PROSPETTIVE. Dopo la vittoria elettorale dell’Akp
Europea perché mediterranea
Un ex ambasciatore italiano ad Ankara analizza tutte le obiezioni che vengono sollevate in merito all’entrata in Europa della Turchia. Da quella geografica a quella religiosa. E le rimuove
di Giorgio Franchetti Pardo
L’ampio ma non inatteso successo elettorale dell’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), la cui matrice ideologica si richiama a radicati valori islamici, e il vertice europeo di Copenaghen, nel quale si è compiuto il balzo in avanti dell’estensione dell’Unione europea verso est ma anche verso sud (l’inclusione di Cipro si inserisce tuttavia in una problematica che da quasi trent’anni tocca nervi molto sensibili ad Atene e ad Ankara ma che potrebbe essersi ora incamminata verso lidi meno irti di scogli), hanno riportato sotto la luce dei riflettori politici e quindi della stampa l’annoso – ma è più corretto dire pluridecennale – problema dell’eventuale ingresso della Turchia nel seno delle istituzioni dell’Unione europea. Per ben situare questo aspetto istituzionale va ricordato che la prima domanda di adesione venne presentata dalla Turchia all’alloýa Cee nel 1987, che nel 1995 essa ha stipulato con le istituzioni comunitarie europee un accordo di unione doganale e che nel 1999 ha ottenuto lo statuto di “Paese candidato”, ovviamente alla condizione di rispettare i criteri del vertice di Copenaghen del 1993 («istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, la preminenza del diritto, il rispetto delle minoranze e la loro protezione»). Nel linguaggio diplomatico questa formulazione si riferisce tra l’altro al problema della componente curda della popolazione turca: ma va detto qui che per la Repubblica Turca i curdi non sono una “minoranza” bensì una componente etnico-linguistica della popolazione turca alla stregua di altre componenti analoghe esistenti in molti altri Paesi, ivi compresi Paesi facenti parte delle istituzioni europee. Va altresì aggiunto che la Turchia fa parte del Consiglio d’Europa, dell’Osce e dell’Ocse (la sua qualità di membro della Nato rientra ovviamente in un contesto diverso da quello “europeo”, pur essendo strategicamente rilevante per l’Europa sotto il profilo della componente mediterranea dell’Alleanza) e non capisce come mai per un verso essa venga considerata europea e per un altro verso invece no.
Tutto ciò premesso, e per riferirmi agli aspetti salienti delle tesi sostenute in questi giorni sul tema della Turchia e l’Europa, mi pare che esse si possano essenzialmente riunire in due gruppi abbastanza omogenei: i contrari in assoluto ed i possibilisti. Tra questi ultimi si annovera anche il presidente del Consiglio Berlusconi. Tra i primi è invece uscito alla ribalta in modo inequivocabile l’ex presidente francese Giscard d’Estaing, attualmente incaricato di presiedere ai lavori per la redazione di una carta costituzionale europea. Egli ha sostenuto che la Turchia non fa parte dell’Europa ed anzi è ad essa marginale. Dico subito che la non appartenenza geografica della Turchia all’Europa mi sembra un modo un po’ spicciativo di abbordare la questione politica. La problematica dei confini geografici dell’Europa non è infatti mai stata ben definita: se si considerano gli Urali si definisce certo un confine orientale ma la catena montuosa nulla dice di sicuro per la parte meridionale della Russia, la quale peraltro come Stato è ben più estesa in Asia che in Europa. Se ne dovrebbe dedurre che la Russia non è europea? La verità è che la penisola anatolica è geograficamente altrettanto marginale all’Asia quanto all’Europa perché essa è essenzialmente mediterranea. Un altro aspetto spesso evocato, esplicitamente o per innuendo, dai contrari in assoluto è il criterio religioso: l’Europa è permeata di cultura cristiana (il richiamo al ben noto scritto di Benedetto Croce è d’obbligo per noi italiani) e quindi mal si concilia con una cultura di diversa matrice culturale e religiosa. (Ma che dire delle affinità tra arte romanica ed arte selgiuchide, di San Marco a Venezia, o delle reciproche