SANT’EGIDIO. Intervista a tutto campo con Andrea Riccardi
«Il cristianesimo non appartiene a nessuna civiltà»
«Così disse Pio XII. Oggi invece può affiorare un uso politico-ideologico della categoria di civiltà cristiana. D’altra parte è per me troppo dimenticato il merito di Pio XI che condannò l’Action française proprio perché quel movimento, che voleva riformare la società in nome dei valori cristiani, snaturava il cattolicesimo». Incontro con l’iniziatore della Comunità di Sant’Egidio impegnata nella ricerca del dialogo tra le religioni e tra i Paesi in guerra
di Gianni Valente

Andrea Riccardi
Dopo l’11 settembre, anche “l’Onu di Trastevere” si trova a fare i conti con un clima diverso. Dove le chiavi interpretative preconfezionate della nuova fase geopolitica sono quelle del risentimento religioso islamico verso l’Occidente, dello scontro di civiltà e della “guerra preventiva” come strumento di legittima difesa delle società occidentali. Come vive questo momento il gruppo cattolico che da sempre ha legato il suo nome agli incontri di dialogo tra le religioni? Come è possibile sponsorizzare ancora le diverse appartenenze religiose come fattore di pace e di convivenza, proprio ora che quasi tutti i conflitti in atto vengono raccontati come guerre di religione?
Nell’intervista a tutto campo che segue, il professor Andrea Riccardi, 52 anni, iniziatore della Comunità, comincia a rispondere alle domande scomode elencando innanzitutto le iniziative che Sant’Egidio ha in cantiere per le prossime settimane. Come dire: non abbiamo ripensamenti o esitazioni, la tabella di marcia rimane invariata: «Il 16 ottobre, nella data in cui si ricorda il rastrellamento nazista degli ebrei romani, terremo un convegno sull’antisemitismo a cui seguirà la tradizionale marcia da piazza Sant’Egidio alla sinagoga. Sempre a ottobre, è fissato un incontro con i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa sul tema delle attività caritative. E continuiamo anche a seguire i conflitti e le guerre dimenticate in corso in Uganda, Liberia, Senegal, Burundi, Colombia…».

Sopra, un momento del XVI Incontro internazionale di preghiera per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Palermo. Sotto, un'immagine di Assisi, 24 gennaio 2002. Giovanni Paolo II con i rappresentanti delle comunità cristiane e delle religioni durante la Giornata di preghiera per la pace
ANDREA RICCARDI: L’incontro di Palermo ha confermato alcune linee dei nostri incontri, nello spirito dei raduni tra rappresentanti delle comunità religiose convocati da Giovanni Paolo II ad Assisi: l’esperienza del dialogo, accanto al momento finale che è la preghiera delle diverse comunità religiose, in luoghi separati, per poi convergere insieme in una manifestazione da cui parte un messaggio di pace. È la grande intuizione del Papa: nella diversità, la serena manifestazione della propria identità può aprire al dialogo con gli altri. Anche stavolta, come sempre, erano presenti rappresentanti della cultura laica: in quest’occasione c’era ad esempio l’intellettuale polacco Bronislaw Geremek. Tra i rappresentanti della Comunione ortodossa c’era per la prima volta un vescovo della Chiesa greca, ed era presente una delegazione abbastanza nutrita del Patriarcato di Mosca, nonostante i recenti problemi tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica. Inoltre, va registrata anche la tenuta della compresenza di ebrei e musulmani. Cosa non semplice, visto l’atteggiamento di una parte degli islamici verso Israele. E poi, il fatto grosso è che siamo dopo l’11 settembre…
Appunto. I vostri incontri propongono le religioni come punto sorgivo della pace. Invece, nelle analisi che vogliono spiegare il mondo dopo l’11 settembre, esse diventano la fonte da cui si sprigionano odio, rancori, conflitti.
