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DOSSIER MITROKHIN
tratto dal n. 02 - 2003

L’archivio Mitrokhin su Giovanni Paolo II

Wojtyla visto dal Kgb


Alcune pagine tratte dal libro di Cristopher Andrew: l’archivio Mitrokhin, le attività segrete del Kgb in Occidente. Le analisi e le osservazioni dei servizi di spionaggio sovietici sull’arcivescovo di Cracovia, sulla sua nomina a papa, sui suoi rapporti con Solidarnosc


di Davide Malacaria


Per spiare Wojtyla

Il cardinale Karol Wojtyla celebra la messa all’aperto a Nowa Huta, dopo aver consacrato una nuova chiesa

Il cardinale Karol Wojtyla celebra la messa all’aperto a Nowa Huta, dopo aver consacrato una nuova chiesa

Tra gli illegali [agenti del Kgb non inquadrati nelle strutture ufficiali del servizio, ndr] c’era l’ormai esperto Gennadij Bljablin (Bogun) (che si spacciava per un fotoreporter della Germania occidentale) al quale fu data una lista di cinque persone da coltivare, di cui doveva cercare di convincerne due o tre a "collaborare sotto falsa bandiera", illudendoli di fornire informazioni non al Kgb, bensì a simpatizzanti della Germania occidentale. Probabilmente il nome più importante sulla lista era quello di padre Andrzej Bardecki, assistente personale del cardinale arcivescovo Karol Wojtyla di Cracovia, che il Centro [così veniva indicato il quartier generale del Kgb e, in particolare, la sezione esteri dello stesso, ndr] considerava come la figura religiosa preminente della Chiesa polacca. Senza dubbio il Kgb non prevedeva che meno di otto anni più tardi Wojtyla sarebbe diventato il primo Papa polacco, ma mostrò una certa capacità di intuizione nell’identificarlo come potenziale minaccia al regime comunista.

Il Papa polacco e
la crescita di Solidarnosc

Per quarant’anni tutti gli attacchi agli Stati comunisti monopartitici, instaurati in Europa orientale sull’onda della Seconda guerra mondiale, erano stati fermati con successo. I dissidenti dei regimi si erano sentiti di solito troppo deboli per organizzare qualunque tipo di palese opposizione. Nelle rare occasioni in cui la sopravvivenza di uno Stato monopartitico sembrò messa in discussione, nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia, si procedette a troncare la minaccia in modo rapido e violento con una schiacciante dimostrazione di forza. Tuttavia la sfida polacca al sistema sovietico ebbe successo laddove la rivolta ungherese e la Primavera di Praga avevano fallito. Sebbene contenuta per un decennio, la situazione non poté mai essere dominata e, alla fine, rappresentò l’inizio della disintegrazione del blocco sovietico.
La crisi polacca ebbe inizio in un modo del tutto nuovo e inaspettato, non come in Ungheria e in Cecoslovacchia, cioè con l’emergenza di governi revisionisti, ma con l’elezione, il 16 ottobre 1978, di Karol Wojtyla arcivescovo di Cracovia, a papa Giovanni Paolo II. Nessun leader sovietico fu tentato a lungo di ripetere la sprezzante domanda di Stalin alla fine della Seconda guerra mondiale: "Quante divisioni possiede il Papa?". L’indebolimento del regime costruito da Stalin dopo Jalta non iniziò per mano del potere militare dell’Occidente, ma grazie all’autorità morale del primo Papa polacco, che eclissò in breve tempo quella del Puwp (il Partito comunista polacco).
Boris Aristov, ambasciatore sovietico a Varsavia, riferì al Politburo che le autorità polacche consideravano il nuovo Papa "un virulento anticomunista". Il Centro fu d’accordo. Wojtyla era stato fin dal 1971 il bersaglio di operazioni "Progress" volte a controllare il suo ruolo presumibilmente sovversivo nei confronti dell’autorità dello Stato monopartitico polacco. Il giorno dopo l’elezione di Wojtyla, il capo della missione del Kgb a Varsavia, Vadim Pavlov, inviò a Mosca un giudizio su di lui da parte dell’Sb, l’equivalente polacco del Kgb:

Wojtyla è sostenitore di un punto di vista estremamente anticomunista. Senza opporsi apertamente al sistema socialista, ha criticato il funzionamento dei Ministeri statali della Repubblica del popolo polacco, lanciando le seguenti accuse:
- restrizione dei diritti umani di base dei cittadini polacchi;
- sfruttamento inaccettabile dei lavoratori, che "la Chiesa cattolica deve proteggere dal Ministero del Lavoro";
- limitazione delle attività della Chiesa cattolica e visione dei cattolici come di cittadini di seconda classe;
- conduzione di una vasta campagna volta a convertire la società all’ateismo e a imporre un’ideologia aliena alla popolazione;
- negazione del ruolo tipicamente culturale della Chiesa cattolica e conseguente privazione del patrimonio nazionale della cultura polacca.

