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RECENSIONI
tratto dal n. 06 - 2004

La lunga strada di un sacerdote romano


Un brano della prefazione all’autobiografia del cardinale Fiorenzo Angelini, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la pastorale sanitaria e fondatore dell’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo


di Andrea Riccardi


Fiorenzo Angelini, <I>La mia strada,</I> Rizzoli, Milano 2004, 391 pp., euro 19,00

Fiorenzo Angelini, La mia strada, Rizzoli, Milano 2004, 391 pp., euro 19,00

Ci sono molti modi per ripercorrere la storia della Chiesa o la storia tout court. Uno dei più affascinanti e dei più diretti è quello di seguire la testimonianza di un personaggio: la sua biografia o l’autobiografia. È quanto il cardinale Fiorenzo Angelini ha voluto fare con questo libro. Ha ricostruito la sua storia di prete romano e quella, come si diceva un tempo, di cardinale di Santa Romana Chiesa. Fiorenzo Angelini non ha preteso di fare la storia del cattolicesimo nel Novecento, ma ha voluto raccontare la sua storia in una prospettiva personale. È una storia lunga, perché il cardinale è nato nel cuore della Prima guerra mondiale, nel 1916; dopo aver studiato negli anni del fascismo, è divenuto prete nel 1940 quando era già scoppiata la Seconda guerra mondiale; vescovo nel 1956, negli anni di Pio XII, è stato padre conciliare, testimone della vita di Roma e della Curia finché, con Giovanni Paolo II, non è giunto alla testa di un nuovo dicastero della Santa Sede. Alla fine, nel 1991, è divenuto cardinale. Il suo non è stato il cursus honorum tipico dell’ecclesiastico di Curia o del diplomatico della Santa Sede. Anzi, l’autore racconta come, da giovane, si sia rifiutato di intraprendere la carriera diplomatica, quando l’allora cardinale vicario di Roma, Francesco Marchetti Selvaggiani, lo prescelse tra i preti romani per avviarlo a questo servizio. La traiettoria del cardinale è originale: si sviluppa tutta a Roma, ma non è chiusa ai problemi del grande mondo cattolico, come mostrano i suoi numerosi viaggi. Dalla narrazione di Fiorenzo Angelini emergono personaggi importanti e dimenticati, ma di grande spessore, come Francesco Marchetti Selvaggiani, coetaneo di Pio XII (a cui si diceva fosse l’unico a dare del tu) e cardinale vicario di Roma. Era una personalità forte della Chiesa romana, dal «concitato imperio» – diceva il giovane Roncalli, impressionato dal suo piglio autorevole: Pio XI lo aveva voluto per mettere ordine nella diocesi di Roma, che egli resse con la bonaria collaborazione del vicegerente monsignor Luigi Traglia. Erano tutti preti romani, diversi per carattere ma segnati da una tradizione e da uno stile. Pur d’altra generazione, don Angelini si inserisce in questo mondo. E non vuole diventare un diplomatico, ma restare prete a Roma, come dice a Marchetti: «Non sono abbastanza umile per portare la coda ai cardinali, e poi, se devo recarmi, che so?, in Perú, per andare a scrivere a macchina, be’, allora, tant’è che scriva a macchina a Roma. Eminenza, la prego, mi lasci in parrocchia».
Erano, quelli, tempi di rapporti autoritari e rudi nella Chiesa? Indubbiamente lo stile era molto lontano da quello odierno. Eppure il severo cardinale Marchetti Selvaggiani rispose a don Angelini: «Figlio mio, hai ragione, hai proprio ragione! Resta pure dove sei!». Don Fiorenzo aveva faticato a trovare la sua parrocchia, quella della Natività di via Gallia, dove passò gli anni della guerra e della Resistenza. Prima era stato destinato in una parrocchia del centro, San Lorenzo in Damaso, ma l’incendio del Palazzo della Cancelleria, cui è annessa la parrocchia, annullò la destinazione; poi, in periferia, ma soltanto in sostituzione temporanea di un altro sacerdote. Allora i preti non mancavano. Infine era approdato in via Gallia, nella parrocchia della Natività, dove cominciò a operare con un suo metodo personale, concreto, capace di organizzazione, inventivo. In queste pagine si trovano le cronache di un’attività sovrabbondante per un giovane viceparroco della Roma della guerra e del dopoguerra. L’intensità dell’impegno resta una delle caratteristiche di Angelini. Qualche tempo dopo è lo stesso vicario di Roma a chiamarlo per dirgli: «Senti, te vonno all’Azione cattolica, ce voi anna’?». Era la nomina a viceassistente ecclesiastico degli uomini di Azione cattolica (di cui poi sarebbe divenuto assistente). La decisione del cardinale fu: «Tu vacce... si te trovi bene ce rimani, si no torna da me, che a te ce penso io». Così cominciò l’impegno di Fiorenzo Angelini nelle file dell’Azione cattolica, destinato a durare fino al pontificato di papa Giovanni e prolungatosi, in un certo senso, con il lavoro tra i Medici cattolici italiani.
Si tratta di una storia minore, vita di parrocchia o, al massimo, del mondo dei preti? In un certo senso è così. Ma la storia di don Angelini passa dalla cronaca della vita di base ai grandi incontri e ai grandi problemi. Non si tratta solo della capacità dell’uomo, ma della caratteristica stessa dell’esistenza del prete romano di allora, che si incontra con problemi di orizzonti più larghi. In fondo il “villaggio ecclesiastico” romano è ristretto: c’è comunanza di esperienze e di identità, di studi seminaristici, in un continuo viavai dal locale all’universale. È la romanità del contatto con il papa e con i suoi principali collaboratori, spesso provenienti da Roma (o formatisi qui) o dall’Italia. È la romanità di una tradizione spirituale, quale particolarmente si respirava al Seminario romano o tra i preti dell’Urbe. E, infine, si tratta di uno stile romano, marcato dalla concretezza, dalla sdrammatizzazione che finisce talvolta con la battuta, dalla pietas verso il caso personale o la situazione di difficoltà. Il cardinale Angelini è uno di questi preti romani. [...]
Pio XII riceve dalle mani di don Fiorenzo Angelini le chiavi della parrocchia di San Leone Magno al Prenestino. È il 1952. La chiesa fu costruita dall’Azione cattolica e dedicata al Papa che fermò i barbari

