La lunga strada di un sacerdote romano
Un brano della prefazione all’autobiografia del cardinale Fiorenzo Angelini, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la pastorale sanitaria e fondatore dell’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo
di Andrea Riccardi

Fiorenzo Angelini, La mia strada, Rizzoli, Milano 2004, 391 pp., euro 19,00
Erano, quelli, tempi di rapporti autoritari e rudi nella Chiesa? Indubbiamente lo stile era molto lontano da quello odierno. Eppure il severo cardinale Marchetti Selvaggiani rispose a don Angelini: «Figlio mio, hai ragione, hai proprio ragione! Resta pure dove sei!». Don Fiorenzo aveva faticato a trovare la sua parrocchia, quella della Natività di via Gallia, dove passò gli anni della guerra e della Resistenza. Prima era stato destinato in una parrocchia del centro, San Lorenzo in Damaso, ma l’incendio del Palazzo della Cancelleria, cui è annessa la parrocchia, annullò la destinazione; poi, in periferia, ma soltanto in sostituzione temporanea di un altro sacerdote. Allora i preti non mancavano. Infine era approdato in via Gallia, nella parrocchia della Natività, dove cominciò a operare con un suo metodo personale, concreto, capace di organizzazione, inventivo. In queste pagine si trovano le cronache di un’attività sovrabbondante per un giovane viceparroco della Roma della guerra e del dopoguerra. L’intensità dell’impegno resta una delle caratteristiche di Angelini. Qualche tempo dopo è lo stesso vicario di Roma a chiamarlo per dirgli: «Senti, te vonno all’Azione cattolica, ce voi anna’?». Era la nomina a viceassistente ecclesiastico degli uomini di Azione cattolica (di cui poi sarebbe divenuto assistente). La decisione del cardinale fu: «Tu vacce... si te trovi bene ce rimani, si no torna da me, che a te ce penso io». Così cominciò l’impegno di Fiorenzo Angelini nelle file dell’Azione cattolica, destinato a durare fino al pontificato di papa Giovanni e prolungatosi, in un certo senso, con il lavoro tra i Medici cattolici italiani.
Si tratta di una storia minore, vita di parrocchia o, al massimo, del mondo dei preti? In un certo senso è così. Ma la storia di don Angelini passa dalla cronaca della vita di base ai grandi incontri e ai grandi problemi. Non si tratta solo della capacità dell’uomo, ma della caratteristica stessa dell’esistenza del prete romano di allora, che si incontra con problemi di orizzonti più larghi. In fondo il “villaggio ecclesiastico” romano è ristretto: c’è comunanza di esperienze e di identità, di studi seminaristici, in un continuo viavai dal locale all’universale. È la romanità del contatto con il papa e con i suoi principali collaboratori, spesso provenienti da Roma (o formatisi qui) o dall’Italia. È la romanità di una tradizione spirituale, quale particolarmente si respirava al Seminario romano o tra i preti dell’Urbe. E, infine, si tratta di uno stile romano, marcato dalla concretezza, dalla sdrammatizzazione che finisce talvolta con la battuta, dalla pietas verso il caso personale o la situazione di difficoltà. Il cardinale Angelini è uno di questi preti romani. [...]

