Che cosa desidera la Madonnina di Civitavecchia?
Soltanto la nostra conversione. Un articolo del vescovo di Civitavecchia-Tarquinia
di Girolamo Grillo
Supposto che il segno delle
lacrime di sangue sgorgate dagli occhi della “Madonnina di
Civitavecchia” sia un fatto soprannaturale, potremmo chiederci se in
questi undici anni l’atteggiamento delle persone che sono venute a
visitarla sia stato veramente esemplare, in ordine alla più
autentica devozione mariana.
Non si può negare che, specialmente il primo anno in cui accadde l’evento, non pochi siano venuti soprattutto spinti dalla curiosità di poter constatare di persona l’eclatante, senza vere e proprie motivazioni spirituali. Ma questo ormai, grazie a Dio, è un lontano ricordo.
Poi, lentamente, gli orientamenti ricevuti dalla Santa Sede sono stati messi in atto con la necessaria accuratezza, e i pellegrini provenienti da ogni parte d’Italia e da tutto il mondo, da sé stessi hanno cominciato a comprendere la serietà che quanto era accaduto era qualcosa di veramente straordinario.
Quali gli aspetti più caratteristici di questa singolarità? Li elenco:
1. Poiché Maria è la donna del silenzio, tutti hanno compreso che la propria devozione alla Madonna avrebbe dovuto svolgersi nel più assoluto silenzio, e nella massima compostezza, senza insignificanti devozionismi.
2. Poiché le lacrime di sangue non avrebbero potuto essere altro che un invito alla propria conversione o alla conversione dei propri cari e amici, la grazia più importante che ciascuno avrebbe potuto domandare a Maria non era altro che la propria conversione, la qual cosa ella non avrebbe mai potuto rifiutare di domandare a suo Figlio.
3. Poiché Maria è la Madre del dolore e della sofferenza, dal momento in cui è divenuta Madre di Dio fino alla croce, la Madonna non avrebbe mai potuto essere venerata senza accettare di essere coinvolti nel dolore e nella sofferenza per la salvezza della propria anima e di tutte le anime del mondo.
4. Poiché Maria è la più perfetta donna eucaristica, ella stessa avrebbe spinto tutti i suoi devoti alla continua adorazione eucaristica. Perciò, promuovendo l’adorazione eucaristica qui, non ho fatto altro che mettere in atto la disposizione conciliare e pontificia circa il culto verso il Signore eucaristico, come anche l’esigenza della promozione di una autentica spiritualità eucaristica avendo come modello Maria, la prima adoratrice del Verbo incarnato.
Dunque il culto eucaristico e il culto mariano si devono svolgere in sintonia con il magistero della Chiesa circa tale mistero di amore, di luce, di comunione.
5. Poiché Maria è stata sempre povera, dedicandosi all’amore di tutti i suoi figli, a lei ci si deve presentare sempre con le mani vuote, al fine di poter ritornare a casa con le mani riempite di grazie.
6. Poiché il vescovo, fin da quando ha riportato la Madonnina nella chiesetta di Sant’Agostino, ha insistito moltissimo che non si portassero soldi, i pellegrini hanno potuto portare soltanto qualche soldino, pur necessario per la normale retribuzione di quanti lavorano attorno al piccolo santuario.
7. Poiché la Madonna non vuole sfarzi e lussi, ma la semplicità evangelica, tanti pellegrini provenienti da ogni parte del mondo avrebbero potuto domandare solo che non si facesse nulla che stonasse con la povertà di Maria.
Personalmente prego sempre perché questo luogo di raccoglimento rimanga sempre così. Tutti ricorderanno che, quando il 17 giugno del 1995 ricollocai la Madonnina nella chiesetta di Sant’Agostino, chiesi alla Madonna non un santuario di mattoni, ma soltanto di persone. E quando lo stesso Giovanni Paolo II mi domandò un giorno se avessi in mente di elevare alla Madonna un vero e proprio santuario, risposi senza alcuna esitazione: «Beatissimo Padre, se si dovesse costruire un santuario, lo si dovrebbe affidare a una congregazione di religiosi modelli di povertà, impegnati all’adorazione e attenti alle necessità soprattutto spirituali dei pellegrini.
