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LETTERATURA
tratto dal n. 01 - 2002

Paolo VI e il romanzo di Graham Greene

Il potere, la gloria e il realismo di Montini


Per il futuro Paolo VI il romanzo di Graham Greene sul “prete dell’acquavite” era apologetico. E negli anni Cinquanta lo difese quando rischiÒ di finire all’Indice. Un episodio rimasto sconosciuto fino a pochi mesi fa


di Gianni Cardinale


Graham Greene e una chiesetta cattolica nel nord del Messico; 
in primo piano la copertina della prima edizione italiana de Il potere e la gloria (Mondadori, 1945)

Graham Greene e una chiesetta cattolica nel nord del Messico; in primo piano la copertina della prima edizione italiana de Il potere e la gloria (Mondadori, 1945)

Il 13 luglio del 1965 Paolo VI riceve in udienza privata Graham Greene. La notizia viene annunciata sul Bollettino della sala stampa vaticana e riportata dall’Osservatore Romano. Successivamente lo scrittore inglese raccontò che durante il colloquio tra i due si era parlato anche de Il potere e la gloria, il romanzo più celebre dell’autore convertitosi al cattolicesimo nel 1926. Il Papa accennò al fatto di aver letto il romanzo e lo scrittore gli disse che il libro era stato “condannato” dal Sant’Uffizio. Al che Paolo VI rispose con un sorriso: «Mr. Greene, certe parti del suo romanzo non possono non offendere alcuni cattolici, ma lei non dovrebbe attribuire alcuna importanza a questo».
Tutto fa pensare che in questa udienza del ’65 papa Montini non abbia fatto cenno al suo intervento a favore del Il potere e la gloria di dodici anni addietro (se lo avesse fatto è facile immaginare che Greene ne avrebbe dato una adeguata pubblicità). Eppure quando agli inizi degli anni Cinquanta lo sguardo vigile del Sant’Uffizio, forse per eccesso di zelo di qualche ecclesiastico, si posò su Il potere e la gloria, lo scrittore inglese trovò un avvocato difensore di tutto rispetto proprio in monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI.
La storia delle traversie inquisitoriali del celebre romanzo era in parte già conosciuta. Ma dettagli importanti, come appunto l’intervento di Montini a difesa di Greene, sono stati recentemente rivelati dallo storico neozelandese Peter Godman, docente nella nota Università tedesca di Tubinga, con un articolo apparso nel numero di luglio dello scorso anno della rivista statunitense The Atlantic monthly, e, più diffusamente, nel volume recentemente pubblicato Die geheime Inquisition. Aus den verboten Archiven des Vatikans (List, München, pp. 309-333). Godman ha avuto modo di studiare il dossier riguardante Greene conservato nell’archivio segreto della Congregazione grazie alla parziale apertura dello stesso archivio operata alcuni anni fa dal cardinale Joseph Ratzinger.
Ma vediamo gli antefatti dell’intervento montiniano. Il romanzo The power and the glory esce nel ’40. Racconta la storia di un sacerdote ubriacone e padre di una figlia illegittima, che, però, nel clima violentemente anticlericale del Messico degli anni Trenta e a rischio della propria vita, continua a celebrare messa e ad amministrare i sacramenti; finché, catturato dai persecutori, muore da martire. Nel ’47, dal romanzo viene tratto anche un film (The fugitive) interpretato da Henry Fonda e con la regia di John Ford.
I particolari scabrosi del libro non piacciono a tutti. Nel mondo cattolico c’è chi storce la bocca, tanto che l’opera di Greene si trova al centro di polemiche, soprattutto in Francia. Così, verso la fine degli anni Quaranta, cominciano ad arrivare al Sant’Uffizio richieste di occuparsi del caso e nell’aprile del ’53 il dicastero vaticano incarica due consultori di “recensire” Il potere e la gloria. Il verdetto dei due prelati è sostanzialmente negativo: si tratta di un «libro triste», con una «propensione abnorme» verso situazioni di immoralità sessuale. In nessuno dei due “voti” comunque si chiede una condanna formale o la messa all’Indice del volume, anche perché un esito del genere causerebbe una ribellione generale nel mondo culturale e non solo; si ritiene sufficiente una ammonizione a Greene da parte del suo vescovo con tanto di invito a scrivere, in futuro, usando toni differenti, meno morbosi e più edificanti.
Proprio in questo contesto c’è l’intervento di monsignor Montini, pro-segretario di Stato per gli Affari generali, con una lettera confidenziale al cardinale-segretario Giuseppe Pizzardo, che si trova in quel momento alla guida del Sant’Uffizio (affiancato dal pro-segretario, cardinale Alfredo Ottaviani). La lettera è del 1° ottobre del ’53 ed è scritta in previsione della riunione della Congregazione fissata per il 12 successivo in cui si sarebbe discusso del caso Greene. Montini elogia Il potere e la gloria («opera di singolare valore letterario», che ha un merito «altamente apologetico», cfr. box) e chiede un terzo “voto”, proponendo che venga scritto da monsignor Giuseppe De Luca, illustre ecclesiastico dell’epoca, noto per le sue importanti amicizie nel mondo della cultura e della politica. In effetti De Luca il 30 novembre produce un suo “voto”, in cui si dichiara assolutamente contrario ad ogni intervento, anche per non danneggiare il prestigio della Chiesa cattolica in Gran Bretagna (che oltretutto annovera tra i suoi fedeli proprio il convertito Greene) e per non dare un’immagine di arretratezza del Vaticano. Ma è troppo tardi. Il 17 novembre il Sant’Uffizio ha già scritto una lettera al cardinale Bernard Griffin di Westminster: si tratta di un invito a notificare a Greene il giudizio negativo del Sant’Uffizio su Il potere e la gloria e a chiedergli di non autorizzare ulteriori edizioni o traduzioni del romanzo senza che ci fossero delle adeguate correzioni nel testo.
Giovanni Battista Montini negli anni 
in cui era in Segreteria di Stato