Pio XII riceve dalle mani di don Fiorenzo Angelini le chiavi della parrocchia di San Leone Magno al Prenestino. È il 1952. La chiesa fu costruita dall’Azione cattolica e dedicata al Papa che fermò i barbari

L’autobiografia di Fiorenzo Angelini passa, con grande rapidità, dalla cronaca del mondo ecclesiastico ai grandi momenti della vita italiana e della storia della Chiesa. È un uomo che ha vissuto più di mezzo secolo di storia italiana con attenzione e da posizioni qualificate. È uno dei motivi di interesse di questo libro, che il cardinale ha scritto di getto sotto la sua responsabilità e non provocato da un intervistatore. Il cardinale, durante la sua lunga vita, è stato un realizzatore a partire dalla parrocchia della Natività, in Azione cattolica, come assistente degli uomini, nel mondo sanitario come vescovo ausiliare di Roma e poi come cardinale. Ma nella sua autobiografia – bisogna riconoscerlo – non si qualifica come un protagonista, cedendo al vezzo di valorizzarsi al massimo, tipico di chi scrive su di sé. Si potrà essere più o meno concordi sull’uno o l’altro aspetto delle sue interpretazioni (e si scrive anche per discutere), ma non si potrà negare che Fiorenzo Angelini si presenti in queste pagine più come un testimone che come un protagonista della storia. I protagonisti sono altri: Luigi Gedda, Enrico Medi, il cardinale Marchetti Selvaggiani, il cardinale Siri, il cardinale Lercaro, Giulio Andreotti, per ricordare solo alcuni nomi. Soprattutto, i protagonisti sono i papi, da Pio XI a Giovanni Paolo II. Soprattutto Pio XII, che egli difende appassionatamente.
Pio XII irrompe nella vita del giovane don Angelini in una maniera inconsueta durante il bombardamento degli Alleati su Roma. Siamo nell’agosto 1943. Don Angelini si trovava tra la gente colpita dall’attacco aereo. Capita in una via dove c’è una bomba inesplosa. Su quella via arrivava l’automobile su cui Pio XII, solo, con monsignor Montini e il conte Galeazzi, si recava a visitare i quartieri sinistrati. È la seconda uscita del Papa dal Vaticano, dopo quella a seguito del bombardamento del quartiere San Lorenzo il 19 luglio. Il giovane viceparrocco romano visse un incontro che segnerà la sua vita. È il Papa. Don Angelini segnala la presenza di una bomba inesplosa, e si mette a fianco di Pio XII mentre questi sta in mezzo alla folla.
È Pio XII il papa del cardinale Angelini, quello della sua giovinezza, della Roma umiliata durante la guerra, del suo entusiasmo nell’Azione cattolica degli anni Quaranta-Cinquanta, degli scontri elettorali con i comunisti, delle manifestazioni cattoliche e via dicendo. Papa Pacelli è l’ultimo papa romano, non solo perché nato a Roma e proveniente dalle file del clero dell’Urbe, ma perché qualificato da un senso alto della romanità, anzi da quello della missione storica di Roma. Angelini, uomo di Chiesa, ha avuto le sue preferenze per l’una o l’altra personalità ecclesiastica; ha avuto le sue idee su come guidare la Chiesa e, spesso in contrasto con una certa cautela ecclesiastica, non le ha nascoste (e lo si vede in queste pagine). Ma, per lui, il papa, una volta eletto, è il papa. E al papa si deve obbedienza. Per i preti di Roma, il papa è vicino, talvolta è una personalità conosciuta o almeno sfiorata durante la propria esistenza, ma è sempre il papa.
Gli anni della Roma in guerra hanno segnato il sacerdozio di Angelini. Sono anni in cui egli sente vicino il Papa, defensor civitatis, come era stato proclamato con titolo di sapore un po’ medievale. In quel periodo la Chiesa consegue un grande prestigio nella società romana, mentre il Papa si staglia come figura di riferimento nella crisi profonda delle istituzioni civili. Scrive il cardinale sulla situazione di Roma negli anni della guerra e soprattutto dell’occupazione tedesca: «La Chiesa, la parrocchia, il prete erano tra le pochissime realtà su cui poter contare e, soprattutto, di cui fidarsi». Non è apologetica. Io stesso, nelle mie ricerche su Roma durante il fascismo e tra guerra e dopoguerra, ho riscontrato questo ruolo del papa e della Chiesa in una società romana sconvolta, impoverita, senza punti di riferimento, quale il cinema neorealista ha cercato di raffigurare. La Chiesa era al centro, moralmente ma anche organizzativamente, di quella resistenza passiva della popolazione romana e di quella vita clandestina che caratterizzarono quei mesi difficili. Roma è una città abitata, soprattutto con la liberazione, da tanta voglia di vivere, dal desiderio di trovare un lavoro, dalla scoperta della politica, da una povertà non paralizzante.

