Roma: prove tecniche di dialogo
Al Campidoglio, all’apice delle polemiche seguite alla lectio magistralis del Papa a Ratisbona, si sono incontrati alcuni autorevoli esponenti delle tre religioni monoteiste. Cenni di cronaca bianca
di Davide Malacaria
Le mani protese una
sull’altra, intrecciate in un gesto che usano i bambini, al modo dei
tre moschettieri, a significare “tutti per uno, uno per tutti”.
Così si è concluso l’incontro tra alcuni autorevoli
esponenti cristiani, ebrei e musulmani della capitale, che si è
tenuto in Campidoglio il 19 settembre scorso, nell’Aula Giulio
Cesare. Una conclusione inaspettata per quello che poteva essere
l’ennesimo incontro interreligioso tra esponenti delle tre grandi
religioni monoteiste, uno di quei tanti incontri che ormai passano quasi
inosservati. Il fatto è che si è svolto in un momento davvero
cruciale: nel pieno della bagarre seguita al discorso del Papa a Ratisbona,
all’apice di quella tempesta di polemiche e violenze che qualcuno ha
definito “11 settembre culturale”. E l’incontro
capitolino, programmato da tempo per lanciare la rivista Conoscersi e convivere, nata per
favorire il dialogo interreligioso, è diventato tutt’altro. Il
sindaco di Roma è andato addirittura sulla Tv araba Al Jazeera ad annunciarlo.
Presenti il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio
della cultura e, da un anno, anche del Pontificio Consiglio per il dialogo
inter-religioso; il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni; Abdellah
Redouane, segretario del Centro culturale islamico della capitale;
l’imam della moschea di Roma Sami Salem; Leone Paserman, guida della
comunità ebraica capitolina; e il professor Andrea Riccardi, leader
della Comunità di Sant’Egidio.

Anche il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, pur da lontano, ha voluto partecipare, inviando un messaggio
nel quale ha auspicato che quell’incontro fosse «occasione di
speranza per un impegnato sviluppo del dialogo tra diverse fedi e culture,
nella capitale d’Italia e non solo».
Nell’aprire il dibattito, il sindaco ha voluto sottolineare come la civiltà degli uomini sia una sola, negando ab origine l’idea di uno scontro di civiltà, tanto caro ai fondamentalisti. Secondo Veltroni, nella storia della civiltà umana, l’incontro con “l’altro”, il diverso da sé, si è sviluppato secondo tre modalità: il dialogo, lo scontro o la costruzione di muri. Così, simbolicamente, nell’antichità, al Vallo di Adriano e alla Muraglia cinese si è contrapposta la costruzione di vie commerciali e di ponti. Nel Medioevo, ai castelli e alle difese feudali, le vie dei pellegrini e i santuari. In questo momento storico, successivo all’11 settembre, per Veltroni il mondo si trova in una situazione nuova e drammatica, nella quale non c’è alternativa tra l’incontro e lo scontro, tra la guerra e la convivenza. Il «riconoscere i propri limiti, come le religioni aiutano a fare, apre all’altro», ha proseguito, auspicando che proprio la drammaticità del momento favorisca un nuovo e più fecondo dialogo. Riccardi ha invece puntato la sua attenzione su certa semplificazione che passa anche attraverso tanta «pubblicistica del disprezzo e dell’odio che eccita gli animi», nella quale realtà complesse che interessano milioni di persone sono rappresentate da «immagini caricaturali». Queste semplificazioni «ripugnano» alla Roma laica e alla sua lunga tradizione di convivenza e accoglienza, come anche alla secolare tradizione della Chiesa cattolica, cattolica appunto perché universale. Il leader di Sant’Egidio ha ricordato come il «noto terrorista», in uno dei suoi farneticanti comunicati, abbia dichiarato che gli altri vogliono il dialogo, loro la morte. Così, ha concluso Riccardi, «siccome vogliamo la vita, noi vogliamo il dialogo».
Riccardo Di Segni, di cui tutti hanno ricordato la storica visita alla moschea di Roma del 13 marzo scorso, ha voluto iniziare il suo intervento con la riflessione di alcuni «mistici ebraici per i quali ci sono momenti in cui le porte del cielo sono più aperte, momenti in cui le preghiere degli uomini giungono più facilmente a Dio». Sono momenti da cogliere, spiega. «Senza confondere mistica e politica», ha proseguito Di Segni, «questo mi sembra uno di quei momenti». Gli ebrei, ha continuato, sono «testimoni attenti e preoccupati dello scontro tra cristiani e islamici» e, dal momento che ne sono fuori, ne hanno una visuale più distaccata, più nitida forse. Da questo punto d’osservazione privilegiato, al rabbino è parso di intravedere addirittura del buono nella tempesta post Ratisbona. Infatti, si tratterebbe di una sorta di «prova tecnica di trasmissione». «Quando si fanno le prove, le comunicazioni sono alterate» ha proseguito, «ma vuol dire che una comunicazione è iniziata e va sostenuta». E c’è una sfumatura di ottimismo, nel suo dire, che conforta e fa sperare.