Secondo Wojtyla il concetto di Stato monopartitico "significava privare la gente della propria sovranità". Egli sosteneva che "la collettivizzazione portava alla distruzione dell’individuo e della sua personalità". Il fatto che osasse dire ciò che la maggior parte dei cattolici polacchi pensava sembrò sia al Kgb sia all’Sb la prova del suo impegno nel rovesciamento ideologico.
Il rapporto dell’Sb inviato al Centro rivela che, fin dal 1973-74, il procuratore generale polacco aveva pensato di fare causa a Wojtyla per le sue prediche. Tre delle sue omelie (a Varsavia il 5 marzo 1973, a Nowa Huta, un sobborgo di Cracovia, dove si trovano le più importanti acciaierie, il 12 marzo 1973 e a Cracovia il 24 novembre 1974) furono incriminate in base all’articolo 194 del Codice penale, che prevedeva da uno a dieci anni di reclusione per affermazioni sovversive durante funzioni religiose. Secondo un informatore dell’Sb, Wojtyla durante una delle sue prediche avrebbe dichiarato che "la Chiesa ha il diritto di criticare ogni manifestazione o aspetto delle azioni delle autorità se queste sono considerate inaccettabili dalla popolazione". Comunque Wojtyla era protetto dalla sua posizione di rilievo. Sebbene negli anni Cinquanta l’Ub (predecessore dell’Sb) avesse incarcerato per tre anni il primate polacco, cardinale Stefan Wyszynski, negli anni Settanta il regime di Gierek non osò più arrestare un cardinale. Così l’Sb cadde in un tono d’ingiuria profondamente impotente quando denunciò "il supporto morale di Wojtyla alle iniziative di soggetti antisocialisti".
Nel giugno del 1976 Gierek ripeté l’errore che aveva portato alla caduta di Gomulka sei anni prima e ordinò, all’improvviso, un aumento dei prezzi dei generi alimentari. Dopo un’ondata di scioperi e sollevazioni di protesta, l’aumento dei prezzi fu revocato. Il 30 settembre Wojtyla istituì un fondo per assistere le famiglie di coloro che nell’arcidiocesi di Cracovia erano stati messi in prigione per aver preso parte alle proteste e per aver ferito, durante gli scontri, la polizia antisommossa. Dopo l’ondata di scioperi, inoltre, si interessò attivamente alla formazione del Kor, il Comitato per la difesa dei lavoratori, che intendeva creare un’alleanza tra i lavoratori e gli intellettuali dissidenti.
Wojtyla raramente leggeva il giornale: ascoltava le notizie alla radio o le guardava alla televisione. Tuttavia ogni quindici giorni padre Andrzej Bardecki, funzionario di collegamento della Chiesa con il settimanale cattolico Tygodnik Powszechny (al quale Wojtyla dava un regolare contributo), veniva nel suo studio all’arcivescovado di Cracovia per aggiornarlo. Bardecki era stato oggetto di azioni "Progress" da parte degli illegali del Kgb fin da quando Bogun, presentandosi come un fotoreporter della Germania occidentale, aveva preso contatto con lui per la prima volta nel 1971. Nel 1977 un altro illegale, Ivan Ivanovic Bunyk, nome in codice Filosov ("il filosofo"), istruito dal Centro a procurare delle fonti all’interno della Chiesa polacca, ebbe una serie di incontri con Bardecki. Sebbene il dossier dal quale Mitrokhin ha ricavato le sue annotazioni non includa i rapporti di Filosov dalla Polonia, rimane un po’ il dubbio che la ragione fondamentale dei rapporti con Bardecki sia la ricerca di informazioni su Wojtyla.
I rapporti di sorveglianza dell’Sb che si riferiscono al 1977 riferiscono che Wojtyla si schierava con vari movimenti di protesta. Il 23 marzo ricevette gli studenti che avevano organizzato una petizione di protesta contro le autorità e dette loro il suo sostegno. Egli invocava sempre più, quale simbolo di resistenza a uno Stato ingiusto, l’esempio di san Stanislao, vescovo martire della vecchia Cracovia, il cui sarcofago d’argento formava parte dell’altare maggiore nella cattedrale:

San Stanislao è divenuto il santo patrono dell’ordine morale e sociale del Paese [...]. Egli osava dire al re in persona che doveva rispettare la legge di Dio [...]. Egli era anche il difensore della libertà, diritto inalienabile di ogni uomo, cosicché la violazione di questa libertà da parte dello Stato rappresenta, nello stesso tempo, la violazione dell’ordine sociale e morale.

