LIBANO. LA TESTIMONIANZA DEI CATTOLICI MARONITI
Cronache da un Paese polverizzato
Bombardamenti continui. Ostacoli ai soccorsi e agli aiuti umanitari. In Libano ormai è catastrofe umanitaria
di Davide Malacaria

Beirut, 20 luglio 2006
Non sappiamo come si evolverà la situazione, se cioè la diplomazia riuscirà almeno a ottenere una tregua o se l’odio seminato a piene mani durante questo ennesimo raid israeliano porterà al parossismo il mattatoio mediorientale. Si prenda questo articolo per quel che è: una cartolina dal Libano, spedita in una data precisa. Una cartolina lordata di sangue. Tanto, troppo sangue innocente.
«Prima che questa guerra iniziasse, il Libano stava vivendo una stagione meravigliosa», sospira monsignor Alwan Hanna, rettore del Pontificio Collegio Maronita a Roma: «Superate le tensioni successive alla morte dell’ex premier Rafik Hariri [ucciso in un attentato il 14 febbraio 2005, ndr], uscite dal Paese le truppe siriane, tra tutte le forze del Paese, di destra e di sinistra, cristiani e musulmani, era nato un dialogo proficuo che stava portando alla riforma della Costituzione. Poi è successo quello che sapete...».
Da anni il sud del Libano è zona di attrito tra Israele e milizie sciite di Hezbollah. Un conflitto perenne, con lanci di razzi katiuscia da una parte e rappresaglie aeree dall’altra. Sullo sfondo, la tragedia dei profughi palestinesi, chiusi da decenni nei campi di concentramento in Libano.

Tiro, 23 luglio 2006
Hezbollah e oltre
Da quel fatidico 12 luglio le bombe cadono incessanti sul Libano. Una delle immagini che la televisione ha riproposto con insistenza in questi giorni è quella che vede un missile, dotato di telecamera, dirigersi verso l’antenna di un’emittente. L’ordigno si avvicina per poi colpire il bersaglio, che esplode. Immagine di una guerra pulita e “intelligente”. Anche noi abbiamo seguito la corsa di quel missile, andando a cercare uno di questi obiettivi strategici. «Voice of Charity è l’unica radio cattolica di tutto il Medio Oriente», racconta padre Fady Tabet, direttore dell’emittente: «Abbiamo programmi in dodici lingue, è l’unica radio mediorientale che trasmette in così tanti idiomi diversi, una scelta per arrivare a tutti. Credo che la nostra radio sia uno strumento utile per far ascoltare la voce di nostro Signore Gesù Cristo. La nostra emittente era ascoltata in tutto il Libano, ma anche a Cipro, in Siria e in tutta la Terra Santa. Purtroppo le nostre antenne sono state bombardate. Ora il nostro raggio di azione si limita a Beirut e poco oltre... ». A finire sotto le bombe “intelligenti” non sono solo le emittenti radiofoniche, ma anche le televisioni, comprese quelle cristiane.
«Il Libano non è più in grado di sopportare, il nostro popolo è in stato di agonia, mentre il mondo sta a guardare. Il crimine di Cana deve essere condannato da tutti». Questo ha detto il patriarca maronita Nasrallah Sfeir alla notizia di quanto avvenuto nel luogo in cui Gesù mutò l’acqua in vino
Intanto il conflitto che al sud del Libano contrappone
l’esercito israeliano alle milizie sciite è in stallo.
L’esercito con la Stella di Davide, uno dei più potenti del
mondo, trova difficoltà ad affrontare un esercito di straccioni che
non ha nulla da perdere e si nasconde in un reticolo di cunicoli alla
maniera dei vietcong. Da qui Hezbollah, che Israele e Usa accusano di
essere un braccio armato di Siria e Iran, bersaglia con razzi Haifa, la
terza città israeliana, seminando terrore e morte. Anche in questa
occasione, per una tragica ironia cara ai seminatori di terrore, a essere
attaccata è la città israeliana che negli anni è
diventata il simbolo della convivenza tra ebrei e arabi. Anche da Haifa ci
rincorrono immagini di bambini innocenti martoriati, occhi terrorizzati che
si nascondono in bunker sotterranei. Sono ordigni meno devastanti di quelli
che piovono a piene mani sulle città libanesi, ma altrettanto
assassini e terroristici. Eppure se davvero l’intento
dell’offensiva di Israele è quello di eliminare una milizia di
cui la risoluzione 1559 dell’Onu aveva già chiesto il disarmo,
forse sta sbagliando i suoi conti. Anche perché, tra l’altro,
il consenso a Hezbollah nei Paesi arabi aumenta giorno dopo giorno.
