Intervista con Nikolay Spasskiy, ambasciatore della Federazione Russa in Italia
Venezia contro Mosca per l’eredità di Bisanzio
Intervista con Nikolay Spasskiy, ambasciatore della Federazione Russa in Italia, sul suo libro Il Bizantino. Quasi una spy story ambientata al tempo della caduta di Bisanzio nel 1453. Sullo sfondo, un quadro storico rigoroso e pieno di analogie con i nostri giorni
di Roberto Rotondo

Sisto IV (1471-1484) riceve Ivan III e sua moglie, anonimo del XVI secolo, corsia Sistina, Sala Baglivi, ospedale di Santo Spirito in Sassia, Roma
Ma, nel romanzo di Spasskiy, un’alternativa a Venezia erede di Bisanzio, alternativa che sposta il quadro geopolitico dell’epoca, nasce proprio nei circoli umanistici bizantini di Bessarione. È un’idea che si incarna nel misterioso protagonista del romanzo, un esule greco approdato alla corte bolognese del potente cardinale e di cui conosciamo solo l’iniziale N. del nome. È lui il bizantino che, come scrive Spasskiy, «concepisce un ambizioso piano per il salvataggio di Bisanzio non nel mondo illusorio costruito attorno al mito di una nuova crociata come panacea di tutti i mali, ma nel mondo reale, duro e crudele che conosceva bene. In tale mondo non vi era posto per Bisanzio come cuscinetto tra due mondi e due mari». Il suo piano è traslocare l’eredità di Bisanzio a Mosca. La Russia infatti avrebbe conservato la civiltà cristiana bizantina e, a differenza di Venezia, sarebbe divenuta un ponte tra Oriente ed Occidente.
Ambasciatore Spasskiy, perché ha scelto proprio la seconda metà del XV secolo per ambientare il suo romanzo? Forse per le analogie con i nostri giorni? Siamo fuori strada?
NIKOLAY SPASSKIY: In realtà è stato per un insieme di motivi. Il primo è che in quel secolo, il XV, il mio Paese diviene uno Stato moderno. Una volta liberati dall’occupazione dei tartari, nel giro di pochi decenni, quella che era stata una combinazione di principati si configura come Stato nazionale. Seconda ragione è che la caduta di Costantinopoli e la fine dell’Impero romano d’Oriente, se da una parte furono avvenimenti drammatici che sconvolsero l’Europa, dall’altra segnarono un momento-chiave dello sviluppo della Russia, perché la condussero ad una autodefinizione come Stato successore dell’Impero bizantino a livello culturale, religioso e politico. Il romanzo, infatti, si muove attorno alla realizzazione del famoso matrimonio fra la principessa bizantina Zoe e il gran principe di Mosca Ivan III, che aumenterà notevolmente l’influenza bizantina su Mosca. Terzo motivo, connesso ai primi due: mi sono sempre chiesto come sia stato possibile arrivare in pochi anni a questo “trasloco” dell’eredità di Bisanzio a Mosca. Un’idea del genere non poteva essere stata elaborata dalla generazione dei protagonisti del concilio di Firenze, tra cui Bessarione. Era troppo lontana dal loro modo di pensare. Il matrimonio aveva ricevuto il beneplacito del Papa, e c’era stato un ruolo anche del cardinale, ma non potevano essere stati loro ad aver tessuto la tela. Bessarione era un uomo che apparteneva ad un altro mondo, quello delle ultime crociate sbagliate, fallite o mai realizzate. Così ho immaginato che dietro il progetto del matrimonio tra Zoe ed Ivan III c’era l’opera paziente di un personaggio sconosciuto che si muoveva dietro le quinte, un profugo bizantino che partecipò a questi avvenimenti con un disegno ben diverso da quello del Papa e dello stesso Bessarione.
Ma, tornando alla sua domanda, devo dire che noi non siamo solo degli storici, siamo anche dei cittadini che viviamo all’inizio del ventunesimo secolo e, naturalmente, mentre lavoravo a quest’opera, pensavo alle sorti del nostro mondo e del mio Paese. E non potevo certo ignorare il drammatico accentuarsi di quello che Huntington ha chiamato lo «scontro di civiltà».
Dove, nel romanzo, è più facile rintracciare questa preoccupazione?
SPASSKIY: Nello sfondo della scena in cui si muovono i miei personaggi più che nella trama. Ed è una preoccupazione che viene dal mio lavoro quotidiano di diplomatico. Perché non le nascondo che io da cittadino sono molto preoccupato per quello che sta accadendo. E lo sono già da qualche anno. Questo romanzo è stato terminato prima dei tragici eventi dell’11 settembre 2001. E non ho aggiunto una riga dopo quella data. È già chiaro da alcuni anni che noi ci troviamo in un’epoca di grandi possibilità per il progresso del mondo e per il trionfo di un nuovo umanesimo ma, allo stesso tempo, viviamo un periodo pieno di pericoli per l’umanità che ancora non è riuscita a trovare una strada giusta e realistica, per gestire la fase successiva alla guerra fredda.
Il protagonista N. sacrifica tutta la sua vita alla giusta causa. Ma non va certo per il sottile: fa avvelenare la prima moglie di Ivan III, ricatta Bessarione, assolda spie ed assassini, traffica e complotta. Un vero machiavellico. In politica, il fine giustifica sempre i mezzi?