Io, intanto, continuo a prediligere la realizzazione del santuario di anime e a sorvegliare il retto svolgimento del culto eucaristico e mariano, provvedendo in merito anche tramite la presenza di consacrati che siano esempio vivo di carità, povertà, umiltà, amore e fedeltà alla loro consacrazione e obbedienza alla Chiesa.
D’altra parte, da tutto il mondo mi scrivono, pregandomi di lasciare inalterato questo luogo di preghiera e di non soccombere mai alla tentazione di trasformarlo in una specie di bazar, come è successo in tanti altri luoghi sacri.

Non nascondo che qualche volta ho avuto il desiderio
di fare un santuario, ma le difficoltà di ogni ordine sono state
così tante, per cui mi sono convinto che la Madonnina di
Civitavecchia per il momento non vuole alcun santuario di mattoni, almeno
dal sottoscritto. È ovvio che i miei successori potranno prendere,
d’intesa con la Santa Sede, altre decisioni.
Per ciò che concerne il retto svolgimento del culto mariano, ho sempre cercato di attenermi alla normativa della Chiesa la quale ribadisce il dovere del vescovo di difendere l’unità della Chiesa, di promuovere la disciplina ecclesiastica comune, di vigilare perché non vi si introducano abusi, di fare rispettare l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche (CIC, can. 932).
Perciò, i fedeli sono tenuti ad osservare le direttive e le norme emanate anche dallo stesso vescovo in quanto moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica della diocesi. Dunque, qualsiasi iniziativa che va contro la sua autorità nel caso del culto mariano non è consona allo spirito di umiltà e obbedienza che deve caratterizzare le anime veramente mariane.
La normativa canonica della Chiesa ribadisce l’importanza del culto mariano, inserendolo nell’unico culto cristiano dove la precedenza spetta alla Madre di Dio, in quanto nella «communio sanctorum» lei è la «somigliantissima» all’Immagine divina, al Verbo incarnato. Il santo è colui che assomiglia al Verbo incarnato, ma la Madre di Dio è la più somigliante, perciò gode di un culto speciale.
Essendo Maria la «più somigliante» al Verbo incarnato, è proposta come icona – tipo di «sequela Christi» – anche a tutti i fedeli, perché lei fu «la prima e più perfetta seguace di Cristo, il che ha un valore esemplare, universale e permanente»1.
La Chiesa la raccomanda alla speciale venerazione di tutti in quanto ella, la Tuttasanta, è la prima che ha percorso la strada della deificazione con la sua perfetta umiltà e obbedienza… E ogni uomo che accoglie Cristo dentro di sé è chiamato a offrire sé stesso a Dio senza riserve, imitando l’umiltà e l’obbedienza della Tuttasanta Madre di Dio. Per tutti ella è prototipo, exemplar e auxilium, perché «causa della deificazione di tutti»; conferma della cristificazione dell’uomo per l’opera dello Spirito Santo, della possibilità della generazione mistica di Cristo nel cuore di ciascuno di noi, indipendentemente dal nostro stato di vita: a tutti, chierici, monaci, religiosi, laici, è data la grazia di generare Cristo nella propria anima e di identificarsi così con la Madre di Dio2, ma questo è possibile solamente se percorriamo tale strada assieme a lei e come lei: in perfetta umiltà e obbedienza, facendo della nostra vita un permanente “Fiat”.
Perciò nessuno stato di vita o gruppo o singolo nella Chiesa può “appropriarsi” di Maria in modo tanto privilegiato da monopolizzarla per sé. Maria è di tutti; la sua persona, la sua opera, l’esempio della sua vita appartengono all’intera Chiesa. Maria è così fortemente di tutti che ogni stato di vita, ogni gruppo, ogni cristiano la può sentire propria e tuttavia in modo non esclusivo e non escludente3.
Dunque, l’imitatio Mariae è possibile e proponibile a tutti i fedeli cristiani nel rispetto della vocazione singola di ciascuno. La Chiesa con il suo diritto sancisce questa vocazione e tramite l’intervento dell’autorità ecclesiastica regola la venerazione che scaturisce da tale chiamata alla santità. Proprio perché Maria è di tutti, uno dei titoli a lei attribuito dal Concilio Vaticano II è quello di “Mater hominum”, Madre degli uomini.