«L’effetto di questa offensiva è che la popolazione
libanese si è trovata costretta a resistere. Sotto questo attacco
è aumentata la solidarietà nel popolo libanese. Vogliono
resistere, fino alla fine di questa tragedia», spiega padre Abdo Abou
Kassam, direttore del Centro di informazione cattolica, organo della
Conferenza episcopale libanese; che continua: «Hezbollah non è
solo una milizia o un partito armato. È una comunità, sono
nuclei familiari; sono padri, madri, bambini uniti da una ideologia forte,
animati da un grande spirito di solidarietà. Questo aspetto,
oltretutto, dà al movimento una forza che una semplice milizia
armata non possiede. Per questo un confronto militare contro Hezbollah
è inutile e difficile. Per disarmare queste milizie, come chiede la
risoluzione 1559 dell’Onu, serve il governo libanese. Credo che solo
il dialogo tra il nostro governo e Hezbollah, e tra il nostro governo e le
Nazioni Unite, possa risolvere una crisi così dura».
Già, il disarmo di Hezbollah. Per una oscura cabala, che ritorna
spesso in questi tragici eventi, proprio in quel fatidico 12 luglio tutte
le parti interessate dovevano ratificare un accordo per ottemperare alla
risoluzione 1559. Lo ha ricordato il leader sciita libanese Nabih Berri al
segretario di Stato Condoleezza Rice giunta nel Paese dei cedri il 24
luglio. Ma ormai tutto si è complicato e anche la Conferenza di
Roma, che si è tenuta il 26 luglio per cercare vie di pace, non ha
dato alcun risultato immediato. Mentre ferve il lavorio diplomatico alla
ricerca di soluzioni, la lotta continua. E il carico di orrori aumenta. Le
vittime libanesi, mentre scriviamo, sono ottocento. Ma, come spiega
monsignor Alwan Hanna, questo è solo il numero delle vittime
accertate, contabilizzate. A causa della fitta pioggia di bombe, nessuno ha
iniziato a scavare tra le macerie per controllare quanti corpi sono sepolti
là sotto. Per contro, le vittime israeliane, tra militari e civili,
sono circa sessanta. A queste cifre occorre aggiungere quelle dei feriti,
dei mutilati... e purtroppo non è finita.
Tra le vittime, tanti, troppi bambini. Il Libano è pieno di bambini, racconta monsignor Alwan, soprattutto nelle famiglie musulmane. Così avviene che il 25%-30% dei morti di questa guerra siano bambini. «Non capisco perché le forze israeliane si siano accanite sui bambini. Eppure c’è un diritto internazionale che li tutela». Dice padre Abdo: «Ecco, vorrei fare un appello tramite voi. Vorrei chiedere a tutti di pregare. Fermate la strage di bambini, l’attacco ai civili...».
«Invito tutti, infine, a continuare a pregare per la cara e martoriata regione
del Medio Oriente. I nostri occhi sono pieni delle agghiaccianti immagini dei corpi straziati di tante persone, soprattutto di bambini – penso, in particolare a Cana, in Libano.
Desidero ripetere che nulla può giustificare lo spargimento di sangue innocente, da qualunque parte esso venga!»
Benedetto XVI, udienza generale del 2 agosto
La Convenzione di Ginevra vieta, anche in guerra, di
infierire sui civili. E di incrudelire contro i feriti, consentendo che
siano soccorsi. Mentre le testimonianze raccolte raccontano di ambulanze e
di convogli umanitari colpiti indiscriminatamente. Tra l’altro, sono
sempre di più le voci che denunciano l’uso da parte delle
forze israeliane di armi proibite dalla stessa Convenzione, come gli
ordigni al fosforo, le bombe termobariche e quelle a frammentazione. Tutto
falso, come assicurano i generali israeliani? Un giro su Internet, che
mostra bambini ridotti a tizzoni fumanti e macelleria simile, lascia
più di un dubbio. «Non sono testimone diretto di fatti del
genere, ma vedo che le televisioni arabe denunciano con forza queste
violazioni, mandano immagini...». Riprende monsignor Alwan: «Il
problema è che tutta la reazione israeliana mi sembra
sproporzionata. Capisco le ragioni di un Paese che si sente minacciato, che
vede due suoi soldati rapiti, ma non capisco questa rappresaglia che uccide
tanti civili innocenti e devasta tutte le infrastrutture del Paese».
