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COLLEGI ECCLESIASTICI DI ROMA
tratto dal n. 04/05 - 2011

Storia del Pontificio Collegio Maronita

Fucina di patriarchi, di orientalisti e di futuri santi



di Pina Baglioni


L’antica mappa, conservata nell’atrio della Curia generalizia dei Gesuiti, nella quale compaiono i primi cinque Collegi nazionali, tra cui il Maronita, edificati tutti nei pressi del Collegio Romano (l’Università Gregoriana di allora) nel corso del XVI secolo

L’antica mappa, conservata nell’atrio della Curia generalizia dei Gesuiti, nella quale compaiono i primi cinque Collegi nazionali, tra cui il Maronita, edificati tutti nei pressi del Collegio Romano (l’Università Gregoriana di allora) nel corso del XVI secolo

 

Nella sala d’ingresso della Curia generalizia dei Gesuiti, a Roma, è possibile ammirare una mappa antica dove compaiono i primi cinque Collegi nazionali, edificati, nel corso del XVI secolo, tutti nelle vicinanze del Collegio Romano (l’Università Gregoriana di allora). In modo tale che i seminaristi potessero arrivare in fretta alle lezioni: erano l’Inglese, il Germanico-Ungarico, l’Armeno, il Greco e, appunto, il Maronita. Che a differenza di tutti gli altri era il Collegio di una Chiesa sui iuris diffusa soprattutto in Libano e in Siria, con riti e liturgia derivanti dalla tradizione siro-antiochena. E che vantava piena comunione con Roma, nonostante l’estrema difficoltà di comunicazione tra la Santa Sede e il Medio Oriente.
Il contatto tra la Santa Sede e la Chiesa maronita era stato consolidato durante le Crociate, nel corso delle quali gli eserciti cristiani avevano ricevuto un grande aiuto dai maroniti. E una delle conseguenze del ritrovato rapporto era stato il viaggio a Roma del patriarca Geremia di Amshit per il Concilio Lateranense IV, nel 1215. Nei secoli successivi, i pontefici inviarono missionari e visitatori apostolici in Libano per verificare le eventuali problematicità dottrinali tra i fedeli di san Marone. La Chiesa maronita era all’epoca una Chiesa di frontiera, chiusa tra  le montagne del Libano e isolata non solo da Roma, ma anche dal resto del mondo per la necessità di proteggersi dalla pressione degli Ottomani.
Uno dei risultati più brillanti delle legazioni pontificie in Libano tra il 1578 e il 1580, fu proprio la fondazione a Roma del Collegio Maronita, voluto nel 1584 da papa Gregorio XIII, che lo istituì con la bolla Humana sic ferunt. L’obiettivo era quello di formare a Roma aspiranti sacerdoti che, tornati nel loro Paese, avrebbero potuto imprimere una svolta decisiva nell’ambito dei rapporti tra il papa e il patriarca di Antiochia dei Maroniti. Il quale, a sua volta, avrebbe dovuto favorire i rapporti con tutte le altre Chiese orientali.
La prima sede romana, la cui direzione fu affidata ai Gesuiti, fu una casa nei pressi della chiesa di San Giovanni della Ficozza, a pochi metri dall’attuale Università Gregoriana e da Fontana di Trevi. In una strada che, poi, avrebbe preso il nome di “via dei Maroniti”. Ai primissimi quattro studenti, già a Roma, si aggiunsero, il 31 gennaio del 1584, altri sei studenti provenienti da Aleppo, in Siria.
A Roma cominciarono ad arrivare ragazzini di otto/nove anni per frequentare gli studi primari, poi i corsi di Filosofia e Teologia. Avendo già imparato in patria la grammatica delle lingue semitiche, questi ragazzi assimilarono con estrema facilità il latino, l’italiano, il francese e lo spagnolo. Tanto che si diffuse, presto, l’adagio “dotto come un maronita”. Una volta conclusi gli studi, molti venivano chiamati nelle corti dei sovrani europei come traduttori e ambasciatori. Coloro che tornavano in Libano, invece, aprivano scuole in tutto il Paese. I maroniti che avevano studiato a Roma fecero conoscere dunque in tutta Europa le lingue, la storia, le istituzioni e le religioni del Medio Oriente. Sempre grazie a loro si stamparono i primi libri liturgici in siriaco. Il primo, a Roma, nel 1585.
Nel 1662 il patriarca Youhanna Mahlouf chiese al Papa di allontanare i Gesuiti dalla direzione del Collegio Maronita a causa della cattiva gestione finanziaria e della dispersione delle vocazioni. Da quel momento in poi il Collegio avrà solo rettori maroniti.
Tra i personaggi che hanno dato lustro al Pontificio Collegio Maronita di Roma spicca il patriarca Stefano El Douaihy, oggi incamminato verso la beatificazione. Alla fine del XVII secolo redasse gli Annali, la prima storia della Chiesa maronita delle origini. Sostenne, inoltre, la rinascita dei grandi ordini religiosi maroniti, riconducendone le regole monastiche, appiattite sugli ordinamenti vigenti nel mondo latino, all’insegnamento di sant’Antonio abate, il capostipite del monachesimo. L’azione di El Douaihy fu determinante anche per il riavvicinamento alla Santa Sede di comunità cristiane orientali ortodosse. Tra l’altro, il primo patriarca della Chiesa siro-cattolica, Ignazio Michele III Jarweh, fu alunno del Collegio Maronita.
Un altro gigante del Collegio fu Giuseppe Simone Assemani, che, insieme con altri membri della sua famiglia, un’intera dinastia di orientalisti, fece la fortuna della Biblioteca Apostolica Vaticana. Giuseppe Simone vi entrò nel 1710 come scrittore. Inviato nel 1715 da Clemente XI in Oriente alla ricerca di manoscritti, viaggiò in Siria e in Egitto, dove riuscì ad acquistare quasi interamente la biblioteca del monastero copto di San Macario e parte di quella del monastero dei Siri nella Nitria; inoltre portò in Europa i primi frammenti copti del monastero Bianco. Nel 1717 tutti questi manoscritti – conservati ora nella Biblioteca Vaticana – furono da lui portati a Roma, dove si dedicò allo studio di quelli siriaci pubblicandone poi la Bibliotheca Orientalis Clementino-Vaticana. Primo custode della Vaticana nel 1739, dette inizio, in collaborazione col nipote Stefano Evodio Assemani, all’allestimento di un catalogo generale dei manoscritti vaticani, di cui uscirono solamente i primi tre volumi dedicati ai codici ebraici e siriaci. Giuseppe Simone Assemani fu protagonista, come legato pontificio, del Sinodo del Monte Libano del 1736, di cui assunse la presidenza. Fu ancora lui a redigere una “Carta costituzionale” della Chiesa maronita. Il documento, fortemente impregnato di norme latinizzanti e all’inizio piuttosto contestato, perché giudicato dannoso per l’antica disciplina antiochena, fu alla fine approvato: la Chiesa maronita avrebbe vissuto di questa legislazione fino alla promulgazione del Codice di Diritto canonico orientale del 1991.
La vita del Collegio Maronita si interruppe il 1° marzo 1798, quando le truppe francesi che avevano occupato Roma requisirono l’edificio, costringendo gli studenti a rifugiarsi presso la Congregazione di Propaganda Fide.

