Croce e l’eredità dell’Italia liberale
Il filosofo negli anni del dopoguerra non poteva non rilevare quanto il Paese fosse diverso da quello in cui si era formato e che egli aveva improntato col suo magistero. Ma lo vedeva comunque ricomposto nel suo alveo storico. Grazie anche a De Gasperi
di Paolo Craveri

Benedetto Croce
L’espressione si trova nell’intervento con cui all’Assemblea costituente motivò il suo voto contrario al Trattato di pace. In quel dibattito, che nel suo complesso è uno dei più alti della nostra storia parlamentare, Luigi Einaudi diede motivazione opposta al suo voto favorevole, guardando avanti a un’Italia che doveva riprendere il suo ruolo in un’Europa riconciliata, volta, nel prossimo futuro, a compiere il passo decisivo oltre la classica concezione dell’equilibrio europeo che l’aveva tenuta insieme fino alla guerra del 1914, verso un più profondo processo di integrazione.
Lo stesso auspicio si trova in più pagine del Croce, a partire dalle conclusioni della sua Storia d’Europa nel secolo decimonono. L’idea di un’Europa federata, se non federale, si era fatta strada tra le due guerre, per rivoli prevalentemente liberaldemocratici, non solo in Italia, ma in Francia e in Inghilterra. Nel secondo dopoguerra, tenendo ferma questa prospettiva ideale, Croce avrebbe invece privilegiato il tema dell’identità nazionale italiana, come premessa necessaria del suo ruolo europeo, ancor più come indispensabile tratto del non disgiungibile contributo storico della civiltà italiana a quella dell’Europa.
Problema di identità e ancora soprattutto problema di continuità, rispetto a cui, non solo quanto al rapporto tra Italia ed Europa, ma nella ricostruzione stessa della storia italiana passata e recente, il pensiero di Croce è assai chiaro nelle intenzioni profonde e tuttavia non mancano le aporie, storiche e politiche.
Aporie che appartengono alla nostra stessa storia nazionale, alcune delle quali tutt’oggi niente affatto risolte nel comune sentire, che Croce cercava allora di rimontare, consapevole delle difficoltà e delle contraddizioni che solo col tempo una più matura riflessione avrebbe potuto risolvere in una compiuta unità interpretativa. Sentiva comunque l’urgenza di intervenire per cercare di ricucire la tela in più punti strappata, mosso da due impulsi contingenti. La posizione di inferiorità in cui l’Italia si trovava nei confronti delle potenze alleate, che la “cobelligeranza” aveva solo in parte sanato – in più occasioni egli protestava contro quel termine che gli pareva negare in principio l’altro naturale di “alleanza” che richiedeva di affermare con fermezza il contributo italiano nella guerra al nazifascismo e i valori fondanti a cui si rifaceva, quelli appunto in cui la civiltà italiana si trovava strettamente intrecciata a quella europea. Ma soprattutto la consapevolezza che quella che bisognava costruire doveva essere una democrazia liberale, con una pluralità di partiti contrapposti, e poiché aveva fermo il concetto che genitrice della lotta politica è la forza – quante volte in questi anni sarebbe tornato a riproporre come radice della nozione stessa di politica la lezione del Machiavelli –, sottolineava come il primo ancoraggio decisivo per la regolazione della lotta politica in una democrazia stia nella condivisione di alcuni essenziali fondamenti, non secondario, tra questi, il comune sentire almeno di alcuni tratti costitutivi della propria storia, senza di che una nazione resta irrimediabilmente divisa, una democrazia incerta, nella radicalità delle sue interne contrapposizioni.
