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EDITORIALE
tratto dal n. 09 - 2009

A vent’anni dal crollo del Muro di Berlino

Il pragmatismo indispensabile


Giulio Andreotti ripercorre il processo di unificazione della Germania e il terremoto politico che coinvolse i Paesi comunisti dell’Est Europa. Protagonisti e momenti-chiave della fine del bipolarismo Est-Ovest. Intervista


Intervista con Giulio Andreotti di Roberto Rotondo


Il cancelliere tedesco Helmut Kohl con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Alle loro spalle il ministro 
degli Esteri Gianni De Michelis e il suo omologo tedesco Hans-Dietrich Genscher nell’ottobre del 1989 a Bonn

Il cancelliere tedesco Helmut Kohl con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Alle loro spalle il ministro degli Esteri Gianni De Michelis e il suo omologo tedesco Hans-Dietrich Genscher nell’ottobre del 1989 a Bonn

«Ci fu un momento in cui avemmo la sensazione che lo status quo fosse modificabile, che il Muro che da quarant’anni divideva l’Est dall’Ovest non era così inattaccabile. Si percepiva che un’evoluzione positiva era possibile, anche se piena di difficoltà e interrogativi. Oggi agli storici tutto sembra chiaro, ma in quel momento era molto diverso». Quando il Muro di Berlino fu abbattuto dalla folla il 9 novembre di vent’anni fa, Giulio Andreotti era a capo del governo italiano e fu impegnato in misura notevole nel processo record che in appena 329 giorni dal crollo del Muro, portò all’unificazione delle due Germanie. L’Italia, nei giorni caldi, ebbe infatti un peso politico specifico notevole, non fosse altro per il fatto che deteneva la presidenza di turno della Comunità europea e della Csce. E Andreotti, che negli anni precedenti era stato tra coloro che avevano frenato sull’unificazione, ne era divenuto uno dei sostenitori: «Helmut Kohl deve dire grazie all’Italia e in particolare ad Andreotti se molte cose andarono a posto», ha dichiarato recentemente a Limes Gianni De Michelis, allora ministro degli Esteri.
Direttore, perché cambiò idea? «Io non sono mai stato per partito preso contro la riunificazione tedesca, la cui base di principio si trovava già negli accordi di Helsinki del 1975. Semplicemente ciò che fino a poco tempo prima sarebbe stata un’avventura sconvolgente era diventata una strada praticabile. Certi passaggi derivano da fattori che inizialmente sembrano secondari, ma che poi, messi insieme, finiscono per condizionare fortemente la situazione».
Ma che cosa poteva succedere se il gesto più simbolico della fine del bipolarismo, ovvero la caduta del Muro, fosse avvenuto qualche anno prima? «Non sono un profeta, ma aprire una discussione sulla unificazione nelle condizioni che c’erano prima della perestrojka avrebbe creato un enorme problema per l’Unione Sovietica. Essa sarebbe stata portata a suscitare chissà quali reazioni anche in altri Paesi, per paura che si potesse sollevare non soltanto il problema della riunificazione, ma anche tutto il problema tedesco del dopoguerra. Compreso quello delle frontiere a Est. La perestrojka diede ai diversi Paesi controllati una sorta di “libera uscita”, che consentì loro di organizzarsi a seconda della propria identità. E poiché la Germania dell’Est non aveva mai avuto una propria identità, era normale che si facesse la riunificazione». E quali furono i fattori che avevano cambiato la situazione cui accennava? «Ce ne furono diversi. Uno determinante fu l’introduzione da parte di Reagan e Bush del tema del rispetto dei diritti umani nei negoziati per la riduzione degli armamenti. Inoltre c’era stata la stolta campagna militare dell’Afghanistan, che aveva creato all’interno dell’Urss un motivo per dubitare del sistema».
Ci fu un momento in cui avemmo la sensazione che lo status quo fosse modificabile, che il Muro che da quarant’anni divideva l’Est dall’Ovest non era così inattaccabile. Si percepiva che un’evoluzione positiva era possibile, anche se piena di difficoltà e interrogativi. Oggi agli storici tutto sembra chiaro, ma in quel momento era molto diverso
Eppure, a rileggere alcune dichiarazioni dei leader politici fino a poche settimane prima di quel 9 novembre, pare non fosse assolutamente prevedibile ciò che stava per accadere. Uno per tutti, il presidente francese Mitterrand, che sotto la data del 2 ottobre 1989 (sono parole registrate da Jacques Attali), dice: «Quelli che parlano della riunificazione tedesca non capiscono niente. L’Unione Sovietica non l’accetterà mai. Sarebbe la morte del Patto di Varsavia. Chi può immaginarlo?». Riprende Andreotti: «Oggi non è importante stabilire quanto era prevedibile o meno che di lì a breve sarebbe avvenuto il crollo del Muro. Non dovevamo indovinare i numeri della lotteria. Segnali che davano da pensare già c’erano stati: l’apertura della frontiera tra Ungheria ed Austria aveva immediatamente provocato la fuga di migliaia di tedeschi dalla Germania dell’Est alla Germania dell’Ovest. Io non ho particolari meriti o demeriti in questa vicenda, ma penso che dinnanzi a eventi di portata storica uno deve per prima cosa osservare bene e senza preconcetti, tenendo conto degli sviluppi possibili. Noi pensavamo di essere sulla strada giusta, ma eravamo anche molto preoccupati perché non c’era una formula algebrica che ci garantisse che tutto sarebbe andato per il meglio». Cosa poteva succedere? «Poteva esserci uno scivolamento che avrebbe reso ingovernabile il processo in corso, oppure un irrigidimento che avrebbe reso gli ostacoli insuperabili, interrompendo il dialogo Est-Ovest e riportando indietro le lancette della storia».
Lei più volte dichiarò che era per una politica dei piccoli passi, ma gli eventi presero un’accelerazione inusuale: «La verità è che la storia non si programma. Certo, se fosse stato possibile disegnare una transizione graduale di tutti i cambiamenti politici a Est, si sarebbero evitati contraccolpi molto duri: dallo sfasciamento improvviso delle Repubbliche iugoslave federate alle manovre che fecero cadere Gorbaciov mandando a picco il suo progetto di autonomie differenziate all’interno dell’Unione Sovietica. Ma il cambiamento era stato atteso a lungo e nel momento in cui si stava realizzando gli eventi presero la mano. D’altronde era anche vero quello che Gorbaciov disse il 7 ottobre al presidente Honecker, che stava celebrando il quarantesimo anniversario della Repubblica democratica tedesca (Rdt): “Chi reagisce con ritardo è punito per tutta la vita”. I dirigenti della Germania Orientale erano convinti che il loro ospite d’onore stesse sbagliando tutto, illudendosi di rinnovare il sistema comunista. Da parte loro, il Muro li avrebbe salvaguardati almeno per un altro secolo dalle contaminazioni borghesi. Certo che viste dopo le cose sono chiare, ma allora c’erano delle intuizioni lecite sia in una direzione sia nell’altra».