contaminazioni nel campo scientifico ed in quello filosofico tra pensiero classico e pensiero arabo?). Nei confronti ed al di là di questa argomentazione, comunque di peso e da non sottovalutare, mi sembra vi siano da proporre peraltro anche altre considerazioni. Osservo anzitutto che occorre distinguere tra “Stato islamico” (per intendersi: una versione teocratica dello Stato, dalla quale deriva anche l’intransigenza fondamentalista nella sua dura interpretazione del dettato coranico) e Stati le cui popolazioni hanno una matrice culturale e religiosa islamica. Al primo tipo si richiamano soprattutto gli sciiti ma non i sunniti che formano invece la grande maggioranza dei musulmani turchi (non sto qui ad entrare nell’elencazione di altre correnti religiose musulmane che peraltro compongono un quadro assai composito con ricadute politiche a volte non trascurabili). Questo spiega tra l’altro la compatibilità sostenuta da larghi strati della popolazione turca più evoluta (ma voci similari si levano anche in altre parti del mondo musulmano) tra il credo religioso ed il criterio di laicità dello Stato affermato con forza da Mustafa Kemal, poi detto Atatürk, e di cui si rendono garanti le forze armate turche (non si dimentichi a tale proposito che quest’ultimo era un generale e pertanto animato da principi di autoritarismo e di nazionalismo alla stregua di tanti altri esponenti militari dell’epoca). Osservo inoltre che una valutazione storica delle relazioni tra impero ottomano e Paesi cristiani europei evidenzia un altro elemento che noi italiani ritengo dovremmo tenere in particolare considerazione: la circostanza cioè che tutte le secolari lotte con la Repubblica di Venezia vennero combattute avendo a mente il controllo del Mediterraneo (non si dimentichi poi in epoca assai più recente la celebre “Questione degli Stretti”). Ciò significa che l’impero ottomano (che tra l’altro comprendeva sino al XIX secolo larga parte dei Balcani, territori sicuramente europei) faceva parte, nell’immaginario politico dell’epoca, del contesto politico-economico dell’area mediterranea, ossia di quel contesto al quale noi ancora oggi guardiamo con particolare attenzione e che era allora un’area strategicamente molto importante per i rapporti di forza fra le cosiddette grandi potenze. Ma vi è un altro ed assai importante elemento da evocare, politicamente ed ideologicamente discriminante per l’appartenenza alle istituzioni europee: il criterio della libertà di pensiero e di espressione, che è poi la cartina di tornasole dell’esistenza della democrazia in un Paese. Tuttavia le dispute sui rapporti tra Stato e Chiesa, a lungo dibattute agli albori dello Stato italiano, e le conseguenti ricadute politiche sulla partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, peraltro superata poi dalla nascita del Partito popolare voluto da don Sturzo, fanno fede della delicatezza del tema dei rapporti tra politica e religione. Dunque, a mio avviso, la questione da affrontare nel valutare le ragioni che militano a favore o contro l’ingresso della Turchia nelle istituzioni dell’Unione europea non è tanto quella di sapere se la Turchia sia o non sia europea, bensì quella di valutare se le caratteristiche sociali, economiche ma soprattutto politiche di quella Repubblica siano compatibili con il nostro concetto di Europa, di una Europa democratica nel senso di democrazia di stampo occidentale. Del resto fu questo il criterio seguito nel non far partecipare alle istanze comunitarie la Grecia dei colonnelli (per citare il caso di un Paese mediterraneo europeo). Ne deriva che il compito che ci confronta è quello di approfondire l’analisi di tutti questi aspetti, senza preclusioni pregiudiziali, perché appunto la Turchia è, se non altro, almeno un Paese mediterraneo con il quale per di più esistono intensi scambi economici, sia industriali che commerciali, con tutti i Paesi dell’Unione europea (l’Italia figura al terzo posto tra i partner commerciali ed al quarto posto tra gli investitori) e si prospetta come mercato di potenziali ed ancora più ampie dimensioni.