Ancora qualche anno prima, intervenendo sul tema controverso dell’unità della storia d’Italia, l’aveva strettamente connesso a quello della sua unità statuale e politica, rifiutando qualsiasi periodizzazione si ponesse fuori dall’individuazione giuridico-statuale. Ora la considerazione si faceva più ampia, abbracciava l’Italia medievale e moderna, in una continuità di sentimenti e di valori. Rispondendo, nel giugno 1944, a una lettera di Albert Einstein, ringraziandolo «dell’augurio generoso che fa all’Italia», sottolineava che questa «ha sofferto una triste e dolorosa vicenda, dovuta al collasso prodotto in essa come in altri Paesi dalla guerra precedente, onde fu possibile ai dissennati e violenti di impadronirsi dei poteri dello Stato non senza il gran plauso e la grande ammirazione del mondo intero, e volgere e forzare l’Italia in una via che non era la sua, che tutta la sua storia smentiva. Perché non mai l’Italia, dalla caduta dell’Impero romano, ha delirato di domini nel mondo, ed essa ha attuato o ha cercato la libertà e nella libertà si è unificata, e il suo nazionalismo e fascismo è venuto da concetti forestieri, che solo quei dissennati e violenti potevano adottare a pretesto del loro mal fare. Neppure Roma antica ebbe quel delirio, perché l’opera sua fu di proseguire l’opera luminosamente iniziata dall’Ellade e creare un’Europa, dando leggi civili ai barbari, che non ne avevano o le avevano barbariche».
Cogliere nella sua complessità plurisecolare la storia nazionale, come egli venne allora sottolineando in più scritti, era dunque anche un segnare la cesura che si era determinata con evidenza in Italia col fascismo, che aveva avuto come detonatore la Grande guerra, ma che risaliva più addietro, agli ultimi due decenni del secolo XIX, e aveva attraversato l’intera Europa, male profondo che stava ora alla radice di un dilemma, quello della finis Europae.
La sua attenzione a riguardo si appuntava su quello che definiva «il dissidio spirituale della Germania con l’Europa». Seguiva con attenzione quanto a riguardo venivano allora argomentando uomini come Thomas Mann, Friedrich Meinecke, Karl Jaspers. Il punto gli sembrava stesse nel fatto che le radici del nazismo affondassero nel non mai risolto richiamo alla comunità di sangue, con il connesso principio della razza superiore, rimasto sotteso nella storia tedesca. Diversa la tradizione italiana, perciò diverso il fascismo dal nazismo, anche se per certi versi più colpevole per aver fatto propri con mero cinismo politico quei principi dall’esterno della tradizione nazionale, pur non nascondendosi la lunga incubazione, dalla fine dell’800, di alcuni di quegli assunti nella cultura italiana, così da modificare il concetto stesso di nazione che era stato proprio del Risorgimento. La ricostruzione dell’Europa gli sembrava dovesse passare in primo luogo dal superamento di quel dissidio – che poteva e doveva essere affrontato dal popolo tedesco –, ma che a ciò dovevano tendere tutti «gli sforzi della civiltà europea» e, alla conclusione della guerra, da parte dei vincitori non avrebbero dovuto ripetersi gli errori che avevano caratterizzato la pace di Versailles, principio che invocava anche per l’Italia.
Con ciò, nel novembre del 1943, richiesto dal New York Times di un articolo sul “fascismo”, che non a caso intitolava Il fascismo come pericolo mondiale, non si nascondeva che altre ancora fossero le ragioni del suo avvento e come esso avesse attraversato l’Europa tutta, manifestandosi poi storicamente in primo luogo in Italia come regime, e che nascesse da una fragilità nuova intrinseca alle società contemporanee, che poteva riproporsi nelle sue forme totalitarie. Convinzione che nasceva dall’ulteriore considerare «i nazionalismi e autoritarismi, che si oppongono al socialismo e comunismo, come un’imitazione al rovescio», aggiungendo che «la forma seria e coerente e fondamentale rimane sempre quella marxistica», rispetto a cui la conclusione della guerra non apriva in Europa prospettive del tutto tranquillizzanti.
Quello che non può dirsi dunque è che ci sia in Croce una tesi storiografica del “fascismo come parentesi”. L’espressione nasce sul terreno della polemica politica, volta a sottolineare il carattere consustanziale del modello liberaldemocratico con la formazione dello Stato unitario e a segnare un necessario dover essere della nuova Italia democratica. Una rivendicazione di continuità della democrazia da far valere soprattutto nei riguardi delle potenze alleate e che si manifestava allora anche nelle polemiche aspre e decise di Croce con Ferruccio Parri e Gaetano Salvemini.