La folla intorno ad un tratto del Muro di Berlino, due giorni dopo la storica apertura avvenuta il 9 novembre 1989 [© Associated Press/LaPresse]

La folla intorno ad un tratto del Muro di Berlino, due giorni dopo la storica apertura avvenuta il 9 novembre 1989 [© Associated Press/LaPresse]

Quella sera del 18 novembre a Parigi
Tra i momenti-chiave c’è, per gli studiosi e per chi l’ha vissuta, la sera del 18 novembre del 1989 a Parigi, nove giorni dopo lo smantellamento del Muro. I leader dei dodici Paesi della Comunità europea si ritrovano, su invito di Mitterrand, a discutere della situazione. Doveva essere un incontro di facciata e invece si trasforma in un momento storico. Nella riunione dopo cena, Kohl è in difficoltà: la Thatcher è duramente contraria alla riunificazione, Mitterrand ne parla solo come una «eventualità storica»; anche la Spagna è allineata con questa posizione. Lei, invece, quasi a sorpresa, aiuta Kohl ad uscire dall’impasse affermando che «l’Europa promuove e auspica la riunificazione della Germania». Il vertice si conclude con un esplicito appoggio a Kohl, che dieci giorni dopo presenta al Parlamento di Bonn un progetto in dieci punti per la riunificazione e le cose continuano a marciare. Quella sera fu davvero un momento di svolta? «Non so se può esistere un singolo momento di svolta. Era in generale un periodo in cui si sentiva la spinta a cambiare delle linee politiche, che erano diventate anche dei partiti presi, e mi accorgevo che una certa evoluzione si stava comunque per attuare. Quindi era meglio scendere con il paracadute piuttosto che senza». L’appoggio alla riunificazione però non fu incondizionato. Viene definito quello che sarà lo “scambio” geopolitico implicito nel Trattato di Maastricht del 1991: la Comunità europea accetta la riunificazione della Germania in tempi rapidi, ma nel contesto di un’accelerazione del processo di integrazione del gigante tedesco. Al centro del processo sarà la moneta unica, l’euro, e la Germania dovrà rinunciare al marco, una moneta molto forte che faceva sentire la propria influenza anche oltre i Paesi della Comunità europea. Riprende Andreotti: «Ma già Kohl, il 2 novembre 1989, all’incontro bilaterale franco-tedesco, aveva detto a Mitterrand: “Bisogna fare l’Europa per far sì che la Germania non sia più un problema”. L’antidoto al timore, che alcuni potevano avere, che potesse scoppiare una terza guerra mondiale, o che economicamente l’Europa fosse germanizzata, fu vedere con esattezza il problema tedesco. Vero è che il primo nucleo europeo che era nato a Bruxelles nel 1948 era antitedesco, ma il tempo era passato. Inoltre Kohl e Genscher avevano impostato con grande fermezza il processo di riunione, inquadrandolo in un accentuato impegno di partecipazione alla Cee, di partecipazione a una aggiornata Alleanza atlantica e di un rafforzamento della Csce. Questi ultimi due anelli ci permisero di collegare il dialogo intertedesco al rapporto tra Europa e Stati Uniti e di camminare per il verso giusto».
La Cee, in particolare, sotto la presidenza italiana, riuscì a stare al passo degli avvenimenti che correvano. Ci sono voluti sette anni per far entrare Spagna e Portogallo e pochi mesi per assorbire la Germania dell’Est. Una delle prime iniziative che vennero prese fu quella di far entrare nel Parlamento europeo i rappresentanti della Germania orientale. Spiega Andreotti: «Il fatto di avere la presidenza di turno nella Cee dava al nostro Paese un ruolo di interlocutore che altrimenti sarebbe stato presuntuoso assumere. E credo sia stato utilizzato piuttosto bene. Qualche forzatura alle procedure ci fu, visti i tempi brevi. Ma fu una politica di buon senso. Qualche volta nella politica nazionale e internazionale si sbaglia proprio perché si perde di vista il fatto che il buon senso è ciò che dovrebbe guidare l’azione. Invece si vanno a cercare formule e motivazioni complesse, anche se dotte, perdendo di vista la linea centrale di quella via di sviluppo che si vuole percorrere».
Ma non le dispiace di passare, nella vulgata, più per colui che nel 1984 disse di amare tanto la Germania da volerne due, piuttosto che essere annoverato tra coloro che maggiormente aiutarono l’unificazione dei tedeschi sotto il tetto europeo? «Diciamo che potevo risparmiarmi la frase, perché si prestò a speculazioni. Nell’84 bisognava essere realisti, non si poteva pensare di scavalcare facilmente le difficoltà storiche, etniche, culturali ed economiche che c’erano. Potevo risparmiarmela pure perché funzionò talmente bene, anche letterariamente, da diventare lo slogan di una certa posizione contraria all’unificazione e la cosa mi fu rimproverata più volte».

Mitterrand e il primo ministro britannico Margaret Thatcher, il più ostinato avversario dell’unificazione tedesca [© Afp/Grazia Neri]

Mitterrand e il primo ministro britannico Margaret Thatcher, il più ostinato avversario dell’unificazione tedesca [© Afp/Grazia Neri]

