Uno splendido guardasigilli: Gonella
Giulio Andreotti
Il 19 agosto 1982, nello stesso giorno nel quale ventotto anni prima era morto l’onorevole De Gasperi, Guido Gonella terminava la sua fervida giornata terrena. Era vicepresidente del Parlamento europeo. Quando affrontai il primo esame all’Università (giugno 1938) capitai con Gonella, allora assistente di Filosofia del diritto...
Il 19 agosto 1982, nello stesso giorno nel quale ventotto anni prima era morto l’onorevole De Gasperi, Guido Gonella terminava la sua fervida giornata terrena. Era vicepresidente del Parlamento europeo. Quando affrontai il primo esame all’Università (giugno 1938) capitai con Gonella, allora assistente di Filosofia del diritto; mi dette trenta ma aggiunse un singolare commento: «Hai risposto benissimo secondo il testo del professore, ma sono tesi quasi tutte sbagliate». Il professore era Giorgio Del Vecchio, in quel momento rettore magnifico della Sapienza, che qualche mese più tardi venne rimosso da tutti gli incarichi a seguito delle leggi razziali. Anche il professore di Economia politica Gino Arias ebbe lo stesso ostracismo, nonostante fosse stato nel 1926 uno degli autori della Carta fascista del lavoro. Per quel che sapemmo non ebbero manifestazioni di solidarietà dai colleghi. So però che Gonella, invece, verso il professor Del Vecchio prodigò da allora concrete attenzioni; e lo fece anche comprendere tra i docenti che indirizzavano i gruppi di studio degli universitari e dei laureati cattolici. Fu qui che nacque la mia relazione personale con Guido, che era guardato da tutti con grande rispetto per il suo ruolo di redattore di politica estera dell’Osservatore Romano. Ma prestigio anche maggiore gli veniva dalla grande stima – oltre che amicizia – che per lui aveva monsignor Montini. Quando De Gasperi mi coinvolse nell’avventura democristiana potei anche conoscere il ruolo politico molto importante di Gonella, al quale era affidata la direzione clandestina del giornale.
Fui molto gratificato dalla diretta collaborazione con lui, che si estese anche al Gruppo di lavoro per il Codice di Camaldoli. Le riunioni erano tenute in casa di Sergio Paronetto, capo della segreteria tecnica di Donato Menichella all’Iri. Del piccolo nucleo erano preminenti figure Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno.

Guido Gonella e Alcide De Gasperi
Gonella ebbe anche un breve soggiorno nel carcere di Regina Coeli, ma fu liberato per un intervento durissimo della Segreteria di Stato. Il governo non voleva procurare una rottura diplomatica in un momento psicologicamente già tanto difficile; e si accontentò della assicurazione che sarebbe rimasto chiuso in Vaticano.
Per una delle curiosità della mia vita, in quei giorni mi fu affidata nell’Ufficio imposta sui celibi (dove lavoravo come avventizio) la pratica riguardante proprio Guido Gonella, con il quesito se – trattandosi di dipendente della Santa Sede – dovesse pagare solo la quota fissa o anche quella integrativa sul reddito.
In abusiva deroga alla clausura vaticana, usciva anche per misteriosi contatti che solo tanto tempo dopo avremmo saputo che riguardavano la regina Maria José. È ora in stampa a cura della figlia Giovanna il diario con le minuziose cronache di questi incontri, che Gonella redigeva appena rientrato nelle sacre mura.
...Fu qui che nacque la mia relazione personale con Guido, che era guardato da tutti con grande rispetto per il suo ruolo di redattore di politica estera dell’Osservatore Romano. Ma prestigio anche maggiore gli veniva dalla grande stima – oltre che amicizia – che per lui aveva monsignor Montini
Forse anche per questi contatti, ma comunque per le sue fonti extraterritoriali dirette, era informatissimo. Mentre Badoglio, ad esempio, aveva messo al corrente solo pochi dei suoi ministri (non quello della Guerra) dell’avvenuta firma dell’armistizio, Gonella poté renderne edotto subito De Gasperi, con alcuni giorni di anticipo sul fatidico annuncio dell’8 settembre.Nei tremendi mesi dell’occupazione organizzò anche la distribuzione di false carte d’identità con timbri di comuni del sud già liberati; e nei quali quindi i tedeschi non potevano fare controlli. Come fossero arrivati in Vaticano non so. Riusciva anche a far deviare dall’Annona vaticana viveri per i carabinieri alla macchia, assistiti da don Sergio Pignedoli con stratagemmi da libro giallo.
Poche ore dopo l’arrivo a Roma degli Alleati, Il Popolo uscì non più clandestino. Gli strilloni lo annunciarono per le strade e il giornale andò a ruba. Erano momenti di grandi attese, di forti emozioni, di molta confusione. Non piacque il discorso dal Campidoglio del generale Charles Poletti che, per la lodevole iniziativa di parlare nella nostra lingua e senza far capire che alludeva alle sofferte restrizioni di guerra, assicurò che ci avrebbe insegnato ad usare il sapone. Commise anche un errore psicologico facendo distribuire per due giorni un pane più bianco della neve, per ritornare subito dopo al grigio-umido della razione tesserata.