L’espressione segna dunque piuttosto una tesi di continuità della storia italiana. Impostazione non risolta, né poteva in realtà esserlo, storiograficamente, ma criticamente proposta, o almeno abbozzata. In una conferenza ai borsisti dell’Istituto di studi storici ricordava che, dopo la sua Storia d’Italia, non aveva poi mai «scritto o pensato di scrivere la storia dei decenni seguiti al 1915», quelli segnati dall’avvento del fascismo e conclusisi con la guerra «che ha fatto perdere all’Italia gran parte di quello che le aveva acquistato la piccola Italia del quarantennio, che la nuova gente spregiava, derideva e ignorava». Aggiungeva poi che «pure, se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è ciò che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili». E ulteriormente considerando come nel trapasso all’atteggiamento storico «par che il negativo stesso si converta in positivo», notava come, «se non per altro, il fascismo resterà per questo: per gli avversari che ha generati e disciplinati; per i tanti che soffrirono nelle carceri, nei luoghi di confino, negli esíli; per quelli che morirono di stenti e non si arresero, per quelli che morirono combattendo contro i fascisti e gli stranieri tedeschi, per la terribile e pur salutare scossa data alle nostre anime affinché non dimentichino mai la tragicità della storia..., e anche di consimile scossa noi tutti avevamo bisogno ed essa ci ha educati».
Come queste riflessioni avessero bisogno di maturare, come nei decenni siano poi maturate nel lavoro storiografico, non c’è ragione qui di soffermarsi. Salvo osservare che, di contro a questa da Croce abbozzata ricerca di continuità della nostra storia nazionale, si sia contrapposta un’altra vulgata, che faceva del fascismo l’approdo conseguente ed inevitabile dell’età precedente, speculare, anche qui come “imitazione a rovescio”, e naturalmente con altri fini e motivazioni, alle più compiute riflessioni dell’epoca fascista, come le troviamo nelle opere sull’argomento di Gioacchino Volpe e Giovanni Gentile. L’epoca che si apriva poi, quella della democrazia repubblicana, era intesa come cominciamento di un processo storico-politico che avrebbe progredito verso una diversa democrazia. Così come non è stato per questa seconda parte, neppure è storicamente per la prima, e la riflessione di Croce mantiene tutta la sua validità di premessa.
Le aporie che si rilevano nello svolgere questo disegno di continuità della storia nazionale, non si riscontrano invece intorno al tema che fu al centro dell’azione politica di Croce a partire dal 1943, quello della continuità dello Stato. Salvo il dilemma, che la nuova Italia democratica non poteva sormontare, tra la richiesta di una pari dignità al fianco delle potenze alleate – che il Croce stesso rivendicava in una lettera al Times e ad altri giornali americani ed inglesi, in occasione della Conferenza di San Francisco – e la consapevolezza, che doveva ribadire più volte, di fronte a chi parlava di un nuovo Risorgimento, libero da qualsivoglia eredità del passato, che «noi non possiamo staccare noi stessi dall’Italia, e tutti, colpevoli o no, tutti siamo italiani, partecipi e responsabili degli errori che l’Italia come ente storico ha commesso».
Croce, con il luglio del 1943, si faceva politico, con decisione sofferta, guidato da un superiore senso del dovere. Ebbe un ruolo centrale fino alla liberazione di Roma nel giugno 1944, di cui era consapevole, e non a caso volle pubblicare il suo Diario fino a quella data. Mantenne una funzione primaria fino alla caduta del governo Parri e all’avvento di De Gasperi. Poi prese a ritirarsi sempre più dal giuoco politico, sebbene fosse chiamato da più parti, anche con insistenza, ad assumere più alti incarichi, mantenendo la presidenza onoraria del Partito liberale, che già con le elezioni amministrative dell’autunno del 1945 vedeva ridimensionato il suo ruolo. Mantenne tuttavia un’influenza grande, partecipe di tutte le decisioni maggiori che nella seconda parte degli anni Quaranta marcarono la vita politica dell’Italia.
