gli americani avevano capito che in un Paese come l’Italia, senza la presenza della Dc e l’interventismo – talvolta anche discutibile – della Chiesa, la situazione sarebbe stata più difficile. Non solo in Italia ma in Europa. Fu una fortuna per l’Italia avere in quel momento cruciale un capo del governo come Alcide De Gasperi, che ebbe non solo l’acume ma anche il fegato di non legare il governo al carro del Pci, che nell’equilibrio internazionale, a causa dell’Urss, rappresentava un problema. Magari tutti noi occidentali abbiamo esagerato col “pericolo comunista”, posso anche ammetterlo, ne potremmo anche discutere… Comunque, dal momento della prima visita di De Gasperi negli Stati Uniti, nel 1947, nacque un’ammirazione per la capacità politica della Dc, benché non mancassero critiche verso singoli esponenti. Però, rispondo così alla sua domanda, contava la Realpolitik. Kissinger, per esempio, non era certo un cattolico, ma garantì un appoggio fortissimo e senza condizioni alla Dc, poiché la considerava fattore del proprio disegno strategico. E prima di lui, naturalmente, anche altri segretari di Stato, come James Byrnes, John Foster Dulles e l’indimenticabile George Marshall – il programma che portò il suo nome fu, a mio parere, la politica estera degli Stati Uniti che ebbe più successo nella nostra storia. Gli americani certamente non comprendevano bene gli equilibri interni della politica italiana, ma coloro che erano “pro Dc” non avevano un atteggiamento condizionato – il “votare turandosi il naso” di Indro Montanelli –, eccetto forse qualche intellettuale e qualche mio collega. Pur non amando questo partito, io l’ho sempre considerato, per realismo, necessario a evitare che la politica statunitense verso l’Italia, durante la guerra fredda, diventasse materia per la Sesta flotta».

Zbigniew Brzezinski con Giovanni Paolo II, in una udienza concessa alla  Trilateral Commission nel 1983, Città del Vaticano. 
Brzezinski conobbe il cardinale Wojtyla ad Harvard nel 1976

Zbigniew Brzezinski con Giovanni Paolo II, in una udienza concessa alla Trilateral Commission nel 1983, Città del Vaticano. Brzezinski conobbe il cardinale Wojtyla ad Harvard nel 1976

La “transizione” pagata dall’Italia
Una domanda non possiamo non rivolgere al professore: se è vero che la politica italiana possa aver pagato una certa confusione americana nella fase di transizione, da Kissinger a Brzezinski, che fece da cornice al viaggio di Napolitano. Così ci risponde: «Siamo stati anche noi accademici e intellettuali a contribuire a tale confusione. Come il collega Peter Lange – celebre il suo giudizio per cui i comunisti italiani erano “filoamericani” –, eravamo tutti portati a pensare che Carter avrebbe ripreso la strada iniziata da Kennedy. E che l’apertura di Kennedy al centrosinistra col Psi sarebbe proseguita con Carter includendo il Pci. Non eravamo concordi nel ritenere che il Pci sarebbe arrivato nella stanza dei bottoni, però il successo del nuovo tandem Carter-Brzezinski lasciava ipotizzare un cambiamento di linea. Quindi, neanche il funzionario sovietico che ho citato prima aveva tutti i torti a sperare, ma fu tratto in inganno dalle circostanze. Anche gli italiani contribuirono a questa commedia, o dramma, degli equivoci. Lo stesso Lange sapeva che ogni dirigente politico italiano desiderava una certa benedizione da parte degli Stati Uniti, e questo valeva anche per i comunisti italiani, pur con certe interessanti eccezioni. La volontà del Pci di interpretare lo spostamento della politica americana sotto Carter-Brzezinski è comprensibile, l’aspettativa era enorme». Ma la risposta che i comunisti italiani immaginavano non arrivò. Anzi, «l’ambasciatore Gardner fece uscire la famosa dichiarazione del gennaio ’78 contro i governi in coalizione col Pci», spiega La Palombara. «Il futuro non avrebbe smentito Gardner. L’Italia dopo il 1978 non è stata più la stessa».

Per una politica meno incline alla paura
Il 19 aprile 1978 Napolitano tornò a Roma. Avete tirato tra voi italianisti un bilancio? «La sua visita aveva dato un forte impeto alla politica dell’apertura e valorizzato una politica meno incline alla paura. Aveva colpito per il suo carisma lieve, non ostentato, lontano dalla figura del grande oratore – per tentare un paragone col presente, non era un Barack Obama. Si apprezzava Giorgio Napolitano strada facendo, seguendo i suoi argomenti, guardandolo gestire il momento del “botta e risposta”, così sacro per noi americani. Partiva umilmente e otteneva la benevolenza del pubblico. Non ci fu bisogno tra noi colleghi americani di tenere una riunione di consuntivo per riconoscere tutto quello che nel viaggio si era concretizzato. Fu la base per ulteriori sviluppi».


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