Home > Archivio > 01/02 - 2009 > La piccola Lourdes nel cuore di Roma
SANTUARI MARIANI DI ROMA E...
tratto dal n. 01/02 - 2009

La chiesa di Santa Maria in Via a Roma

La piccola Lourdes nel cuore di Roma


In una remota notte del 1256, dal pozzo di una stalla di proprietà di un famoso cardinale romano emerse un ritratto di Maria. L’immagine divenne subito oggetto di venerazione e incominciò una ininterrotta storia di grazie e favori speciali concessi per intercessione della Madonna


di Paolo Mattei


La chiesa di Santa Maria in Via, a Largo Chigi, Roma; la facciata fu realizzata tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo da Giacomo della Porta e Carlo Rainaldi

La chiesa di Santa Maria in Via, a Largo Chigi, Roma; la facciata fu realizzata tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo da Giacomo della Porta e Carlo Rainaldi

Madonna degli assetati, e dei ritardatari. Madonna della soglia, che sta in fondo, appena si entra, subito sulla destra, nella cappella degli ultimi arrivati e degli ultimi ad andarsene. A Santa Maria in Via c’è la Madonna del Pozzo, chiamata così perché da un pozzo aggallò una sua immagine, portata in superficie dall’acqua che esondava, in una remota notte del 1256. Il dolce e materno volto di Maria dipinto su un pezzo di silice (o forse di lavagna, o su una tegola, forse), probabilmente da un artista di scuola romana del XIII secolo, ora guarda, dalla parete principale della cappella a Lei dedicata, le persone che ogni giorno s’affacciano, anche soltanto per un minuto, a bere un sorso dell’acqua dell’antico pozzo. Un sorso che, se Dio vuole, può essere una preghiera in cui ognuno esprime tutto l’affetto che nutre per Lei e chiede tutte le grazie di cui ha bisogno. Il gesto più semplice, come bere un bicchiere d’acqua. Barboni carichi di buste piene di carta straccia e politici gravati da borse colme di preziose carte da siglare, romani a spasso, liberi da qualsiasi sporta, e turisti appesi alle didascalie dei loro postmoderni baedeker si inginocchiano ogni giorno davanti all’immagine di Maria, nelle mani i bicchierini di plastica bianca distribuiti da un infaticabile sacrestano che si muove con la rapidità del consumato barista dietro a un lavandino e a un esile rubinetto. La domenica, quella cappella è aperta fino alle dieci di sera, perché nella chiesa di largo Chigi i padri Servi di Maria – alla cui cura Santa Maria in Via fu affidata nel 1512 – celebrano, alle 21, l’ultima messa festiva di Roma, per chi, avendo avuto un gran daffare, non è riuscito ad assistervi prima, per chi s’era dimenticato del precetto, per chi era indeciso se andarci o no, a messa, per chi passa da quelle parti per caso e per caso si ricorda di Maria, che sta là, paziente come solo una madre sa essere, da quasi otto secoli, felice di aspettarti, di stare a sentire le tue povere preghiere e di offrirti, se ne hai voglia, un bicchiere d’acqua fresca del suo pozzo.