Gorbaciov, Giovanni Paolo II, la Thatcher
Scorrendo le sue dichiarazioni rese in quel periodo alla stampa, emerge la sua preoccupazione di non compromettere i processi di riforma che erano in corso a Est. Perché quest’attenzione? «Per prima cosa perché la nostra carta vincente è sempre stata quella di non essere provocatori. Mai abbiamo dato l’impressione di voler aggredire, anche in anni in cui la cortina di ferro non lasciava spazio a nessun dialogo. Poi avevo fiducia nella perestrojka. Pensavo che fosse l’unico modo per superare le enormi difficoltà che avevano i sovietici, difficoltà accentuate anche dal fatto che avevano spalancato le finestre. Chi oltrecortina era contrario alla perestrojka non agiva alla luce del sole ma faceva leva proprio sulle rivalità etniche e sulla pesante situazione economica, sulla scarsità dei generi alimentari. Invece ho sempre pensato che l’Europa è molto più equilibrata se anche la Russia è una potenza economica».
Ma Gorbaciov percepiva che poteva trovare nella vostra linea politica una sponda per rafforzare la perestrojka? Quello che emerge è piuttosto che i russi speravano in una Germania sì unita, ma ondeggiante tra Europa e Patto di Varsavia, un gigante neutrale con un rapporto economico e politico privilegiato con l’Urss. Era davvero questo il piano di Gorbaciov? «Tra le ipotesi più papabili c’era anche l’asse Berlino-Mosca, e io dichiarai pubblicamente che gli assi non hanno mai portato fortuna a nessuno. Non so se fosse l’idea di Gorbaciov, se nel suo intimo prevalesse la paura del nuovo o il desiderio di esserne autore o coautore. Era una persona molto attenta, riflessiva, non era un impulsivo. Bisogna considerare, però, che era a sua volta condizionato da una sua opinione pubblica che non vedeva di buon occhio certi cambiamenti; anzi, molti ritenevano che concedere qualcosa al fronte opposto fosse eversivo. Penso che Gorbaciov fosse molto preoccupato, ma aveva grandi convinzioni costruttive e credo che nel suo cuore non abbia mai disarmato, anche quando l’Urss si dissolse con il colpo di Stato nel ’91».
Qualche volta nella politica nazionale e internazionale si sbaglia proprio perché si perde di vista il fatto che il buon senso è ciò che dovrebbe guidare l’azione. Invece si vanno a cercare formule e motivazioni complesse, anche se dotte, perdendo di vista la linea centrale di quella via di sviluppo che si vuole percorrere
Eppure, un mese fa Gorbaciov ha dichiarato, in un’intervista a la Repubblica, che nel crollo del Muro di Berlino ci furono solo due eroi: i russi e i tedeschi. Cosa ne pensa? «È un modo un po’ restrittivo di vedere le cose, il fatto è che lui non può vederle con distacco perché è stato un attore in questa vicenda, con una sua storia politica alle spalle, con un suo progetto che voleva portare a termine. Il suo non è il giudizio sereno di uno storico».
Una delle immagini più significative del periodo seguito al crollo fu l’incontro tra Gorbaciov e Giovanni Paolo II a Roma, il primo dicembre 1989: il presidente dell’Urss e il Papa polacco, colui che, secondo una certa linea interpretativa, aveva sconfitto il comunismo. Una domanda che le hanno posto tante volte: quanto influì papa Wojtyla nel terremoto politico oltrecortina di quegli anni? «Difficile dirlo. Forse è esagerato affermare che il Papa polacco abbia rappresentato l’inizio di tutti i capovolgimenti dell’Europa dell’Est, anche se cronologicamente è così. In realtà Giovanni Paolo II teneva sempre distinte le sue origini, a cui era molto legato, dalla sua missione universale di Pontefice. Certo, rispetto alla preparazione e alla formazione che avevano altre grandi personalità della Chiesa in quel momento, la sua esperienza passata lo metteva in una posizione privilegiata, che gli permetteva di vedere più lontano degli altri».