“Reazione sproporzionata” è stato il refrain usato da
quanti nel mondo hanno criticato l’intervento israeliano in Libano.
Anche il cardinale Sfeir, patriarca di Antiochia dei Maroniti, ha
usato questa espressione al termine del suo viaggio negli Stati Uniti.
Oltreoceano aveva cercato la pace, senza trovarla. Al ritorno da quel
viaggio il Patriarca ha chiamato a raccolta tutti i vescovi libanesi che,
al termine della riunione, hanno lanciato un drammatico appello per
chiedere la fine delle ostilità e consentire l’invio di aiuti
umanitari alla popolazione. Anche il Papa ha lanciato ripetute invocazioni
per la pace e indetto, per domenica 23 luglio, una giornata di preghiera e
di penitenza per chiedere il dono della pace. Ma gli appelli, finora, sono
caduti nel vuoto. «Noi siamo solo una forza spirituale»,
ricorda con realismo padre Charbel Mhanna, superiore dell’ordine
Maronita Mariamita della Beata Maria Vergine, un ordine religioso libanese
che conta 110 sacerdoti distribuiti in sedici conventi sparsi in tutto il
Libano: «La Chiesa non ha la forza per imporre qualcosa».
Mentre lo contattiamo, padre Charbel è nel Collegio dei maroniti
mariamiti che si trova a San Pietro in Vincoli, a Roma, e sta finendo di
raccogliere un carico di aiuti umanitari da inviare al suo Paese:
«Stiamo cercando di usare tutti i canali possibili per far giungere a
destinazione degli aiuti, serve di tutto».
La Chiesa e il buio
Il Libano è un Paese arabo in cui la presenza cristiana è una parte importante della società. Come racconta monsignor Alwan, da sempre in Libano esiste una legge non scritta – in vigore anche durante le guerre fratricide che hanno opposto i cristiani ai musulmani e questi ai drusi e via dicendo – che vuole come presidente della Repubblica un cristiano, come primo ministro un musulmano sunnita e come presidente della Camera un musulmano sciita. La Chiesa, ci hanno spiegato le persone che abbiamo interpellato, pur condannando la rappresaglia israeliana, non parteggia per nessuno dei due contendenti, ma persegue e prega per la pace e il bene del popolo libanese. «In questa guerra siamo tutti coinvolti, sia cristiani che musulmani, sia chi è per Hezbollah, sia chi è contro». Spiega padre Abdo: «I massacri sono sotto gli occhi di tutti. Siamo sotto assedio, tutto il Paese è bloccato. Gli israeliani bombardano tutto, anche i camion che portano gli aiuti umanitari. Al sud, poi, la situazione è ancora più tragica, mancano elettricità, acqua, medicine. Per radio ascoltiamo appelli incessanti di gente che chiede aiuto. Non sono solo i feriti dalle bombe ad aver bisogno di cure, ci sono anche le persone affette da patologie normali, come il diabete o i disturbi cardiaci, uomini e donne che non hanno più alcuna assistenza...».
Mentre i palazzi si sbriciolano sotto le bombe, mentre in diversi modi viene ostacolato l’invio di aiuti umanitari, la Chiesa sta tentando come può di portare assistenza alla stremata popolazione locale. «La Caritas è stata la prima organizzazione umanitaria a soccorrere le vittime della guerra, distribuendo aiuti di tipo alimentare e sanitario», dice padre George Massoud Khoury, presidente della Caritas libanese: «Le organizzazioni cattoliche hanno aperto le loro strutture ai bisognosi. E questo senza alcuna discriminazione, né di religione né di orientamenti politici. Se abbiamo potuto fare questo è anche grazie alla rete di solidarietà che si è creata tra i cattolici in Europa e negli Stati Uniti, una cosa di cui non possiamo che essere grati. Ma questa crisi, purtroppo, non durerà qualche settimana. Sarà lunga. Speriamo che questa solidarietà ci accompagni fino alla sua conclusione».