Le mani nude del cardinale
La cappella nel 1256 era una stalla adiacente all’antico edificio di Santa Maria in Via, la cui presenza nella zona – vicino all’attuale via del Corso, all’altezza di piazza Colonna – è attestata già nel X secolo da una bolla di papa Agapito II. Una semplice stalla di proprietà del cardinale Pietro Capocci, fiero nobiluomo di fiera e nobile famiglia romana imparentata coi Colonna, gli Orsini e i Cenci, hidalgo capitolino dalle mani esperte d’armi e di battaglie, mani che avevano difeso Gregorio IX durante i cruenti torbidi cittadini sorti dall’eterno conflitto tra quel Papa e lo “Stupor mundi”, l’imperatore Federico II. Ma nella notte tra il 26 e il 27 settembre, i servitori spaventati dall’improvviso tracimare delle acque del pozzo e da quella “cosa” galleggiante che, giocando a rimpiattino con loro, non si lasciava acchiappare, svegliarono il cardinal Pietro, il quale si alzò in gran fretta presentandosi a mani vuote e, naturalmente, senza armatura, per vedere ciò che stava accadendo nella sua stalla. La lastra di pietra che ondeggiava a fior d’acqua pareva proprio stesse aspettando la povera preghiera del ricco porporato prima di abbandonarsi delicatamente dentro le sue mani nude scivolando sull’ultimo tenue trabocco: in quel momento il pozzo tacque, l’acqua rientrò nella sua sede e l’uomo si inginocchiò di fronte al dipinto. L’indomani chiese a papa Alessandro IV di recarsi sul posto, gli raccontò l’evento e gli spiegò che desiderava trasformare, a proprie spese, la stalla in una cappella dedicata a Maria. Il Papa, dopo le dovute verifiche, approvò l’idea e fece portare per le strade circostanti la sacra immagine in processione, alla quale pure lui prese parte. La cappella fu costruita, e tra quelle della chiesa, riedificata alla fine del XV secolo, è la più profonda, per contenere il pozzo generoso d’acqua e di grazie e per permettere a tutta la gente pellegrina di visitare questa piccola Lourdes nel cuore di Roma.

La Madonna del Pozzo, dipinto di scuola romana del XIII secolo

La Madonna del Pozzo, dipinto di scuola romana del XIII secolo

Le soluzioni di Dio
Padre Franco Azzalli, procuratore e vicario generale dell’Ordine dei Servitani, ha vissuto a Santa Maria in Via dal 2000 al 2005, celebrando spesso l’ultima messa domenicale e godendo quotidianamente per cinque anni della compagnia della Madonna del Pozzo e della freschezza di quei sorsi d’acqua. «Leone X affidò al nostro Ordine mendicante la custodia della chiesa all’inizio del XVI secolo, più di duecento anni dopo l’evento prodigioso», spiega padre Franco. «Eppure, l’inizio della storia dei Servi di Maria ha uno stretto legame con quell’episodio, legame impersonato proprio dal cardinal Capocci, grande estimatore dei sette mercanti fiorentini che attorno al 1233 diedero vita all’Ordine. Come legato apostolico era venuto infatti in contatto coi Servi di Maria e nel 1250 concesse loro di poter ricevere nell’Ordine come religiosi – liberandoli dalla scomunica – i ribelli che avevano seguito Federico II nella sua guerra contro la Chiesa. Quelli erano tempi difficili...». Tempi di battaglie sanguinose fra cristiani, di eresie diffuse, come quella gnostica dei Catari. «Ma il Signore risponde sempre a modo Suo alle necessità della Sua Chiesa... Mi pare che vi sia sempre uno scarto imprevedibile, e una bellezza imparagonabile, tra le Sue mosse e quelle che tanti cristiani, magari i più volenterosi e zelanti, si affaticano a studiare e a mettere in atto per combattere le avversità del mondo. Allora “si inventò” gli ordini mendicanti, i Francescani, i Domenicani e, appunto, i Servi di Maria... Una soluzione, io credo, divinamente bella e semplice». Come bere un bicchiere d’acqua. Vengono in mente i versi di Péguy, quelli che recitano: «Ciò che dappertutto altrove è ottenuto nel disaccordo / qui non è che un fiume chiaro vicino alla sorgente».