Il cardinale Fiorenzo Angelini durante l’inaugurazione del nuovo Centro di assistenza sociosanitaria di Bacau, in Romania

Il cardinale Fiorenzo Angelini durante l’inaugurazione del nuovo Centro di assistenza sociosanitaria di Bacau, in Romania

Il giovane prete della Natività si inserisce in questo tessuto. Lavora, lavora molto. È testimone operoso della vita romana tra guerra e dopoguerra; incontra gente, aiuta, incoraggia, fonda il Segretariato del popolo, insegna ai giovani nelle scuole. In una vicenda che si iscrive in quella di una generazione che, allora, sente con forza l’imperativo alla ricostruzione. Ma è anche la storia di un prete che partecipa alla coscienza di una funzione ecclesiale e sociale, che ha in Pio XII il suo modello. In questo mondo di impegno avviene l’incontro con l’altra realtà sociale dell’Italia del dopoguerra: i comunisti. Non pochi comunisti si affacciano nelle pagine del cardinale: Luigi Longo (con cui viene raccontato un incontro inedito), Renato Guttuso (con cui Angelini ha avuto una lunga amicizia), per fare solo due nomi. I comunisti rappresentano l’altra Italia, quella con cui i cattolici (e non solo i democristiani) si battono il 18 aprile 1948, quella colpita dalla scomunica del luglio 1949 (la cui origine – ne sono convinto – va ricercata più nella situazione dei Paesi dell’Est che in quelli occidentali). Sono gli avversari. Con loro ci fu uno scontro epocale e drammatico di cui – mi pare – il cardinale sembra quasi avere nostalgia di fronte a quella che considera la politica scolorita dei nostri giorni. [...]
E il prete romano, pur partecipe e impegnato in tante battaglie con tutte le sue forze (questa fu la vicenda del 18 aprile 1948), non dimentica quella pietas che lo caratterizza, memore che la salus animarum è il primo scopo del suo sacerdozio. [...]
Chi scrive queste righe lo ha incontrato come personaggio nelle sue ricerche sulla Chiesa di Pio XII e di Roma. Lo ritrova in queste pagine, mentre vuole narrare il senso e le lotte della sua esistenza. Si scopre, allora, come la vita della Chiesa del Novecento sia complessa e articolata, fatta anche delle iniziative di tanti e differenti personaggi che, pur in un quadro unitario e di fronte a un’autorità specifica, hanno avuto vicende molto personali, talvolta originali. Uno di questi è Fiorenzo Angelini, cardinale di Santa Romana Chiesa, coperto di riconoscimenti da parte di pubbliche istituzioni, con la fama di uomo “potente” nel mondo romano, ormai più che ottuagenario, vestito in nigris da vero prete romano senza insegne, che dedica ora tutte le sue energie all’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo, una prospettiva spirituale che gli sembra sintonizzarsi con la concretezza della sua vita. Anche le sue ultime passioni si trovano in questa autobiografia, che ci dà testimonianza del vissuto di uno di quei personaggi che popolano la Chiesa nei suoi ranghi più alti e in quelli minori, in quell’intreccio vitale di unità e diversità che si chiama cattolicesimo.


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