SPASSKIY: No. Un certo cinismo dei miei personaggi e del mondo che gli gira attorno si spiega solo con il fatto che ho cercato di costruire un ambiente il più aderente possibile alla realtà storica. Invece il messaggio che io ho voluto far passare è molto più semplice: la condizione per aiutare e per facilitare oggi il dialogo, la comprensione, l’avvicinamento tra i popoli e tra le diverse religioni è guardare bene in faccia la storia degli uomini che ci hanno preceduto. Perché la storia è anche storia di grandi crisi, di tragedie, di sopraffazioni e di odio. E non possiamo scaricare tutte le colpe degli errori del passato solo su alcuni personaggi che sono stati ai vertici del potere. Quindi, una cosa è la correttezza politica del nostro agire, una cosa è guardare la storia senza censure, perché la storia deve insegnarci qualcosa. Non è un caso che ogni capitolo del romanzo sia introdotto da un brano dei Commentari di Pio II. Quei brani hanno a volte un linguaggio brutale, ma sono una finestra che ci fa affacciare direttamente su quel periodo storico, senza mediazioni. Sono una lezione importante.
In molte pagine del romanzo è proprio il quadro geopolitico della seconda metà del XV secolo che invita a riflettere. Di fronte al pericolo ottomano, si scontrano due visioni: quella di chi vuole incoronare Venezia erede di Bisanzio e farne la leader di una nuova crociata (anche la ricerca di Bessarione di un’unità con gli ortodossi è finalizzata a serrare le file della civiltà cristiana) e quella di chi guarda a Mosca come a un ponte tra Oriente ed Occidente…
SPASSKIY: In realtà il progetto del mio protagonista N., quello del trasloco della civiltà bizantina a Mosca, nasce non in contrapposizione alla visione di Bessarione, ma come reazione al fallimento di quest’ultima. Infatti, con la caduta di Costantinopoli, tramonta anche la stella del potente cardinale greco che aveva brillato con più lucentezza alla fine del concilio di Firenze del 1439. L’atto sull’unità delle due Chiese, infatti, rappresentò l’apice della sua gloria ancora di più di quando entrò in conclave con buone possibilità di diventare Papa. Ma dopo Firenze Bessarione non ricevette nessun appoggio, né dai vertici del cadente Impero bizantino, che preferivano cadere e morire pur di non cedere alla Chiesa cattolica occidentale (e qui sta il “tragismo” dell’Impero, una lezione da studiare e imparare), né in Occidente. Infatti al di là di tanti proclami, nessuno mosse un dito per aiutare il morente Impero dall’attacco finale dei Turchi.

La copertina del libro
SPASSKIY: L’Italia è il miglior posto al mondo per capire quanto le nazioni possano aver ereditato un bagaglio comune di esperienze e di idee. Può sembrare superficiale ma nel periodo in cui scrivevo il mio libro mi è capitato di passare per Bologna e guardando i merli delle mura di piazza San Petronio ho pensato a quanto sono simili a quelli del Cremlino. Così riflettevo sulle fortune e sulle sfortune dei tanti italiani che sono andati in Russia proprio in seguito al matrimonio tra Zoe ed Ivan III, e che hanno contribuito in un modo notevole all’edificazione di Mosca e allo sviluppo della nostra cultura. Ma anche il vostro Rinascimento non sarebbe mai stato così grande senza quella generazione di umanisti greci che si sono rifugiati in Italia già da qÑando la caduta di Bisanzio era nell’aria. Sia voi che noi apparteniamo alla stessa civiltà; è vero che c’è stata una rottura, ma apparteniamo alla stessa corrente storica ed entrambi ci definiamo cristiani.
Alla fine del libro, il protagonista colpito a morte da alcuni sicari, riflette: «Eppure sarà Venezia l’erede di Bisanzio, non Mosca». Perché N. pensa di aver fallito?
SPASSKIY: L’ultimo capitolo del libro è quello più legato alla vicenda personale del “Bizantino”. N., nel momento della morte, si chiede a cosa sia servita la sua vita. Ma una risposta forse possiamo darla meglio noi che siamo in grado di fare un bilancio più a freddo di quegli anni. Certo Mosca aveva ereditato molto da Bisanzio, ma anche Venezia. Naturalmente io sono un diplomatico e questo è un romanzo, non uno saggio di storia. Ma quando io oggi vedo San Marco, questa basilica assolutamente bizantina, centro gravitazionale in Venezia, io rifletto su come la storia vada avanti a cicli. Venezia, agli inizi della sua ascesa, era quasi una colonia di Bisanzio. Ma sarà proprio la Serenissima a dare il colpo mortale all’Impero bizantino con la famosa quarta crociata del 1204, che ha lasciato Bisanzio spartita, divisa, umiliata. In seguito Venezia, che non ha dato nessun soccorso a Bisanzio nel momento cruciale, ne ha ripetuto, in qualche misura, la dinamica storica: è diventata un baluardo contro i Turchi e si è immersa nello stesso processo di totale decadenza. Una decadenza affascinante ma inarrestabile. Mosca, invece, ha ereditato da Bisanzio quel carattere di melting pot, di mescolanza di varie etnie in cui sono rispettate le caratteristiche culturali e nazionali di diversi popoli. Un carattere importante, tanto che Bisanzio cadde quando lo perse.