Saziata da Colui che era assetato
Adina viene dalla Romania, da Timisoara, e ha superato la quarantina. Ogni mattina, dopo aver assistito alla messa, trascorre qualche minuto in preghiera nella cappella del Pozzo. Poi beve un paio di bicchierini d’acqua, esce fuori e si siede in un angolo, sugli scalini d’accesso alla chiesa, proprio sotto la facciata alla cui realizzazione contribuirono Giacomo Della Porta alla fine del Cinquecento e, quasi un secolo dopo, Carlo Rainaldi. Così Adina, rannicchiata nel chiasso del trafficato incrocio di largo Chigi, inizia la sua giornata di mendicanza silenziosa. Conosce bene tutti i parrocchiani e i frequentatori abituali della chiesa, li saluta con un cenno del capo quando entrano e quando escono, e, chissà, forse non si sente straniera in quel posto che di poveri e stranieri ne ha visti passare parecchi. Non soltanto per il fatto che proprio da quelle parti, per un lungo periodo a partire dal VI secolo, fu attivo uno xenodochio, letteralmente “luogo per accogliere gli stranieri”, gli ospiti, i pellegrini. Ma soprattutto perché Roma i poveri e gli stranieri li ha avuti, e li ha, sempre con sé.
Anche la Samaritana che incontrò Gesù presso il Pozzo di Giacobbe era una “straniera”, e un giorno, Gesù, stanco per il viaggio, le chiese da bere dell’acqua. Poi i ruoli si invertirono, per quella «sete natural che mai non sazia / se non con l’acqua onde la femminetta / samaritana domandò la grazia» (Purg. XXI, 1-3): «Signore, gli disse, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete» (Gv 4, 15). «Quella samaritana presso il pozzo», osserva sant’Agostino, «sentì che il Signore aveva sete, e fu saziata da Colui che era assetato» (naturalmente è più bello l’originale, con una di quelle allitterazioni che Agostino amava utilizzare: «Samaritana illa ad puteum sitientem Dominum sensit, et a sitiente satiata est»): assetato «della fede di quella donna» (Enarr. in ps. 61, 9 e In Io. ev. XV, 11). Fu proprio una scheggia del Pozzo di Giacobbe che il cardinal Capocci fece cadere in quello di Santa Maria in Via: era contento della devozione che incominciò a diffondersi da subito e delle grazie che ben presto fiorirono dalla fontana vivace della sua stalla, e quella reliquia gli sembrò la più appropriata.

La cappella della Madonna del Pozzo, dove viene venerata la miracolosa immagine

La cappella della Madonna del Pozzo, dove viene venerata la miracolosa immagine

Nunc et in hora
In più di sette secoli di storia, favori speciali e grazie sono zampillati senza sosta dal rubinetto di Santa Maria in Via. Memorie per la maggior parte perdute nel tempo come lacrime di gioia nella pioggia, o sparse in accenni d’inchiostro sulle pagine rugose di antichi registri parrocchiali. I padri servitani hanno però voluto raccogliere in un’antologia (La Madonna del Pozzo. Grazie e favori. Testimonianze, a cura di padre Paolo M. Erthler, Avagliano Editore, Roma 2006) le testimonianze scritte di alcuni episodi legati alla devozione alla Madonna del Pozzo, cronache di guarigioni in forma di ringraziamento, ex voto molto spesso composti di pochissime parole e consegnati ai religiosi della parrocchia tra il 1960 e il 2006. Padre Azzalli dice che senz’altro alcune di queste persone hanno conosciuto padre Manetto Maria Salvador, vissuto a Santa Maria in Via per settantacinque anni, dal 1933 al 2008. A chi è andato qualche volta a messa la domenica sera, quella dei ritardatari, può darsi sia capitato di confessarsi da lui. Difficile scordarselo. Eri sicuro di trovarlo seduto nella cappellina adiacente a quella del Pozzo di Maria. Su quella sediola pareva esserci cresciuto. «Padre Manetto», racconta un parrocchiano, «era uno che ti comunicava fisicamente un sentimento di speranza, ti diceva col sorriso che con Gesù si può sempre ricominciare, e che ricominciare è bello... era uno che alla fine della confessione, mai lunga, t’assolveva con una carezza sulla testa e tu te ne andavi contento». Padre Manetto è morto l’11 agosto del 2008, e padre Franco racconta che quel giorno l’anziano sacerdote era tornato in stanza in tarda mattinata, dopo aver celebrato la messa delle 11. «Si sentiva un po’ stanco, e allora ha chiesto a un confratello che era lì con lui di portargli un bicchiere d’acqua, che viene dalla stessa fonte cui attinge il Pozzo di Maria. Dopo aver bevuto, glielo ha riconsegnato. Il confratello, tornato dalla cucina dove era andato a riporre il bicchiere, lo ha ritrovato addormentato sulla poltrona». Così Maria ha voluto accompagnare l’anziano sacerdote nella sua ultima ora. L’ha fatto con il gesto di sempre, il più facile. Come bere un bicchiere d’acqua.


Español English Français Deutsch Português