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NUOVI SANTI
tratto dal n. 01 - 2010

Padre Damiano di Molokai

Gli amici di padre Damiano


Storia del missionario belga, canonizzato nell’ottobre 2009, che visse per quindici anni insieme ai lebbrosi dell’isola di Molokai, nelle Hawaii, dove morì della loro stessa malattia


di Paolo Mattei


Fedeli provenienti dall’isola di Molokai 
vestiti con abiti tradizionali, in piazza San Pietro, in occasione della canonizzazione di padre Damiano de Veuster, l’11 ottobre 2009 [©  Associated Press/LaPresse]

Fedeli provenienti dall’isola di Molokai vestiti con abiti tradizionali, in piazza San Pietro, in occasione della canonizzazione di padre Damiano de Veuster, l’11 ottobre 2009 [© Associated Press/LaPresse]

L’inglese Edward Clifford giunse nei pressi dell’isola di Molokai in una notte chiara del 1888. L’uomo, dal piccolo battello a vapore su cui viaggiava, intravvide, rivelati dalla luce della luna, i profili delle scogliere che si riflettevano luccicando nelle acque dell’oceano. Le gole e i precipizi erano mostruosi giganti, insidiosi Scilla e Cariddi pronti all’attacco. Ebbe un po’ di paura. Ma dopo qualche ora la notte chiara divenne alba e, avvicinandosi all’approdo di Kalaupapa, scorse «una figura scura che si spostava lentamente lungo la collina, con un ampio cappello di paglia, e che scendeva piuttosto faticosamente per poi sedersi vicino al mare». Quella figura s’aprì in un sorriso al nuovo arrivato, poi si avvicinò e lo prese per mano: «Un cordiale benvenuto risplendeva sul suo viso amabile, mentre mi aiutava a salire sulla roccia». L’uomo che s’era seduto in riva al mare e aveva aspettato lo sbarco di Clifford era Damiano di Molokai, al secolo Giuseppe De Veuster, da Tremeloo, un paese vicino a Lovanio, in Belgio. Aveva quarantotto anni, da quindici stava a Molokai, una delle isole Hawaii. Sacerdote cattolico, della Congregazione dei Sacri Cuori, era conosciuto in tutto il mondo. Lo chiamavano “Damiano il lebbroso”.
Al protestante Edward Clifford, curioso e filantropo viaggiatore, era capitato di leggere la storia di Damiano su una rivista britannica e desiderava quindi conoscere quel prete cattolico che aveva trascorso parte della sua vita coi lebbrosi, ammalandosi della loro stessa malattia; gli aveva pure portato il balsamo di ditterocarpo, estratto di un abete birmano, che a suo dire arrecava notevoli benefici a chi aveva contratto il terribile morbo, sulla cui oscura origine, in quegli anni, il medico norvegese Gerhard Hansen stava iniziando a fare luce. Nel corso della permanenza a Kalawao, il villaggio nel quale, assieme al vicino Kalaupapa, erano segregati i lebbrosi del Regno hawaiano, Damiano aveva sperimentato tante cure – sui suoi amici e su sé stesso –, chiedendo e ottenendo fondi dalle istituzioni, dal Ministero della Sanità, e da tutti quelli che in giro per il mondo erano contenti di dargli una mano.
I due trascorsero una quindicina di giorni insieme, e Clifford, che se la cavava niente male coi pennelli, volle fargli un ritratto. Padre Damiano lo assecondava, seduto su una poltrona di vimini. Mentre l’inglese disegnava, lui pregava il breviario e, di tanto in tanto, guardando il mare dalla veranda della piccola casa in cui viveva, gli raccontava la sua storia.