Il procuratore monsignor Elias Boutros Hoyek, futuro patriarca di Antiochia dei Maroniti, al centro nella foto in prima fila, e il rettore del Collegio, padre Gabriel Moubarak, il terzo da destra in prima fila, con alcuni studenti  del Collegio in una foto del 1893 [© Pontificio Collegio Maronita]

Il procuratore monsignor Elias Boutros Hoyek, futuro patriarca di Antiochia dei Maroniti, al centro nella foto in prima fila, e il rettore del Collegio, padre Gabriel Moubarak, il terzo da destra in prima fila, con alcuni studenti del Collegio in una foto del 1893 [© Pontificio Collegio Maronita]

Nel 1891, papa Leone XIII, con la bolla Olim sapienter decise di riaprire di nuovo il Collegio, donando ai maroniti metà della somma necessaria per l’acquisto di uno stabile in via di Porta Pinciana. Qualche anno dopo, il 3 luglio 1895, fu acquistata un’area fabbricabile tra via di Porta Pinciana e via Aurora per costruirvi il definitivo Collegio e la chiesa di San Marone. Protagonista della riapertura fu il vescovo Elias Boutros Hoyek, divenuto patriarca nel 1899. Per riattivare la casa di formazione sacerdotale di Roma egli chiese aiuto ai francesi, al sultano turco e all’imperatore d’Austria Franz Joseph. Quest’ultimo gli negò somme di denaro, ma in cambio concesse ai seminaristi maroniti l’ospitalità a Villa d’Este a Tivoli, vicino a Roma, per le vacanze estive. Dopo aver sistemato la pratica romana, il vescovo maronita aprì un altro collegio a Parigi. Fu, tra l’altro, anche il fondatore della congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, e riuscì anche a creare un’eparchia in Egitto. Morì nel 1931 in odore di santità e attualmente è in corso la sua causa di beatificazione.
Purtroppo, per mancanza di studenti, nel 1906 il Collegio richiuse le porte. Per riaprirle soltanto nel 1920. Tutto procedette tranquillamente fino al 1939, quando, per via dell’imminente scoppio del secondo conflitto mondiale, si procedette all’ennesima chiusura. Nonostante i problemi del Collegio, la Procura del Patriarcato di Antiochia rimase attiva; il procuratore, infatti, continuò ad alloggiare nella prima casa acquistata in via di Porta Pinciana nel 1891.
Dal 1939 al 1980 lo stabile fu affittato e fu adibito ad albergo. È tornato definitivamente in attività il 15 settembre del 2001, all’indomani del Giubileo, grazie soprattutto al vescovo Emilio Eid, procuratore generale del Patriarcato dei Maroniti dal 1958 al 2003. Che, in virtù della sua perseveranza e della grande forza di carattere, fece sì che il glorioso Collegio maronita potesse riprendere a vivere.
Fu lui a seguire, per dieci anni, il restauro conservativo dell’edificio, riuscendo a superare non poche difficoltà burocratiche e legali. È considerato uno dei personaggi più significativi della Chiesa maronita del XX secolo grazie sia alla sua grande capacità di mantenere sempre vivi e fecondi i rapporti tra la Chiesa maronita e la Santa Sede sia per la sua enorme cultura teologica.
Oltre a monsignor Eid a prendersi cura, stavolta, del ripristino del Collegio è stato monsignor Hanna Alwan, rettore per dieci anni. Alwan è giudice del Tribunale della Rota Romana, docente in utroque iure presso le Università Pontificie e responsabile per l’Europa della Congregazione dei Missionari Libanesi, un ordine di diritto patriarcale. Infine, è postulatore per la beatificazione del patriarca Elias Boutros Hoyek. Col sostegno della Congregazione per le Chiese orientali, monsignor Alwan ha fatto sì che al Collegio di via di Porta Pinciana tornassero tutti gli studenti maroniti sparsi in altre strutture ecclesiastiche, ospitando anche i sacerdoti appartenenti alle altre Chiese orientali.



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