Questo titolo, “Mater hominum”, che sottolinea la maternità spirituale della Madre di Dio verso gli uomini, è stato assunto anche dalle normative canoniche dalla Chiesa chiamate a regolare nel giusto modo la venerazione verso la Madre di Dio; nel Codice di Diritto canonico l’espressione «Mater hominum» viene ampliata a «Mater omnium hominum», radicata questa volta non nel testo conciliare ma nella lunga e unanime tradizione che dal IX secolo in poi afferma tale interpretazione, come pure il concorde, esplicito e ripetuto magistero di Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e, soprattutto, Giovanni Paolo II (specialmente nella Redemptoris Mater n. 23; nn. 44-45), i quali interpretano il testo di Giovanni 19, 26-27 in termini di affidamento a Maria non solo del discepolo, ma dell’intero genere umano. Maria è stata da Cristo «proclamata madre non solo del discepolo Giovanni, ma […] del genere umano da lui […] rappresentato»4.
Proprio perché Maria è costituita da Cristo Madre di tutti gli uomini, come detto, ho sempre voluto qui un santuario di anime e non di mattoni, pur non escludendo quest’ultimo, perché tutti possano attingere alla sorgente della sua materna e misericordiosa intercessione e ciascuno possa sentire la voce del Salvatore: «Figlio, ecco tua madre!». Questo invito è valido per questo luogo e per un qualsiasi santuario mariano, perché dappertutto ciò che noi veneriamo non è la materia visibile (quadro, statua, icona) ma la presenza divina a cui tale materia rinvia, così come succede con la venerazione delle icone nell’Oriente cristiano.
Per sintetizzare: che cosa desidera la Madonna da noi? Ella desidera soltanto la nostra conversione, cioè uno sconvolgimento totale di vita, e un completo coinvolgimento nella sua sofferenza e in quella di suo Figlio.
E, a dire la verità, per molte anime è già stato così.
Note
1 Paolo VI, esortazione apostolica Marialis cultus, de Beatae Mariae Virginis cultu recte instituendo et augendo (febbraio 1974), paragrafo 35.
2 Cfr. B. Petrà, La “spiritualità mariana”, pp. 224-225.
3 M.G. Masciarelli, «Laici», in Nuovo dizionario di Mariologia, p. 656.
4 Paolo VI, esortazione apostolica Signum magnum, de Beata Virgine Maria, Matre Ecclesiae omniumque virtutum exemplari, veneranda atque imitanda (maggio 1967): AAS 58 (1967) 468: «… ut ab eo mater non unius Ioannis discipuli, sed etiam […] humani generis, cuius ille quodammodo gessit personam, meruerit designari …».
Non si può negare che, specialmente il primo anno in cui accadde l’evento, non pochi siano venuti soprattutto spinti dalla curiosità di poter constatare di persona l’eclatante, senza vere e proprie motivazioni spirituali. Ma questo ormai, grazie a Dio, è un lontano ricordo.
Poi, lentamente, gli orientamenti ricevuti dalla Santa Sede sono stati messi in atto con la necessaria accuratezza, e i pellegrini provenienti da ogni parte d’Italia e da tutto il mondo, da sé stessi hanno cominciato a comprendere la serietà che quanto era accaduto era qualcosa di veramente straordinario.
Quali gli aspetti più caratteristici di questa singolarità? Li elenco:
1. Poiché Maria è la donna del silenzio, tutti hanno compreso che la propria devozione alla Madonna avrebbe dovuto svolgersi nel più assoluto silenzio, e nella massima compostezza, senza insignificanti devozionismi.
2. Poiché le lacrime di sangue non avrebbero potuto essere altro che un invito alla propria conversione o alla conversione dei propri cari e amici, la grazia più importante che ciascuno avrebbe potuto domandare a Maria non era altro che la propria conversione, la qual cosa ella non avrebbe mai potuto rifiutare di domandare a suo Figlio.
3. Poiché Maria è la Madre del dolore e della sofferenza, dal momento in cui è divenuta Madre di Dio fino alla croce, la Madonna non avrebbe mai potuto essere venerata senza accettare di essere coinvolti nel dolore e nella sofferenza per la salvezza della propria anima e di tutte le anime del mondo.
