I CINQUECENTO ANNI...
tratto dal n. 07/08 - 2006

«Petros eni»


«Pietro è qui»: così si intitola la mostra, che sarà inaugurata il 3 ottobre, dedicata all’attuale Basilica Vaticana in occasione del V centenario della sua fondazione


di Lorenzo Bianchi


La Nicchia dei Palli nelle Grotte Vaticane. Dietro di essa è la tomba 
di Pietro, racchiusa nel monumento edificatovi sopra e attorno da Costantino

La Nicchia dei Palli nelle Grotte Vaticane. Dietro di essa è la tomba di Pietro, racchiusa nel monumento edificatovi sopra e attorno da Costantino

Quando l’imperatore Costantino, verso il 320, decise di edificare una basilica ad corpus sul luogo della tomba di Pietro, sepolto immediatamente al di fuori del circo che segnava il limite settentrionale degli horti di Nerone (i giardini dove era avvenuto, a seguito dell’incendio di Roma dell’anno 64, il martirio dei primi cristiani di Roma e dello stesso Pietro), non sfruttò, come sarebbe stato più ovvio e più sicuro per la solidità della nuova costruzione, lo spazio piano tra Gianicolo e Vaticano che era stato occupato dal circo, ma volle fare corrispondere il punto centrale della Basilica, all’intersezione tra navata centrale e transetto, con la sepoltura dell’apostolo; e con un grandioso lavoro ingegneristico realizzò una vasta piattaforma artificiale, da un lato tagliando le pendici del colle Vaticano, dall’altro seppellendo e utilizzando come fondamenta le strutture della necropoli sviluppatasi lungo il lato settentrionale del circo tra I e IV secolo.
Anche l’asse dell’edificio costantiniano non tiene conto, come sarebbe stato più facile, di quello che corre grosso modo nella stessa direzione della necropoli e del circo, ma se ne distanzia, sia pur di poco, perché fu determinato con assoluta esattezza dalla tomba di Pietro, e più precisamente dal monumento che Costantino vi aveva fatto costruire sopra. Il sepolcro dell’apostolo è infatti, oltre che il punto di attrazione, anche l’esatto fulcro topografico di tutto ciò che nel corso dei secoli gli si è sviluppato attorno, dalle sepolture dei primi fedeli cristiani, alle installazioni per i pellegrini nel primo Medioevo, alle strade, alle mura della civitas Leoniana edificate dopo il sacco dei Saraceni dell’846, fino al moderno quartiere di Borgo.
Anche la costruzione della nuova Basilica, fondata da papa Giulio II il 18 aprile 1506, pur se comportò la demolizione di quella costantiniana e delle sue aggiunte medievali, tuttavia rispettò rigorosamente la centralità del sepolcro di Pietro: l’attuale altare maggiore, che risale a papa Clemente VIII (1594), si trova esattamente sopra a quello medievale di papa Callisto II (1123), che a sua volta ingloba il primo altare di papa Greogrio Magno (590 circa), costruito sul monumento costantiniano che custodisce la tomba di Pietro. E il culmine della cupola di Michelangelo si trova esattamente a perpendicolo sopra di essa.