«Per noi l’incidente è chiuso», ha scandito Redouane nel suo intervento. Così, semplicemente. Suscitando l’approvazione generale. E ha proseguito spiegando che la comunità musulmana ha «accolto con soddisfazione» l’appello di Benedetto XVI all’Angelus del 17 settembre, durante il quale il Papa ha chiarito il senso della lectio magistralis di Ratisbona. «Per la pace serve il dialogo e la città di Roma ha sempre lavorato in questo senso», ha dichiarato il segretario del Centro islamico. E ha proseguito dicendo che il Corano prescrive che ogni buon musulmano termini le sue preghiere con questa invocazione: «La pace sia con voi». Non solo: il testo sacro dei musulmani stabilisce che gli islamici devono rapportarsi agli altri popoli del Libro «nella maniera migliore». Insomma, nulla di più lontano da quanto lo sceicco multimiliardario Osama Bin Laden chiede ai suoi militanti. E ha concluso: «O il dialogo o lo scontro, non ci sono alternative: noi siamo per il dialogo, siamo sempre stati per il dialogo».
Conciso l’intervento di Leone Paserman, il quale, dopo aver ricordato certo pregiudizio che ha afflitto e affligge il popolo ebraico, ha detto, stupendo l’uditorio, che in questo momento nel mondo c’è un «grande pregiudizio verso il mondo islamico». Conciso anche l’intervento dell’imam di Roma, il quale ha spiegato che ci sono vari modi di comunicare messaggi, «con gli occhi, con la parola, con il cuore. Io oggi voglio mandare un messaggio con la mia presenza in questo luogo». Un messaggio di pace e riconciliazione che chiude l’incidente di Ratisbona, ma che, ha affermato Sami Salem, non deve rimanere solo nelle parole. «Servono fatti», ha detto più volte. Gesti che rendano più fecondo il dialogo e più facile la «convivenza», parola chiave che è rimbalzata negli interventi dei vari relatori.
Al cardinale Paul Poupard è toccato di chiudere la serie degli interventi, dettagliando pazientemente i tanti passi concreti che il suo Consiglio, e non solo, ha compiuto per riannodare i fili di un dialogo messo a dura prova dagli eventi. Un elenco di incontri e di colloqui con le più autorevoli personalità islamiche del mondo. Nel solco, ha sottolineato il porporato, di quanto avvenuto a Colonia, quando, nel corso del suo primo viaggio da papa, Benedetto XVI ha voluto incontrare i rappresentanti di alcune comunità musulmane. Infine, nel condividere con gli altri intervenuti l’importanza del dialogo, ha rammentato come questo nasca «dal riconoscimento delle differenze dell’altro, affinché l’altro sia riconosciuto nella sua identità e rispettato» nella sua particolarità.
«Nel nome di Allah clemente e misericordioso». Così hanno iniziato il loro intervento l’imam e il segretario del Centro islamico. Un saluto che, in quei giorni di tempesta, è suonato diverso; più vicino e familiare; commovente, quasi. Forse, azzardiamo, sarà piaciuto anche alla Madonna che, raffigurata in un grande quadro appeso dietro agli oratori, ha assistito discreta a quella «prova tecnica» di dialogo. «Oggi è stata scritta una bella pagina nella storia di Roma», ha concluso Veltroni. Vero.

Da sinistra, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni,il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso, il segretario del Centro culturale islamico Abdellah Redouane, l’imam Sami Salem della moschea di Roma e il sindaco di Roma Walter Veltroni, durante la stretta di mano collettiva e simbolica che ha concluso in Campidoglio la cerimonia, promossa da Veltroni per presentare la nuova rivista Conoscersi e convivere, dedicata al dialogo culturale e religioso, Roma, 19 settembre 2006
Nell’aprire il dibattito, il sindaco ha voluto sottolineare come la civiltà degli uomini sia una sola, negando ab origine l’idea di uno scontro di civiltà, tanto caro ai fondamentalisti. Secondo Veltroni, nella storia della civiltà umana, l’incontro con “l’altro”, il diverso da sé, si è sviluppato secondo tre modalità: il dialogo, lo scontro o la costruzione di muri. Così, simbolicamente, nell’antichità, al Vallo di Adriano e alla Muraglia cinese si è contrapposta la costruzione di vie commerciali e di ponti. Nel Medioevo, ai castelli e alle difese feudali, le vie dei pellegrini e i santuari. In questo momento storico, successivo all’11 settembre, per Veltroni il mondo si trova in una situazione nuova e drammatica, nella quale non c’è alternativa tra l’incontro e lo scontro, tra la guerra e la convivenza. Il «riconoscere i propri limiti, come le religioni aiutano a fare, apre all’altro», ha proseguito, auspicando che proprio la drammaticità del momento favorisca un nuovo e più fecondo dialogo. Riccardi ha invece puntato la sua attenzione su certa semplificazione che passa anche attraverso tanta «pubblicistica del disprezzo e dell’odio che eccita gli animi», nella quale realtà complesse che interessano milioni di persone sono rappresentate da «immagini caricaturali». Queste semplificazioni «ripugnano» alla Roma laica e alla sua lunga tradizione di convivenza e accoglienza, come anche alla secolare tradizione della Chiesa cattolica, cattolica appunto perché universale. Il leader di Sant’Egidio ha ricordato come il «noto terrorista», in uno dei suoi farneticanti comunicati, abbia dichiarato che gli altri vogliono il dialogo, loro la morte. Così, ha concluso Riccardi, «siccome vogliamo la vita, noi vogliamo il dialogo».