La domanda che deve essere correttamente posta è perciò quella di sapere se il nuovo governo turco, a capo del quale si trova ora un conosciuto esponente del mondo finanziario, Abdullah Gul (invece lo stimato ex sindaco di Istanbul e leader del partito Akp, Erdogan, che a norma della Costituzione avrebbe dovuto assumere quell’incarico, non ha potuto essere eletto per essere stato condannato a seguito della citazione di versi ritenuti esaltazione della religione e quindi contrari ai principi del laicismo incarnati nella Costituzione), sia in grado di rispettare i requisiti richiesti ai “Paesi candidati”. A tale proposito è stato detto in questi giorni che il partito in questione deve essere considerato una sorta di Democrazia cristiana in chiave musulmana, intendendosi così sdoganare la componente confessionale di questo partito, al tempo stesso sottolineandone l’esteso radicamento sociale nel territorio. È anche significativo che contro questo partito non si sono ancora udite voci di condanna da parte dei generali turchi che invece nel passato tuonarono contro altre formazioni politiche di matrice religiosa (è interessante notare che l’Economist ha intitolato un suo articolo su Abdullah Gul So far so good). È evidente tuttavia che certi paragoni sono validi solo in termini di approssimazione, dal momento che a Paesi diversi non si possono applicare sic et simpliciter etichette politiche ben definite, senza contare che in grandi partiti popolari esistono mille sfumature che è poi difficile trasferire ad altre realtà politiche. Ma se con questa affermazione si vuole dire che al di là del suo riferimento religioso si intende invece valutare la proiezione dell’Akp nel contesto socio-politico turco anche sotto il profilo della sua forza traente in termini di sviluppo e di promozione delle istanze etico-politiche, allora mi sembra che il metodo migliore per sostanziare la sostenibilità di questa etichettatura sia quello di concedere credito alle affermazioni dei suoi attuali leader – che peraltro ripetono quelle di precedenti governi di diversa collocazione politica – di una loro convinta adesione ai principi della democrazia europea occidentale e pertanto di una loro sincera volontà di perseguirla, intavolando al più presto un dialogo serrato ma aperto e sincero con i massimi esponenti di questa nuova formazione politica (mi sembra pertinente far notare che Akp significa Partito della giustizia e dello sviluppo e non come si chiamava quello di Erbakan, della retta via. Ed anche che in turco “ak” significa bianco e che il mar Mediterraneo si chiama Ak Deniz). Non va poi dimenticato che le istanze laicistiche sovrapposte al preesistente radicato sostrato religioso da Atatürk – peraltro rimasto alla guida del Paese per soli quindici anni (grosso modo dal 1923 al 1938, anno della sua morte), non avendo quindi avuto il tempo di incidere in maniera ancor più radicale nella realtà sociale del profondo est anatolico – hanno per lungo tempo tenuto la Turchia al di fuori delle istituzioni islamiche internazionali proprio per effetto dell’ostracismo manifestato da molti Paesi musulmani, con prevalenza di quelli arabi, nei confronti della anomala posizione turca. Osservo che, peraltro, è proprio l’apertura di un dialogo negoziale ciò che da anni chiedono tutti i governi turchi, i quali pensano sia giusto che, per avviarlo, venga almeno fissata la data di partenza del negoziato inteso ad acclarare se e in che termini anche temporali la Turchia possa entrare a fare parte dell’Unione europea. Essa si augura, è ovvio, che questa sua aspirazione, ormai divenuta moneta corrente negli ambienti economici turchi, si trasformi in una realtà concreta, ma è ben consapevole che la strada per pervenire all’adesione sarà lunga e per molti aspetti anche economicamente difficile. Ciò che ai turchi non appare comprensibile è invece l’ambigua posizione europea da essi risentita come una avversione pregiudiziale al loro inserimento nelle istanze comunitarie europee. Ed è questo elemento psicologico – la risultante di un misto di orgoglio ferito e di frustrazione che si traduce in una diffusa sensazione di essere vittime di una emarginazione aprioristica – che, anche per effetto di interessate influenze politiche interne ed esterne, potrebbe giocare un ruolo politico nocivo per il processo da tempo in atto in Turchia verso una sempre maggiore armonizzazione con le istanze politiche, sociali ed economiche richieste dalla adesione all’Unione europea, da molti considerata come sicuro ancoraggio per una Turchia laica e democratica. Va anche sottolineato che l’opzione europeista ed occidentale è vista da molti non già in chiave puramente economica e pertanto strumentale, bensì in chiave di vero e proprio orientamento politico-ideologico. Un aspetto, questo, da non sottovalutare nel quadro degli equilibri mediterranei tenuto anche conto, sotto il profilo regionale, della posizione baricentrica della Turchia, posta, come essa è, alla cerniera tra Egeo, Mar Nero e Medio Oriente, da un lato, ed i Paesi transcaucasici e transcaspiani dall’altro.