Ed egli può dirsi il primo artefice della continuità dello Stato, il secondo decisivo fu Alcide De Gasperi. All’indomani della caduta del fascismo il problema si pose per Croce – lo ebbe lui stesso a sottolineare – come problema politico- costituzionale e consisteva più precisamente nel far rientrare il processo politico, che prendeva forma dopo il 25 luglio, all’interno della prassi statutaria. Non era un problema di difesa della monarchia. Come avrebbe detto, «in quel che faccio penso all’Italia non alla monarchia». Per come si era determinata la caduta del fascismo, specie dopo l’8 settembre, questa rimaneva l’ultimo simulacro della continuità dello Stato. Per questo andava emendata della persona del re, che non poteva in alcun modo garantire un ristabilimento della prassi statutaria. Fuori da questo percorso, come volevano altre forze politiche, gli azionisti e i socialisti in particolar modo, si sarebbe inevitabilmente determinata una pericolosa soluzione di continuità, aperta agli esiti più incerti. Si trattava cioè di conferire la forma transeunte ma necessaria ai compromessi tra le forze politiche che di volta in volta si determinavano, a garanzia di ciascuno, nel segno di una continuità degli ordinamenti.
Aspra è in questi frangenti la polemica di Croce con le potenze alleate, specie con gli inglesi, per la pretesa che tenacemente manifestavano di assicurare la continuità autoritariamente attraverso la persona del re. All’indomani della presa di posizione di Togliatti a favore del governo Badoglio, che viene designata come la svolta di Salerno, a beneficio di recenti messe a punto storiografiche, annotava nel suo Diario: «È certamente un abile colpo della Repubblica dei Soviet vibrato agli anglo-americani, perché, sotto colore di intensificare la guerra contro i tedeschi, introduce i comunisti nel governo, facendoli iniziatori di una nuova politica sopra e contro gli altri partiti, che si troveranno costretti a seguirli, senza che quelli trovino alcun imbarazzo del patto col quale si erano stretti agli altri partiti nel Comitato di liberazione, e senza tener conto dell’altro più particolare col quale nel recentissimo comizio si erano uniti ai socialisti e a quelli del Partito d’azione per protestare contro Churchill domandando l’abdicazione del re, l’esclusione di tutti i Savoia, e la Repubblica... E se i comunisti si mettono a collaborare con il Badoglio e col re, che cosa faranno gli altri partiti, e particolarmente il democratico-cristiano, che anch’esso ha le sue “masse” e non vorrà tenerle fuori dal governo, abbandonando il campo ai comunisti?».
La resipiscenza degli alleati di fronte a ciò aiutò a conseguire la soluzione della luogotenenza che Croce, con Sforza e De Nicola, aveva messo a punto. La parabola si sarebbe poi definitivamente chiusa con la caduta del governo Parri, da cui, ancora e per l’ultima volta, veniva proposta un’altra linea alternativa, quella di una rivoluzione democratica che passasse per i Comitati di liberazione, di contro a quella della continuità dello Stato, della quale ultima a farsi definitivamente garante fu appunto De Gasperi. Ne usciva condizionata anche l’opera incipiente della Costituente, trovandosi risolta una delle premesse fondamentali su cui fondare i nuovi ordinamenti costituzionali, essendo l’altra, relativa al sistema economico, garantita in quelli che sono stati definiti i presupposti materiali di «uno Stato minimo borghese», dai provvedimenti di poi presi, auspice Luigi Einaudi, come governatore della Banca d’Italia e ministro del Bilancio.
Ma se, anche per l’iniziale tenace e lungimirante opera del Croce, il problema istituzionale si doveva avviare verso questo esito compiuto, il problema politico che gli era connesso prese precocemente un’altra piega, che poi dovette caratterizzare i decenni seguenti. La crisi del primo governo Bonomi gli parve rivelatrice di ciò.