Gonella, (al centro), ministro della Pubblica istruzione nella prima riunione del Consiglio dei ministri del terzo governo De Gasperi, nel febbraio 1947
Ma sono tutti particolari di un momento politicamente affascinante, con un affetto plebiscitario dei romani per il Papa di cui anche gli ignari di latino esaltavano il ruolo di defensor civitatis avuto dopo che tutti erano fuggiti.
Il nome di Gonella era nella lista di persone di riguardo dei nuovi arrivati. Al giornale venne a presentare i complimenti del generale Clark un giovane ufficiale addetto, che si chiamava Vernon Walters e si esprimeva in un italiano perfetto. Sarebbe tornato qualche anno dopo a Roma come interprete del generale Eisenhower, per percorrere in seguito una brillante carriera militare e diplomatica (fu anche ambasciatore alle Nazioni Unite e a Bonn).
A Guido Gonella furono riservati, come era giusto, ruoli importanti sia nel governo, sia nella Democrazia cristiana, di cui fu prestigioso segretario nazionale.
In abusiva deroga alla clausura vaticana, usciva anche per misteriosi contatti che solo tanto tempo dopo avremmo saputo che riguardavano la regina Maria José. È ora in stampa a cura della figlia Giovanna il diario con le minuziose cronache di questi incontri, che Gonella redigeva appena rientrato nelle sacre mura
Condivise con De Gasperi l’idea di partito d’opinione (i partiti troppo organizzati costano, diceva il presidente) ma dovette farsi da parte quando prevalse una concezione meno rigorosa, forse resa necessaria dalle circostanze. A Gonella non piacque mai la Dc divisa in correnti e la Dc dorotea.Resta come documento illuminante la relazione-base che Gonella tenne al Congresso nazionale dell’aprile 1946, alla vigilia del referendum istituzionale: «Per noi il partito non è una società per catturare il gregge popolare, per tosare le pecore e venderne la lana al mercato. Il partito è una milizia ideale, è una coalizione di uomini che intendono affermare l’integralismo della loro fede. Ogni apostolato – e la Dc prima di essere un partito è un apostolato sociale – esige una confessione. Vogliamo qui confessare il nostro credo per avere l’ardore sufficiente per combattere in nome di tale credo, che è il credo dell’avvenire».
L’articolato inno alle libertà e al primato della morale anche nella vita pubblica suscitò grande entusiasmo nei presenti; ed ebbe una profonda eco nella nazione. Su questa base i cattolici democratici entrarono a pieno titolo nell’Assemblea costituente.
Guido Gonella fu ministro del primo governo repubblicano. Benedetto Croce aveva dichiarato che, lui vivente, non avrebbe accettato la vergogna di vedere un cattolico al Ministero della Pubblica istruzione. Era una strana sfida che certamente la Dc non poteva subire. Gonella andò a reggere il dicastero di viale del Re – ribattezzato viale dei Lavoratori – e Benedetto Croce corresse dopo non molto il suo tiro, avendo rapporti molto cordiali con l’uomo di cultura Gonella che svolse un ottimo lavoro ministeriale adoperandosi per giuste riforme, ma senza l’ansia di affidare alla storia una sua riforma.

Gonella durante una visita in un carcere
Conservo un suo appunto programmatico sintetizzato in nove punti sui quali nessuno può pensare che si nascondessero propositi o preoccupazioni personalizzate.
«Riforma della legge sul Consiglio superiore che non può continuare ad avere attribuzioni non previste dalla Costituzione, la quale all’art. 105 stabilisce che le attribuzioni del Consiglio superiore sono “secondo le norme dell’ordinamento giudiziario”. È questo che va riformato, e la riforma è responsabilità del Parlamento poiché “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101 della Costituzione). Però alla legge sono soggetti e questo è il limite dell’indipendenza della magistratura.
Urge ristabilire i poteri del Ministero della Giustizia secondo l’art. 110 della Costituzione il quale prevede che “spetta al Ministero della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia”.
Bisogna ristabilire la gerarchia delle funzioni ed il controllo del magistrato superiore su quello inferiore (l’art. 107 della Costituzione parla di “diversità di funzioni”).
La carriera deve essere basata su una selezione qualitativa, e non su ruoli aperti. Non può essere considerato sullo stesso piano il magistrato capace con quello incompetente o negligente.
Fissare le responsabilità del magistrato in materia di errori giudiziari, poiché la Costituzione prevede (art. 24) che gli errori giudiziari devono essere riparati.
Divieto di sciopero, trattandosi di un pubblico servizio.
Divieto di iscrizione ai partiti, secondo quanto prescrive l’art. 98 della Costituzione (“si possono con legge stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati”).