RICCARDI: C’è stata una fase storica, che ha raggiunto il suo apice negli anni Settanta, in cui sembrava che le religioni, anche come fenomeno sociologico, dovessero estinguersi. Oggi, al contrario viene addirittura richiesto un ruolo pubblico delle religioni, che vengono sottoposte a delle pressioni terribili. Lo abbiamo visto nei Balcani, in India, in Medio Oriente. Dopo la caduta delle ideologie, esse sono chiamate a sacralizzare i confini, a benedire i conflitti. I dirigenti e i gruppi di pressione si rivolgono alle religioni perché si facciano anima dello scontro degli uni contro gli altri. Quindi tutti i credenti sono pressati. Ricattati. Il ritrovarsi in una cornice di dialogo per i leader di religioni differenti significa anche uscire da situazioni locali che li ingabbiano, e che li costringono, sotto la pressione delle passioni nazionali o nazionaliste, a rimuovere l’aspirazione alla pace che c’è nelle religioni stesse.
Ma in quest’idea delle religioni pure e incontaminate, che vengono strumentalizzate dal Potere e dai cattivi, non c’è una censura idealistica? Il realismo cristiano riconosce che anche le espressioni dello spirito religioso umano sono di per sé storicamente segnate dal peccato e dalla possibilità di corrompersi.
RICCARDI: Uno dei dibattiti tenuti a Palermo riguardava proprio l’autocritica delle religioni, una categoria non facile da applicare per gli uomini di religione. Non è che le religioni siano di per sé un mondo incontaminato. Le dottrine, le scelte dei leader, il rapporto delle religioni con la società, il vissuto dei credenti… tutto questo, per usare un termine cristiano, è segnato dal peccato originale, e dal peso della storia. Ma resta vero che nelle varie religioni ci sono delle energie di pace, di possibile comprensione. Tutte, ad esempio, con le formule più diverse, tengono per valida una regola d’oro minimale: non fare all’altro quello che non vuoi sia fatto a te. E tutte parlano di Dio, di qualcuno che è al di là di noi, tutte immaginano un destino o una vocazione universale degli uomini. E poi, noi potremmo limitarci a invitare nei nostri incontri quei teologi e leader che sono notoriamente più disponibili al dialogo. Così andrebbe tutto liscio. Invece, noi invitiamo personalità che crediamo essere rappresentative della fede della gente, dei popoli credenti. Allora si incontrano difficoltà, ci si imbatte nella rigidità di posizioni ufficiali, si svelano i pregiudizi…
Dal punto di vista, diciamo così, dottrinale, i vostri detrattori vi hanno accusato di criptosincretismo…
RICCARDI: All’inizio del Novecento si organizzò a Parigi il Congresso di storia delle religioni in cui si partiva dall’idea dell’esistenza di una religione universale di cui tutte le religioni particolari erano delle proiezioni. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma lo spirito di Assisi è un’altra cosa. Non è il sincretismo del laboratorio di intellettuali, neanche quello del “volemose bene” in maniera indistinta. Il cristianesimo è irriducibile alle religioni, anche se con le varie tradizioni ha rapporti diversi, e con l’ebraismo ha un legame unico e irrevocabile. Ma nella mia esperienza, proprio l’appartenere alla Chiesa non ha mai chiuso, anzi ha aperto possibilità di dialogo e incontro con tutti. Il fatto che l’iniziativa di riunire i responsabili delle religioni sia venuta dalla Chiesa cattolica mi appare come una preziosa diaconia offerta dalla Chiesa di Roma per l’unità e il dialogo non solo dei cristiani ma della intera famiglia umana, nella linea di quanto, ad esempio, indicava Paolo VI nell’Ecclesiam Suam, la sua prima enciclica.
