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VATICANO
tratto dal n. 07/08 - 2006

Un salesiano scelto da papa Benedetto


Intervista con il cardinale Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova, dal 15 settembre segretario di Stato di Sua Santità


Intervista con il cardinale Tarcisio Bertone di Gianni Cardinale


Il cardinale Tarcisio Bertone

Il cardinale Tarcisio Bertone

«Vedo nel nuovo segretario di Stato tre nuove caratteristiche. Intanto è un accademico. Poi è una persona che sa decidere e terzo è una persona che ha un grande senso del buon umore. Caratteristiche che non mi sembrano di poco conto per un nuovo segretario di Stato». Con queste parole Joaquín Navarro-Valls, per 22 anni direttore della Sala Stampa vaticana, ha dato un breve ed efficace ritratto del cardinale Tarcisio Bertone, che è stato scelto da papa Benedetto XVI come suo segretario di Stato, incarico che ricoprirà a partire dal 15 settembre. Per integrare la sintetica affermazione che Navarro-Valls ha rilasciato ai colleghi giornalisti mentre era in Val d’Aosta dove era stato invitato dal Papa, 30Giorni ha chiesto al cardinale Bertone di raccontare i punti salienti della sua biografia.
Una biografia ricca anche di curiosi aneddoti, che cominciano fin dal giorno della nascita… «Sono nato» ci racconta il porporato «in una famiglia di coltivatori diretti, quinto di otto figli, la notte tra il 1° e il 2 dicembre 1934. Solo che al Comune sono stato registrato come nato il 1°,invece in parrocchia come nato il 2. Così la mia data di nascita è diversa per lo Stato e per la Chiesa: nei documenti civili risulta la data del 1°, nell’Annuario Pontificio quella del 2. I miei genitori erano dei buoni cattolici, e mi fecero battezzare col nome di Tarcisio Pietro Evasio. Tarcisio era il giovanetto martirizzato nel terzo secolo per custodire la santa eucaristia che stava portando a dei cristiani imprigionati, e per questo era il protettore degli aspiranti dell’Azione cattolica. Mio padre, dirigente dell’Ac, volle darmi questo nome in suo onore. Pietro poi era il nome di mio papà. Evasio invece, vescovo di Casale, era il santo festeggiato il 2 dicembre. Il battesimo l’ho ricevuto il 9 dicembre, nella parrocchia dei Santi Pietro e Solutore».

Ha preso più dalla mamma o dal papà?
TARCISIO BERTONE: Da tutti e due. Papà Pietro era, se si eccettua un sacerdote del paese, l’unico abbonato all’Osservatore Romano di Romano Canavese. Era molto devoto e legatissimo alla messa quotidiana. E aveva una grande passione per la musica. Mamma Pierina era molto religiosa e impegnata in numerose opere sociali e caritatevoli, ma aveva un carattere piuttosto “combattente”, con una grande passione per la politica. Era stata un’iscritta e un’attivista del Ppi di don Luigi Sturzo, e negli anni Venti non aveva avuto paura di partecipare anche ai comizi in cui alle volte si veniva alle mani, e nel 1948 si diede un gran da fare per la vittoria della Dc di Alcide De Gasperi. Non solo. Durante il fascismo non volle mai pagare la tessera del partito né per me né per i miei fratelli.
Il cardinale Tarcisio Bertone con Benedetto XVI