Croce, che aveva perseguito il suo indirizzo di consolidamento politico-istituzionale, adoperandosi per l’ingresso di tutti i partiti antifascisti nel secondo governo Badoglio, e che aveva sostenuto il principio del governo di unità nazionale (formula che prediligeva rispetto a quella di unità antifascista, da lui mai usata) nella formulazione del primo governo Bonomi, prendeva atto che con la rottura sul tema istituzionale della monarchia, da parte dei socialisti e degli azionisti, in occasione della formazione del nuovo governo, che necessariamente seguiva la liberazione di Roma, si determinava una dinamica politica che era anomala e foriera di futuri squilibri. Con il Partito d’azione il suo dissenso era profondo, non si dava ragione dell’estremismo infantile a cui gli pareva fosse improntato, sebbene proprio in quella crisi del secondo governo Bonomi fosse stato tra gli azionisti Ugo La Malfa, in modo non dissimile da come si configurava le cose Croce, a capire che il futuro equilibrio politico avrebbe dovuto fondarsi su di una convergenza pregiudiziale tra laici e socialisti e di qui l’asse necessario dell’alleanza politica andasse stretto con i democristiani, posizione questa che per il momento decretava l’inizio della fine dello stesso Partito d’azione, rimanendo allora Nenni assai distante da una simile suggestione.

Una foto di Croce
La diffidenza di Croce per i cattolici era d’altra parte profonda. Dei molteplici spunti valga il succo che se ne cava dal suo Diario in occasione di un incontro che ebbe con monsignor Montini nel dicembre 1945: «Gli ho detto che il liberalismo e la Chiesa cattolica certamente non coincidono, perché pei liberali la libertà è un assoluto e per la Chiesa un relativo, da valersene o da abbandonarla, secondo che convenga agli interessi particolari e superiori della Chiesa. Ma che se la confluenza dei liberali con la Chiesa nella difesa del regime liberale è accaduta finora solo episodicamente e labilmente, a me pare che ora entri in un’età di più lunga alleanza, perché liberalismo e cattolicesimo hanno di fronte lo stesso nemico, il materialistico e dittatorio e totalitario regime bolscevico che minaccia la società occidentale e i suoi principi. Nel che il Montini mi pare abbia consentito».
Rimanevano profondi punti di contrasto sulla scuola, sull’articolo 7 e su altri aspetti della laicità dello Stato. Croce tuttavia non poteva nascondersi la svolta che la Chiesa aveva operato a partire dal 1943, schierandosi con le potenze alleate e divenendo così parte costitutiva del nocciolo duro del nuovo Occidente. Diversa era inoltre la fiducia che egli riponeva in alcuni uomini della Democrazia cristiana, segnatamente nel De Gasperi, che venne via via facendosi sempre più stretta e in cui la natura della convergenza riproponeva il tema dell’“Italia che non muore”, protesa nella ricostruzione, verso la reintegrazione a pieno titolo nel quadro delle alleanze occidentali. L’ultimo impegno parlamentare del Croce fu il voto del Patto Atlantico. In una lettera all’amico Alessandro Casati notava come l’Italia riprendesse «la via di quelle alleanze che non l’arbitrio di un uomo, ma la natura e la storia segnano a un popolo: la via che tenne costantemente nel Risorgimento e che la nuova Italia, la saggezza dei nostri uomini politici le fece adottare quando, per serbare la pace, si unì alle potenze centrali ma serbò insieme l’amicizia con le occidentali e dalla Triplice si disciolse quando questa volle una guerra non difensiva ma provocata». Si trattava ora di andare oltre sulla strada atlantica ed europea. Come altri uomini della sua generazione vedeva nei vincoli esterni, che allora l’Italia andava liberamente contraendo, una garanzia sostanziale del suo nuovo corso storico e un sicuro riferimento per l’avvenire. Per suo conto non poteva non rilevare quanto questa nuova Italia fosse diversa da quella in cui si era formato e che aveva improntato di sé col suo magistero, ma la vedeva comunque ricomposta nel suo alveo storico.
Nei mesi che seguirono il voto sul Patto Atlantico scriveva allo statista che di quella ricomposizione era stato il grande artefice: «Caro De Gasperi, ti sono assai grato dell’affettuoso telegramma... Io penso spesso a te, non politicamente ma umanamente, e mi fo presente la vita che sei costretto a condurre e ti ammiro e ti compiango, e ti difendo contro la gente di poca fantasia, che non pensa alle difficoltà e alle amarezze che è necessario sostenere ad un uomo responsabile di un alto ufficio per fare un po’ di bene e per evitare un po’ di male. Che Dio ti aiuti nella buona volontà di servire l’Italia e di proteggere la sorte pericolante della civiltà, laica o non laica che sia».