Ha scritto Remy Brague, professore di filosofia araba all’Università di Parigi: «La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”, ma di spingere al massimo le conseguenze della loro fede in Cristo. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo. Queste persone erano dei cristiani, e non, come potremmo definirli, dei “cristianisti”». I dibattiti sul mondo dopo l’11 settembre pullulano di “cristianisti”: quelli che adesso urgono per riscoprire le radici cristiane della nostra civiltà, davanti all’offensiva islamica…
RICCARDI: Per me è troppo dimenticato il merito di Pio XI: condannò l’Action française proprio perché quel movimento, che voleva riformare la società in nome dei valori cristiani, snaturava il cattolicesimo facendone la religione nazionale dell’Occidente e della Francia. Mussolini diceva: faccio fatica a far accettare a questi miei italiani un Dio ebreo. Così riporta Galeazzo Ciano. E anche nella vicenda dei cristiani tedeschi, durante il nazismo, l’affermazione dell’identità cristiana europea in chiave antigiudaica giungeva all’epurazione dalla Bibbia delle tracce ebraiche e di tutto san Paolo, proprio mentre Pio XI ricordava che «siamo tutti spiritualmente semiti». Bisogna tener conto delle radici cristiane delle nostre società occidentali. Ma come diceva Pio XII, il cristianesimo non appartiene a nessuna civiltà. In Occidente, dopo il collasso delle ideologie, e vista la fragilità della cultura laica, può affiorare un uso per così dire politico-ideologico della categoria di civiltà cristiana.
Il cristianesimo come contenuto religioso di identificazione etnico-culturale. Con tutte le macroscopiche differenze del caso, non fanno così anche i talebani? Su questa china dell’orgoglio cattolico non si scivola in una “talebanizzazione” del cristianesimo?
RICCARDI: Come paradosso, l’immagine può suggerire qualcosa di vero. Ma nemo dat quod non habet. Il cristianesimo ha nei suoi cromosomi la storia di un gruppetto di uomini, deboli e fragili, che con l’aiuto di Dio se ne vanno in giro per il mondo per tre secoli, perseguitati, comunicando il Vangelo. Una comunità inerme, che diventa comunità di popolo, ma che non ha l’obiettivo di diventare Stato. Mentre l’islam ha nei suoi cromosomi il profeta Maometto che da subito si propone come legislatore e leader dello Stato.

Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme, benedice alcuni fedeli durante una messa nella basilica della Natività a Betlemme
RICCARDI: La mia storia personale e quella della Comunità di Sant’Egidio è segnata dall’incontro con i cristiani arabi. La loro presenza e la loro storia consente che non tutto il mondo arabo sia identificato con l’islam. E scardina anche lo schematismo contrario di chi riduce il cristianesimo a prodotto religioso della civiltà occidentale. Verso le antiche Chiese d’Oriente, dove il cristianesimo si è “inculturato” in maniera mirabile (si pensi alla Chiesa copta, alla Chiesa etiope, o a quella armena) abbiamo un debito inestinguibile. E invece, ho potuto più volte constatare la scarsa solidarietà nei loro confronti.
I critici della Comunità di Sant’Egidio vi hanno accusato di “commercio col nemico” per i contatti avuti con alcuni leader islamici. Vi rinfacciano ancora di aver avuto rapporti con Hassan al Tourabi, leader degli integralisti islamici sudanesi.
RICCARDI: Al Tourabi fu invitato in Italia dalla Rai. Fu ricevuto dal Papa tramite presentazione della domanda da parte dell’ambasciata sudanese. Certo, con Tourabi parlammo, quando venne qui, del problema dei cristiani, e di come favorire prospettive di pace per superare il conflitto in Sudan. Siamo intervenuti con forza su di lui due volte: la prima su richiesta dell’arcivescovo di Khartoum, in un momento in cui si trovava in una brutta situazione. La seconda per salvare una scuola di suore salesiane che avevano minacciato di distruggere. Si trattò, dunque, di rapporti tutt’altro che idilliaci.