Il breviario e il crocifisso
Gli spiegava che era arrivato là portando con sé soltanto due oggetti, il breviario e un crocifisso. I lebbrosi, invece, si dotavano al loro arrivo di uno specchietto e di un coltellino: per controllare l’evoluzione della malattia e per recidere le parti del corpo che via via si essiccavano come i petali di un fiore che appassisce. La segregazione dei malati a Kalawao, un piccolo e quasi inaccessibile promontorio di 12 chilometri quadrati, appendice settentrionale dell’isola di Molokai, era cominciata nel 1866, quando le autorità del Regno decisero che era giunto il momento di combattere radicalmente il misterioso flagello, il batterio patogeno arrivato nelle Hawaii intorno al 1840 chissà da quale parte del mondo, condotto là da qualche occidentale, o, si vociferava, da un cinese. Era necessario isolare gli infetti e Kalawao era un’isola nell’isola: pareti di roccia altissime, quasi mille metri, i palis, ne rendevano difficile il raggiungimento via terra. Il battello “Kilauea” invece aveva vita più facile, e una volta alla settimana sbarcava nella colonia generi alimentari. E nuovi condannati per reato di lebbra.
Clifford scrutava quel volto, l’orografia vulcanica di rughe, rigonfiamenti e solchi disegnati dal morbo. Ma gli occhi di padre Damiano, che leggevano il breviario e scrutavano l’oceano, gli raccontavano che il viso di quel religioso «massiccio e poderoso, con capelli neri e ricci e una corta barba che stava diventando grigia», un tempo aveva avuto un profilo tenue, come quello delle pianure fiamminghe da cui proveniva. Nel villaggio di Ninde, frazione del paese di Tremeloo, padre Damiano aveva visto la luce nel 1840, settimo nato di una famiglia cattolica. Da quelle parti si viveva di agricoltura e di commercio e “gros Joseph”, robusto e fortissimo, avrebbe continuato a percorrere l’antico solco familiare nella terra di Fiandra, se il Signore non avesse deciso altrimenti, giocando teneramente con quel figlio con cui era in grande confidenza. E, una mattina di ottobre del 1863, pareva giocasse anche Giuseppe – che nel frattempo, nel 1859, aveva assunto, da religioso dei Sacri Cuori, il nome di Damiano, come il santo medico siriano, martire, col fratello Cosma, durante la persecuzione di Diocleziano –, pareva che pure lui giocasse mentre gridava festoso al fratello maggiore Augusto: «Vado io al posto tuo!». Augusto – anche lui religioso, col nome di Pamphile, nella stessa Congregazione – sarebbe dovuto partire per le missioni che i Sacri Cuori avevano nelle isole Hawaii, ma il tifo lo aveva costretto a rinunciare. Così Damiano aveva chiesto di poterlo sostituire. Permesso accordato dal padre generale. Il fratello piccolo prendeva il posto del grande. Era già successo, nella storia della salvezza c’erano esempi illustri. Pamphile accettò di buon grado quell’evento. Damiano, durante il noviziato a Lovanio e poi a Yssy, vicino a Parigi, e negli anni di Teologia, ancora a Lovanio, aveva tanto pregato Francesco Saverio che gli concedesse la grazia di andare in missione. Quella grazia gli era stata fatta in circostanze così curiose, con una sostituzione dell’ultim’ora. Aveva da poco più di un mese ricevuto gli ordini minori a Malines, e già partiva missionario per l’altro capo del mondo: si imbarcò a Brema il 9 novembre del 1863 e arrivò a Honolulu l’anno successivo, il 19 marzo, festa del suo patrono, san Giuseppe. Ai confratelli, prima di congedarsi, aveva chiesto di supplicare il Signore che gli concedesse «una traversata felice e il coraggio di poter compiere completamente, sempre e dovunque, la sua santa volontà».

Padre Damiano con un gruppo di lebbrosi <BR>[© Congregazione dei Sacri Cuori “Picpus”]

Padre Damiano con un gruppo di lebbrosi
[© Congregazione dei Sacri Cuori “Picpus”]