«Petros eni», «Pietro è qui». Così si intitola la mostra che celebra il cinquecentesimo anniversario della costruzione della Basilica Vaticana quale oggi la vediamo, e che resterà aperta dal 3 ottobre 2006 all’8 marzo 2007. Il titolo della mostra richiama il testo greco del famosissimo frammento di intonaco rosso graffito rinvenuto nei pressi della tomba dell’apostolo, custodito ora dalla Fabbrica di San Pietro, che in questa occasione viene esposto per la prima volta al pubblico, dopo che negli ultimi cinquant’anni soltanto pochissimi studiosi hanno avuto il privilegio di poterlo direttamente osservare ed esaminare. Un piccolissimo frammento delle dimensioni di cm 3,2 x 5,8, ma importantissimo, poiché nelle due righe in cui si leggono le lettere PETROS ENI appare il nome di Pietro, presente proprio nel luogo che la tradizione da sempre conosce come quello della sua sepoltura.
La storia di questo graffito è singolare. Di esso non si fa menzione nella pubblicazione ufficiale preparata dai quattro curatori degli scavi archeologici voluti da papa Pio XII e svoltisi tra il 1939 e il 1949 sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas, segretario della Reverenda Fabbrica di San Pietro (M. Apollonj Ghetti, A. Ferrua, E. Josi, E. Kirschbaum, Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano, voll. I-II, Città del Vaticano 1951). Scavi che, confermando la tradizione unanime, riportarono alla luce la tomba dell’apostolo. Fu inizialmente rinvenuto il monumento che Costantino aveva eretto a protezione della sepoltura, sigillandola all’interno di un parallelepipedo alto circa tre metri, fasciato di marmo pavonazzetto e porfido. È quello di cui ci parla Eusebio di Cesarea, che di Costantino era contemporaneo, descrivendolo così: «Uno splendido sepolcro davanti alla città, al quale accorrono, come a un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere da ogni parte dell’Impero romano» (Eusebio, Teophania 47). Il lato anteriore del monumento costantiniano aveva un’apertura che corrisponde all’attuale Nicchia dei Palli, nelle Grotte Vaticane; quello posteriore, rimesso parzialmente in luce, è tuttora visibile dietro l’altare della Cappella Clementina.
Scavando lungo i lati del monumento costantiniano, al di sotto di esso si giunse a rinvenire la tomba di Pietro. Apparve una piccola edicola, appoggiata a un muro intonacato e dipinto in rosso (il cosiddetto “muro rosso”), formata da una mensa sorretta da due colonnine di marmo con una nicchia in corrispondenza dello spazio fra le due colonnine; sul pavimento, al di sotto di un chiusino, una tomba nella nuda terra. L’edicola, databile al II secolo, venne da subito identificata dagli scavatori con il “Trofeo di Gaio”, noto da un passo di Eusebio di Cesarea che riporta le parole del presbitero romano Gaio, pronunciate alla fine del II secolo o all’inizio del III (per la precisione, negli anni del pontificato di papa Zefirino, tra il 198 e il 217) in risposta all’eretico Proclo che, seguace del frigio Montano, vantava la presenza a Ierapoli di Frigia della tomba dell’apostolo Filippo. Dice dunque Gaio: «Io posso mostrarti i trofei [tà trópaia] degli apostoli [Pietro e Paolo]. Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa [di Roma]» (Eusebio, Historia ecclesiastica II, 25, 7). La parola trópaion, che indica il “trofeo della vittoria”, fa allusione alla reale presenza delle spoglie di Pietro: poiché si riferisce propriamente al corpo del martire in cui si è manifestata la grazia di Gesù Cristo e non al solo monumento che lo contiene. Ma la tomba che gli scavatori rinvennero si rivelò vuota.
Il frammento di intonaco con 
il graffito PETROS (OS) ENI (“Pietro è qui”), rinvenuto accanto alla sepoltura di Pietro