Il cardinale Tarcisio Bertone con Benedetto XVI

Quindi dal papà ha ereditato una certa passione per la carta stampata e la musica. Suo fratello nel bel libro scritto su di lei dal cronista del Secolo XIX Bruno Viani (Tarcisio Bertone. Il cardinale del sorriso, De Ferrari, Genova 2004, euro 12,00), ha raccontato anche di due suoi componimenti musicali giovanili, Frenesia primaverile, un brano molto allegro, e Zingaresca, ritmata a tempo di jazz...
BERTONE: Sì, ricordo che le parole di Frenesia primaverile erano una poesia di un ergastolano che avevo incontrato durante una visita al carcere di Fossano e che mi aveva chiesto di musicarla… Ma non si trattava certo di capolavori. Quella del compositore non era la mia strada. Anche se mi è sempre piaciuto rilassarmi ascoltando della buona musica di Wolfgang Amadeus Mozart o anche qualche opera di Giuseppe Verdi. O anche suonando un po’ il pianoforte.
Dalla mamma invece ha ripreso un certo interesse per il sociale e il politico. Non è un mistero il suo rapporto di amicizia con Carlo Donat-Cattin, il leader democristiano scomparso nel 1991, che l’ha condotta a scrivere alcuni articoli su Terza Fase, la rivista della corrente Forze Nuove...
BERTONE: Con Donat-Cattin c’è stato un rapporto di amicizia e stima reciproca molto forte. In lui ho sempre ammirato la forte ispirazione cristiana e la grande passione per sollevare il livello di vita dei ceti popolari, contadini e operai, senza nessun complesso di inferiorità nei confronti della sinistra. Anzi. Oltre a questo, in lui ho rilevato la mancanza di ogni superbia intellettuale e la sua sana laicità, segnata da un grande rispetto nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche e dall’assenza di ogni velleità di voler imporre le proprie idee o ideologie alla Chiesa. Un grand’uomo, un grande politico cristiano. Ma oltre a Donat-Cattin ho avuto modo di conoscere anche un altro politico, molto diverso da Donat-Cattin, ma ugualmente affascinante...
Di chi si tratta?
BERTONE: Di Giorgio La Pira. Ricordo benissimo che mi capitò di accompagnarlo in macchina al concerto tenuto per i padri del Concilio Vaticano II nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Già da studente di Teologia con lui ho intrattenuto un piccolo rapporto epistolare che custodisco con grande affetto.
Torniamo ai suoi anni giovanili. Uno degli episodi più gustosi del citato libro di Viani è quello in cui si racconta che lei, nell’immediato dopoguerra, insieme ad altri ragazzetti della sua contrada, si divertiva a sparare con residuati bellici come pistole Mauser o mitra Stein. Ha continuato a coltivare questo hobby?
BERTONE: No, per carità. Già all’epoca quella ragazzata mi costò un grave rimprovero da parte dei miei che erano stati avvisati dai carabinieri che ci avevano scoperto… Personalmente vorrei che fosse ripensato seriamente l’uso delle armi e soprattutto che fosse bandito il deplorevole e vergognoso commercio delle armi, che è una causa prevalente di tanti ricorrenti conflitti.
Quando è stata annunciata la sua nomina a segretario di Stato in un dispaccio Ansa, dal suo paese è stato raccontato che lei, da piccolo, avrebbe espresso il desiderio di diventare ingegnere…
BERTONE: Non ricordo. A dire il vero avevo una certa passione per le lingue moderne e pensavo che mi sarebbe piaciuto fare l’interprete e chissà… il diplomatico. Ma poi – quando a quattordici anni frequentavo il collegio di Valdocco – un salesiano, don Alessandro Ghisolfi, mi invitò a un ritiro vocazionale e poi mi propose di entrare nella famiglia di don Bosco. Ricordo ancora la data, era il 3 maggio 1949, il giorno dopo la tragedia di Superga che coinvolse il grande Torino. Accettai. E lo dissi ai miei genitori il 24 maggio successivo, nella festa di Santa Maria Ausiliatrice.
Bertone in una foto del 1950, anno della sua professione religiosa

Bertone in una foto del 1950, anno della sua professione religiosa

I suoi come la presero?
BERTONE: Rimasero un po’ sorpresi, ma non mi ostacolarono. Anzi. Quando, dopo un po’, ebbi un attimo di crisi – il noviziato mi sembrava un ambiente opprimente – furono proprio i miei – specialmente la mamma – a invitarmi, con risolutezza, a pensarci bene prima di mollare tutto. Le diedi ascolto. E feci la cosa giusta. Grazie a Dio.
Lei ha emesso la prima professione religiosa il 3 dicembre 1950 ed è stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1960. Successivamente ha conseguito la licenza in Teologia con una dissertazione sulla tolleranza e la libertà religiosa. Quindi i suoi superiori l’hanno inviata a studiare a Roma…
BERTONE: Dove non avevo molta voglia di andare. Roma non mi piaceva. E invece vi ho già vissuto più di trent’anni. Nell’Urbe, comunque, ho conseguito la licenza e il dottorato in Diritto canonico con una ricerca su “Il governo della Chiesa nel pensiero di Benedetto XIV–Papa Lambertini (1740-1758)”. Relatore era don Alfons Maria Stickler, oggi cardinale. Così come sono oggi cardinali anche altri due miei professori dell’epoca: don Antonio María Javierre Ortas, con cui seguivo i corsi di Ecclesiologia, e don Rosalio José Castillo Lara, professore di Diritto penale.
Si racconta che don Stickler avesse grande stima delle sue potenzialità, ma che la criticasse perché si applicava poco…
BERTONE: In effetti mi rimproverava perché passavo poco tempo in biblioteca. In quegli anni, come sempre d’altronde, non ho mai voluto dedicarmi solo ed esclusivamente agli studi, ma ho sempre cercato di svolgere un’attività pastorale tra i giovani con la predicazione di ritiri (a uno di questi partecipò anche Maria Fida Moro) e con i corsi di preparazione al matrimonio, come pure tra i fedeli laici impegnati nel mondo sociale e anche politico. E poi quelli erano gli anni del Concilio e noi giovani studenti eravamo affascinati da questo avvenimento e cercavamo in tutti i modi di esserne in qualche modo spettatori e, perché no, protagonisti.
Che ricordi ha del Concilio Vaticano II?
BERTONE: Molteplici. Intanto partecipai alla splendida cerimonia inaugurale del 12 ottobre. Proprio quel giorno capitò che l’ingegner Vacchetti, progettista dell’Aula del Concilio, non sapesse come fare per distribuire i primi testi riservatissimi agli oltre duemila padri. Allora io mi offrii di coordinare un gruppo di una decina di seminaristi con i quali, rispettando la riservatezza, riuscimmo nell’opera in breve tempo. Poi ricordo con quanta avidità noi giovani sacerdoti seguivamo le cronache del Concilio che venivano scritte dagli allora giovani Arcangelo Paglialunga sulla Gazzetta di Torino, e da Raniero La Valle e Giancarlo Zizola sull’Avvenire d’Italia. Inoltre cercavamo in tutti i modi di entrare in San Pietro per poter ascoltare dalla viva voce dei padri quanto si discuteva nel Concilio. Per riuscirci a volte ci offrivamo di accompagnare i padri più anziani che avevano bisogno di un aiuto.
Bertone, giovane prete, in gita con i ragazzi dell’oratorio nel 1955

