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STORIE DI SEMPLICI PRETI
tratto dal n. 05 - 2008

L’apostolo degli spazzini di Roma


Storia di don Ariodante Brandi, fondatore, nel 1910, dell’Unione professionale dei netturbini, la Pia opera che egli volle affidare alla protezione di Maria, col titolo di “Madonna della Strada”


di Massimiliano Perugia


Don Ariodante Brandi con i soci fondatori dell’Unione professionale dei netturbini

Don Ariodante Brandi con i soci fondatori dell’Unione professionale dei netturbini

Primo maggio, festa dei lavoratori. Festa – da oltre cinquant’anni – del loro patrono, l’artigiano di Nazareth, san Giuseppe1. Ma anche festa di quanti l’hanno anticipata vedendo nella condizione della classe operaia un campo d’apostolato: san Giovanni Bosco, san Leonardo Murialdo, il beato Giuseppe Tovini, il venerabile Francesco Pianzola e, perché no?, don Ariodante Brandi, l’apostolo degli spazzini di Roma, questo prete da troppo tempo dimenticato ma il cui messaggio appare in tutta la sua attualità perché attiene alla dignità e ai diritti dell’operaio; specialmente di colui che svolge i servizi più umili e perciò più necessari all’intera società.
Don Brandi, dunque. Riscopriamolo, questo prete, di cui il servo di Dio Paolo VI ricordava le parole, proprio ai suoi protetti, come fossero un testamento spirituale, ad appena tre anni dalla morte: «Guardate che il vostro lavoro è una cosa grande, degna, deve essere amato e rispettato»2.
La vita di don Ariodante si intreccia, quasi profeticamente, con le tappe storiche della dottrina sociale cristiana. Era nato, infatti, a Roma, in una modesta famiglia di incisori, il 27 agosto 1883, otto anni prima che papa Leone XIII pubblicasse la Rerum novarum. E ben presto, come possiamo leggere nella biografia scritta dal nipote Angelo Adami3, manifestò interesse e sensibilità verso quel mondo allora molto più proteso, di quanto lo sia oggi, a rivendicare i propri diritti con ogni mezzo.
Corrispose alla vocazione sacerdotale motivato dal desiderio di meglio consigliare, assistere e difendere gli umili, facendo sua la loro causa, in nome della vera carità cristiana. Era solo un ragazzo eppure già manifestava i segni di quella vocazione nella vocazione. Avvicinava spesso gli operai per condividerne le speranze e le delusioni, per rallegrarsi delle loro vittorie, per sentirne da vicino l’animo e il cuore. Si accorgeva, così, che quelle che potevano apparire soltanto legittime aspirazioni, in verità erano in perfetta armonia con i principi eterni del Vangelo. Del Vangelo del lavoro4.
Entrò, grazie a una borsa di studio del Pio Istituto Catel, all’Almo Collegio Capranica con una discreta raccolta di libri di sociologia e di trattati su materie economiche, sulla questione sociale, nonché scritti, di vari autori, di ogni tendenza e partito. La sua convinzione che avrebbe potuto studiarli con più dedizione, nel silenzio e nel raccoglimento della nuova vita in seminario, fu presto delusa. Il regolamento del Collegio non consentiva quel tipo di studi che oggi, al contrario, sono caldamente raccomandati5. Anche in questo don Brandi fu inconsapevole profeta. Poté riavere i suoi libri solo quando, dopo l’ordinazione presbiterale per la diocesi di Roma, avvenuta il 21 settembre 1907, lasciò il seminario.