4. Poiché Maria è la più perfetta donna eucaristica, ella stessa avrebbe spinto tutti i suoi devoti alla continua adorazione eucaristica. Perciò, promuovendo l’adorazione eucaristica qui, non ho fatto altro che mettere in atto la disposizione conciliare e pontificia circa il culto verso il Signore eucaristico, come anche l’esigenza della promozione di una autentica spiritualità eucaristica avendo come modello Maria, la prima adoratrice del Verbo incarnato.
Dunque il culto eucaristico e il culto mariano si devono svolgere in sintonia con il magistero della Chiesa circa tale mistero di amore, di luce, di comunione.
5. Poiché Maria è stata sempre povera, dedicandosi all’amore di tutti i suoi figli, a lei ci si deve presentare sempre con le mani vuote, al fine di poter ritornare a casa con le mani riempite di grazie.
6. Poiché il vescovo, fin da quando ha riportato la Madonnina nella chiesetta di Sant’Agostino, ha insistito moltissimo che non si portassero soldi, i pellegrini hanno potuto portare soltanto qualche soldino, pur necessario per la normale retribuzione di quanti lavorano attorno al piccolo santuario.
7. Poiché la Madonna non vuole sfarzi e lussi, ma la semplicità evangelica, tanti pellegrini provenienti da ogni parte del mondo avrebbero potuto domandare solo che non si facesse nulla che stonasse con la povertà di Maria.
Personalmente prego sempre perché questo luogo di raccoglimento rimanga sempre così. Tutti ricorderanno che, quando il 17 giugno del 1995 ricollocai la Madonnina nella chiesetta di Sant’Agostino, chiesi alla Madonna non un santuario di mattoni, ma soltanto di persone. E quando lo stesso Giovanni Paolo II mi domandò un giorno se avessi in mente di elevare alla Madonna un vero e proprio santuario, risposi senza alcuna esitazione: «Beatissimo Padre, se si dovesse costruire un santuario, lo si dovrebbe affidare a una congregazione di religiosi modelli di povertà, impegnati all’adorazione e attenti alle necessità soprattutto spirituali dei pellegrini.
Io, intanto, continuo a prediligere la realizzazione del santuario di anime e a sorvegliare il retto svolgimento del culto eucaristico e mariano, provvedendo in merito anche tramite la presenza di consacrati che siano esempio vivo di carità, povertà, umiltà, amore e fedeltà alla loro consacrazione e obbedienza alla Chiesa.
D’altra parte, da tutto il mondo mi scrivono, pregandomi di lasciare inalterato questo luogo di preghiera e di non soccombere mai alla tentazione di trasformarlo in una specie di bazar, come è successo in tanti altri luoghi sacri.

Girolamo Grillo
Per ciò che concerne il retto svolgimento del culto mariano, ho sempre cercato di attenermi alla normativa della Chiesa la quale ribadisce il dovere del vescovo di difendere l’unità della Chiesa, di promuovere la disciplina ecclesiastica comune, di vigilare perché non vi si introducano abusi, di fare rispettare l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche (CIC, can. 932).
Perciò, i fedeli sono tenuti ad osservare le direttive e le norme emanate anche dallo stesso vescovo in quanto moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica della diocesi. Dunque, qualsiasi iniziativa che va contro la sua autorità nel caso del culto mariano non è consona allo spirito di umiltà e obbedienza che deve caratterizzare le anime veramente mariane.
La normativa canonica della Chiesa ribadisce l’importanza del culto mariano, inserendolo nell’unico culto cristiano dove la precedenza spetta alla Madre di Dio, in quanto nella «communio sanctorum» lei è la «somigliantissima» all’Immagine divina, al Verbo incarnato. Il santo è colui che assomiglia al Verbo incarnato, ma la Madre di Dio è la più somigliante, perciò gode di un culto speciale.
Essendo Maria la «più somigliante» al Verbo incarnato, è proposta come icona – tipo di «sequela Christi» – anche a tutti i fedeli, perché lei fu «la prima e più perfetta seguace di Cristo, il che ha un valore esemplare, universale e permanente»1.