È facile immaginare la rabbia del Centro mentre Wojtyla continuava impunemente a difendere i diritti dell’individuo contro le violazioni da parte dello Stato polacco. Tra i maggiori risultati ottenuti da Wojtyla negli anni di Cracovia ci fu la consacrazione, il 15 maggio 1977, della grande chiesa di Nowa Huta, edificata dopo molti anni di opposizione da parte di un regime che aveva tentato di escludere una presenza visibilmente cattolica da quello che era inteso come un modello di "città socialista". Durante un suo sermone a un’assemblea di oltre 20mila persone, Wojtyla impartì la sua benedizione a coloro che protestavano contro la morte di un attivista del Kor, Stanislaw Pyjas, che secondo l’opinione di molti, nonostante smentite ufficiali, era stato assassinato dall’Sb. Quella sera una lunga processione di persone in cordoglio rivolse i propri passi attraverso le strade di Cracovia fino al castello di Wawel, dove fu istituito un Comitato studentesco di Solidarietà. Comitati del genere nacquero in altre città, tutti indipendenti dall’Unione socialista degli studenti polacchi vicina al partito.
Quando le campane della chiesa risuonarono per tutta la Polonia il 16 ottobre 1978 e le strade si riempirono di folle agitate per celebrare l’elezione di Wojtyla a Papa, il Politburo del Puwp reagì in forma privata con shock e allarmismo. Pubblicamente, tuttavia, si sentì obbligato a malincuore ad associarsi allo stato d’animo di giubilo del popolo e inviò un lungo telegramma di congratulazioni al Vaticano, esprimendo una gioia ipocrita perché per la prima volta "un figlio della nazione polacca [...] siede sul soglio pontificio". Quello che disturbò in particolar modo il Kgb, comunque, fu l’evidenza del fatto che tra numerosi membri del Puwp, persino tra alcuni ufficiali maggiori, la gioia era spontanea. Mentre venivano inviati rapporti ufficiali sulla felicità del popolo polacco, alcuni membri del Kgb di Varsavia fecero anche una relazione non ufficiale per i loro colleghi del Centro con alcuni degli scherzi politici che circolarono subito dopo l’elezione di Giovanni Paolo II. Fu detto che il fumo bianco del Vaticano, usato tradizionalmente come segno per l’elezione di un Papa, fosse stato seguito in questa occasione da una fumata rossa: Wojtyla aveva bruciato la sua tessera del partito. Secondo un’altra storiella satirica, il nuovo Pontefice aveva segretamente fatto visita al ministro degli Interni polacco, che era responsabile per l’Sb, e aveva pronunciato queste parole dopo l’elezione: "Compagno ministro! Le tue importanti istruzioni sono state eseguite!".
Due giorni dopo l’elezione l’ambasciatore sovietico Aristov riferì queste parole a Mosca con un tono più serio:

La leadership della Repubblica del popolo polacco ritiene pericoloso lo spostamento di Wojtyla in Vaticano perché ora sarà evidentemente più difficile usare il Vaticano quale influenza moderatrice sull’episcopato polacco per quanto riguarda le sue relazioni con lo Stato. La Chiesa cattolica adesso farà persino sforzi maggiori per consolidare la sua posizione e accrescere il suo ruolo all’interno della vita sociale e politica del Paese.
Nello stesso tempo, i nostri amici pensano che la partenza di Wojtyla dal Paese abbia anche il suo lato positivo, poiché la parte reazionaria dell’episcopato è stata privata del suo leader, uno che ha avuto l’opportunità di divenire primate della Chiesa cattolica polacca.
Aristov criticò il Politburo polacco per aver compromesso la sua stessa capacità di resistenza alle future richieste della Chiesa con la sua precedente debolezza, permettendo cioè la costruzione di nuove chiese, l’ordinazione di un maggior numero di preti e maggiore libertà di stampa alle pubblicazioni cattoliche.
Al tempo dell’elezione di Wojtyla, la Polonia rappresentava probabilmente uno dei Paesi più profondamente cattolici al mondo. Il Kgb calcolò che il 90% della popolazione era cattolica. Con 569 ordinazioni nel 1978, la Polonia ebbe il rapporto più alto di vocazioni sacerdotali rispetto alla popolazione di qualunque altro Paese. In totale c’erano 19.193 preti polacchi e 5.325 studenti nei seminari. Stime piuttosto allarmate del Kgb prevedevano cifre ancora più alte. Nei cinque anni che seguirono continuò una costante crescita nella pratica religiosa. Secondo uno studio segreto divulgato dal Comitato centrale del Puwp, "questo fenomeno emerse in modo particolarmente acuto tra le file dell’intellighenzia, in special modo tra le persone di cultura più elevata". Nel 1978 fu riportato il fatto che il 25% di coloro che avevano una cultura più alta pregavano da soli a casa; nel 1983 la cifra era salita fino a oltre il 50%. Lo studio del Comitato centrale attribuì plausibilmente la crescita alla "crisi socio-politica" e all’influenza del Papa polacco. Persino molti ufficiali del partito polacco si sentirono in soggezione di fronte alla spiritualità intensa e mistica di Wojtyla. Essi riferirono a Mosca che egli trascorreva spesso da sei a dieci ore in preghiera al giorno. Entrando nella sua cappella privata, gli aiutanti avrebbero potuto trovarlo talvolta disteso immobile sul pavimento di marmo con le braccia aperte a forma di croce. Ciò che maggiormente interessò il Centro durante le prime settimane del nuovo pontificato, comunque, fu l’evidente determinazione del Papa a dare al Vaticano una voce più forte negli affari del mondo. Sebbene gli interessi di Giovanni Paolo II spaziassero ad ampio raggio nei problemi del mantenimento della pace e della salvaguardia dei diritti umani nel mondo, la sua preoccupazione maggiore era rappresentata dalla situazione in Polonia e nell’Europa orientale. Il Centro sospettava in particolar modo dell’incontro del Papa con il lituano Andris Backis, che riteneva uno dei suoi maggiori informatori sulle relazioni del Vaticano con il blocco sovietico. Il padre di Backis aveva servito come ambasciatore della Lituania indipendente a Parigi prima della guerra e si pensava che anche il figlio avrebbe seguito la stessa tradizione "borghese". Il 5 novembre il Papa fece la sua prima visita ufficiale fuori dal Vaticano, ad Assisi, città di san Francesco. Una voce proveniente dalla folla lo esortò a ricordare l’Europa orientale con queste parole: "Non dimenticare la Chiesa del Silenzio!". Giovanni Paolo II rispose così: "Non è più una Chiesa del Silenzio, perché parla attraverso la mia voce!".
Tra gli illegali mandati in Polonia dopo l’elezione di Wojtyla per operazioni "Progress" c’era Oleg Petrovic Bur’en (nome in codice Derevlyov), che finse di essere il rappresentante di una società di editori canadese. Derevlyov sostenne di raccogliere materiale sui missionari polacchi in Estremo Oriente e usò questo pretesto per contattare numerosi eminenti personaggi della Chiesa, molti dei quali lo inviavano ad altri. Se fosse stato arrestato dalla polizia o dall’Sb, avrebbe dovuto sostenere fermamente la sua copertura e insistere sul fatto di essere un cittadino canadese. In caso di vero pericolo, comunque, era stato istruito a chiedere di vedere il colonnello dell’Sb Jan Slovikowski, che sembra abbia agito come punto di contatto per gli agenti del Kgb in difficoltà con le autorità polacche. Tra i contatti più stimati di Derevlyov, c’era uno degli amici più stretti del Papa, padre Jozef Tischner, un filosofo che lo aveva aiutato a fondare l’Accademia teologica papale a Cracovia. Tischner visitava con frequenza Roma ed era, inoltre, una delle persone prescelte da Giovanni Paolo II per ridare vita al suo spirito quando si sentiva "intrappolato" in Vaticano.
Una delle maggiori ambizioni di Giovanni Paolo II durante il primo anno del suo pontificato fu quella di tornare in Polonia. All’inizio del 1979, terrorizzato dal fatto che il Politburo del Puwp si preparava a progettare una sua visita, Breznev telefonò a Gierek per tentare di dissuaderlo. "Come farei a non ricevere un Papa polacco", rispose Gierek, "quando la maggior parte dei miei connazionali è cattolica?". Breznev lo sollecitò assurdamente a persuadere il Papa di fingere una malattia diplomatica: "Di’ al Papa, che è un uomo saggio, di annunciare pubblicamente di non poter venire per motivi di salute". Dal momento che Gierek non riuscì a vedere i pregi di questo insolito suggerimento, Breznev gli disse con rabbia: "Gomulka era un comunista migliore [di te] poiché non avrebbe ricevuto Paolo VI in Polonia e non sarebbe accaduto niente di terribile!". La conversazione terminò con queste parole di Breznev: "Bene, fai ciò che vuoi, ma più tardi tu e il tuo partito lo rimpiangerete", mettendo giù il telefono.
Il 2 giugno 1979 più di un milione di polacchi si radunò nella strada dell’aeroporto, nella piazza della Vittoria di Varsavia e nella città vecchia, ricostruita dalle macerie dopo la Seconda guerra mondiale, per dare il benvenuto a Giovanni Paolo II in occasione del suo emozionante ritorno in patria. Nei nove giorni successivi, almeno 10 milioni di persone vennero per vederlo e ascoltarlo; la maggior parte degli altri 25 milioni fu testimone del suo trionfale passaggio in Polonia attraverso la televisione. Alla fine della sua visita, quando il Papa disse addio alla sua città natale, Cracovia, dove secondo le sue parole "ogni pietra o mattone mi è caro", uomini e donne si riversarono per le strade in modo incontrollato. Il contrasto tra il fallimento politico del regime comunista e l’autorità morale della Chiesa cattolica era chiaro a tutti.
Sopra, il cardinale Karol Wojtyla saluta papa Giovanni Paolo I durante la cerimonia di inaugurazione del pontificato, 
il 3 settembre 1978

A destra, il 16 ottobre 1978 
il cardinale Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, viene eletto papa

Sopra, il cardinale Karol Wojtyla saluta papa Giovanni Paolo I durante la cerimonia di inaugurazione del pontificato, il 3 settembre 1978 A destra, il 16 ottobre 1978 il cardinale Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, viene eletto papa

La visita papale, come riferì il Centro al Politburo, si era svolta secondo le loro peggiori aspettative. Molti membri del partito polacco sentirono che la battaglia ideologica era stata persa. Durante la visita la missione del Kgb a Varsavia aveva persino pensato che fosse possibile che i militanti del Kor e gli operai anticomunisti a Cracovia potessero tentare di trarre forza dal partito. Erano stati messi a punto anche preparativi di emergenza per far evacuare in Cecoslovacchia la missione sovietica di Katowice, a capo della quale c’era un ufficiale del Kgb. Il Centro pensava che Giovanni Paolo II avrebbe messo in discussione l’intero blocco sovietico. Un rapporto del Kgb poneva l’accento sul fatto che Wojtyla si era definito più volte non solo il "Papa polacco", ma anche più frequentemente il "Papa slavo". Nelle sue omelie aveva nominato a uno a uno il nome dei popoli dell’Europa orientale: polacchi, croati, sloveni, bulgari, moravi, slovacchi, cechi, serbi, russi e lituani:

Papa Giovanni Paolo II, uno slavo, un figlio della nazione polacca, sente quanto profondamente radicato egli sia sul terreno della storia [...]. Egli venne qui per parlare di fronte a tutta la Chiesa, di fronte all’Europa e al mondo, di queste nazioni e di questi popoli spesso dimenticati.