Riccardo Di Segni, di cui tutti hanno ricordato la storica visita alla moschea di Roma del 13 marzo scorso, ha voluto iniziare il suo intervento con la riflessione di alcuni «mistici ebraici per i quali ci sono momenti in cui le porte del cielo sono più aperte, momenti in cui le preghiere degli uomini giungono più facilmente a Dio». Sono momenti da cogliere, spiega. «Senza confondere mistica e politica», ha proseguito Di Segni, «questo mi sembra uno di quei momenti». Gli ebrei, ha continuato, sono «testimoni attenti e preoccupati dello scontro tra cristiani e islamici» e, dal momento che ne sono fuori, ne hanno una visuale più distaccata, più nitida forse. Da questo punto d’osservazione privilegiato, al rabbino è parso di intravedere addirittura del buono nella tempesta post Ratisbona. Infatti, si tratterebbe di una sorta di «prova tecnica di trasmissione». «Quando si fanno le prove, le comunicazioni sono alterate» ha proseguito, «ma vuol dire che una comunicazione è iniziata e va sostenuta». E c’è una sfumatura di ottimismo, nel suo dire, che conforta e fa sperare.
«Per noi l’incidente è chiuso», ha scandito Redouane nel suo intervento. Così, semplicemente. Suscitando l’approvazione generale. E ha proseguito spiegando che la comunità musulmana ha «accolto con soddisfazione» l’appello di Benedetto XVI all’Angelus del 17 settembre, durante il quale il Papa ha chiarito il senso della lectio magistralis di Ratisbona. «Per la pace serve il dialogo e la città di Roma ha sempre lavorato in questo senso», ha dichiarato il segretario del Centro islamico. E ha proseguito dicendo che il Corano prescrive che ogni buon musulmano termini le sue preghiere con questa invocazione: «La pace sia con voi». Non solo: il testo sacro dei musulmani stabilisce che gli islamici devono rapportarsi agli altri popoli del Libro «nella maniera migliore». Insomma, nulla di più lontano da quanto lo sceicco multimiliardario Osama Bin Laden chiede ai suoi militanti. E ha concluso: «O il dialogo o lo scontro, non ci sono alternative: noi siamo per il dialogo, siamo sempre stati per il dialogo».
Conciso l’intervento di Leone Paserman, il quale, dopo aver ricordato certo pregiudizio che ha afflitto e affligge il popolo ebraico, ha detto, stupendo l’uditorio, che in questo momento nel mondo c’è un «grande pregiudizio verso il mondo islamico». Conciso anche l’intervento dell’imam di Roma, il quale ha spiegato che ci sono vari modi di comunicare messaggi, «con gli occhi, con la parola, con il cuore. Io oggi voglio mandare un messaggio con la mia presenza in questo luogo». Un messaggio di pace e riconciliazione che chiude l’incidente di Ratisbona, ma che, ha affermato Sami Salem, non deve rimanere solo nelle parole. «Servono fatti», ha detto più volte. Gesti che rendano più fecondo il dialogo e più facile la «convivenza», parola chiave che è rimbalzata negli interventi dei vari relatori.
Al cardinale Paul Poupard è toccato di chiudere la serie degli interventi, dettagliando pazientemente i tanti passi concreti che il suo Consiglio, e non solo, ha compiuto per riannodare i fili di un dialogo messo a dura prova dagli eventi. Un elenco di incontri e di colloqui con le più autorevoli personalità islamiche del mondo. Nel solco, ha sottolineato il porporato, di quanto avvenuto a Colonia, quando, nel corso del suo primo viaggio da papa, Benedetto XVI ha voluto incontrare i rappresentanti di alcune comunità musulmane. Infine, nel condividere con gli altri intervenuti l’importanza del dialogo, ha rammentato come questo nasca «dal riconoscimento delle differenze dell’altro, affinché l’altro sia riconosciuto nella sua identità e rispettato» nella sua particolarità.
«Nel nome di Allah clemente e misericordioso». Così hanno iniziato il loro intervento l’imam e il segretario del Centro islamico. Un saluto che, in quei giorni di tempesta, è suonato diverso; più vicino e familiare; commovente, quasi. Forse, azzardiamo, sarà piaciuto anche alla Madonna che, raffigurata in un grande quadro appeso dietro agli oratori, ha assistito discreta a quella «prova tecnica» di dialogo. «Oggi è stata scritta una bella pagina nella storia di Roma», ha concluso Veltroni. Vero.