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DEVOZIONE
tratto dal n. 06/07 - 2010

Il Santo Chiodo della Croce


La reliquia, conservata nel Duomo di Milano ed esposta ogni settembre alla venerazione dei fedeli, ha una forma che poco assomiglia a ciò che comunemente intendiamo per chiodo. Ma proprio per questo potrebbe effettivamente essere stata utilizzata per il genere di supplizio inflitto a Gesù. Intervista con il professor Ernesto Brunati


Intervista con il professor Ernesto Brunati di Giovanni Ricciardi


L’arcivescovo cardinale Dionigi Tettamanzi usando la <I>Nivola</I> preleva il Santo Chiodo, Duomo di Milano, 12 settembre 2009 [© Itl-Diocesi di Milano]

L’arcivescovo cardinale Dionigi Tettamanzi usando la Nivola preleva il Santo Chiodo, Duomo di Milano, 12 settembre 2009 [© Itl-Diocesi di Milano]

Ogni anno, in settembre, per l’Esaltazione della Santa Croce, nel Duomo di Milano si svolge un rito molto suggestivo. La Nivola, un particolare ascensore progettato agli inizi del Seicento e mosso oggi da un argano elettrico, sale fino all’altezza di quaranta metri per permettere di prelevare, da una teca sospesa poco sotto il fastigio dell’abside, la più preziosa reliquia della Chiesa ambrosiana: il Santo Chiodo. Tradizione vuole che si tratti di uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione del Signore e ritrovati nella prima metà del IV secolo sul Golgota, insieme alla Vera Croce, da Elena, madre dell’imperatore Costantino.
Il Santo Chiodo, portato a terra, viene solennemente esposto alla venerazione dei fedeli, per essere riportato alla sua “alta” sede al termine della festività.
Ma chiunque si disponga a osservare l’oggetto da vicino è anzitutto colpito dalla sua curiosa forma, che poco assomiglia a ciò che comunemente intendiamo per chiodo. Si tratta in realtà di una punta metallica, lunga circa 24 centimetri, su una delle cui estremità non si trova una “testa” di ferro, ma un anello, a sua volta agganciato a un anello più grande. Inoltre, nella stessa teca è contenuto, insieme a del filo di ferro, anche un altro oggetto, un cavallotto, che presenta due anelli alle estremità.
Per la sua somiglianza a un morso di cavallo, il Santo Chiodo è conosciuto anche come Sacro Morso, con allusione alla notizia antica, risalente a sant’Ambrogio, secondo la quale uno dei chiodi della Croce sarebbe stato usato da Elena per forgiare il frenum del cavallo di Costantino.
Un’interpretazione che, secondo alcuni studi, sarebbe da mettere fra parentesi. Ne è convinto l’ingegner Ernesto Brunati, che al Santo Chiodo ha dedicato due interessanti articoli (E. Brunati, Pensando alla crocifissione, in Collegamento pro Sindone, 1996, May/June, pp. 24-35; Id., Il Santo Chiodo del Duomo di Milano, in Collegamento pro Sindone, 1999, May/June, pp. 13-34), sostenendo che proprio quella strana forma potrebbe spiegare molte delle difficoltà che al moderno studioso si presentano in relazione alla comprensione della pratica della crocifissione nel mondo romano. E che quel chiodo potrebbe effettivamente essere stato utilizzato per il genere di supplizio che fu inflitto a Gesù.

