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STORIA
tratto dal n. 04 - 2002

Come fu salvato il Coni


Anno 1946. Il Coni, commissariato come molti altri enti nati durante il periodo fascista, è a un passo dallo scioglimento. Il governo De Gasperi decide invece di conservare il Comitato olimpico nazionale italiano. Che diventerà in pochi anni determinante per lo sviluppo e l’autonomia dello sport in Italia


di Adriano Ossicini


L’apertura dei Giochi olimpici a Roma nel 1960

L’apertura dei Giochi olimpici a Roma nel 1960

Subito dopo la fine della guerra e alla vigilia del voto per l’elezione dell’Assemblea costituente, il governo, presieduto dall’onorevole Alcide De Gasperi, oltre gli innumerevoli problemi rimasti aperti, dovette affrontare quello di una serie di enti sorti in regime fascista. Si adottò la formula del commissariamento, in attesa di stabilire quali di questi enti dovessero essere soppressi (e perciò il commissario aveva una funzione di “liquidatore”) e quali invece dovessero essere mantenuti in vita, ed il commissario doveva preparare l’elezione del futuro presidente.
Uno di questi enti che furono commissariati era il Coni e la responsabilità fu data a Giulio Onesti, mio caro amico, con il quale, tra l’altro, avevo avuto rapporti durante la Resistenza a Roma.
La situazione del Coni non era buona, perché molti lo ritenevano, per differenti ragioni, un organismo di impronta fascista ed in qualche modo reputavano che dovesse essere Giulio Onesti un commissario liquidatore. Giulio Onesti riteneva giustamente, come lo ritenevo io, che, pur essendo sorto in periodo fascista e pur essendo stato in vario modo una specie di fiore all’occhiello del regime – diretto da noti esponenti del regime stesso – il Coni, in Italia come all’estero, avesse una sua specifica funzione di promozione e di tutela dello sport, anche nel quadro del Comitato olimpico internazionale.
Perciò, nell’aprile del 1946, Giulio Onesti si rivolse a me per chiedermi se ero disposto a svolgere una relazione in un convegno nazionale degli sportivi, per spiegare le ragioni per le quali il Coni, non solo non doveva esser soppresso, ma doveva essere alla base dello sviluppo dello sport del nostro Paese.
Nonostante io fossi giovanissimo, appena laureato in medicina, le ragioni per le quali mi si chiedeva questo intervento erano due. Innanzitutto che io ero stato nominato, subito dopo la liberazione di Roma, deputato provinciale (cioè assessore alla provincia di Roma) e nell’assumere la delega della Sanità avevo anche assunto quella dello Sport, con un programma che in qualche modo prospettava anche un futuro per il Coni. In secondo luogo, perché come membro del Centro di psicologia del Consiglio nazionale delle ricerche, avevo, insieme a Banissoni, fatto un programma di medicina e psicologia dello sport. Ma, di più, io, pur essendo un indipendente, avevo per il ruolo avuto nella Resistenza, dei legami abbastanza seri, sia con il Partito comunista, nel quale esistevano le più forti perplessità sul futuro del Coni, sia con la Democrazia cristiana e con De Gasperi che, come presidente del Consiglio, doveva decidere in merito.
Su questa base, fu indetto un convegno il 28 aprile 1946 a Roma, nel teatro del Ministero delle Finanze ed in questa sede io svolsi una relazione molto impegnata circa l’importanza del Coni.
Debbo dire che fu un convegno di grande interesse, al quale parteciparono i più autorevoli dirigenti sportivi. A prescindere dal colore politico dei partecipanti, tre cose furono chiare. Che nonostante il modo in cui era sorto, il Coni aveva solide ragioni per essere conservato; in secondo luogo, che pur nel quadro di una reale e concreta situazione politica, andava riaffermata l’autonomia dello sport; in terzo luogo (e su questo io insistetti) che andava rivisto e chiarito il profondo legame fra educazione fisica e attività sportiva.
Alla fine, fu deciso di creare una commissione composta da Onesti, Petroselli, me e la dottoressa Messina, incaricata di attuare le direttive sorte dal convegno.
In un successivo colloquio con Onesti, prospettai l’ipotesi, visto che quello che doveva decidere in sostanza era poi il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, di andare io a parlarne con Giulio Andreotti del quale, pur non essendo democristiano, ero amico d’infanzia, e che allora, oltre al ruolo di responsabile del settore giovanile della Dc, svolgeva quello autorevole di “portavoce” di De Gasperi.
Adriano Ossicini parla ad una assemblea di sportivi allo stadio di Bologna nel 1947

Adriano Ossicini parla ad una assemblea di sportivi allo stadio di Bologna nel 1947

In un cordiale colloquio con Giulio Andreotti, avvenuto tra l’altro in una pausa tra un comizio e l’altro della sua campagna elettorale per la Costituente, io esposi le tesi sorte dal convegno. Andreotti mi dichiarò di condividerle totalmente e che ne avrebbe parlato con De Gasperi.
Qualche tempo dopo, mi telefonò Giulio Onesti, dichiarandomi: «Abbiamo vinto, il Coni è salvo». Difatti, Onesti fu eletto presidente del Coni e lo guidò, con intelligenza e con capacità riconosciute, per decenni. Quanto a me, seguitai a lavorare sistematicamente per lo sviluppo del Coni, partecipando tra l’altro, insieme al professor Venerando, alla fondazione dell’Istituto di scienza dello sport e fondando – assumendone la direzione – il Dipartimento di psicologia dello sport e il Corso di perfezionamento in psicologia dello sport. Per quanto riguarda Andreotti, divenuto poco dopo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, egli assunse un ruolo determinante per lo sviluppo e per l’autonomia dello sport italiano, che culminò tra l’altro con la presidenza del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma.
Mi è sembrato interessante ricordare tutto questo, oggi, in un momento in cui il discorso sul Coni, sullo sviluppo dello sport e sul rapporto fra sport ed educazione motoria, è al centro del dibattito scientifico, politico e organizzativo. Del resto, come presidente della Commissione istruzione e sport del Senato, ho formulato un progetto abbastanza analitico su questi temi.
A distanza di tempo, è giusto sottolineare quale fu, allora, l’impegno per lo sviluppo dello sport in Italia e... non credo di poter accettare la tesi secondo cui allora Andreotti mi ascoltò perché era, come me, tifoso della Roma!


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