Che ricordo ha dell’incontro tra Gorbaciov e Wojtyla? Tra le altre cose in quei giorni il presidente dell’Urss le disse che la riunificazione tedesca era assurda… «Torno a dire che a volte ci dimentichiamo che tutti i leader stranieri devono tener conto della propria opinione pubblica. Seguimmo quel viaggio con molto interesse, anche perché, pur non confondendo sacro e profano, avevamo un’attenzione alla situazione della Chiesa che altri Paesi potevano non avere. Avevamo qualche preoccupazione per la svolta in corso, ma non abbiamo mai fatto nulla di ostile, posto che potessimo farlo. C’era la speranza che fosse riconosciuto il fatto che chi, come noi, aveva camminato più rapidamente nella direzione giusta, poteva vedere meglio le cose». In Vaticano erano contenti, preoccupati o nervosi per il crollo del Muro e per ciò che ne stava seguendo? «Il Vaticano o non è mai nervoso o non mostra mai di esserlo. Guardano le cose sub specie aeternitatis, e a ragione, vista la loro storia millenaria. Ci furono prese di posizione e articoli de L’Osservatore Romano, ma non raccolsi in esclusiva preoccupazioni particolari».
Quanto fu decisivo il fatto che in Polonia c’era in quel momento un governo non comunista, con a capo un cattolico, ma che non aveva messo in dubbio la sua fedeltà all’Urss? «In Occidente c’era una certa simpatia per la Polonia, proprio perché non aveva operato fughe in avanti; sicuramente fu uno degli elementi che impedì alcune posizioni ostili e negative. Uno dei problemi più scottanti che bisognò affrontare fu quello dei confini a Est della Germania unita, che interessava proprio la Polonia». Da lì, cinquant’anni prima, era iniziata la Seconda guerra mondiale… «Vero, ma il 9 novembre, quando crollò il Muro di Berlino, Kohl e Genscher erano proprio a Varsavia, e la prima cosa che fecero fu rassicurare i polacchi che la frontiera Oder-Neisse non sarebbe mai stata messa in discussione».
Protagonista fu anche la Thatcher. Il primo ministro inglese, a differenza di Mitterrand, che da scettico divenne anche lui fautore dell’integrazione della nuova Germania unita, non cambiò mai idea e fu la più ostinata avversaria dell’unificazione. Non ci ripensò mai, e questo le costò la fine della carriera politica dopo il Trattato di Maastricht... «In parte perché era così il suo temperamento, in parte perché anche la sua visione delle cose e le sue preoccupazioni erano legittime. A posteriori è evidente che fu percorsa la strada giusta, ma sul momento si poteva anche ritenere che fosse giusto essere contrari. Noi fummo colpiti dalla linea dell’unificazione perché ci sembrò la più concreta, ci coinvolgeva nel presente, ma non è che non vedessimo le difficoltà e i rischi». L’antipatia della Thatcher nei suoi confronti è figlia di questo periodo? «Non so, forse è nata dal fatto che era abituata a una serie di complimenti che scivolavano fin nella venerazione da parte di molti politici, anche italiani, e una certa mia freddezza romana poteva essere interpretata come ostilità. Ma non avevo niente contro di lei».