Fu destinato come viceparroco a San Lorenzo in Damaso dove, sotto la guida del canonico Salvatore Langeli, iniziò – senza più un apparente interesse per quegli scritti – il suo ministero sacerdotale.
La sera dell’11 marzo 1910 il giovane don Brandi ebbe modo di riprendere tra le mani quei libri – ormai impolverati – che significativamente baciò in segno di riconciliazione. Quel giorno, infatti, don Langeli lo inviò a rappresentare la parrocchia presso la Giunta diocesana dove l’onorevole Filippo Longinotti, uno fra i più valenti oratori dell’Azione cattolica e deputato del Bresciano, avrebbe tenuto una conferenza a vent’anni dalla pubblicazione della Rerum novarum. L’onorevole denunciò la completa assenza di organizzazioni cattoliche di tutela dei lavoratori, i quali, a scapito della loro fede, erano costretti a iscriversi alle Camere del lavoro di ispirazione socialista, atea e massonica. Longinotti non mancò di proporre il rimedio a quella situazione che ancora vedeva i cattolici italiani, e romani in particolare, completamente disinteressati ai problemi dei lavoratori: era necessario costituire organizzazioni di mestiere e opere sussidiarie di assistenza per la difesa degli operai nelle loro legittime rivendicazioni e aspirazioni e per ravvivare in essi il sentimento religioso.
Il giovane sacerdote sentì rinascere nel cuore l’antica vocazione e già si domandava verso quale categoria avrebbe potuto volgere le sue cure pastorali; ed ecco che, a tarda sera, uscendo dal Palazzo del Vicariato, in via della Pigna 13, si trovò davanti una scena inattesa: tre spazzini comunali, riparati dai loro caratteristici cappelli su cui spiccavano le bianche iniziali N.U., giocavano alla morra, illuminati dalla scialba luce di un fanale. Vederli e avvicinarli fu, per don Brandi, una cosa sola. Vinta l’iniziale diffidenza e la paura di una violenta reazione da parte dell’amministrazione comunale, con la promessa di rivedersi la sera seguente, venivano poste le fondamenta di quell’Opera che crebbe e si fortificò per oltre mezzo secolo, ottenendo non solo diritto e giustizia per quella classe di lavoratori, ma anche la loro crescita spirituale. Con l’Unione professionale dei netturbini, uno tra i primi – se non l’unico – frutto della conferenza di quella sera, prendeva vita quell’ispirazione ch’egli aveva avuta fin dall’età di tredici anni.
La sera del 12 marzo erano nove gli spazzini che facevano corona – nell’angusta soffitta della casa del campanaro di San Lorenzo in Damaso – a don Ariodante e al sociologo belga monsignor Pottier. Due giorni dopo erano cento quelli radunati nella stessa sala dove l’onorevole Longinotti aveva tenuto la sua conferenza, ed erano lì per stabilire le finalità da raggiungere ed eleggere un comitato che si impegnasse a intensificare la propaganda e preparasse uno studio sulle condizioni economiche, sociali e morali di quella specifica categoria di lavoratori.
Netturbini in piazza San Pietro