Pio XII riceve dalle mani di don Fiorenzo Angelini le chiavi della parrocchia di San Leone Magno al Prenestino. È il 1952. La chiesa fu costruita dall’Azione cattolica e dedicata al Papa che fermò i barbari
Pio XII irrompe nella vita del giovane don Angelini in una maniera inconsueta durante il bombardamento degli Alleati su Roma. Siamo nell’agosto 1943. Don Angelini si trovava tra la gente colpita dall’attacco aereo. Capita in una via dove c’è una bomba inesplosa. Su quella via arrivava l’automobile su cui Pio XII, solo, con monsignor Montini e il conte Galeazzi, si recava a visitare i quartieri sinistrati. È la seconda uscita del Papa dal Vaticano, dopo quella a seguito del bombardamento del quartiere San Lorenzo il 19 luglio. Il giovane viceparrocco romano visse un incontro che segnerà la sua vita. È il Papa. Don Angelini segnala la presenza di una bomba inesplosa, e si mette a fianco di Pio XII mentre questi sta in mezzo alla folla.
È Pio XII il papa del cardinale Angelini, quello della sua giovinezza, della Roma umiliata durante la guerra, del suo entusiasmo nell’Azione cattolica degli anni Quaranta-Cinquanta, degli scontri elettorali con i comunisti, delle manifestazioni cattoliche e via dicendo. Papa Pacelli è l’ultimo papa romano, non solo perché nato a Roma e proveniente dalle file del clero dell’Urbe, ma perché qualificato da un senso alto della romanità, anzi da quello della missione storica di Roma. Angelini, uomo di Chiesa, ha avuto le sue preferenze per l’una o l’altra personalità ecclesiastica; ha avuto le sue idee su come guidare la Chiesa e, spesso in contrasto con una certa cautela ecclesiastica, non le ha nascoste (e lo si vede in queste pagine). Ma, per lui, il papa, una volta eletto, è il papa. E al papa si deve obbedienza. Per i preti di Roma, il papa è vicino, talvolta è una personalità conosciuta o almeno sfiorata durante la propria esistenza, ma è sempre il papa.
Gli anni della Roma in guerra hanno segnato il sacerdozio di Angelini. Sono anni in cui egli sente vicino il Papa, defensor civitatis, come era stato proclamato con titolo di sapore un po’ medievale. In quel periodo la Chiesa consegue un grande prestigio nella società romana, mentre il Papa si staglia come figura di riferimento nella crisi profonda delle istituzioni civili. Scrive il cardinale sulla situazione di Roma negli anni della guerra e soprattutto dell’occupazione tedesca: «La Chiesa, la parrocchia, il prete erano tra le pochissime realtà su cui poter contare e, soprattutto, di cui fidarsi». Non è apologetica. Io stesso, nelle mie ricerche su Roma durante il fascismo e tra guerra e dopoguerra, ho riscontrato questo ruolo del papa e della Chiesa in una società romana sconvolta, impoverita, senza punti di riferimento, quale il cinema neorealista ha cercato di raffigurare. La Chiesa era al centro, moralmente ma anche organizzativamente, di quella resistenza passiva della popolazione romana e di quella vita clandestina che caratterizzarono quei mesi difficili. Roma è una città abitata, soprattutto con la liberazione, da tanta voglia di vivere, dal desiderio di trovare un lavoro, dalla scoperta della politica, da una povertà non paralizzante.

Il cardinale Fiorenzo Angelini durante l’inaugurazione del nuovo Centro di assistenza sociosanitaria di Bacau, in Romania
E il prete romano, pur partecipe e impegnato in tante battaglie con tutte le sue forze (questa fu la vicenda del 18 aprile 1948), non dimentica quella pietas che lo caratterizza, memore che la salus animarum è il primo scopo del suo sacerdozio. [...]
Chi scrive queste righe lo ha incontrato come personaggio nelle sue ricerche sulla Chiesa di Pio XII e di Roma. Lo ritrova in queste pagine, mentre vuole narrare il senso e le lotte della sua esistenza. Si scopre, allora, come la vita della Chiesa del Novecento sia complessa e articolata, fatta anche delle iniziative di tanti e differenti personaggi che, pur in un quadro unitario e di fronte a un’autorità specifica, hanno avuto vicende molto personali, talvolta originali. Uno di questi è Fiorenzo Angelini, cardinale di Santa Romana Chiesa, coperto di riconoscimenti da parte di pubbliche istituzioni, con la fama di uomo “potente” nel mondo romano, ormai più che ottuagenario, vestito in nigris da vero prete romano senza insegne, che dedica ora tutte le sue energie all’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo, una prospettiva spirituale che gli sembra sintonizzarsi con la concretezza della sua vita. Anche le sue ultime passioni si trovano in questa autobiografia, che ci dà testimonianza del vissuto di uno di quei personaggi che popolano la Chiesa nei suoi ranghi più alti e in quelli minori, in quell’intreccio vitale di unità e diversità che si chiama cattolicesimo.