Giovanni Paolo II riceve in udienza Michail Gorbaciov il 1° dicembre 1989. Era la prima volta che il presidente del Soviet supremo dell’Urss varcava il portone di bronzo in Vaticano

Giovanni Paolo II riceve in udienza Michail Gorbaciov il 1° dicembre 1989. Era la prima volta che il presidente del Soviet supremo dell’Urss varcava il portone di bronzo in Vaticano

Gli Usa, la Nato e dintorni
Gli Stati Uniti premevano perché ci fosse un’accelerazione del processo di unificazione, oppure no? Le sembrava che volessero chiudere presto e con una vittoria schiacciante l’epoca del bipolarismo con l’Urss? «Non era questo il loro atteggiamento. Avevamo la sensazione che gli Usa pensassero che fosse la strada giusta, però registrai anche da parte di alcuni influenti circoli di studi politici statunitensi una notevole diffidenza su tutta la vicenda, anche per le conseguenze che aveva sul piano globale. C’erano complicazioni psicologiche e pratiche anche per loro. Quindi il messaggio che arrivava era chiaro e da noi condiviso: è una scalinata che va salita gradino dopo gradino e senza salti». Un elemento importante che lega l’Europa agli Usa era ed è l’Alleanza atlantica. Lei in quel periodo ribadì più volte che per procedere bene bisognava ridisegnare rapidamente una nuova Nato: «Cambiavano quelli che fino ad allora erano stati i suoi compiti. Sono stato ministro della Difesa per sette anni e non mi è mai capitato di vedere un progetto che non partisse dall’idea di difendersi da un attacco dall’Est». Lei vedeva la Nato come un elemento positivo per assorbire la Germania dell’Est, ma nell’ottobre del 1990 rivelò l’esistenza di Gladio, una struttura militare dell’Alleanza atlantica, quasi a voler dire che l’Alleanza era ormai obsoleta. Perché? «C’era un certo contrasto tra una visione culturale, diciamo così, e una visione pratico-politica del problema. Nessuna delle due posizioni era bizzarra, ma in quel momento ci si trovava in una via di mezzo, che proprio “di mezzo” non era, perché c’era anche uno squilibrio tra le due posizioni. Comunque sia, la cosa che meno avrei immaginato era di venire polemicamente definito, anni dopo, un “paleoatlantico” da parte di qualche circolo che fu a lungo irriducibilmente e combattivamente ostile all’Alleanza, approvata dal Parlamento italiano non senza contrasti».
Il 1990 fu anche l’anno in cui Saddam invase il Kuwait, dando inizio alla crisi del Golfo. Un anno particolarmente problematico? «Se dovessi andare a cercare un periodo in cui le cose sono state molto semplici, farei fatica a trovarlo. Abbiamo sempre avuto una serie di difficoltà, ed è sempre stato vivo il contrasto tra le cose che si ritengono utili e necessarie, e quelle che si possono realizzare. Però quando in qualche momento storico la coscienza di questo contrasto è venuta meno, o ci sono state fughe in avanti inutili, oppure abbiamo battuto il passo, quando invece si poteva camminare».