E sull’Algeria? Anche lì, vi accusano di aver accreditato come legittimi interlocutori politici gli integralisti poi divenuti famigerati per le azioni sanguinose…
RICCARDI: Sull’Algeria credevamo che nel ’94-95 si dovesse fare il possibile per evitare che una parte del mondo islamico passasse alle derive più pericolose. Io resto colpito che si parli ancora della nostra iniziativa, che era poco più che abbozzata: questo rivela la scarsità delle iniziative che si è tentato di esplorare fino a oggi. Io credo che bisogna parlare col mondo musulmano. Bisogna parlare con tutti. Non abbiamo paura di contaminarci. Poi, non è sempre possibile valutare a breve termine i frutti dei contatti avuti. Ma francamente non penso che ci si possano attribuire connivenze col fanatismo islamico. Da parte di chi magari parla tanto di islam usando questa espressione un po’ alla musulmana, e non alla maniera analitica europea, che dovrebbe saper distinguere le profonde differenze che esistono tra i popoli di fede islamica e non dimenticare che i musulmani sono più di un miliardo di persone.

Fedeli musulmani durante la preghiera del venerdì all’interno della grande moschea di Roma
RICCARDI: C’è tutta una tradizione apologetica molto rispettabile che dall’Ottocento a oggi insiste sul fatto che il cristianesimo viene meno per colpa della propaganda protestante, o dei laicisti liberali, o dei socialisti, o dei comunisti. Adesso tocca all’islam. Ora, la creazione di un quadro sociale ostile ha certamente delle conseguenze. L’Italia laicista uscita dal Risorgimento non era certo favorevole alla Chiesa. E i regimi comunisti l’hanno perseguitata duramente. Ma se il cristianesimo viene meno, come realtà di popolo credente, e rimane solo come roba da palazzo e da inchieste sociologiche, questo non accade tanto per fattori esterni… L’allarmismo sull’invasione islamica mi sembra un argomento tirato fuori ad uso interno, come strumento per raccogliere consensi nel gioco politico di casa nostra…
Sono solo argomenti pretestuosi? Non esprimono un disagio reale?
RICCARDI: Non si tratta di inventare una storia idilliaca dei rapporti tra cristianesimo e islam, così pieni di difficoltà e situazioni tormentate. Non per nulla sulle nostre coste si diceva “mammaliturchi”, mentre sulle coste turche si diceva “mammaligreci” o “mammalifranchi” per indicare i cristiani. Si tratta solo di prendere atto che noi già viviamo insieme, che la convivenza è la nostra condizione di fatto: nelle nostre città, ormai piene di immigrati, così come nel Sud del mondo, dove le comunità cristiane, pur tra mille difficoltà, continuano a vivere in ambiente musulmano.
A certi difensori dell’identità cristiana europea l’attenzione ai drammi del terzo mondo e le opere di soccorso e assistenza per gli immigrati appaiono come espressione di un nuovismo teologico influenzato dalla cultura di sinistra.
RICCARDI: Ma ce lo ha detto nostro Signore che nell’affamato, nel prigioniero, nel povero c’è Lui stesso. Questo criterio è stato custodito fin dalle prime generazioni cristiane, e con modalità diverse e sempre originali è giunto fino a noi. Come diceva papa Giovanni, la Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri. E poi, per fare un esempio, i poveretti liberiani morti nel mare di Sicilia a settembre non erano mica musulmani, erano cristiani. La loro fine, insieme ad altre recenti tragedie del mare, rimanda alla grande questione rimossa, quella dell’Africa.

Uno sbarco di clandestini africani
RICCARDI: Leopold Senghor, il grande poeta-presidente senegalese, aveva escogitato l’espressione Eurafrica, per suggerire quanto siano intrecciati i destini dei due continenti. Sono andato a rivedere le teorie di Hungtinton sullo scontro di civiltà: ebbene, non è chiaro dove si collochi l’Africa. Ma non essendo riconducibile all’area indiana o cinese né al mondo ortodosso né a quello islamico, l’area subsahariana del continente finisce per essere di fatto uno spazio europeo. Mentre da noi ci si accapiglia sulla questione delle quote di immigrati da far entrare, il dramma oggi sono le case dei nostri vicini che bruciano. Se tra guerre e carestie l’Africa continua a bruciare, avremo una pressione dal Sud paragonabile a quella delle invasioni barbariche. Oggi aiutare l’Africa è diventata per l’Europa una questione di intelligenza geopolitica. Bisogna riattivare un flusso di solidarietà dell’Unione europea verso l’Africa, con un disegno di ampio respiro. Come è avvenuto nella grande avventura missionaria, che è stata anche una grande alleanza tra le diversità spesso suggellata nel sangue del martirio di europei e africani insieme. Una cosa grandiosa.