Bertone, giovane prete, in gita con i ragazzi dell’oratorio nel 1955

C’erano degli aspetti del Concilio che la interessavano particolarmente?
BERTONE: Avendo fatto la tesi di licenza sulla libertà religiosa, mi appassionai molto alle discussioni che portarono alla Dichiarazione Dignitatis humanae. Ricordo che grazie a don Castillo Lara, che era perito dell’episcopato venezuelano, riuscii ad avere il permesso per partecipare a uno dei dibattiti che portarono alla stesura del testo. Fu una discussione serrata con interventi profondi come quelli dei cardinali Giuseppe Siri, Josef Beran, Charles Journet, ecc. A un certo punto la questione era talmente controversa che Paolo VI decise di rinviare la votazione sul testo. E allora successe un episodio curioso che è rimasto impresso nella mia mente. I cardinali Julius Doepfner e Leo Jozef Suenens non erano d’accordo con questa decisione di papa Montini e quindi incaricarono un paio di giovani teologi di raccogliere le firme dei padri in calce a un appello rivolto al Pontefice per arrivare subito alla votazione. E ricordo che questi due famosi teologi si misero ciascuno di fronte ai due bar del Concilio, chiamati simpaticamente bar Jona e bar Abba, per raccogliere le firme dei padri. Riuscirono a prenderne un migliaio. Ma il Papa non accolse questo appello. E fece bene, perché alla fine il documento venne approvato con minori resistenze rispetto a quelle manifestatesi in un primo momento.
Come mai ricorda con tanta precisione i nomi dei due bar del Concilio?
BERTONE: Semplice, perché erano sempre frequentatissimi anche perché era tutto gratis: caffè, cornetti, bibite, tramezzini… E per noi che arrivavamo a piedi da via Marsala, dove si trovava allora la sede provvisoria dell’Ateneo Salesiano, era una vera benedizione…
Altri ricordi del Concilio?
BERTONE: Ricordo di aver partecipato a una interessante conferenza di un giovane Hans Küng, che ancora non era uscito fuori strada, su “Chiesa e carismi”. E poi che partecipai a una riunione di padri per così dire conservatori che si erano riuniti all’Augustinianum per studiare la strategia da usare per contrastare ogni apertura sul tema della collegialità. C’erano gli arcivescovi Dino Staffa e Geraldo de Proença Sigaud. A dire il vero, non ci volevano far entrare, ma dicemmo che eravamo allievi di don Stickler, che era perito conciliare, e allora le porte si aprirono. Comunque anche l’Ateneo Salesiano organizzava incontri con gruppi di padri conciliari.
Terminato questo suo primo periodo di permanenza a Roma, dal 1961 al 1965, torna in Piemonte a insegnare Teologia morale nello studentato internazionale di Bollengo, vicino Ivrea. Ma nel 1967 è di nuovo a Roma.
BERTONE: Mi chiamarono per insegnare Teologia morale speciale nell’Ateneo Salesiano che nel 1973 Paolo VI elevò al rango di pontificia università. Nel 1976, in seguito alla prematura scomparsa di un eminente giurista belga, don Gustave Leclerc, sono stato chiamato a dirigere la Facoltà di Diritto canonico, dove ho insegnato, fino al 1991, Diritto pubblico ecclesiastico nelle due specifiche trattazioni “Diritto costituzionale della Chiesa” e “Rapporti tra la Chiesa e la comunità politica”, oltre a Diritto dei minori e Diritto internazionale. Dal 1978 poi sono stato chiamato a insegnare le medesime discipline anche alla Pontificia Università Lateranense.
Un suo confratello salesiano, don Umberto Fontana, ha raccontato a Verona Fedele di averla conosciuta nei primi anni Settanta. E l’ha descritta così: «Salesiano verace… Gran compagnone, organizzava partite di calcio infuocate. Le sere d’estate, poi, feste campestri con braciole alla griglia nel cortile dell’Università, e, a volte, una buona bottiglia di vino…». Quindi già in quegli anni c’era la passione per il calcio e per il buon mangiare…
BERTONE: Certamente sì. Quando potevo, cercavo anche di andare all’Olimpico per seguire la mia Juventus di cui sono tifoso fin da piccolo. Riguardo al buon vino, da buon piemontese non posso non apprezzarlo, ma devo dire che, specialmente d’estate, anche una buona birra fresca non è poi così male…
Dal 1979 al 1985 lei è decano della Facoltà di Diritto canonico, dal 1987 al 1989 è vicerettore e dal 1989 al 1991 è rettore della Pontificia Università Salesiana.
BERTONE: In questi anni sono stato anche chiamato a collaborare all’ultima fase della revisione del Codice di diritto canonico. In particolare, poi, ho diretto il gruppo di lavoro che ha tradotto il Codice in italiano, con l’approvazione della Cei. Sempre in questo ambito poi ho visitato un centinaio di diocesi, italiane ed estere, per la presentazione della «grande disciplina della Chiesa». Su incarico dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ho seguito inoltre la stesura del Codice dei canoni delle Chiese orientali promulgato nel 1990.
All’agenzia di stampa cattolica asiatica Ucan, il suo confratello don John Baptist Zen ha raccontato che da rettore dell’Ups lei visitò la Cina. Che ricordo ha di quel viaggio?
BERTONE: Era il 1990. Visitai Hong Kong e Pechino, dove, insieme ai miei accompagnatori, mi fermai a pregare nella cattedrale. Non ricordo però di aver avuto incontri significativi né con le autorità civili né con vescovi della Chiesa cattolica, ufficiali o clandestini che fossero.
Bertone nella missione diocesana vercellese a Isiolo, in Kenya, nel 1994