Tutto ciò premesso, e per riferirmi agli aspetti salienti delle tesi sostenute in questi giorni sul tema della Turchia e l’Europa, mi pare che esse si possano essenzialmente riunire in due gruppi abbastanza omogenei: i contrari in assoluto ed i possibilisti. Tra questi ultimi si annovera anche il presidente del Consiglio Berlusconi. Tra i primi è invece uscito alla ribalta in modo inequivocabile l’ex presidente francese Giscard d’Estaing, attualmente incaricato di presiedere ai lavori per la redazione di una carta costituzionale europea. Egli ha sostenuto che la Turchia non fa parte dell’Europa ed anzi è ad essa marginale. Dico subito che la non appartenenza geografica della Turchia all’Europa mi sembra un modo un po’ spicciativo di abbordare la questione politica. La problematica dei confini geografici dell’Europa non è infatti mai stata ben definita: se si considerano gli Urali si definisce certo un confine orientale ma la catena montuosa nulla dice di sicuro per la parte meridionale della Russia, la quale peraltro come Stato è ben più estesa in Asia che in Europa. Se ne dovrebbe dedurre che la Russia non è europea? La verità è che la penisola anatolica è geograficamente altrettanto marginale all’Asia quanto all’Europa perché essa è essenzialmente mediterranea. Un altro aspetto spesso evocato, esplicitamente o per innuendo, dai contrari in assoluto è il criterio religioso: l’Europa è permeata di cultura cristiana (il richiamo al ben noto scritto di Benedetto Croce è d’obbligo per noi italiani) e quindi mal si concilia con una cultura di diversa matrice culturale e religiosa. (Ma che dire delle affinità tra arte romanica ed arte selgiuchide, di San Marco a Venezia, o delle reciproche contaminazioni nel campo scientifico ed in quello filosofico tra pensiero classico e pensiero arabo?). Nei confronti ed al di là di questa argomentazione, comunque di peso e da non sottovalutare, mi sembra vi siano da proporre peraltro anche altre considerazioni. Osservo anzitutto che occorre distinguere tra “Stato islamico” (per intendersi: una versione teocratica dello Stato, dalla quale deriva anche l’intransigenza fondamentalista nella sua dura interpretazione del dettato coranico) e Stati le cui popolazioni hanno una matrice culturale e religiosa islamica. Al primo tipo si richiamano soprattutto gli sciiti ma non i sunniti che formano invece la grande maggioranza dei musulmani turchi (non sto qui ad entrare nell’elencazione di altre correnti religiose musulmane che peraltro compongono un quadro assai composito con ricadute politiche a volte non trascurabili). Questo spiega tra l’altro la compatibilità sostenuta da larghi strati della popolazione turca più evoluta (ma voci similari si levano anche in altre parti del mondo musulmano) tra il credo religioso ed il criterio di laicità dello Stato affermato con forza da Mustafa Kemal, poi detto Atatürk, e di cui si rendono