Ingegnere, da dove nasce il suo interesse per la reliquia del Santo Chiodo?
ERNESTO BRUNATI: Dal fatto che quell’oggetto, debitamente interrogato, può fornire risposte interessanti alle domande che lo studioso si pone sulle tecniche di crocifissione nel mondo antico. E che l’apparente stranezza della sua forma deriva dal fatto che in realtà il nostro immaginario su questo tema è inevitabilmente deformato dalle rappresentazioni iconografiche tradizionali. Che invece presentano degli aspetti discutibili.
Quali sono questi aspetti?
BRUNATI: Si dà per scontato, ad esempio, che per crocifiggere un condannato si utilizzassero chiodi che, dopo aver trafitto polsi e piedi, erano piantati a fondo nel legno della croce. Accettare questo, vuol dire accettare l’idea che tutto il peso del corpo del condannato sarebbe andato a gravare unicamente sui chiodi. Ora, la ferita provocata da un chiodo che attraversa un polso già di per sé è spaventosamente dolorosa. Se poi su di essa si esercita una forza corrispondente al peso di una persona, si superano rapidamente i limiti della sopportabilità umana, oltre i quali si perdono i sensi. Se un crocifisso fosse svenuto, a braccia aperte, non avrebbe più avuto la forza di sollevarsi sulle gambe per permettere alla cassa toracica di muoversi e garantire il respiro. E sarebbe deceduto quasi immediatamente. Questo contrasta con lo scopo stesso di quel genere di supplizio. Le fonti antiche, Vangeli compresi, non entrano nei particolari tecnici. Ma una cosa è certa: l’aspetto che rendeva terribile la crocifissione era la durata considerevole delle sofferenze inflitte al condannato il quale doveva restare per un tempo abbastanza lungo in vita sulla croce prima di spirare, come monito per chi assisteva a questo tipo di esecuzione capitale. Perciò il crocifisso doveva avere la possibilità di respirare senza soffocare subito. Ma con il chiodo infisso nel legno, questo sarebbe stato praticamente impossibile.
Perché?
BRUNATI: Un uomo in croce, nonostante il dolore provocato dai chiodi, doveva riuscire, per respirare, a puntare i piedi e a sollevarsi, allentando la tensione delle braccia. È provato infatti che le braccia aperte a 120 gradi e tenute in tensione dal peso del corpo non consentono alla gabbia toracica di compiere i movimenti richiesti dalla respirazione. Per cui, per sopravvivere, era obbligato a sollevarsi, puntando i piedi e piegando almeno uno dei gomiti. Questo movimento implica una considerevole rotazione del polso. Se il chiodo fosse stato infisso nel legno non avrebbe certamente potuto assecondare questa rotazione. Avrebbe opposto una forte resistenza al movimento, causando ulteriori sforzi e dolori inimmaginabili. Senza contare il fatto che all’epoca i chiodi avevano lo stelo a sezione quadrata, e la rotazione avrebbe dovuto provocare una divaricazione delle ossa del polso. Un dolore e uno sforzo, insomma, impossibili da sopportare per un tempo prolungato. Un chiodo come quello custodito nel Duomo di Milano invece rappresenta un’alternativa alla nostra maniera tradizionale di concepire la crocifissione. E anche se non posso affermare, naturalmente, che si tratta di uno dei chiodi usati nella Passione di Gesù, ritengo che sia un tipo particolare di chiodo concepito espressamente per eseguire una crocifissione.
Può spiegarci come ha ipotizzato il suo funzionamento?
BRUNATI: I tre pezzi di cui è composto il Santo Chiodo permettono di piantare lo stelo nel polso senza che il chiodo sia infisso nel legno. Il piccolo morso ricurvo, o “cavallotto”, con i due anelli alle estremità, veniva posto sul polso del condannato. Si legava poi il filo di ferro ai due anelli di questo morso e si faceva passare il filo attraverso l’anello che si trova sulla testa del lungo chiodo di 24 centimetri. Si posizionava il chiodo sul dorso del polso del condannato, e, tirando energicamente il filo di ferro, si faceva in modo che lo stelo penetrasse nella carne senza bisogno di usare martelli. Annodando poi il filo di ferro si impediva qualsiasi ulteriore sfilamento. Una volta compiuta l’operazione, che si svolgeva a terra, i chiodi, e con essi tutto il corpo del crocifisso, venivano appesi al braccio orizzontale della croce, o patibulum, che doveva avere dei ganci fissi. Il patibulum era poi issato, tramite un sistema di carrucole, sul braccio verticale, o stipes.
Un’analoga procedura poteva essere eseguita per i piedi, che un chiodo avrebbe trapassato, sovrapposti, dal basso verso l’alto, forando da parte a parte il primo, ma non completamente il secondo. Questo sembra compatibile con quanto si vede nella Sindone, dove, mentre entrambe le piante dei piedi appaiono forate, solo il dorso sinistro presenta una grande macchia di sangue, mentre il destro no. Esso non venne dunque trapassato nella sua interezza.
Ogni anno con la <I>Nivola</I> 
l’arcivescovo preleva il Santo Chiodo 
posto sulla volta dell’abside del Duomo, a quaranta metri d’altezza, per esporlo alla venerazione dei fedeli per tre giorni, in occasione della festa 
dell’Esaltazione della Santa Croce [© Itl-Diocesi di Milano]