Bertone nella missione diocesana vercellese a Isiolo, in Kenya, nel 1994

Intanto, proprio durante gli anni di insegnamento, comincia a collaborare con la Curia romana…
BERTONE: Sì, dapprima in maniera informale. Poi ho cominciato a essere nominato consultore per diversi dicasteri. Nel 1989 poi venni chiamato a far parte del gruppo di rettori delle università cattoliche che collaboravano alla redazione della futura costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae, sull’identità e la missione dell’università cattolica, un documento molto atteso, specialmente negli Stati Uniti.
Quando conosce il cardinale Ratzinger?
BERTONE: Se non ricordo male, la mia nomina a consultore della Congregazione per la dottrina della fede risale al 1984. Ma l’allora cardinale Ratzinger, che era a Roma dagli inizi del 1982, avevo avuto modo di conoscerlo già prima.
Nel 1988 poi è stato inserito nel gruppo di periti che ha accompagnato Ratzinger nelle trattative con monsignor Marcel Lefebvre.
Si trattò di un’esperienza faticosissima e interessante, anche se gli esiti non furono positivi. Rimango comunque convinto del fatto che, specialmente dopo la storica udienza accordata da Benedetto XVI lo scorso anno a monsignor Bernard Fellay, se da parte lefebvriana c’è una sincera volontà di rientrare in piena comunione con la Santa Sede, non sarà difficile trovare i modi adeguati per ottenere questo risultato.
In quel periodo collaborò anche con la Segreteria di Stato?
BERTONE: Nel 1990, proprio su incarico del cardinale Agostino Casaroli, che fu segretario di Stato fino al dicembre di quell’anno, partecipai alle riunioni della Commissione europea della democrazia attraverso il diritto, creata dal Consiglio d’Europa. Si trattava di un organismo che aveva lo scopo di creare un fruttuoso dialogo tra Est e Ovest, soprattutto per aiutare i Paesi appena fuoriusciti dalla Cortina di ferro a darsi testi costituzionali e organismi, come la Corte suprema, degni della grande tradizione giuridica europea.
Il 1° agosto 1991, papa Giovanni Paolo II la nomina arcivescovo metropolita di Vercelli.
BERTONE: È stato un grande onore per me essere chiamato a guidare la più antica sede episcopale del Piemonte, come successore del grandissimo sant’Eusebio, amico di sant’Atanasio, insieme al quale resistette contro la dilagante eresia ariana del IV secolo.
Sant’Eusebio che lei una volta ha paragonato a don Bosco…
BERTONE: Ci sono non poche affinità tra Eusebio e don Bosco. Basta ricordare le lotte che don Bosco ha condotto contro le deviazioni e le eresie che pullulavano anche nella Torino dell’Ottocento, ma anche la dolcezza nel trattare con le persone. E anche nei rapporti politici: don Bosco era un santo furbo, qualcuno dice troppo furbo, nel trattare con i rappresentanti del potere anche per avere la semplice possibilità di agire per aprire varchi alla libertà della Chiesa. Anche in questo ci sono delle analogie con Eusebio.
A proposito di politici. Lei è stato arcivescovo di Vercelli in piena epoca di “mani pulite”, quando la giunta comunale fu inquisita e incarcerata. Nell’occasione chiese di visitare gli amministratori in prigione ed espresse in un comunicato tutta la sua amarezza per le scene di giubilo che si erano manifestate davanti alla caserma della Guardia di Finanza all’arrivo degli arrestati: «L’illusione di aver vinto una battaglia di giustizia è viziata da crudeli euforie e gazzarre incredibili, indegne di uomini e cristiani coerenti».
BERTONE: Per la cronaca, quegli amministratori vennero poi assolti. La giustizia spettacolo non mi piace, sia in campo ecclesiastico che civile. Comunque in quegli anni, come presidente della Commissione ecclesiale giustizia e pace della Cei, firmai due importanti documenti (Legalità, giustizia e moralità, nel 1993, e Stato sociale ed educazione alla socialità, nel 1995) in cui si ribadiva la necessità di una sempre maggiore onestà nell’amministrazione della cosa pubblica.
Negli anni vercellesi poi ha avuto modo anche di fare alcuni viaggi all’estero.
BERTONE: Ho visitato le comunità vercellesi negli Stati Uniti, in Canada e in Sud America. Ma soprattutto ho consolidato il rapporto dell’arcidiocesi con la missione di Isiolo in Kenya – che ho visitato più volte –, propiziando la creazione del Vicariato apostolico e consacrandone il primo vescovo, monsignor Luigi Locati, che il 14 luglio dello scorso anno è stato barbaramente ucciso, testimoniando con l’effusione del sangue la sua fede.
Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, insieme all’allora cardinale Joseph Ratzinger, durante la conferenza stampa di presentazione del terzo segreto di Fatima, nel 2000

Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, insieme all’allora cardinale Joseph Ratzinger, durante la conferenza stampa di presentazione del terzo segreto di Fatima, nel 2000

Il 13 giugno del 1995 viene annunciato il suo ritorno a Roma, dove viene chiamato ad affiancare il cardinale Ratzinger come segretario dell’ex Sant’Uffizio. Nei sette anni passati in questo incarico, quali sono stati gli impegni più importanti?
BERTONE: Sono stati anni di grande lavoro. La Congregazione in questo periodo ha pubblicato documenti molto significativi. Penso alla dichiarazione Dominus Iesus, al Regolamento per l’esame delle dottrine, alla normativa sui delitti più gravi riservati alla Congregazione, alla Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica…
Documenti che hanno suscitato dibattiti e anche qualche controversia…
BERTONE: Eh sì. Ricordo che la Dominus Iesus ricevette parole critiche anche da eminentissime personalità. Tanto che papa Giovanni Paolo II, dopo un pranzo di lavoro con i vertici della Congregazione, decise che in un Angelus avrebbe ribadito che quel documento era stato da lui voluto e da lui approvato. E così fece.
Durante gli anni da segretario dell’ex Sant’Uffizio non sono poi mancate missioni all’estero.
BERTONE: Infatti ho avuto la fortuna di poter accompagnare il cardinale Ratzinger in due importanti incontri: con gli episcopati latinoamericani a Guadalajara, in Messico, nel 1996, e con quelli del Nord America e dell’Oceania, nel 1999, a san Francisco, dove era arcivescovo William Joseph Levada, oggi alla guida della Congregazione. Poi mi sono dovuto recare anche nella Repubblica Ceca per seguire la delicata questione delle ordinazioni clandestine di uomini sposati avvenute durante gli anni bui della persecuzione comunista.
Non sono mancati poi incarichi speciali. Come la pubblicazione del terzo segreto di Fatima o l’affaire Milingo…
BERTONE: Due storie diversissime, unite forse dal fatto di essere seguite dai mass media con una certa morbosità.
C’è ancora qualcosa di non detto riguardo a Fatima?
BERTONE: Assolutamente no. Come ribadito ufficialmente, il terzo segreto è quello pubblicato nel 2000 e suor Lucia non ha mai predetto l’elezione e la successiva morte di Giovanni Paolo I né ha fatto connessioni tra Fatima e gli attentati dell’11 settembre. Ho sentito con le mie orecchie suor Lucia affermare ciò. L’unico aspetto che potrebbe avere sviluppi riguarda il fatto che suor Lucia ha chiesto che la preghiera del Rosario divenisse preghiera liturgica. Ma questa è un’altra storia.
Eminenza, approfitto di questo riferimento al Rosario per confessarle che lei è guardato con un po’ di sospetto da alcuni circoli di devoti alla Beata Vergine Maria, per via di alcune lettere da lei inviate come segretario dell’ex Sant’Uffizio in cui ha rammentato che a Medjugorje non sono permessi pellegrinaggi ufficiali delle diocesi. E anche perché ha rivelato che la Conferenza episcopale regionale del Lazio ha decretato il non constat de soprannaturalitate riguardo al noto caso della Madonna di Civitavecchia…
BERTONE: Accusare un salesiano di essere un po’ debole nella sua pietà mariana francamente è un po’ ridicolo. Fin da piccolo sono stato educato a rivolgermi sempre fiducioso a Santa Maria Ausiliatrice. E negli anni, grazie a Dio, questa fiducia non è mai venuta meno. Questo non vuol dire però che non si debba sempre rispettare, così com’è, la posizione ufficiale della Chiesa su questioni delicate come quelle riguardanti vere o presunte apparizioni mariane.
E riguardo a monsignor Emmanuel Milingo? Sembra una storia infinita…
BERTONE: Su questo voglio solo dire che tanto ero contento del suo ritorno dopo la prima fuga, quanto sono rattristato oggi per questa sua seconda caduta. Spero e prego che ritorni definitivamente a riprendere il suo posto nella Chiesa cattolica. L’ho affidato al servo di Dio papa Giovanni Paolo II.
Il 10 dicembre 2002 lei viene nominato arcivescovo di Genova, e il 2 febbraio 2003 fa il suo ingresso nella Cattedrale di San Lorenzo. Si aspettava questa nomina?
BERTONE: Non me l’aspettavo, ma l’ho accolta con entusiasmo salesiano. Per me è stato un onore essere chiamato a guidare una diocesi antica e prestigiosa ed essere il successore di pastori di grande spessore come il beato Tommaso Reggio o il grande Giuseppe Siri…
A cui lei ha detto di volersi subito ispirare. Anche se uno dei suoi primi atti – subito amplificato dai mass media – è stato quello di andare in discoteca e cantare insieme ai giovani la canzone che dice «Io, vagabondo che son io… ma lassù mi è rimasto Dio»…
BERTONE: Non si trattava di una discoteca ma del Paladonbosco. E proprio don Bosco ci ha insegnato ad andare incontro ai giovani. La canzone in questione poi, che certo non è un inno liturgico, mi ha sempre colpito, perché ha dei contenuti veri.
Gli anni genovesi sono contrassegnati da suoi numerosi interventi. Che le hanno dato una certa visibilità mediatica nel capoluogo ligure, ma anche a livello nazionale. Ad esempio, hanno fatto rumore le sue critiche alla moda di Halloween e al Codice da Vinci di Dan Brown, o le sue lodi al film The Passion di Mel Gibson. E così via. Tanto che qualcuno ha parlato di una sua eccessiva loquacità…
BERTONE: Mi hanno riferito queste critiche. Che però non mi hanno colpito più di tanto. Anche perché non venivano mai dai miei superiori. E poi credo che una sana parresia negli uomini di Chiesa sia più una virtù che un vizio…
Viene creato cardinale da Giovanni Paolo II, il 21 ottobre 2003