Un documento del Politburo concluse che il Vaticano aveva intrapreso una "lotta ideologica contro i Paesi socialisti". Dall’elezione di Giovanni Paolo II, la politica papale nei confronti delle regioni cattoliche dell’Unione Sovietica, specialmente l’Ucraina, la Lituania, la Lettonia e la Bielorussia, era divenuta "più aggressiva", assistendo e spalleggiando "preti sleali". Il 13 novembre la segreteria del Comitato centrale approvò una "decisione in sei punti per agire contro la politica del Vaticano riguardante gli Stati socialisti" preparata da un sottocomitato che includeva Andropov e il vicepresidente del Kgb, Viktor Cebrikov. Si istruì il Kgb a organizzare campagne propagandistiche all’interno del blocco sovietico "per mostrare che la politica del Vaticano è contro la vita della Chiesa cattolica" e a intraprendere attivi provvedimenti in Occidente "per dimostrare che la leadership del nuovo pontefice, Giovanni Paolo II, è pericolosa per la Chiesa cattolica".
Una delle maggiori priorità delle operazioni estere dell’Sb era di sviluppare una rete di agenti tra i polacchi a Roma e il Vaticano. Il 16 giugno 1980 la missione del Kgb a Varsavia riportò queste parole al Centro:

I nostri amici [Sb] hanno a loro disposizione serie posizioni operative [agenti] in Vaticano che permettono loro di avere accesso diretto al Papa e alla Congregazione romana. Escludendo gli agenti esperti, nei confronti dei quali Giovanni Paolo II è personalmente ben disposto e che possono ottenere un’udienza in ogni momento, i nostri amici hanno agenti attivi tra i capi degli studenti cattolici che sono in costante contatto con i circoli del Vaticano e che hanno accesso alla Radio Vaticana e alla segreteria papale.

Il Centro rispose con la proposta di una serie di "operazioni a lungo termine" del Kgb/Sb con le seguenti richieste:

- influenzare il Papa per un supporto attivo all’idea della distensione internazionale [così definita da Mosca], della coesistenza e della cooperazione pacifica tra gli Stati, ed esercitare un’influenza favorevole sulla politica del Vaticano in particolari problematiche internazionali;
- intensificare i dissapori tra il Vaticano e gli Stati Uniti, Israele ed altri Paesi;
- rafforzare i disaccordi interni in Vaticano;
- studiare, ideare e attuare operazioni per distruggere i piani del Vaticano volti a rafforzare le Chiese e l’insegnamento religioso nei Paesi socialisti;
- servirsi dei vantaggi del Kgb all’interno della Chiesa russa ortodossa e delle Chiese gregoriane della Georgia e dell’Armenia; ideare e attuare attive misure per contrapporsi all’espansione dei contatti tra queste Chiese e il Vaticano;
– identificare i canali attraverso i quali la Chiesa polacca aumenta la sua influenza e rinforza il lavoro della Chiesa all’interno dell’Unione Sovietica.

A causa dell’ansia del Politburo polacco di evitare il confronto con la Chiesa cattolica, comunque, il Centro si aspettava ben poco da quello che le operazioni di contatto del Kgb/Sb avrebbero potuto raggiungere:

Dal nostro punto di vista, fintantoché i nostri amici [Sb] hanno paura di danneggiare lo sviluppo delle relazioni tra la Repubblica del popolo polacco e il Vaticano, e tra Stato e Chiesa, non mostreranno molta intenzione di mettere in pratica le misure che proponiamo. Ufficiali nel nostro Centro e nella missione [del Kgb a Varsavia] dovranno dimostrare delicatezza e flessibilità per trovare strategie in grado di risolvere il compito prima di loro.
Il cardinale Karol Wojtyla saluta papa Giovanni Paolo I durante la cerimonia di inaugurazione del pontificato, 
il 3 settembre 1978

Il cardinale Karol Wojtyla saluta papa Giovanni Paolo I durante la cerimonia di inaugurazione del pontificato, il 3 settembre 1978


