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TURCHIA
tratto dal n. 11/12 - 2002

Intervista con Mesrop II, patriarca armeno di Istanbul

Non chiudete quella porta


Il capo della più numerosa minoranza cristiana presente nella penisola anatolica spiega perché è importante che la Turchia sia ammessa nell’Unione europea. E si dice fiducioso sul nuovo corso politico del Paese


di Gianni Valente


Alcuni zelanti custodi delle “radici cristiane” dell’Europa hanno preso molto male l’ipotesi che l’Unione europea apra le sue porte alla Turchia dopo che le recenti elezioni hanno consegnato la guida del Paese a un partito di matrice islamica, seppur moderata. Ma la “causa turca” in Europa ha trovato un testimonial d’eccezione nel pragmatico capo della più numerosa minoranza cristiana presente in Turchia. Mesrop II, patriarca armeno di Istanbul, tra novembre e dicembre ha girato senza sosta diverse capitali europee, per documentare a politici ed ecclesiastici la convenienza di allargare al di là del Bosforo i confini comunitari. Un’eventualità guardata con favore da tutte le minoranze cristiane presenti in Turchia.
Mesrop II Mutafyan, 46 anni, è il capo spirituale di 80mila armeni turchi. Ultimo titolare di una sede assunta al rango patriarcale nel 1461. Per sostenere l’idoneità turca all’ingresso in Europa non ha esitato ad esporsi di persona: le sue frequenti critiche al governo di Ankara in difesa dei diritti delle minoranze religiose in Turchia lo tutelano da ogni sospetto di “collaborazionismo” governativo. E si augura che nel futuro turco si riaffacci quella che definisce «la tradizione di convivenza tollerante dell’impero ottomano, quando il sultano invitava il patriarca armeno, quello greco-ortodosso e il rabbino ai festeggiamenti per il Ramadan. Poi finì tutto, e scoppiò il nazionalismo con la sua scia di deportazioni e devastazioni. Ma i nazionalisti avevano studiato tutti in Europa…».
Beatitudine, com’è andato il suo tour europeo?
MESROP II: È stato un tour di “cortesia e di buona volontà”. Ho visitato Copenaghen, Parigi, Bruxelles, Londra e Roma. Ho incontrato rappresentanti politici, come il presidente della Commissione europea Romano Prodi e diversi ministri responsabili delle politiche comunitarie dei rispettivi Paesi. E poi ho visitato vescovi e capi di Chiese locali. A Roma, il 9 dicembre, sono stato ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II e ho avuto un incontro con monsignor Jean-Louis Tauran.
Qual era lo scopo di questo giro?
MESROP II: Negli ultimi tempi, in Turchia, ci sono state consultazioni con i capi e gli organismi delle diverse comunità cristiane e della comunità ebraica. Anche a nome loro sono venuto a esprimere le preoccupazioni e i voti delle minoranze religiose in Turchia, a spiegare perché per noi è importante che la Turchia sia ammessa nell’Unione europea. Tutti concordiamo sull’impressione che tale ammissione avrebbe effetti positivi su aspetti concreti della vita quotidiana di chi appartiene alle minoranze religiose. Negli ultimi anni, sotto questo punto di vista, le cose già sono andate lentamente migliorando. Prima era complicato anche trovare i permessi per il restauro delle chiese. Adesso i nuovi dirigenti hanno promesso di procedere su questa via, riformando in senso meno restrittivo i regolamenti che ordinano la vita delle minoranze religiose.
Come sono andati gli incontri in Vaticano?

MESROP II: Il Papa si è mostrato pieno di affetto. Ricordando la sua visita nel nostro Paese, ha rinnovato la sua benedizione apostolica su tutta la Turchia. Monsignor Tauran ha ribadito che in Turchia la Chiesa cattolica, come le altre comunità ecclesiali, ha delle esigenze, e la Santa Sede attende con interesse di vedere realizzati quei miglioramenti nei criteri che regolano la vita delle minoranze religiose. Ma ha assicurato che la Santa Sede non ha in nessun caso obiezioni all’accesso della Turchia nell’Unione europea.
Quali preoccupazioni ha espresso agli interlocutori incontrati in Europa?