Netturbini in piazza San Pietro

Le paghe, allora in vigore, non erano assolutamente adeguate al costo della vita, mentre alto era il tasso di analfabetismo, di alcolismo e di tubercolosi polmonare. L’amministrazione comunale si mostrava completamente indifferente all’ipotesi di porre rimedio a queste piaghe. Mentre la Camera del lavoro, venuta a conoscenza dell’emorragia di ben trecento unità dalle file della Nettezza urbana, si decise a una reazione, convocando per il 19 marzo un’assemblea presso la Casa del popolo in via Capo d’Africa. Nonostante una prima incertezza, dovuta alla presunta impreparazione a fronteggiare un’organizzazione forte del sostegno incondizionato del Comune, la vittoria fu schiacciante. I rappresentanti della Camera del lavoro furono cacciati dall’assemblea e si decise uno sciopero al fine di ottenere un adeguato aumento del misero salario. Lo sciopero durò ben quattro giorni nonostante il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, il quale era gran maestro della massoneria, avesse minacciato di licenziare tutti coloro che non avessero desistito. L’amministrazione comunale si vide costretta, di fronte al persistere dell’agitazione, ad accordare un aumento di salario oscillante fra le 0,25 e le 0,50 lire, pari al 10 o 20 per cento della paga.
Importante fu anche la vittoria sull’assessore Alberto Pavoni il quale aveva brevettato una scopa a manico corto, cui era stato dato il suo nome. Essa costringeva gli spazzini a operare piegati a terra e provocava, data la postura, continui mal di reni e di schiena. Quando dopo ben nove mesi di lotta fra l’Unione professionale e l’assessore, che non voleva cedere alle legittime richieste dei suoi dipendenti, quest’ultimo si dimise, le “Scope Pavoni 1909” finirono tutte bruciate. Per un giorno Roma non fu spazzata. L’indomani arrivarono da Firenze le amate scope a coda di rondine ancor oggi in uso.
Il segreto della forza persuasiva di don Brandi stava nel fatto che egli traeva il concetto sindacale puro e di giustizia sociale direttamente dal Vangelo. In realtà l’assistenza religiosa rappresentò non l’aspetto secondario, ma la parte essenziale della sua attività: essa era veramente il fine, al quale tutto il resto doveva essere subordinato. E questo fine fu ogni volta tanto meglio raggiunto, quanto più si attuavano, parallelamente alle manifestazioni religiose, le altre molteplici forme di assistenza sociale a vantaggio dei netturbini. Nel giro di pochi mesi, nella Nettezza urbana si andò formando un ambiente nuovo, che nulla aveva a che vedere con quello precedente e di tale generale rinnovamento si ebbero riconoscimenti eloquenti da parte degli stessi avversari.
L’elevato senso di pietà diffusosi fra i netturbini è testimoniato dalla pratica avviata da due spazzini del rione Ponte e presto propagatasi ai colleghi della stessa zona e anche nelle altre zone della città. Il lavoro festivo impediva la soddisfazione del precetto domenicale e i due pensarono di accostarsi alla santa Comunione alle 6 del mattino, quando, avendo preso servizio due ore prima, avevano già terminato la prima spazzatura. Per il personale di sorveglianza bastava la sola vista della scopa appoggiata fuori della porta della chiesa e del reparto effettivamente pulito: erano i segni evidenti che il dipendente non si era assentato arbitrariamente ma si trovava in chiesa per i pochi istanti sufficienti a ricevere l’ostia consacrata e compiere una preghiera di ringraziamento. La scopa, appoggiata al muro, diveniva simbolo di perfezione spirituale.
A don Brandi si deve anche la riapertura (1914), sull’Isola Tiberina, della Confraternita dei “Sacconi rossi”, chiusa ormai da oltre un decennio. Ne era stato membro prima del suo ingresso in seminario. Fu grazie all’impegno e alla pietà cristiana degli spazzini di Trastevere e di Campitelli che quello storico Oratorio e la sua caratteristica cripta si salvarono dalla distruzione.
In quegli stessi anni, don Brandi, fu nominato cappellano della “Buona morte” a via Giulia. Con i suoi spazzini si impegnò nel pietoso recupero dei morti di campagna e al loro trasporto, secondo l’antica regola del sodalizio, alla morgue che aveva sede presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola. E pensare che nel 1998 suscitò un certo scalpore la notizia che l’attuale azienda per l’igiene urbana di Roma avesse vinto l’appalto per la gestione dei Cimiteri capitolini e che attraverso una propria agenzia avrebbe offerto un servizio di onoranze funebri.
Un’immagine della Madonna della Strada venerata nella  Chiesa 
del Gesù, precedente al restauro del 2006

Un’immagine della Madonna della Strada venerata nella Chiesa del Gesù, precedente al restauro del 2006