La Chiesa la raccomanda alla speciale venerazione di tutti in quanto ella, la Tuttasanta, è la prima che ha percorso la strada della deificazione con la sua perfetta umiltà e obbedienza… E ogni uomo che accoglie Cristo dentro di sé è chiamato a offrire sé stesso a Dio senza riserve, imitando l’umiltà e l’obbedienza della Tuttasanta Madre di Dio. Per tutti ella è prototipo, exemplar e auxilium, perché «causa della deificazione di tutti»; conferma della cristificazione dell’uomo per l’opera dello Spirito Santo, della possibilità della generazione mistica di Cristo nel cuore di ciascuno di noi, indipendentemente dal nostro stato di vita: a tutti, chierici, monaci, religiosi, laici, è data la grazia di generare Cristo nella propria anima e di identificarsi così con la Madre di Dio2, ma questo è possibile solamente se percorriamo tale strada assieme a lei e come lei: in perfetta umiltà e obbedienza, facendo della nostra vita un permanente “Fiat”.
Perciò nessuno stato di vita o gruppo o singolo nella Chiesa può “appropriarsi” di Maria in modo tanto privilegiato da monopolizzarla per sé. Maria è di tutti; la sua persona, la sua opera, l’esempio della sua vita appartengono all’intera Chiesa. Maria è così fortemente di tutti che ogni stato di vita, ogni gruppo, ogni cristiano la può sentire propria e tuttavia in modo non esclusivo e non escludente3.
Dunque, l’imitatio Mariae è possibile e proponibile a tutti i fedeli cristiani nel rispetto della vocazione singola di ciascuno. La Chiesa con il suo diritto sancisce questa vocazione e tramite l’intervento dell’autorità ecclesiastica regola la venerazione che scaturisce da tale chiamata alla santità. Proprio perché Maria è di tutti, uno dei titoli a lei attribuito dal Concilio Vaticano II è quello di “Mater hominum”, Madre degli uomini.
Questo titolo, “Mater hominum”, che sottolinea la maternità spirituale della Madre di Dio verso gli uomini, è stato assunto anche dalle normative canoniche dalla Chiesa chiamate a regolare nel giusto modo la venerazione verso la Madre di Dio; nel Codice di Diritto canonico l’espressione «Mater hominum» viene ampliata a «Mater omnium hominum», radicata questa volta non nel testo conciliare ma nella lunga e unanime tradizione che dal IX secolo in poi afferma tale interpretazione, come pure il concorde, esplicito e ripetuto magistero di Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e, soprattutto, Giovanni Paolo II (specialmente nella Redemptoris Mater n. 23; nn. 44-45), i quali interpretano il testo di Giovanni 19, 26-27 in termini di affidamento a Maria non solo del discepolo, ma dell’intero genere umano. Maria è stata da Cristo «proclamata madre non solo del discepolo Giovanni, ma […] del genere umano da lui […] rappresentato»4.
Proprio perché Maria è costituita da Cristo Madre di tutti gli uomini, come detto, ho sempre voluto qui un santuario di anime e non di mattoni, pur non escludendo quest’ultimo, perché tutti possano attingere alla sorgente della sua materna e misericordiosa intercessione e ciascuno possa sentire la voce del Salvatore: «Figlio, ecco tua madre!». Questo invito è valido per questo luogo e per un qualsiasi santuario mariano, perché dappertutto ciò che noi veneriamo non è la materia visibile (quadro, statua, icona) ma la presenza divina a cui tale materia rinvia, così come succede con la venerazione delle icone nell’Oriente cristiano.
Per sintetizzare: che cosa desidera la Madonna da noi? Ella desidera soltanto la nostra conversione, cioè uno sconvolgimento totale di vita, e un completo coinvolgimento nella sua sofferenza e in quella di suo Figlio.
E, a dire la verità, per molte anime è già stato così.
Note
1 Paolo VI, esortazione apostolica Marialis cultus, de Beatae Mariae Virginis cultu recte instituendo et augendo (febbraio 1974), paragrafo 35.
2 Cfr. B. Petrà, La “spiritualità mariana”, pp. 224-225.
3 M.G. Masciarelli, «Laici», in Nuovo dizionario di Mariologia, p. 656.
4 Paolo VI, esortazione apostolica Signum magnum, de Beata Virgine Maria, Matre Ecclesiae omniumque virtutum exemplari, veneranda atque imitanda (maggio 1967): AAS 58 (1967) 468: «… ut ab eo mater non unius Ioannis discipuli, sed etiam […] humani generis, cuius ille quodammodo gessit personam, meruerit designari …».