Viene creato cardinale da Giovanni Paolo II, il 21 ottobre 2003

Sono rimaste celebri le sue telecronache sportive da Marassi o la sua battuta sul fatto che per Sophia Loren la Chiesa potrebbe fare un’eccezione riguardo alla clonazione. Ma veniamo ai suoi interventi più seri. Lei ha preso una posizione ferma contro la guerra in Iraq.
BERTONE: Ho ripetuto con convinzione il giudizio sulla guerra formulato da Giovanni Paolo II e dalla Santa Sede. E l’odierna situazione in Iraq manifesta quanto quel giudizio fu profetico. Quando però è stato assassinato il povero Fabrizio Quattrocchi e la famiglia mi ha chiesto di celebrare i funerali, non ho esitato e l’ho fatto nella Cattedrale. E quando poi è stato proposto un ritiro immediato delle nostre truppe dall’Iraq, ho denunciato la pericolosità – per le popolazioni locali – di un nostro disimpegno prematuro.
Particolarmente pungenti sono stati poi i suoi giudizi sui rapporti economico-finanziari tra Nord e Sud del mondo…
BERTONE: Ho ripetuto più volte il giudizio di eminenti studiosi e di interi episcopati: i prestiti internazionali della Banca mondiale e del Fondo monetario e quelli da Paese a Paese sono ormai ad usura e dovrebbero essere dichiarati illegali. Il debito infatti diventa usura quando lede il diritto inalienabile alla vita e tutti quegli altri diritti che non sono stati concessi all’uomo ma gli appartengono per natura. Alcuni tecnocrati, specie quelli delle multinazionali, della Banca mondiale e del Fondo Monetario, hanno imposto alle popolazioni povere condizioni inaccettabili, come la sterilizzazione obbligatoria o l’obbligo di chiudere le scuole cattoliche. Per la dottrina sociale della Chiesa si dovrebbe realizzare un capitalismo democratico popolare, ossia un sistema di libertà economica non oligopolista, che ospiti il maggior numero possibile di soggetti, consentendo loro di accedere all’imprenditorialità e alla creatività, favorendo una sana concorrenza all’interno di un chiaro quadro normativo.
Lei è intervenuto anche sulla questione del progetto di una moschea a Genova e ha anche avuto parole dure nei confronti di un ministro («Certe persone andrebbero mandate ai lavori forzati in Cirenaica, per capire il valore vero del rispetto») il quale aveva fatte sue le vignette anti Maometto che hanno infiammato il mondo islamico.
BERTONE: Quella dell’Islam è una questione delicata. Ho sempre detto che occorre tutelare sempre la dignità umana dei musulmani credenti, anche di quelli – sempre più numerosi – che popolano le nostre contrade. E quindi, non mi oppongo alla costruzione di moschee qui da noi, anche se sarebbe auspicabile una certa reciprocità per i cristiani che vivono nei Paesi islamici. E in via di principio non ho escluso l’ipotesi che in futuro nelle scuole italiane ci sia spazio per un’ora di religione islamica, purché sia compatibile con i valori costituzionali della nostra Repubblica, e avvenga in un quadro normativo e di controllo di contenuti e docenti analogo a quello che regola l’insegnamento della religione cattolica. Ma prevedo che ciò sarà piuttosto difficile.
Appena arrivato a Genova poi ha dovuto affrontare le polemiche sorte da un libro che accusava la Chiesa di Genova di aver tramato per far scappare in Sud America tutta una serie di criminali di guerra nazisti.
BERTONE: Per rispondere a queste accuse infamanti, ahimé ampiamente riprese dal Secolo XIX, stampammo 50mila copie di un’edizione speciale del Settimanale Cattolico composta di articoli che documentavano l’infondatezza e la pretestuosità di tali accuse. Non solo. Sta concludendo i suoi lavori una Commissione storica da me nominata che, a quanto mi risulta, proverà l’assoluta limpidezza di comportamenti della Chiesa genovese in quel periodo.