I timori di Mosca che al Politburo polacco mancasse la forza di affrontare la minaccia alla sua autorità erano accresciuti dalla sua apparente capitolazione di fronte allo scontento della classe lavoratrice. Aumenti improvvisi nei prezzi del cibo nell’estate del 1980 suscitarono una ondata di scioperi che dettero origine al movimento sindacale di Solidarnosc, sotto la guida carismatica di un elettricista di 37 anni di Danzica fino a quel momento sconosciuto, Lech Walesa. Il ministro degli Interni informò la missione del Kgb di Varsavia che era stato costituito un centro operativo, guidato da Stachura, il direttore generale, per dirigere le operazioni di polizia e dell’Sb contro gli scioperanti, al fine di tenere sotto controllo la situazione e di fare resoconti giornalieri. A giudicare da un rapporto giunto a Mosca, il Centro era fortemente soddisfatto della sua stessa azione: "II gruppo operativo ha rivelato un livello elevato di scrupolosità e disciplina, insieme alla capacità di comprendere i suoi doveri; è stata introdotta la prontezza a combattere; è stato eliminato il congedo ed è stato introdotto il lavoro ventiquattr’ore su ventiquattro". Pur non rivendicando un "completo successo", il centro operativo sostenne di avere limitato le dimensioni del movimento degli scioperanti grazie all’eliminazione delle loro pubblicazioni e alla rottura dei legami tra coloro che protestavano in diverse parti del Paese. Oltre a ciò furono colpiti i tentativi "da parte di forze antisocialiste per stabilire contatti con l’intellighenzia artistica, scientifica e culturale, per ottenere il loro supporto alle domande degli scioperanti".
La realtà era comunque piuttosto differente. Gli scioperanti riuscirono a creare comitati di sciopero all’interno delle fabbriche per coordinare la protesta e gli intellettuali dissidenti ricoprirono un ruolo importante nel fornire loro consigli. Il giudizio finale della missione del Kgb a Varsavia era in forte contrasto con gli sforzi del ministro degli Interni per difendere la sua azione.
"L’Sb", riporta, "non ha riconosciuto in tempo la portata del pericolo o lo scontento nascosto della classe lavoratrice". E quando il movimento di sciopero ebbe inizio, sia l’Sb sia la polizia non riuscirono a tenerlo sotto controllo:

La responsabilità risiede fondamentalmente nella presidenza del Ministero degli Interni e in particolar modo nel ministro Kowalczyk e nel suo vice Stachura [...]. Allorché gli scioperi si intensificarono nelle regioni costiere, Kowalczyk perse semplicemente la testa. Secondo l’opinione della missione del Kgb, è tempo di rimpiazzare Kowalczyk e Stachura con altri funzionari.

Il 24 agosto Aristov inviò a Mosca l’allarmante notizia che il vice primo ministro, Mieczyslaw Jagielski, stava negoziando con Walesa e con i capi dello sciopero. Il giorno seguente, il Politbjuro sovietico istituì una commissione guidata da Suslov, il suo ideologo più importante, per tenere sotto controllo la crisi polacca e per proporre delle soluzioni. Il 27 agosto, su incitamento del Papa, il vescovo polacco approvò un documento che rivendicava esplicitamente "il diritto di indipendenza sia delle organizzazioni che rappresentavano i lavoratori, sia delle organizzazioni di autogoverno. Confidando nel sostegno del Papa, Walesa si convinse che il governo aveva poche possibilità se non quella di arrendersi".
Il governo polacco dette il suo assenso privatamente. Il 27 agosto i membri dirigenti del Politburo polacco si incontrarono con Aristov per tentare di persuaderlo che la parziale disintegrazione del Puwp e l’ostilità nei suoi confronti da parte di molti cittadini polacchi aveva creato "una nuova situazione":

Dobbiamo fare un passo indietro per non cadere nell’abisso, e accordarci sulla creazione di sindacati di autogestione. Non abbiamo altri strumenti politici per normalizzare la situazione, ed è impossibile usare la forza. Organizzando una ritirata tattica, possiamo raggruppare le forze del partito e preparare un’azione offensiva.

I polacchi andarono oltre la richiesta di sentire "l’opinione del compagno Breznev", riconoscendo che i sindacati, liberi dal controllo del partito, "non erano semplicemente una questione polacca, ma una questione che riguardava gli interessi dell’intera comunità socialista". In realtà, comunque, tutte le alternative alla legalizzazione di Solidarnosc erano state già escluse. L’accordo di Danzica del 31 agosto, che accettava "la formazione di sindacati indipendenti come genuina espressione della classe lavoratrice", fece una serie di concessioni politiche senza precedenti, che andavano dal diritto allo sciopero all’accordo di trasmettere la messa ogni domenica alla radio di Stato. Walesa firmò l’accordo di fronte alle telecamere con una penna enorme e dai colori accesi, che tirò fuori con ostentazione dal suo taschino. Era stata prodotta come souvenir per la visita del Papa, e aveva un’immagine di Giovanni Paolo II sulla parte superiore.


Walesa e Wojtyla

Per gran parte del 1981 il Puwp continuò a perdere terreno verso Solidarnosc. Il 15 gennaio Walesa fu ricevuto in Vaticano da Giovanni Paolo II. "II figlio è venuto a far visita al padre", annunciò con reverenza alle telecamere di tutto il mondo. Sempre più il Papa e Walesa sembravano in questo momento le vere guide della nazione polacca.