La bandiera tedesca issata davanti al palazzo del Reichstag a Berlino durante la cerimonia per celebrare l’unificazione della Germania la notte del 3 ottobre 1990 <BR>[© Associated Press/LaPresse]

La bandiera tedesca issata davanti al palazzo del Reichstag a Berlino durante la cerimonia per celebrare l’unificazione della Germania la notte del 3 ottobre 1990
[© Associated Press/LaPresse]

Il pragmatismo indispensabile per costruire oggi l’Europa
Il 9 novembre è un anniversario multiplo: è sia il giorno in cui cade il Muro di Berlino, nell’89, ma è anche il giorno in cui, nel 1938, i nazisti avviarono i pogrom antiebraici, con la Notte dei cristalli. Nel 1999 fu l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder a dire che per i tedeschi il 9 novembre è «il giorno del rinnovamento ma anche il giorno in cui cominciò l’abisso». Uno scherzo della storia? «La coincidenza c’è, ma dobbiamo abituarci a guardare più avanti che indietro. A volte a fare comparazioni con il passato si rende più difficile la convivenza nel presente e lo sviluppo positivo della politica internazionale, e di quella europea in specie».
Dedicando un’inchiesta a quel sentimento di delusione e malcontento che accompagna i tedeschi da alcuni anni, Der Spiegel si è chiesto recentemente: «Ma da che parte è caduto il Muro?». Oggi, secondo un sondaggio, il 49% dei tedeschi dell’Est pensa che la Rdt aveva più cose buone che cattive e si sente ancora un cittadino di serie B. «Certo, quando il Muro crollò la Germania restava da fare ed è normale che qualche errore fu fatto e qualche previsione risultò poi sbagliata. Ma resto scettico di fronte ai sondaggi e credo che, tutto sommato, ognuno possa verificare che la strada intrapresa era quella giusta».
Anche la costruzione politica dell’Europa sembra attualmente in un momento di stallo e l’euroscetticismo diventa sempre più consistente. Da cosa dipende? «Probabilmente l’ottimismo dei più convinti andava oltre quello che si poteva realisticamente realizzare fin qui. Se facciamo riferimento a quell’ottimismo si può anche essere delusi, o dispiaciuti. Rispetto a coloro che guardavano la realtà con più obiettività si può vedere che alcune cose importanti sono state realizzate, che la strada era ed è rimasta giusta».
Quali sono allora le condizioni per poter fare un ulteriore pezzo di cammino? «Non ho ricette particolari, l’essenziale è, da una parte, non assuefarsi allo status quo, dall’altra, non fare programmi tanto avveniristici quanto poco realizzabili. Anche oggi siamo in una fase di passaggio. E ogni passaggio si può fare sia con un passo cadenzato sia di corsa, dipende dalla situazione. Quel che davvero conta è dare alle intuizioni una base logica, che permetta loro di svilupparsi concretamente». È un caso che, prima dal gruppo storico (Adenauer, De Gasperi, Schuman), e poi negli anni Settanta e Ottanta (lei e Kohl), l’integrazione europea sia stata accelerata da politici democristiani e cattolici? «Io sono convinto della positività di queste ispirazioni religiose, ma bisogna evitare di confondere gli auspici e i desideri con le realtà praticamente realizzabili. Perché in questa Europa così allargata si tratta di costruire delle realtà e delle strutture di una complessità enorme, che ancor più che nel passato devono tener conto delle idee, delle aspettative di culture e appartenenze diverse tra loro. Insomma, un certo pragmatismo oggi è indispensabile».


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