MESROP II: Purtroppo negli ultimi mesi alcuni circoli conservatori hanno tirato in ballo la religione, sostenendo che la Turchia va tenuta fuori dall’Europa sulla base di considerazioni religiose. Un discorso campato in aria. Si tratta di una decisione politica. Si facciano considerazioni di ordine economico, politico, sociale, ma si lasci da parte la religione.
Perché giudica incongrue le eventuali riserve di ordine religioso?

MESROP II: La Turchia è uno Stato laico. Sotto certi aspetti più laico e secolare di tanti Paesi europei, addirittura della Francia. Tutta la convivenza civile è regolata su standard europei, compresi quelli scaturiti dalle cosiddette radici cristiane della civiltà europea. Il giorno festivo è la domenica. Si segue il calendario occidentale e la scrittura si serve dell’alfabeto latino. Quando Kemal Atatürk fondò la nazione, a livello giuridico adottò il codice civile elaborato in Svizzera. Anche la vita religiosa è regolata da leggi secolari. Non siamo soggetti a legislatori che hanno come riferimento i testi sacri di qualche religione.
Ma gli allarmisti dicono che adesso anche lì, alle ultime elezioni, hanno vinto gli islamici.
MESROP II: Il piccolo partito degli estremisti islamici non ha superato la soglia di sbarramento elettorale del 10 per cento. Il Partito della giustizia e dello sviluppo, che ha vinto le elezioni, è una formazione politica nuova, nata dalla confluenza di due elementi: gli islamici moderati e buona parte degli ex elettori del Partito della madre patria, fondato dallo scomparso presidente Ozal. È un partito di centrodestra che, avendo una maggioranza forte, garantirà la governabilità del Paese, finora resa precaria dalla fragilità dei governi di coalizione. Nella concreta attività governativa assumerà probabilmente una linea moderata.
Davvero nessuno proverà a introdurre la Sharia come legge dello Stato?