garanti le forze armate turche (non si dimentichi a tale proposito che quest’ultimo era un generale e pertanto animato da principi di autoritarismo e di nazionalismo alla stregua di tanti altri esponenti militari dell’epoca). Osservo inoltre che una valutazione storica delle relazioni tra impero ottomano e Paesi cristiani europei evidenzia un altro elemento che noi italiani ritengo dovremmo tenere in particolare considerazione: la circostanza cioè che tutte le secolari lotte con la Repubblica di Venezia vennero combattute avendo a mente il controllo del Mediterraneo (non si dimentichi poi in epoca assai più recente la celebre “Questione degli Stretti”). Ciò significa che l’impero ottomano (che tra l’altro comprendeva sino al XIX secolo larga parte dei Balcani, territori sicuramente europei) faceva parte, nell’immaginario politico dell’epoca, del contesto politico-economico dell’area mediterranea, ossia di quel contesto al quale noi ancora oggi guardiamo con particolare attenzione e che era allora un’area strategicamente molto importante per i rapporti di forza fra le cosiddette grandi potenze. Ma vi è un altro ed assai importante elemento da evocare, politicamente ed ideologicamente discriminante per l’appartenenza alle istituzioni europee: il criterio della libertà di pensiero e di espressione, che è poi la cartina di tornasole dell’esistenza della democrazia in un Paese. Tuttavia le dispute sui rapporti tra Stato e Chiesa, a lungo dibattute agli albori dello Stato italiano, e le conseguenti ricadute politiche sulla partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, peraltro superata poi dalla nascita del Partito popolare voluto da don Sturzo, fanno fede della delicatezza del tema dei rapporti tra politica e religione. Dunque, a mio avviso, la questione da affrontare nel valutare le ragioni che militano a favore o contro l’ingresso della Turchia nelle istituzioni dell’Unione europea non è tanto quella di sapere se la Turchia sia o non sia europea, bensì quella di valutare se le caratteristiche sociali, economiche ma soprattutto politiche di quella Repubblica siano compatibili con il nostro concetto di Europa, di una Europa democratica nel senso di democrazia di stampo occidentale. Del resto fu questo il criterio seguito nel non far partecipare alle istanze comunitarie la Grecia dei colonnelli (per citare il caso di un Paese mediterraneo europeo). Ne deriva che il compito che ci confronta è quello di approfondire l’analisi di tutti questi aspetti, senza preclusioni pregiudiziali, perché appunto la Turchia è, se non altro, almeno un Paese mediterraneo con il quale per di più esistono intensi scambi economici, sia industriali che commerciali, con tutti i Paesi dell’Unione europea (l’Italia figura al terzo posto tra i partner commerciali ed al quarto posto tra gli investitori) e si prospetta come mercato di potenziali ed ancora più ampie dimensioni.