Ogni anno con la Nivola l’arcivescovo preleva il Santo Chiodo posto sulla volta dell’abside del Duomo, a quaranta metri d’altezza, per esporlo alla venerazione dei fedeli per tre giorni, in occasione della festa dell’Esaltazione della Santa Croce [© Itl-Diocesi di Milano]

Perché questa procedura le appare più ragionevole rispetto all’infissione dei chiodi nel legno?
BRUNATI: Per vari motivi. Anzitutto, questo sistema semplifica notevolmente tutta l’operazione della crocifissione e della deposizione. Per deporre il crocifisso e trasportarlo verso il sepolcro, è sufficiente infatti sganciare gli anelli dai due bracci della croce. Inoltre questo consente di trasportare il corpo senza toccarlo. Infine, consente al crocifisso di respirare molto più a lungo, rendendo più sopportabile il dolore e quindi prolungandolo nel tempo.
In che modo?
BRUNATI: I chiodi, non essendo bloccati nel legno, consentono al crocifisso di muoversi con un dolore più sopportabile, perché rimangono solidali ai polsi o ai piedi e li seguono in tutti i movimenti richiesti dalla necessità di respirare. Inoltre il morso di ferro, rimanendo aderente al polso, un po’ come una manetta, permette di scaricare su di esso gran parte della componente verticale del peso del corpo. In altre parole, con la chiodatura normale, tutto il peso del corpo si scaricherebbe sullo stelo del chiodo e quindi direttamente sulla ferita del polso. Con il Santo Chiodo, invece, una grossa parte di quel peso finisce sul morso per scaricarsi, senza passare dalla ferita, tramite il fil di ferro e l’anello, sul gancio piantato nel legno. E fa sì che il crocifisso possa compiere l’operazione di sollevarsi per respirare senza subire un dolore talmente lancinante da provocare lo svenimento.
L’ipotesi che l’uomo della Sindone possa essere stato crocifisso con un chiodo simile a quello conservato nel Duomo di Milano è dunque plausibile?
BRUNATI: Io credo di sì. Ad esempio, uno degli elementi che destano sorpresa nello studio della Sindone è il fatto che su di essa non vi è, per così dire, traccia della deposizione. Se i chiodi fossero stati effettivamente piantati nel legno, l’operazione di staccare il corpo dalla croce avrebbe dovuto essere fatta con delle tenaglie, con un movimento in qualche modo violento, che avrebbe lasciato tracce sul telo sindonico. Ma sulla Sindone non c’è alcun segno di questo tipo, né sbavature nelle macchie di sangue che indichino un contatto con mani o corde o altri supporti utilizzati per trasportare il corpo al luogo della sepoltura. Ma se invece, come ho detto, i chiodi venivano semplicemente tolti dal gancio che li legava alla croce, gli anelli di aggancio, con i chiodi ancora infissi nei polsi, potevano essere utilizzati per tenere il corpo sollevato da terra e trasportarlo al sepolcro senza doverlo toccare. Deposto l’uomo, e sciolto il filo di ferro, lo stelo del chiodo doveva essere semplicemente sfilato dal polso, senza toccare il corpo, né rischiare di macchiarsi di sangue.


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