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PRESENTAZIONE
tratto dal n. 02/03 - 2010

Montini e Agostino


Sant’Agostino negli appunti inediti di Paolo VI.
Aula magna, Palazzo del Bo, Padova martedì 25 novembre 2008


di Gianpaolo Romanato


Gianpaolo Romanato

Gianpaolo Romanato

Soltanto due parole per portarvi il benvenuto e il saluto molto caloroso del rettore, nonché il suo rammarico perché impegni precedenti gli hanno impedito di essere presente questa sera; rammarico molto sincero, perché voi tutti sapete quanto il professor Milanesi sia legato all’iniziativa dei Convegni sull’attualità di sant’Agostino fin dal suo nascere, ormai più di dieci anni or sono. Il rettore aveva almeno due buone ragioni, oltre al fatto di essere il massimo responsabile della nostra Università, per introdurre questa serata. È un filosofo, e questa sera si parla di un sommo filosofo come Agostino, ed è un bresciano, e questa sera si parla di un Papa bresciano come Paolo VI. Io non sono né filosofo né bresciano né rettore, e quindi le ragioni che legittimavano la presenza del professor Milanesi per me non valgono.
Permettetemi però di ricordare che un legame con l’argomento di cui tratterete, che mi fa piacere richiamare, lo ho anch’io. Lo segnalo, anche se vi toglierò qualche minuto, perché fornisce un piccolo contributo alla vostra riflessione. Molti anni fa, all’inizio della mia carriera, scrissi un saggio, pubblicato sulla rivista La scuola cattolica nel 1983, che si intitolava Le letture del giovane Montini. Quel saggio era costituito dalla trascrizione e dal commento di due documenti di Montini. Il primo documento era la bibliografia da lui utilizzata nei corsi di religione che tenne agli studenti universitari della Fuci nel periodo che va dal 1925 al 1933. Egli svolse cinque corsi di religione, pubblicati sulla rivista della Fuci del tempo, Azione fucina, e poi riediti in autonomi volumetti dall’editrice Studium, nata proprio in quegli anni anche per sua iniziativa. Insieme con il compianto Franco Molinari, allora professore di Storia moderna alla Cattolica di Brescia, ricavai dalle note e dal testo tutti i riferimenti bibliografici, li rimisi in ordine e li pubblicai in appendice al saggio, volto a ricostruire, attraverso questa fonte allora ancora sconosciuta, il timbro culturale e gli interessi del futuro Pontefice.
Il secondo documento che trascrissi ed esaminai, più legato a Padova, era un inedito fornitomi dal professor Marino Gentile, professore di Filosofia teoretica in questa Università che certamente i più anziani tra i presenti ricordano. Marino Gentile aveva fatto parte della Fuci negli anni in cui Montini ne era assistente spirituale ed era molto legato a lui, ne aveva un ricordo splendido, fatto di stima e direi quasi di venerazione. Io mi ero laureato con Gentile e dopo la laurea, pur essendomi spostato dall’ambito filosofico a quello storico, ero rimasto in ottimi rapporti con lui. Il professor Gentile mi raccontò che Montini, che aveva mostrato in vario modo la sua considerazione nei suoi confronti, allora nulla più che un promettente e giovane studente d’università, gli aveva commissionato uno studio bibliografico sulla cultura cattolica. Il lavoro non andò in porto e non fu pubblicato. Però a Gentile erano rimaste quattro o cinque pagine manoscritte di Montini, nelle quali gli dava delle indicazioni bibliografiche, velocissime, rapide, ma molto precise. Indicazioni orientative, senza pretesa di esaustività e di completezza, ma significative della propria cultura proprio perché stese currenti calamo, non senza anche qualche preciso giudizio. Il documento, non datato, era collocabile verso la fine degli anni Venti. Mi diede questo inedito e io lo pubblicai insieme al testo di cui vi ho detto prima, premettendo un saggio illustrativo e orientativo.
Perché ricordo questo mio lontano lavoro? Perché l’autore che Montini citava di più in queste due bibliografie era sant’Agostino. Citava molto i contemporanei, tantissimi, ricordo che indicava anche autori che allora nessun ecclesiastico avrebbe avuto il coraggio di segnalare. Citava Ernesto Buonaiuti, un personaggio che era stato scomunicato e dichiarato addirittura “vitando”, cioè da sfuggire da parte di ogni buon cattolico. Quest’uomo che diventerà papa, invece, era talmente libero che indicava Buonaiuti fra le proprie fonti. Ma l’autore che cita di più, appunto, è sant’Agostino, e non soltanto La città di Dio o Le confessioni, ma anche molte opere, se possiamo dire così, minori, a testimonianza di una frequentazione, di una familiarità, di un’attenzione verso l’Ipponate che facevano evidentemente parte del suo più intimo bagaglio culturale.
Cercai anche di andare a fondo di questo interesse di Montini per Agostino e scoprii che il tramite era stato, con molta probabilità, padre Bevilacqua, il sacerdote oratoriano che era stato suo maestro, e che poi, come tutti ricordiamo, Montini gratificò, una volta divenuto papa, elevandolo al cardinalato: Bevilacqua accettò ma a condizione di rimanere parroco. Credo che sia l’unico caso di cardinale parroco della storia della Chiesa.
Chiudo, e chiedo scusa se ho rubato qualche minuto ai vostri interventi. Ho voluto soltanto segnalarvi come, nella vastissima, e anche, lasciatemelo dire, un tantino disordinata cultura montiniana, fatta di letture in ogni direzione, un posto fin dall’inizio, cioè fin dai tempi della formazione giovanile, un posto di assoluto rilievo occupi la figura di sant’Agostino, di cui appunto si parlerà questa sera.
Vi ringrazio.


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