Prêtre-missionnaire
Il 21 maggio 1864 è ordinato sacerdote da monsignor Louis Maigret, vescovo di Honolulu, e incomincia la sua vita di haole – uomo bianco – tra i canachi– gli indigeni hawaiani. «Non preoccupatevi minimamente per me», scrive ai genitori: «Quando si serve Dio, uno è felice da qualsiasi parte». Il suo viaggio fra le isole ha inizio proprio da quella più grande, Hawaii, da cui il nome dell’arcipelago, unificato in Regno indipendente dal re Kamehameha tra il XVIII e il XIX secolo. Puna è il primo distretto affidato alle sue cure, un territorio nato dalla lava eruttata da un vulcano ancora attivo, sul cratere del quale un giorno s’arrampica per dimostrare ai suoi amici canachi che non c’è nessun dio Maui a scagliare contro di lui la terribile maledizione. Non c’è quindi alcuna necessità di offrirgli sacrifici. Gli hawaiani in cui si imbatte lo chiamano da subito makua, “padre”: i trecentocinquanta cattolici, gli evangelici, i pagani. Chiunque.
Rimane là meno di un anno, il tempo sufficiente per costruire quattro cappelle, per visitare costantemente i fedeli cattolici e per battezzare i bambini, e gli adulti che si convertono. «Tra i vulcani di Puna», scrive al fratello, «io desidererei prima di tutto possedere quell’amore puro per Dio, quello zelo ardente per la salvezza delle anime di cui era infiammato Giovanni Maria Vianney».
Il forte contadino fiammingo è instancabile. Allora il vescovo Maigret gli affida un distretto ancora più esteso, Kohala-Hamakua, a nord-ovest dell’isola: duemila anime, delle quali meno della metà cattoliche, sparse su una superficie di 2.500 chilometri quadrati per la quasi totalità privi di strade. Gli serve un cavallo. Se lo procura, e diventa la sua «casa». Ma ci sono angoli irraggiungibili via terra. Allora si tuffa in mare e approda a nuoto. I canachi lo aspettano, e lui va. I superiori della missione invece non lo vedono spesso, ché di rado si fa vivo a Honolulu. Scrive Gavan Daws, nella sua fondamentale biografia Padre Damiano tra i lebbrosi di Molokai (Città Nuova Editrice, Roma 1990): «Il vescovo e il provinciale della missione erano sempre contenti di vedere padre Damiano, anche solo per così brevi periodi, “con il suo bel volto ampio che scoppia di salute”». Ma lo rimproveravano perché «prendeva le decisioni rapidamente e agiva subito [...]. Durante il suo primo giro nel distretto di Puna battezzò trenta nuovi convertiti e, nel periodo trascorso a Kohala-Hamakua, i battezzati del suo territorio erano sempre più numerosi di quelli delle altre isole». I più maligni tra i confratelli non mancano di ricordare che la “fretta” di Damiano nel muoversi come missionario in quelle terre rispecchia la “fretta” con cui si è preparato alla vita religiosa e al sacerdozio, essendo entrato nella Congregazione a diciott’anni e avendo dedicato allo studio poco tempo. Racconta ancora Daws: «Correva voce che se la preparazione di padre Damiano fosse stata più lunga e impegnativa, egli avrebbe certo avvertito la necessità di una preparazione più intensa per i suoi convertiti, ma d’altro canto ciò che egli vedeva nella missione, ogni giorno, lo convinceva dell’urgenza di salvare gli hawaiani». D’altronde anche il Curato d’Ars aveva sopportato le maldicenze intorno alla sua scarsa cultura. Andava benissimo così.
Scrive un giorno al fratello: «Dio mi ha dato molte consolazioni in mezzo ai cristiani che vivono come in un convento, separati dal mondo. Una volta arrivai giusto in tempo per battezzare un neonato, che subito dopo improvvisamente morì». Celebra messa, confessa, condivide il cibo semplice che gli offrono, dorme su pagliericci abborracciati e si accomiata con un “arrivederci”. E in quelle lande sfornite di luoghi di preghiera costruisce cappelle facendosi aiutare dai suoi amici canachi, i quali lo osservano trasportare da solo gigantesche assi di legno che lui stesso ricava dagli alberi. Ormai parla correttamente la lingua locale e ha imparato ad apprezzare il carattere festoso e gioviale di quel popolo. Che raggiunge in ogni villaggio in cui è disperso, a cavallo, a nuoto. Soprattutto a piedi.
Sarebbero stati proprio i piedi, pochi anni dopo, a Molokai, a dare conferma a Damiano di quanto aveva sospettato, quei piedi che, al suo arrivo nell’Isola dei lebbrosi, gli avevano permesso di scalare agilmente le impervie scogliere, il pietroso diaframma tra Kalawao e il resto del mondo. Una sera di gennaio del 1885, di ritorno da una delle sue escursioni, li immerse nell’acqua bollente, per un pediluvio. E non percepì l’intenso calore. Li vide riempirsi di bolle, ma non sentì dolore. Era l’anestesia della lebbra, che addormenta la carne, la fa lievitare, gonfiare, rendendola scorza morta, dura e caduca corteccia.
Quando, nel 1873, aveva deciso, assieme a tre confratelli, di andare volontario in quel lebbrosario-prigione a cielo aperto, la notizia si riseppe in Europa, e fece impressione. Secondo il piano del vescovo Maigret i quattro confratelli avrebbero dovuto darsi il cambio ogni quindici giorni. Ma anche quella volta il progetto non andò in porto così come era stato pensato. Damiano si fermò là da solo. E da là non se ne sarebbe più andato.
Chi entrava a Kalawao lasciava ogni speranza. La legge imponeva l’isolamento assoluto dei malati. La paura del contagio dava corpo a fantasie malate e costruiva la falsa giustificazione morale di quella segregazione: gli infetti erano gente dissoluta perché la lebbra era un’evoluzione della sifilide.