Con il fascismo, anche per l’apostolato di don Brandi si prospettavano tempi duri. Il regime non tollerava sindacati indipendenti (1926), e anche l’Unione professionale doveva cessare la sua attività. Attività che, durante un comizio presso la Camera del lavoro un netturbino definì: «Né antifascista né antisocialista; [ma] solo e sempre benefica!».
Ma un’idea suggerita dal cardinale Marchetti Selvaggiani permise al nostro di perseguire il suo fine. Il cardinale vicario suggerì, al termine di un’udienza privata, di chiamare quell’istituzione, tanto benefica, Pia opera, sottolineandone maggiormente il carattere spirituale e nascondendo in esso anche quello sindacale. Uscendo dal Vicariato e passando in piazza del Gesù, don Brandi si ricordò che nell’omonima chiesa era venerata la Madre del Signore con il titolo di Madonna della Strada. Pensò di entrarvi e, come riferisce egli stesso, ai piedi di quella sacra icona ebbe l’ispirazione di affidare la sua opera alla Madonna, sotto quel titolo che legava mirabilmente le strade del Cielo a quelle della terra, la patrona ai suoi devoti. Da allora la piccola cappella è divenuta il santuario degli spazzini, come testimoniano le processioni che dall’Oratorio del Gonfalone – sede della Pia opera dal 1934 al 1964 – si snodarono fino al “Gesù” per venerare la Vergine Maria e, ancora oggi, l’annuale celebrazione del precetto pasquale per i netturbini il 24 maggio.
Nonostante che fra i netturbini di oggi il nome e l’Opera di don Ariodante siano perlopiù sconosciuti e che altri si siano attribuiti, anche se non in malafede, la Madonna della Strada a loro patrona, nel 2003, con decreto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, gli spazzini di Roma hanno avuto la piena approvazione della Chiesa per la loro devozione6.
L’assistenza e la benedizione della Madonna della Strada non mancarono mai a don Brandi e alla sua opera che arrivò ad avere oltre seimila tesserati. Spazzini e autisti dell’Atac, facchini dei mercati generali e accalappiacani, giardinieri comunali e, in un’occasione, addirittura novecento sottufficiali di pubblica sicurezza (1936), trovarono sempre assistenza e comprensione.
Se lo Stato italiano ha fatto sua soltanto con la legge 300 del 1970 l’aspirazione di tutti i lavoratori ad avere uno Statuto generale, don Brandi l’aveva non solo auspicata ma anche anticipata ricorrendo, ogni volta che le leggi comunali non garantivano i diritti dei suoi protetti, alla Giunta provinciale amministrativa o al Consiglio di Stato. Più volte scrisse direttamente al presidente del Consiglio perché i suoi protetti avessero garantiti i propri diritti e il posto di lavoro. Sorprendentemente le sue richieste ebbero sempre un riscontro positivo.
La lungimiranza di don Brandi, corrispondente alla successiva dottrina sociale della Chiesa, può essere dimostrata anche nella sua intuizione di fondare, nel marzo 1944, una cooperativa, sempre sotto la protezione della Madonna della Strada. Il fine era quello di «elevare le condizioni morali ed economiche dei soci», dare agli operai, «attraverso la formazione di una salda coscienza cattolica, la consapevolezza della grande importanza che ha nel civile consorzio il loro lavoro», il quale «troverà più giusta remunerazione mediante forme dirette, atte ad assicurare col maggior benessere personale e familiare, la cristiana indipendenza del lavoratore»7.
Sono parole che sembrano riecheggiare quelle pronunciate recentemente dal Santo Padre, il quale ha affermato: «La Chiesa, per parte sua, desidera contribuire alla costruzione di un mondo sempre più degno della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 26-27). Essa è convinta che la fede getta una luce nuova su tutte le cose, e che il Vangelo rivela la nobile vocazione e il sublime destino di ogni uomo e di ogni donna (cfr. Gaudium et spes, n. 10). La fede, inoltre, ci offre la forza per rispondere alla nostra alta vocazione e la speranza che ci ispira ad operare per una società sempre più giusta e fraterna»8.
Attraverso quella stessa cooperativa, nata, tra l’altro, per una eventuale assunzione diretta del servizio di nettezza urbana, qualora il Comune non avesse abolito gli appalti e non avesse fatto passare alle sue dipendenze tutto il personale – cosa che avvenne solo nel 1956 –, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale non poche famiglie ebbero la possibilità di avere un alloggio dignitoso, di acquistare generi di prima necessità e, perfino, vestiario e mobilio, nei due spacci allestiti rispettivamente a vicolo Cellini e in via Casilina Vecchia. Questi due spacci della Madonna della Strada costituirono una delle più originali iniziative che potesse vantare il movimento cooperativo romano.
Omaggio di don Brandi e di alcuni soci 
della Pia opera a papa Giovanni XXIII al termine della messa per il precetto pasquale dei netturbini, il 19 marzo 1959

Omaggio di don Brandi e di alcuni soci della Pia opera a papa Giovanni XXIII al termine della messa per il precetto pasquale dei netturbini, il 19 marzo 1959