Sul piano geopolitico, riguardo al ventilato attacco occidentale contro l’Iraq di Saddam Hussein, qualcuno ha tirato in ballo san Tommaso e i tardo-tomisti del Cinquecento per giustificare dal punto di vista teologico la nuova categoria di “guerra preventiva”. Lei, da storico, cosa ne pensa?
RICCARDI: In una società laica i dirigenti non chiamano i teologi a consigliarli sulla guerra. Non hanno bisogno di simili consensi teologici…
Eppure chi giustifica il ricorso alla forza come scelta obbligata per l’Occidente minacciato attinge spesso a un linguaggio pieno di riferimenti religiosi a Dio, al Bene, alla Verità…
RICCARDI: Il Papa ha parlato con chiarezza. E sono stati chiari anche l’intervento di monsignor Tauran e la prolusione del cardinal Ruini. La prospettiva di tutti questi interventi non era un pacifismo vuoto, da anime belle, ma una ricerca realistica di soluzioni. La posizione della Santa Sede durante il Novecento, da Benedetto XV fino a Giovanni Paolo II, ha sempre visto confermare la validità delle proprie prospettive: l’intuizione che nei tempi contemporanei la guerra si è “democratizzata”, e tutti potenzialmente possono attingere agli strumenti devastanti di distruzione messi a disposizione dall’industria bellica; e la constatazione che la guerra lascia sempre il mondo peggiore di come lo ha trovato. La Chiesa cattolica è rimasta l’unica “Internazionale” sparsa in tutto il mondo, tra popoli, etnie, culture e nazioni diverse. Anche per questo percepisce la guerra come qualcosa che è contrario alla propria natura. E, in questa percezione, vive una condizione di solitudine.
Eppure, negli ultimi anni, anche eminenti rappresentanti cattolici hanno sanzionato il cosiddetto diritto di ingerenza umanitaria. La patente etica conferita ad alcune operazioni militari non rischia di trasformarsi in un potente fattore di copertura degli interessi reali che muovono le guerre?
RICCARDI: Non so. L’ingerenza umanitaria, come intenzione dichiarata, aveva quella di salvare le vittime dalla violenza degli aggressori. Ma io credo che tale strumento vada usato con grande cautela. Perché ad esempio, se pensiamo al caso del Kosovo, gli effetti sono stati ambigui.
Si era cominciato nell’89 ad attribuire veste religiosa e salvifica a fatti e cambiamenti mondani. Da storico, quale bilancio trae dell’ultimo decennio del secolo scorso?
RICCARDI: L’89 è stata una sorpresa. Non ci si aspettava un collasso così repentino del comunismo. Le strategie erano puntate alla lunga durata, a come gestire nel tempo il rapporto con l’enorme moloch comunista. Poi gli anni Novanta sono stati la dura scuola della realtà. In cui si è dovuta anche riconoscere la scristianizzazione dell’Est, ammettere le differenze tra la realtà e quello che si immaginava. Accorgersi, ad esempio, quanto di russo c’era nell’Urss, più di russo e meno di comunista, rispetto a ciò che si credeva. Negli anni Novanta, colpo dopo colpo, c’è stato un grande scialo di speranza. Avevamo sognato la fine dei conflitti, in un clima da primavera dei popoli. E invece persino il cuore dell’Europa, con le guerre nei Balcani, è tornato a bruciare. Ma ho fiducia nelle risorse europee. L’Europa ha un grande compito nel mondo: comunicare una cultura forgiata nella sintesi e nell’originalità che oggi, dopo tante guerre, è ormai una cultura di pace.