Il frammento di intonaco con il graffito PETROS (OS) ENI (“Pietro è qui”), rinvenuto accanto alla sepoltura di Pietro

Fu lo stesso papa Pio XII a dare l’annuncio del ritrovamento della tomba, a conclusione del Giubileo del 1950: «Nei sotterranei della Basilica Vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede? La conclusione finale dei lavori e degli studi risponde un chiarissimo sì: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata» (Pio XII, Discorsi e radiomessaggi, Milano 1961, XII, p. 379).
E qui comincia, dopo la fine degli scavi, una seconda fase delle indagini. Il monumento costantiniano aveva inglobato anche un’altra struttura, un muro perpendicolare al “muro rosso”; la sua costruzione, avvenuta probabilmente nel corso del III secolo e comunque posteriormente all’edicola, aveva comportato lo spostamento della colonnina di destra. Questo muro presentava sulla parete opposta all’edicola numerosissimi graffiti sovrapposti l’uno all’altro, e per questa caratteristica aveva ricevuto dagli scavatori il nome di “muro g”, cioè muro dei graffiti. Sulla parete coperta dai graffiti si notavano ancora segni di pittura, e dunque essa doveva essere originariamente appartenuta a un ambiente interno. Dentro il muro era stato ricavato in antico, sicuramente dopo l’apposizione dei graffiti e prima della definitiva sistemazione del monumento costantiniano, un ripostiglio parallelepipedo foderato di marmo sul fondo e, fino ad una certa altezza, sui quattro lati, uno dei quali, quello occidentale, andava a terminare sul “muro rosso”.
Il ripostiglio venne scoperto dagli scavatori prima della tomba terragna sottostante: si era nel novembre del 1941. Dalle testimonianze di chi scavò non è chiaro se all’interno di esso sia stata fatta una immediata ricognizione, oppure questa sia avvenuta successivamente, quando esso era forse già stato svuotato – la sera stessa della sua scoperta – di parte del materiale che conteneva, come ricostruì in seguito Margherita Guarducci con la testimonianza diretta del sampietrino che aveva eseguito l’operazione. Il padre Antonio Ferrua affermerà di aver visto, il giorno seguente alla scoperta, il ripostiglio vuoto.
Certo è che, come si seppe vari anni dopo il completamento e la pubblicazione degli scavi, proprio da lì proveniva il frammento con il graffito PETROS ENI, inciso sulla parete del “muro rosso” al di sopra della lastrina marmorea che copriva il lato occidentale del ripostiglio. Come detto, del frammento graffito non si fa menzione nella pubblicazione ufficiale degli scavi. Secondo quanto in seguito scrisse il padre Engelbert Kirschbaum, esso fu sicuramente visto durante gli scavi ancora al suo posto originario, sul “muro rosso”, ma non si riuscì a decifrarlo. Il frammento sarebbe stato trovato da Ferrua dopo la pubblicazione degli scavi (quindi dopo il novembre 1951), già distaccato dal “muro rosso” (E. Kirschbaum, Die Gräber der Apostelfürsten, Frankfurt am Main 1957, p. 68). Ma è lo stesso Ferrua che parla delle circostanze del suo ritrovamento, e lo data precisamente al 2 agosto 1951, dichiarando di averlo raccolto con le sue mani nel ripostiglio all’interno del “muro g”: «Com’è che si trovava là quel frammento? Qualcuno, alcuni giorni prima, aveva voluto esplorare la natura dei muri che circondano la cassetta a sud e a ovest, e lavorando con lungo scalpello su quello di ovest, il famoso muro rosso, ne staccò quanto poté del caratteristico intonaco, che per lui aveva l’unico torto di celargli la struttura viva di un muro così importante, in un punto così delicato. Trovai dunque un bel mucchietto di frantumi dentro la cassetta e senza tanto pensarci ne raccolsi il pezzo maggiore per esaminarne la natura [...]. Con cura ravvolsi in uno straccio il frammento e me lo portai a casa dove lo pulii per bene, lo esaminai accuratamente e fotografai» (A. Ferrua, Memorie dei SS. Pietro e Paolo nell’epigrafia, in Saecularia Petri et Pauli [Studi di antichità cristiana, 28], Città del Vaticano 1969, pp. 131-132).
Lo stesso Ferrua pubblicò per la prima volta la trascrizione del frammento sul quotidiano Il Messaggero del 16 gennaio 1952 (e subito dopo in La Civiltà Cattolica, 103, 1952, I, p. 25, fig. 3), disegnandolo sulla destra dell’edicola identificata con il “trofeo di Gaio”, nel punto dove originariamente si trovava. Lo presentò poi per la prima volta in fotografia al Congresso internazionale di Archeologia cristiana di Aix en Provence nel 1954, per restituirlo infine verso la metà dell’anno seguente a monsignor Pietro Principi, nuovo segretario della Reverenda Fabbrica di San Pietro (monsignor Kaas era morto il 15 agosto 1952).
Il “muro dei graffiti”. All’interno di esso è il loculo foderato di marmo contenente le reliquie di Pietro