Tutte le precedenti proposte di riforma globale dei Codici sono fallite. Conviene ripresentarle, chiedendo deleghe altrimenti nulla si concluderà mai.
Una modifica delle norme sul peculato è urgente poiché le attuali norme e iniziative discordi della magistratura paralizzano la vita delle amministrazioni. L’errore amministrativo non può essere considerato un peculato, cioè un crimine penalmente perseguibile».
Il suo cruccio era la lentezza delle procedure. Uno scritto del giugno 1973 si intitolava: Se arriva tardi non è Giustizia.
Ma l’aspetto dominante era quello umano. Presiedette per nove anni il Centro nazionale di prevenzione e pena. L’autorevole magistrato Adolfo Beria d’Argentine, segretario generale del Centro, sottolineò con molto calore la sua tensione e la fiducia nella persona umana.
Si occupò a fondo del sistema penitenziario e dell’innaturale affollamento delle prigioni: problema irrisolto ed anzi, oggi, aggravato.
Conservo un biglietto che mi inviò nel luglio 1973:
«Caro Giulio, non più tardi di un mese fa ho visitato Porto Azzurro, e nel carcere ho parlato con i più celebri ergastolani (Fenaroli, Mesina, Lucchi, ecc.) Li ho visitati ad uno ad uno nelle loro celle, prendendo appunti dei loro desideri, che poi ho cercato di soddisfare nei limiti del possibile (trasferimenti, ecc.). Dopo la mia visita, il direttore del carcere mi ha inviato la lettera che allego. Scusa l’immodestia. Cordiali saluti».
Ed ecco la lettera del direttore di Porto Azzurro datata 2 luglio 1973:
«Signor ministro, il ricordo della visita di V.E. in questi istituti penitenziari rimarrà imperituro nella mente e nell’animo di tutti noi operatori penitenziari e dei detenuti.
I provvedimenti di clemenza che hanno fatto seguito alla visita e le altre proposte di grazia hanno suscitato nell’Istituto tanto entusiasmo e tanta riconoscenza per V.E.
Inoltre le lettere che tramite monsignor Signorato V.E. ha benignato di inviarci, hanno stupito e commosso tutti, sia perché giunte inaspettate, sia perché nessuno poteva pensare che V.E. potesse dedicare tanto tempo per rispondere a tutti, sia perché ha dimostrato di ricordare e di prendere a cuore ogni singolo caso.
V.E. ha ribadito, dimostrandolo, specialmente a noi modesti operatori penitenziari, come l’umanità e l’amore, cristianamente inteso, nei confronti del nostro prossimo, siano le principali componenti di un vero rapporto educativo.
I detenuti di Porto Azzurro, gli agenti, i funzionari ed io porgiamo a V.E. un grazie che viene dal profondo del cuore.
Con deferenti ossequi.
G
Guido fu esemplare anche come scelta e come vita familiare. Nell’anniversario della morte di Pia, il 30 maggio 1976, con una sua lettera aperta ai cinque figli, pubblicò bellissime «note religiose» scritte appunto dalla moglie. Vi si legge tra l’altro: «Quest’anno (1957) a Natale, abbiamo assistito alla messa di mezzanotte nel carcere delle Mantellate. È stato un desiderio di mio marito che, come ministro della Giustizia, ha voluto trovarsi, in quel momento, vicino a coloro che della giustizia conoscono i rigori. Alle Mantellate c’è una bella chiesa, e la messa di mezzanotte mi è sembrata più solenne e più commovente del solito. Ho provato un senso di profonda pietà per le carcerate (chi sa perché, quando si parla dei detenuti, si pensa sempre agli uomini, non alle donne), e mi è tornato di colpo alla mente il ricordo dei giorni in cui correvo da un ufficio di polizia all’altro per scoprire il luogo in cui avevano imprigionato mio marito. Era il settembre del 1939 e gli anni duri, per me, incominciarono allora.
Guido ed io non pretendiamo di essere martiri o eroi. Mio marito è soltanto un uomo che è rimasto fedele al suo ideale politico affrontando, per esso, i rischi che le circostanze gli imponevano. Io sono una donna di casa, una madre di famiglia: ho cinque figli che cerco di allevare nel miglior modo possibile. E cerco di stare il più possibile vicina a mio marito».
Monsignor Montini, che aveva celebrato le nozze, indicava la famiglia Gonella come esemplare. Giovanni Paolo II nel messaggio di condoglianze inviato ai figli di Guido scrisse: «Fu sincero figlio della Chiesa, illustre statista, autorevole studioso e docente di diritto e dell’insegnamento sociale cristiano. Amo particolarmente ricordarne la fede schietta, integerrima ed operante, l’appassionata ed ammirata opera prestata all’Osservatore Romano in un drammatico e difficile periodo storico e infine l’alto e multiforme servizio reso per tanti anni al suo Paese e alla causa della libertà». o