A coronamento della vita e dell’attività di don Brandi non possiamo non ricordare il legame con i papi. Numerose furono le udienze straordinarie concesse ai netturbini dai pontefici che si sono succeduti nel secolo XX. Da quella del 25 giugno 1934 (Pio XI) all’importante riconoscimento che il beato Giovanni XXIII volle dare a don Brandi presiedendo il precetto pasquale del 1959 (19 marzo) nell’Aula delle Benedizioni gremita da oltre tremila netturbini iscritti alla Pia opera. In quell’occasione il Santo Padre non solo comunicò personalmente moltissimi operai giunti in un luogo tanto solenne con le loro divise, ma, al termine, li confortò con la sua paterna parola offrendo un panegirico di san Giuseppe loro patrono9.
Don Ariodante Brandi concludeva il proprio pellegrinaggio terreno Giovedì Santo 11 aprile 1963, lo stesso giorno in cui il beato papa Giovanni firmava la Pacem in terris.
Proprio in quella enciclica, che monsignor Elio Venier definì anticipata dall’apostolato di don Brandi10, possiamo leggere: «[…] Nei lavoratori è evidentemente operante l’esigenza di essere considerati e trattati non mai come esseri privi di intelligenza e di libertà, in balìa dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza»11; e ancora: «Le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale»12.
Le esequie di don Brandi si tennero presso la chiesa di Santa Lucia del Gonfalone il 16 aprile 1963; da allora riposa in una comunissima tomba presso il cimitero del Campo Verano, accomunato, nella morte e nella sepoltura, in quell’anonimato che caratterizza gli umili lavoratori suoi protetti. Così anch’egli, che aveva rifiutato il titolo di monsignore per motivi squisitamente spirituali13, sembra dire: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17, 10)».


Note
1 Cfr. Benedetto XVI, Regina Coeli del 1° maggio 2005, in L’Osservatore Romano, 2-3 maggio 2005, p. 1; cfr. anche C. F. Ruppi, Il senso cristiano della festa del lavoro. 1° maggio, san Giuseppe lavoratore, in L’Osservatore Romano, 1° maggio 2005, p. 9.
2 Cfr. Paolo VI, Discorso durante la visita alla Centrale dei servizi per la Nettezza urbana di Roma, 15 febbraio 1966, in L’Osservatore Romano, 16 febbraio 1966, p. 1.
3 Cfr. A. Adami, Cinquant’anni fra i netturbini. La vita e l’opera di don Brandi, umile sacerdote romano, Edizioni Paoline, Bari 1964.
4 Cfr. Giovanni Paolo II, lettera Siamo ormai prossimi, ai lavoratori della città di Roma, 8 dicembre 1998, in EV /17, pp. 1791-1804.
5 Cfr. Congregazione per l’educazione cattolica, documento Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, 30 dicembre 1998, in EV /11, pp. 1901-2109; cfr. anche Pontificio Consiglio della Giustizia e della pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Lev, Città del Vaticano 2004, p. 533.
6 Cfr. L’attività della Santa Sede nel 2003. Pubblicazione non ufficiale, Lev, Città del Vaticano 2004, pp. 690-691; cfr. anche M. Farrugia, La Madonna della Strada venerata nella Chiesa del Gesù in Roma. Storia – Riflessione – Preghiera, Chiesa del Gesù, Roma 2002, pp. 65-66.
7 Cfr. A. Adami, op. cit., pp. 263-264.
8 Benedetto XVI, Discorso durante la visita al presidente George W. Bush alla Casa Bianca, 16 aprile 2008, in L’Osservatore Romano, 18 aprile 2008, p. 7.
9 Cfr. Discorsi, messaggi, colloqui del santo padre Giovanni XXIII, vol. I, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1960, pp. 626-630.
10 Cfr. E. Venier, Il Cappellano degli spazzini di Roma, in Rivista diocesana di Roma, aprile-maggio 1963, p. 262.
11 Giovanni XXIII, lettera enciclica Pacem in terris, n. 19, in EV /2, pp. 18-105.
12 Ibid., n. 51.
13 Cfr. E. Venier, op. cit.


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