Giovanni Battista Montini negli anni in cui era in Segreteria di Stato

Il porporato inglese emana immediatamente una lettera pastorale contro «alcune tendenze nella letteratura contemporanea», in cui però Greene non viene citato esplicitamente. Pochi mesi dopo, nell’aprile ’54, Griffin riceve Greene in privato e gli comunica le osservazioni contenute nella missiva del Sant’Uffizio.
Un mese dopo questo incontro, il 6 maggio, l’autore inglese scrive una lettera, in francese, al cardinale Pizzardo. Il professor Godman nel suo volume (pp. 330-332) ne riproduce la fotocopia. Il testo è un piccolo capolavoro diplomatico in cui Greene, con uno stile quasi curiale, sa quali corde toccare per evitare guai senza pagare uno scotto eccessivo. Lo scrittore infatti si scusa del ritardo, specificando che è dovuto a un viaggio in Asia dove è stato testimone delle «difficoltà che conoscono gli eroici cattolici d’Indocina di fronte alla minaccia comunista»; manifesta, da cattolico, «i più vivi sentimenti di attaccamento personale nei confronti del Vicario di Cristo, nutriti particolarmente dell’ammirazione per la saggezza con cui il Santo Padre guida costantemente la Chiesa di Dio», aggiungendo di essere stato «sempre vivamente impressionato dalla alta spiritualità che caratterizza il governo di Pio XII» e ricordando di aver avuto «l’onore di una udienza particolare durante l’anno santo 1950»; riguardo a Il potere e la gloria Greene chiarisce che «lo scopo di questo libro è di opporre la forza dei sacramenti e l’indistruttibilità della Chiesa da una parte, e, dall’altra parte, il potere puramente temporale di uno Stato essenzialmente comunista»; spiega, però, che il romanzo «è stato pubblicato da 14 anni e che di conseguenza i diritti di pubblicazione sono passati dalle mie mani a quelle di numerosi editori di differenti Paesi»; quindi «le traduzioni cui la lettera di sua eminenza fa allusione sono apparse nella maggior parte dei casi già da più anni e che non è prevista alcuna nuova traduzione»; assicura poi «il profondo rispetto che mi ispira ogni comunicazione proveniente dalla Sacra Congregazione dell’Indice» (questa Congregazione in realtà era stata abolita nel ’17 e incorporata nel Sant’Uffizio, anche se l’Indice dei libri proibiti è esistito fino al ’66); si firma infine «suo umilissimo e devotissimo servitore Graham Greene».
La missiva di Greene ha successo. Nella riproduzione della lettera si legge infatti la seguente annotazione fatta a penna dal Sant’Uffizio in data 31 maggio: «Il card. Griffin ha parlato della cosa con il card. pro-segretario [Ottaviani] dicendo che bisogna comprendere e scusare l’Autore data la sua educazione e la successiva conversione». Così finisce l’avventura inquisitoriale de Il potere e la gloriaý senza una condanna ufficiale e senza che nelle ulteriori edizioni e traduzioni l’autore abbia dovuto cambiare qualcosa del testo. Tanto che Greene stesso, proprio nell’introduzione di una successiva ristampa del romanzo, riconoscerà che «il prezzo della libertà, anche nella Chiesa, è l’eterna vigilanza, ma io mi domando se uno qualsiasi degli Stati totalitari, sia di destra o di sinistra, mi avrebbe trattato con la stessa gentilezza quando mi rifiutai di rivedere il libro con il cavilloso pretesto che il copyright apparteneva ai miei editori...».


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