MESROP II: Ho incontrato Recep Tayyip Erdogan, il capo del Partito della giustizia e dello sviguppo, e anche Abdullah Gul, il nuovo possibile primo ministro. Si sono mostrati molto cordiali. Abbiamo parlato dei diritti delle minoranze, e loro hanno assicurato che continueranno a portare avanti le riforme per allargare gli spazi e garantire a tutti i gruppi pari opportunità. Il loro è un islamismo moderato, che riprende la tradizione di tolleranza e di convivenza religiosa che segnò per lungo tempo l’impero ottomano. In campo religioso mirano solo a consentire che le tradizioni islamiche possano avere una legittima espressione pubblica, a livello familiare e comunitario. Vogliono allargare le maglie strette del rigido laicismo di Stato che affatica anche la vita delle minoranze religiose. Questo farebbe comodo anche a noi.
Nei suoi incontri europei qualcuno ha trovato obiezioni ai suoi ragionamenti?
MESROP II: No. Tutti hanno convenuto che la Turchia occupa una posizione strategica cruciale per gli interessi europei. Che l’Unione europea si rafforza se diventa una confederazione di Paesi, di colori e di esperienze diversi. E anche chi ribadisce le radici giudeo-cristiane dell’Europa deve riconoscere che non c’è modo di definire il continente come un club cristiano. Trovo molto ipocrita e pericoloso questo arruolamento di argomenti religiosi per chiudere la porta in faccia alla Turchia.
A cosa si riferisce?
MESROP II: Molti dei Paesi europei hanno un passato di sfruttamento coloniale che non sembra sia stato molto cristiano. La stessa citazione delle radici cristiane dell’Europa nella futura Carta europea è ancora in discussione e da molti contestata. E adesso, pur di chiudere le porte alla Turchia per calcoli politici ed economici, qualcuno riscopre un improvviso attaccamento alla presunta “purezza” cristiana dell’Europa. Rinnegando quell’accoglienza verso lo straniero, che Gesù stesso insegna nella parabola del Buon Samaritano. E tutto questo dopo che tutte le Chiese europee hanno speso per decenni soldi e risorse per i convegni e le iniziative sul dialogo interreligioso…
Perché dice che questo ostracismo posto in nome del cristianesimo è anche pericoloso?
ýESROP II: Se dopo quarant’anni di mezze promesse l’Europa chiude le porte alla Turchia col pretesto religioso, non credo che il governo turco cambierà il suo atteggiamento verso di noi. Ma nell’opinione pubblica si fomenterà per forza di cose un sentimento di ostilità verso le minoranze cristiane.
Sorprende che lei sostenga con tanta convinzione le ragioni della Turchia. Da decenni i rapporti tra armeni e Turchia sono segnati dalla memoria controversa del genocidio armeno fomentato dai Giovani Turchi nel 1915…
MESROP II: La Chiesa armena presente in Turchia è per ovvi motivi interessata al dialogo turco-armeno. Altre comunità armene, soprattutto su pressione di politici della Repubblica di Armenia e della diaspora, pongono come precondizione ad ogni dialogo coi turchi il riconoscimento del genocidio armeno da parte del governo di Ankara. Insistono sulla memoria, dicono che bisogna ricordare per impedire che l’orrore riaccada ancora. Come uomo di Chiesa, il mio compito non è tanto dare giudizi storici, ma curare le ferite, piuttosto che spargervi sopra il sale. In Turchia, nel 1915, è accaduto qualcosa di terribile, il cui solo ricordo fa impazzire. Lo si definisca genocidio, sterminio o in altro modo, la realtà di quello che è accaduto non cambia. Ma mi sembra drastico l’atteggiamento di chi dice che per aprire ogni linea di contatto con i turchi, loro devono prima ammettere il genocidio. Si rischia di rimanere bloccati sotto il peso del passato. Se invece si sceglie la via della convivenza, dell’apertura reciproca, col tempo cadranno le diffidenze. Le giovani generazioni riusciranno a parlare anche del passato, a riconoscere e confessare le colpe dei propri padri, per purificare la memoria. E senza diventare pedine di giochi più grandi gestiti da altri.
Un problema molto sentito dalle minoranze cristiane, soprattutto dalla Chiesa greco-ortodossa, è quello di poter gestire in forma autonoma scuole teologiche e istituti di formazione. La scuola teologica dell’isola di Halki, dove ha studiato Bartolomeo I, è chiusa da anni…
MESROP II: Coi nuovi dirigenti abbiamo parlato anche di questo. Mi sembrano aperti a trovare una soluzione, purché le scuole teologiche abbiano qualche forma di inquadramento nel sistema d’insegnamento nazionale. Anche i miei fratelli che guidano le altre Chiese cristiane dovrebbero essere comprensivi verso quest’esigenza di controllo statale. Se la Turchia acconsentisse a far nascere centri teologici totalmente autonomi, presto dovrebbe riconoscere lo stesso diritto a tutte le sette islamiche. Si è visto che fioritura di centrali fondamentaliste c’è stata nel cuore dell’Occidente, ad esempio in Inghilterra. In Turchia questo fenomeno sarebbe ancora più massiccio.
In Oriente soffiano sempre più forte nuovi venti di guerra. Come appare la guerra preventiva all’Iraq vista dai cristiani di Turchia?
MESROP II: Ho apprezzato i messaggi per il Ramadan del Papa e di Bush. Sgombrano il campo dalle ambiguità di chi insiste sullo scontro di civiltà di matrice religiosa. Le relazioni internazionali sono determinate dagli interessi economici, politici, strategici. I pretesti culturali o religiosi che si tirano in ballo servono quasi sempre da copertura ideologica per manipolare le teste degli sprovveduti.


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