L’attentato al Papa

Il 13 maggio Giovanni Paolo II tenne la sua solita udienza del mercoledì in piazza San Pietro. Mentre stava salutando la folla dalla sua "vettura papale" scoperta, fu colpito dalla distanza di sei metri da un turco, Mehmet Ali Agca. Il proiettile passò a pochi millimetri dall’aorta del Papa: se l’avesse colpita, il Pontefice sarebbe morto all’istante. Giovanni Paolo II pensò che la sua vita fosse stata salvata per un miracolo operato dalla Vergine di Fatima in Portogallo, perché quel giorno era la sua festa. In occasione del primo anniversario dell’attentato, si recò in pellegrinaggio a Fatima per deporre il proiettile di Agca sul suo altare. Se il Papa fosse morto, senza dubbio il Kgb sarebbe stato felicissimo. Eppure non troviamo traccia in nessuno degli archivi esaminati da Mitrokhin del suo coinvolgimento nell’attentato.

La seconda visita del Papa in Polonia

Persino Lenin, in numerosi momenti della sua carriera, era stato impegnato in ritirate tattiche. Secondo Jaruzelski la Polonia doveva fare la stessa cosa. Pavlov credeva che Jaruzelski avesse intenzione di tirarsi indietro troppo tardi. Il pericolo che avrebbe agito in tal modo fu fortemente accresciuto dalla capitolazione del regime polacco alla pressione della Chiesa per una seconda visita di Giovanni Paolo II a giugno. Secondo Pavlov:

L’episcopato e le forze dell’ala destra all’interno del Puwp, e il Paese in generale, cercano di influenzare Jaruzelski e lo intimidiscono con il potere della Chiesa. Ci sono molti segni del fatto che l’ala destra e la Chiesa stanno avendo successo.

Oltre ad altri segni preoccupanti della predisposizione di Jaruzelski alla pressione dell’ala destra, c’era la sua disponibilità a permettere che le imprese agricole familiari e la proprietà terriera privata fossero inserite nella Costituzione polacca. L’ambasciata sovietica condannò un rapporto presentato al Politbjuro del Puwp il 1� febbraio circa "Le cause e le conseguenze delle crisi sociali nella storia della Repubblica del popolo polacco" come risultato del "metodo borghese":

[Il rapporto] riduce l’essenza della lotta di classe all’interno della Repubblica del popolo polacco ai conflitti fra le autorità e la società, escludendo in tal modo volontariamente la possibilità di analisi delle azioni delle forze antisocialiste, e i loro rapporti con i centri di sabotaggio ideologico dell’Occidente. Non esiste una parola sull’aiuto dell’Urss alla ricostruzione e allo sviluppo dell’economia polacca.

Dopo una lunga pressione da parte dell’ambasciata russa, che aveva ricevuto una copia in anticipo, il rapporto fu eliminato e ci si mise d’accordo sulla preparazione di una versione corretta, che enfatizzasse i presunti risultati raggiunti nella costruzione socialista sotto la guida del Puwp. Aristov, tuttavia, continuò a rimpiangere il fatto che "il lavoro ideologico rimane un settore fortemente trascurato dell’attività del Puwp", e che la guida del Puwp stava fallendo nel tenere testa "alle forze opportuniste dell’ala destra revisionista all’interno del partito". La Stampa era fortemente corrotta dal revisionismo e dall’eurocomunismo, mentre le traduzioni polacche dei libri di testo sovietici venivano apertamente sottovalutate:

È stata diffusa l’idea che il modello sovietico sia inadatto alla Polonia; il Puwp è incapace di risolvere le contraddizioni nell’interesse dell’intera società, e un "terzo percorso" deve essere sviluppato. Assistiamo a un incremento della critica nei confronti del vero socialismo.

Quando si avvicinò il momento del ritorno in Polonia di Giovanni Paolo II, l’umore ufficiale, sia a Varsavia sia a Mosca, divenne sempre più nervoso. Il 5 aprile 1983 Pavlov inviò a Viktor Cebrikov, il presidente del Kgb, una richiesta da parte di Kiszczak di "assistenza materiale e tecnica in relazione alla visita del Papa": 150 fucili del tipo usato per sparare proiettili di gomma, 20 mezzi di trasporto truppe armati, 300 macchine per trasportare senza complicazioni gli abiti del personale e l’equipaggiamento della sorveglianza, 200 tende militari e varie forniture mediche. Secondo Pavlov, Kiszczak era prossimo al panico, poiché aveva dichiarato che non era più in grado di "fidarsi di qualcuno". Le fonti dell’Sb in Vaticano riferiscono che, sebbene le dichiarazioni scritte per Giovanni Paolo II fossero solitamente moderate, lui tendeva a prendere spunto dai testi preparati, per improvvisare e lasciarsi portare dalle parole. Kiszczak temeva che avrebbe fatto lo stesso in Polonia.
L’unico motivo di ottimismo per l’Sb era rappresentato da un declino nello stato di salute del Papa in seguito all’attentato dell’anno precedente. "Ora come ora", disse Kiszczak, "possiamo solo sognare sulla possibilità che Dio lo chiami a sé il più presto possibile". Kiszczak si attaccò ardentemente a ogni possibilità che il Pontefice avesse i giorni contati. Secondo un improbabile rapporto dell’Sb, che fu passato al Kgb, Giovanni Paolo II era malato di leucemia, ma usava dei cosmetici per nascondere il suo stato di salute. Due anni prima il Kgb aveva ricevuto un rapporto altrettanto impreciso da parte dell’Avh ungherese secondo cui il Papa era malato di cancro alla spina dorsale. Circa due settimane dopo la richiesta di aiuto al Kgb da parte di Kiszczak, Aristov riferì con maggiore chiarezza che le autorità polacche stavano perdendo vigore sotto la pressione papale. Dapprima avevano rifiutato di autorizzare un grande raduno di persone all’aperto a Cracovia e a Katowice, poi avevano dato il via libera acconsentendo a entrambe le manifestazioni, correndo in tal modo il rischio inaccettabile "di infiammare il fanatismo religioso tra le fila della classe lavoratrice".
Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il 16 giugno 1983, il settimanale clandestino di Varsavia, Tygodnik Mazowsze espresse la speranza che sua visita avrebbe "permesso alla gente di rompere la barriera della disperazione, così come la sua visita del 1979 aveva infranto la barriera del terrore". Con le sue prime parole, dopo l’emozionante ritorno in patria all’aeroporto di Varsavia, Giovanni Paolo II si rivolse ai prigionieri e perseguitati del regime:

Chiedo a coloro che soffrono di essermi particolarmente vicini. E lo chiedo con le parole di Cristo: "Ero malato, e mi hai visitato. Ero in prigione e sei venuto da me". Io stesso non mi posso recare in visita da tutti quelli che sono in prigione [respiri affannosi giungono dalla folla], tutti quelli che stanno soffrendo. Chiedo però loro di essermi vicini nello spirito per aiutarmi, come fanno sempre.
Giovanni Paolo II davanti alla cattedrale di Varsavia saluta e benedice la folla, il 2 giugno 1979,  durante il primo viaggio apostolico in  Polonia

Giovanni Paolo II davanti alla cattedrale di Varsavia saluta e benedice la folla, il 2 giugno 1979, durante il primo viaggio apostolico in Polonia


In ogni istante nei nove giorni che seguirono, come durante la prima visita di Giovanni Paolo II avvenuta quattro anni prima, l’abisso tra la sua immensa autorità morale e lo screditato Stato monopartitico era chiaro a tutti. Perfino Jaruzelski ebbe questa sensazione durante il suo primo incontro con il Papa nella raffinata cornice del palazzo presidenziale del Belvedere. Sebbene non fosse credente, JaruzeIski ammise in seguito: "Le mie gambe tremavano così come le mie ginocchia [...]. Il Papa, questa figura in bianco, tutto ciò mi commosse fortemente. Al di là della ragione". La fine ufficiale della legge marziale un mese dopo la visita del Pontefice servì a poco per migliorare la malridotta reputazione del regime.

Il nobel a Walesa e la lettera di Jaruzelski

Tuttavia il 5 ottobre giunse la notizia che a Walesa era stato assegnato veramente il premio Nobel per la pace. Per contrastare il tentativo dell’Sb di raffigurarlo come un uomo avido e corrotto, Walesa annunciò che avrebbe donato il premio in denaro per realizzare un progetto della Chiesa rivolto ad aiutare gli agricoltori privati a modernizzare e meccanizzare la campagna. Sebbene fosse ormai un malato terminale, Andropov riuscì a stento a trattenere la sua rabbia. Dal suo letto mandò una lettera furibonda a Jaruzelski:

La Chiesa sta riesumando il culto di Walesa, dandogli l’ispirazione e incoraggiandolo nelle sue azioni. Questo significa che la Chiesa sta creando un nuovo tipo di confronto con il partito. In questa situazione, la cosa più importante è quella di non fare concessioni.
Jaruzelski si mostrò impassibile. Un mese più tardi scrisse una lettera di grande importanza a Giovanni Paolo II nella quale scriveva di pensare ancora spesso alla loro conversazione durante la recente visita in Polonia perché, "nonostante le differenze comprensibili nella valutazione delle cose, era stata piena di sincera preoccupazione per il destino della nostra madrepatria e del benessere dell’uomo".

Il Papa polacco e la fine del comunismo

L’importanza attribuita dal Kgb al controllo del dissenso religioso e al rifiuto da parte dell’Occidente di aiutare i cristiani sovietici perseguitati trovò una piena giustificazione con le vicende della Polonia, dove l’infiltrazione dell’Sb non riuscì mai a portare la Chiesa cattolica sotto il controllo del potere politico. All’inizio degli anni Settanta il Kgb aveva già identificato in Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, un avversario potenzialmente pericoloso, che non era disposto a scendere in compromessi né sulla libertà religiosa, né sui diritti umani. Anche se l’Sb avrebbe voluto arrestarlo, fu trattenuto dalla paura del grande clamore e delle proteste che questo gesto avrebbe sollevato in Polonia e in Occidente. Nel 1978, la salita di Wojtyla al soglio pontificio con il nome di Giovanni Paolo II rappresentò per il regime comunista polacco e, alla fine, per l’intero blocco sovietico, un colpo da cui non si sarebbero più ripresi.



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