La domanda che deve essere correttamente posta è perciò quella di sapere se il nuovo governo turco, a capo del quale si trova ora un conosciuto esponente del mondo finanziario, Abdullah Gul (invece lo stimato ex sindaco di Istanbul e leader del partito Akp, Erdogan, che a norma della Costituzione avrebbe dovuto assumere quell’incarico, non ha potuto essere eletto per essere stato condannato a seguito della citazione di versi ritenuti esaltazione della religione e quindi contrari ai principi del laicismo incarnati nella Costituzione), sia in grado di rispettare i requisiti richiesti ai “Paesi candidati”. A tale proposito è stato detto in questi giorni che il partito in questione deve essere considerato una sorta di Democrazia cristiana in chiave musulmana, intendendosi così sdoganare la componente confessionale di questo partito, al tempo stesso sottolineandone l’esteso radicamento sociale nel territorio. È anche significativo che contro questo partito non si sono ancora udite voci di condanna da parte dei generali turchi che invece nel passato tuonarono contro altre formazioni politiche di matrice religiosa (è interessante notare che l’Economist ha intitolato un suo articolo su Abdullah Gul So far so good). È evidente tuttavia che certi paragoni sono validi solo in termini di approssimazione, dal momento che a Paesi diversi non si possono applicare sic et simpliciter etichette politiche ben definite, senza contare che in grandi partiti popolari esistono mille sfumature che è poi difficile trasferire ad altre realtà politiche. Ma se con questa affermazione si vuole dire che al di là del suo riferimento religioso si intende invece valutare la proiezione dell’Akp nel contesto socio-politico turco anche sotto il profilo della sua forza traente in termini di sviluppo e di promozione delle istanze etico-politiche, allora mi sembra che il metodo migliore per sostanziare la sostenibilità di questa etichettatura sia quello di concedere credito alle affermazioni dei suoi attuali leader – che peraltro ripetono quelle di precedenti governi di diversa collocazione politica – di una loro convinta adesione ai principi della democrazia europea occidentale e pertanto di una loro sincera volontà di perseguirla, intavolando al più presto un dialogo serrato ma aperto e sincero con i massimi esponenti di questa nuova formazione politica (mi sembra pertinente far notare che Akp significa Partito della giustizia e dello sviluppo e non come si chiamava quello di Erbakan, della retta via. Ed anche che in turco “ak” significa bianco e che il mar Mediterraneo si chiama Ak Deniz). Non va poi dimenticato che le istanze laicistiche sovrapposte al preesistente radicato sostrato religioso da Atatürk – peraltro rimasto alla guida del Paese per soli quindici anni (grosso modo dal 1923 al 1938, anno della sua morte), non avendo quindi avuto il tempo di incidere in maniera ancor più radicale nella realtà sociale del profondo est anatolico – hanno per lungo tempo tenuto la Turchia al di fuori delle istituzioni islamiche internazionali proprio per effetto dell’ostracismo manifestato da molti Paesi musulmani, con prevalenza di quelli arabi, nei confronti della anomala posizione turca. Osservo che, peraltro, è proprio l’apertura di un dialogo negoziale ciò che da anni chiedono tutti i governi turchi, i quali pensano sia giusto che, per avviarlo, venga almeno fissata la data di partenza del negoziato inteso ad acclarare se e in che termini anche temporali la Turchia possa entrare a fare parte dell’Unione europea. Essa si augura, è ovvio, che questa sua aspirazione, ormai divenuta moneta corrente negli ambienti economici turchi, si trasformi in una realtà concreta, ma è ben consapevole che la strada per pervenire all’adesione sarà lunga e per molti aspetti anche economicamente difficile. Ciò che ai turchi non appare comprensibile è invece l’ambigua posizione europea da essi risentita come una avversione pregiudiziale al loro inserimento nelle istanze comunitarie europee. Ed è questo elemento psicologico – la risultante di un misto di orgoglio ferito e di frustrazione che si traduce in una diffusa sensazione di essere vittime di una emarginazione aprioristica – che, anche per effetto di interessate influenze politiche interne ed esterne, potrebbe giocare un ruolo politico nocivo per il processo da tempo in atto in Turchia verso una sempre maggiore armonizzazione con le istanze politiche, sociali ed economiche richieste dalla adesione all’Unione europea, da molti considerata come sicuro ancoraggio per una Turchia laica e democratica. Va anche sottolineato che l’opzione europeista ed occidentale è vista da molti non già in chiave puramente economica e pertanto strumentale, bensì in chiave di vero e proprio orientamento politico-ideologico. Un aspetto, questo, da non sottovalutare nel quadro degli equilibri mediterranei tenuto anche conto, sotto il profilo regionale, della posizione baricentrica della Turchia, posta, come essa è, alla cerniera tra Egeo, Mar Nero e Medio Oriente, da un lato, ed i Paesi transcaucasici e transcaspiani dall’altro.