La tomba di padre Damiano a Lovanio, in Belgio, dove nel 1936 furono traslate le sue spoglie

La tomba di padre Damiano a Lovanio, in Belgio, dove nel 1936 furono traslate le sue spoglie

«Noi lebbrosi»
Damiano, giunto a Kalawao, può constatare coi propri occhi il vertiginoso contrasto fra la bellezza di una natura così vivida e l’abbrutimento di un popolo di circa ottocento condannati a morte, con cui nessun medico e nessun sacerdote vuole avere a che fare. “In questo luogo non vi è nessuna legge”, ricorda un adagio locale a chi si avventura nei pressi di quell’inferno, dove donne e bambini soccombono alla prostituzione e alla schiavitù, i malati vengono abbandonati senza cure in uno squallido lebbrosario nel quale anche i medici e gli infermieri sono lebbrosi, i corpi dei morti lasciati insepolti in balìa della voracità degli animali.
In quel posto senza legge, un giorno di maggio del 1873, si fece sentire il fresco soffio della grazia, che un sacerdote-contadino portava nel sorriso con cui accoglieva gli uomini sfigurati, nel volto dei quali, diceva, c’era «il volto luminoso di Cristo».
Al suo arrivo trova una cappella dedicata a santa Filomena, e nient’altro: «Neanche una misera baracca dove ritirarmi», racconta in una missiva: «Per molto tempo mi vidi costretto a vivere giorno e notte sotto ai rami di un albero, non osando dormire nella stessa abitazione dei lebbrosi». E poi aggiunge: «Sono venuto qui assolutamente senza nulla. Non conto nemmeno su un centesimo di entrate, e ciò nonostante non mi manca nulla; ho perfino ancora il sufficiente per dare alcune elemosine... Come spiegare questo? Tale è il segreto di Colui che promise il cento per uno a quanti lasciassero tutto per Lui». Una promessa che, graziosamente mantenuta, continuò a sorprendere il religioso e chi ebbe l’avventura di trascorrere in sua compagnia i pochi anni che gli erano rimasti da vivere. Infatti, dopo il primo duro impatto, Damiano non poté più sopportare la schizofrenia di una sopravvivenza garantita da un precario cordone sanitario che lo avrebbe dovuto tenere a distanza di sicurezza dai malati. Nelle omelie cominciò a usare l’espressione: «Noi lebbrosi». In loro iniziò a «trovare molta consolazione, poiché ho qualcosa del medico, come san Damiano, procuro con l’aiuto di Dio di alleviare le loro pene e calmare i loro dolori corporali, portandoli allo stesso tempo sul cammino della salvezza. Tutti loro sanno il catechismo mirabilmente e assistono giornalmente la mattina alla santa messa, e nel pomeriggio alla preghiera del rosario».
Quell’uomo «ostinato, brusco e impertinente», come lo definiscono alcuni addetti del Ministero della Sanità del Regno hawaiano, si mette a mangiare coi parrocchiani malati, a curarli per quello che può, a costruire un cimitero, un orfanotrofio, case e cappelle, refettori e dormitori, a riorganizzare le attività agricole, a chiedere per i “suoi lebbrosi” aiuti economici che a un certo punto iniziano a piovere copiosi da tutta Europa e dal mondo. Raccontò uno di loro: «Ci circonda delle sue sollecite attenzioni e costruisce da solo le nostre case. Quando qualcuno di noi è malato, ci porta tè, gallette e zucchero; e dà ai poveri di che vestirsi. Non fa distinzioni tra cattolici e protestanti». Se infatti, come spiega padre Bruno Benati nel libro Questo è Amore. Damiano di Molokai (Congregazione dei Sacri Cuori “Picpus”, Roma 2008), «i più duri con la sua opera in quel tempo furono alcuni fratelli di comunità gelosi del suo successo e della sua popolarità», fu invece proprio da molti protestanti che ebbe segni di conforto e amicizia. Un pastore anglicano londinese, Hugh Chapman, organizzò tra i propri parrocchiani, i correligionari e i lettori del Times, una sottoscrizione economica in favore del prete cattolico, che battezzava centinaia di bambini e moribondi, celebrava in processione coi lebbrosi la festa del “Corpus Domini”, istituiva l’“Adorazione perpetua riparatrice” davanti al Santissimo, e scriveva: «Senza la presenza costante del nostro Divino Maestro nella mia povera cappella, io mai avrei potuto perseverare, condividendo la mia sorte con quella dei lebbrosi di Molokai».
Anche in tali segni di simpatia Damiano coglie il sorriso del Signore, che non ha mai smesso di giocare con lui. Sorprende quel sorriso pure quando si reca a trovarlo la principessa reggente Liliuokalani, protestante anch’essa, che resta profondamente colpita da quello che vede a Kalawao e che conferisce a Damiano la Croce di Cavaliere dell’Ordine Reale di Kalakaua. La avrebbe indossata una volta sola – il giorno stesso del conferimento – perché «non si adatta alla mia vecchia sottana rammendata». Ma è lieto della visita della principessa, che da allora in poi non smetterà mai di dichiararsi «sua amica».
Tanti divennero suoi amici in quegli anni, come il medico della Marina statunitense G. W. Woods, che, dopo una visita nella colonia, appuntò: «Ho visto tutti i luoghi del mondo affetti dalla lebbra, però non ne ho trovato nemmeno uno in cui i lebbrosi fossero tanto sereni, tanto contenti, dove si ricevessero tante cure come a Molokai».