A Genova lei ha avuto a che fare, per motivi istituzionali, con uomini politici di varia estrazione. Col sindaco diessino Giuseppe Pericu, col presidente della Provincia Alessandro Repetto (Margherita), con i presidenti della Regione Sandro Biasotti (centrodestra) e poi Claudio Burlando (centrosinistra), con il già ministro forzista Claudio Scajola… Come si è trovato?
BERTONE: Generalmente bene. Anche se, quando è stato necessario, la Chiesa genovese ha fatto sentire la sua voce in modo chiaro. Comunque, le manifestazioni di stima e di affetto che i politici da lei citati mi hanno manifestato, mi hanno veramente commosso.
Genova è anche la diocesi di don Gianni Baget Bozzo e don Andrea Gallo, così vicini, così lontani…
BERTONE: La Chiesa di Genova è una Chiesa ricca di storia e di tradizione. Ma è una Chiesa viva anche oggi. E di questa Chiesa don Baget e don Gallo, pur avendo sensibilità a volte diverse, fanno parte a pieno titolo.
Durante gli anni genovesi lei ha avuto modo comunque di svolgere alcune missioni in varie parti del mondo…
BERTONE: A Genova ho innanzitutto cercato di visitare tutte le parrocchie e tutte le comunità religiose della diocesi. E devo dire che in tre anni le ho visitate quasi tutte. Poi ho seguito con grande cura le opere sociali e di carità che la Chiesa genovese porta avanti con grande amore per la città: a cominciare da quelle grandi realtà che sono gli ospedali Gaslini e Galliera di cui l’arcivescovo di Genova è presidente. Ma Genova è una città storicamente aperta al mondo. E così ho avuto modo di recarmi in America Latina per visitare le comunità liguri del Perù e dell’Argentina. Sono stato poi a visitare la missione diocesana nel barrio Guaricano, a Santo Domingo, e poi sono andato a Cuba, dove, su richiesta del vescovo di Santa Clara, abbiamo aperto una nuova missione diocesana in collaborazione con la diocesi di Chiavari.
E a Cuba ha incontrato anche Fidel Castro…
BERTONE: A Cuba in primo luogo ho incontrato la Chiesa locale, a cominciare dal bravo cardinale dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino, l’arcivescovo di Santiago di Cuba e altri presuli ancora. Poi, certo, ho incontrato anche Fidel Castro che aveva espresso il desiderio di vedermi. È stato un bel colloquio, molto lungo. Castro ha espresso il desiderio di invitare a Cuba Benedetto XVI. «È un papa che mi piace», mi ha detto, e ha aggiunto: «È una brava persona, l’ho capito subito guardando il suo volto, il volto di un angelo». Tutte parole che ho riferito al Papa appena tornato in Italia. Ma a Castro ho chiesto anche di incontrarsi con l’episcopato cubano dopo dieci anni di rapporti problematici. Ciò che è puntualmente avvenuto il 16 novembre 2005.
Lei viene creato cardinale nel Concistoro del 21 ottobre 2003, e nell’aprile 2005 partecipa al conclave che vede eletto papa il cardinale Ratzinger col nome Benedetto XVI.
BERTONE: La nomina a cardinale è stato un onore concesso, prima che alla mia persona, alla Chiesa di Genova. Questo ci tengo a ricordarlo. Riguardo al conclave, ovviamente non posso dire nulla, nonostante per noi cardinali non sia prevista la scomunica in caso di violazione del segreto. Comunque non è un mistero che l’elezione a papa del cardinale Ratzinger è stata per me una gioia del tutto particolare, visto che ho avuto il privilegio di conoscerlo da vicino e di apprezzarne le grandi doti umane e cristiane.
Il cardinale Bertone e il presidente Giulio Andreotti in occasione del Convegno tenutosi per il centenario della nascita del cardinale Giuseppe Siri, nel Palazzo Ducale di Genova, il 4 maggio 2006