«Credo che questa guerra, con il suo carico di orrori, abbia fatto fiorire qualcosa di nuovo. Cristiani
e musulmani non sono mai stati così uniti. Tutto il Libano è unito come mai prima d’ora»
padre Marcel Abi Kalil, abate della missione maronita mariamita di Deir El Kamar
La cosa più imprevedibile successa in Libano in
questi giorni è l’apertura di tutte le strutture
ecclesiastiche alle vittime della guerra. È stato il Patriarca
stesso a volere che la Chiesa aprisse i suoi monasteri, i suoi conventi, le
sue scuole e le sue canoniche alle folle in fuga dalle bombe. Quando
buttiamo giù queste righe i profughi sono circa 700mila.
Un’enormità, anche non tenendo conto che la popolazione
libanese conta solo 4 milioni di abitanti. Gente che ha perso tutto e che
ha bisogno di tutto. «Abbiamo aperto tutte le nostre
strutture», conferma padre Charbel: «La zona dove questo
è avvenuto in maniera più massiccia è quella intorno
al Patriarcato. Anche perché si ritiene che quella sia un’area
tranquilla. Se bombardano lì... Anche la mia parrocchia ospita molti
profughi, sia cristiani che musulmani...». Una mirabile opera di
carità, fiorita sotto le bombe. Come tutte le cose reali, anche
questa non ha tratti idilliaci, tanto che padre Fady Tabet racconta di
alcune incomprensioni sorte con i profughi di Hezbollah che volevano
innalzare le loro bandiere sui monasteri, ma certo qualcosa di nuovo
è successo. Qualcosa che allontana ancora di più, salvo
infausti imprevisti, le tensioni di un tempo, quando tra cristiani e
musulmani libanesi volavano i coltelli. E certo non è estraneo a
questo piccolo nuovo inizio l’opera del generale Michel Aoun, storico
leader politico cristiano, che da tempo ha intrapreso un proficuo dialogo
con i leader politici musulmani.
«Sembra Stalingrado»
Dove l’assistenza ai profughi della guerra è più incantevole (si può dire durante un massacro?) è al sud, il sud arroventato dalle bombe israeliane che inseguono i guerriglieri nemici. All’inizio della guerra gli sciiti, che sono la maggioranza in quest’area, si sono riversati nei quattro villaggi a maggioranza cristiana, in cerca di asilo. Anche perché, nel frattempo, tutte le vie di comunicazione tra il sud e il nord erano state martellate dall’artiglieria, i ponti distrutti, e migliaia di sventurati erano rimasti chiusi in una trappola mortale. «So di un villaggio al sud in cui ci sono circa 35mila profughi», spiega padre Fady: «Non hanno nulla, così i bambini sono costretti a mangiare erba e a bere acqua non potabile». Al sud, da cinquant’anni, opera una scuola dei padri missionari libanesi maroniti, il Collège de Kadmous, dove gli studenti sono per il 97% musulmani sciiti. La scuola ora dà asilo a centinaia di profughi. Difficile parlare con i padri missionari, dal momento che le linee telefoniche sono state distrutte. Quando finalmente riusciamo a contattare il direttore della scuola, grazie a un cellulare, la linea è molto disturbata. L’unica cosa che si sente dire chiaramente è: «C’è la guerra». Più volte, in francese. È in corso l’ennesimo bombardamento, e quella scuola, diverse volte, è stata sfiorata dalle bombe. Riagganciamo la cornetta, pensando con apprensione a quella voce concitata che per tanti poveretti è ora l’unica oasi di speranza in quel mare in tempesta.

Tiro, 26 luglio 2006
Abbiamo voluto chiudere questo articolo con questo piccolo, inerme, fiore di carità perché questo martoriato Medio Oriente, stretto tra la follia dell’Apocalisse e la miseria di folle sempre più disperate, ha bisogno ora più che mai della sollecitudine di uomini di buona volontà. Forse anche di una forza d’interposizione internazionale. Certo di un dialogo nuovo tra Occidente e “Arabia”.
Insomma, c’è bisogno di tutto. Soprattutto di miracoli.