Il “muro dei graffiti”. All’interno di esso è il loculo foderato di marmo contenente le reliquie di Pietro

Dal momento della sua prima pubblicazione, cominciò ad occuparsi del frammento, che testimoniava senza possibilità di equivoco il nome di Pietro proprio accanto alla sua sepoltura, Margherita Guarducci: a lei si deve la traduzione delle sette lettere graffite con “Pietro è qui”, grazie all’interpretazione di ENI come forma abbreviata del verbo ENESTI. Ella datò inizialmente il graffito al II secolo, per poi ricredersi e attribuirlo all’epoca di Costantino, al momento cioè della costruzione del ripostiglio nel “muro g”, prima della realizzazione del monumento costantiniano e della sigillatura dentro di questo della tomba di Pietro. E solo vari anni dopo la conclusione degli scavi i suoi studi, compiuti tra il 1952 e il 1965, sui graffiti del “muro g” decifrati come invocazioni a Cristo, Maria e Pietro, portarono anche, dopo complesse e articolate ricerche condotte con rigore scientifico, al riconoscimento di quanto era stato contenuto nel ripostiglio, cioè le reliquie di Pietro, lì trasferite dalla prima tomba terragna sottostante (tra le numerosissime pubblicazioni in proposito si vedano in particolare M. Guarducci, Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della Basilica Vaticana, Città del Vaticano 1965; Ead., Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della Basilica Vaticana: una messa a punto, Roma 1967; Ead., Le reliquie di Pietro in Vaticano, Roma 1995).
Rinvenute in una cassetta nei locali delle Grotte Vaticane, dove erano state deposte da chi le aveva estratte dal ripostiglio, le reliquie, dopo essere state analizzate, risultarono pertinenti a un solo uomo, di corporatura robusta, morto in età avanzata. Erano incrostate di terra e mostravano di essere state avvolte in un panno di lana colorato di porpora e intessuto d’oro; rappresentavano frammenti di tutte le ossa del corpo a esclusione del sia pur minimo frammento di quelle dei piedi. Particolare, questo, veramente singolare, che non può non richiamare alla mente la circostanza (e gli esiti sul corpo, cioè il distacco dei piedi) della crocifissione inverso capite (a testa in giù), attestataci da un’antica tradizione a significare l’umiltà di Pietro; una circostanza, questa, perfettamente rispondente a quanto storicamente ben noto: l’usanza romana, cioè, di rendere spettacolari, per la soddisfazione del popolo, le esecuzioni capitali dei condannati a morte. Il loro cadavere, privato del diritto di sepoltura, veniva lasciato giacere sul luogo del supplizio. Così avvenne per Pietro, messo a morte confuso fra tanti altri e sepolto nell’umile terra – probabilmente in fretta, nel luogo più vicino in cui fu possibile – quando si poté recuperarne il corpo.
Le reliquie identificate da Margherita Guarducci come quelle di Pietro furono riconosciute come tali da papa Paolo VI che il 26 giugno 1968, ricollegandosi alle parole pronunciate nel 1950 da papa Pio XII, diede l’annuncio durante l’udienza pubblica nella Basilica Vaticana: «Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di san Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica. Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche. Ma da parte nostra ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo a onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità [...] e nel caso presente tanto più solleciti ed esultanti noi dobbiamo essere, quando abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti, resti mortali del Principe degli apostoli» (Paolo VI, Insegnamenti, VI, Città del Vaticano 1969, pp. 281-282). Fatte ricollocare il giorno successivo all’interno del ripostiglio del “muro g”, le reliquie da pochi anni sono state rese nuovamente visibili ai fedeli.


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