«Quanto è buono Dio»
«Benché conosca molto bene il carattere della mia infermità, sono tranquillo, rassegnato e contentissimo in mezzo alla mia gente». Clifford lo aveva accompagnato in giro per Kalawao e, nel frattempo, aveva anche terminato il ritratto, che non rammentava affatto la scabrezza della lebbra impressa sul volto di padre Damiano. Lui, un pittore “realista”, aveva raffigurato un viso delicato, “tranquillo, rassegnato e contentissimo”, coi segni della malattia appena accennati, suggeriti più che descritti. Il religioso prese la tela e la guardò, sorridendo: «Che brutta faccia! Non sapevo che la malattia avesse fatto tanti progressi!».
Dopo due settimane di permanenza, il pittore, congedandosi, abbracciò il sacerdote, da cui all’arrivo a Molokai si era lasciato stringere la mano con un po’ di tremore e preoccupazione. Si era ripromesso di tornare a trovarlo, non immaginava che da lì a quattro mesi – il lunedì santo, 15 aprile, del 1889 – padre Damiano sarebbe morto. «Quanto è buono Dio», avrebbe detto poco prima di spirare: «Mi ha lasciato vivere il tempo sufficiente per avere due sacerdoti al mio fianco ad assistermi nelle ultime ore. E quanto è consolante sapere che adesso vi sono sorelle nel lebbrosario. Da adesso in poi, già non c’è più bisogno di me qui. I lebbrosi sono in buone mani».
Ricordando la propria partenza dall’Isola dei lebbrosi, Clifford annotò nel suo diario: «Padre Damiano rimase con la sua gente sulle rocce finché non scomparimmo alla vista. Il sole stava calando all’orizzonte mentre i suoi raggi avvolgevano i fianchi delle montagne; e allora vidi ciò che rimaneva di Molokai avvolto in una bruma dorata».
Nella mano stringeva l’immaginetta che il religioso gli aveva regalato, in ricordo di quei giorni: «“Ero infermo, e mi hai visitato”. A Edward Clifford, da parte del suo amico lebbroso, Giuseppe Damiano De Veuster».


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