Il cardinale Bertone e il presidente Giulio Andreotti in occasione del Convegno tenutosi per il centenario della nascita del cardinale Giuseppe Siri, nel Palazzo Ducale di Genova, il 4 maggio 2006

Infine lo scorso 22 giugno la Sala Stampa vaticana ha pubblicato l’annuncio di nomina a segretario di Stato con decorrenza dal 15 settembre.
BERTONE: Già a dicembre del 2005 il Santo Padre mi aveva chiesto la mia disponibilità ad accettare questo incarico. Dopo un periodo di riflessione e preghiera avevo dato la mia disponibilità. E il 22 giugno il Santo Padre ha ritenuto opportuno annunciare questa sua scelta.
Una scelta rivoluzionaria, visto che rompe la tradizione quasi ininterrotta che vede alla guida della Segreteria di Stato un ecclesiastico con esperienza nella diplomazia pontificia.
BERTONE: Ho letto anch’io queste osservazioni, ma credo che il Santo Padre non ritenga vincolante questa tradizione con la “t” minuscola.
Lei oltretutto è anche un religioso e, a parte la brevissima esperienza del conventuale Antonio Francesco Orioli che fu segretario di Stato ad interim per un mese nel turbolento 1848, l’unico suo predecessore non appartenente al clero secolare fu il barnabita Luigi Emmanuele Nicolò Lambruschini, che oltretutto, prima di diventare segretario di Stato con Gregorio XVI dal 1836 al 1846, era stato anche arcivescovo di Genova…
BERTONE: Sì, ho letto. Ma per carità, non paragonatemi al cardinal Lambruschini, che sarà stato certamente un sant’uomo, ma era pure, politicamente, un reazionario a tutto tondo!
Una curiosità. Prima ha raccontato che da ragazzo voleva studiare le lingue moderne. Ma quali lingue conosce?
BERTONE: Da giovane ho studiato il francese e perciò non mi fa problema. Poi per alcuni anni i superiori mi hanno mandato per dei periodi estivi in Germania e quindi ho preso dimestichezza con il tedesco. Inoltre comprendo e parlo discretamente bene lo spagnolo e il portoghese.
E l’inglese?
BERTONE: È il mio punto debole. Riesco a capire il senso dei testi più affini ai contenuti teologici e sociali, ma non lo parlo. L’ho detto subito al Santo Padre quando mi ha proposto di servirlo come segretario di Stato. E lui mi ha rincuorato rivelandomi che anche personalità importanti, come il grande cancelliere Helmut Kohl, non sanno l’inglese. E poi al servizio della Santa Sede ci sono degli ottimi interpreti.
Eminenza, un’ultima domanda. Vuole dire qualcosa riguardo alla guerra scoppiata in Libano a metà luglio?
BERTONE: Nulla di più rispetto agli accorati interventi del Papa, e alle appropriate dichiarazioni del cardinale Angelo Sodano e dell’arcivescovo Giovanni Lajolo. Se non che anch’io prego ogni giorno, e invito a pregare, perché il Signore ci doni la pace non domani o dopodomani, ma ci doni la pace oggi! E ci preservi da ulteriori inutili stragi!


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