Parla Alexander Saltanov
Quasi tutte le strade portano a Mosca
Il viceministro degli Esteri della Federazione Russa disegna le linee-guida della diplomazia in Medio Oriente. All’insegna del pragmatismo
Intervista con Alexander Saltanov di Giovanni Cubeddu e Pierluca Azzaro
Colloquiando con Alexander
Vladimirovich Saltanov, viceministro degli Esteri della Federazione Russa,
con delega per il Medio Oriente, è lampante che Mosca ha ripreso in
mano tutti i dossier dell’epoca in cui le era tributato senza
difficoltà il titolo di superpotenza. E l’approccio
postideologico che oggi definisce le iniziative russe, permette a
Mosca di far valere al meglio tutte le sue leve (energetica in primis, ma
anche quell’eccellenza tecnologica in settori sensibili come il
nucleare e gli armamenti). Pragmatismo è la parola d’oro.

Un periodare semplice, diretto ma anche prudente,
caratterizza il viceministro. In diplomazia dal 1970, Saltanov si è
sempre occupato di Medio Oriente, con incarichi di sempre maggiore
responsabilità, e incarna l’alta tradizione orientalista
sovietica, data la sua fama di esperto“arabista” e di
conoscitore anche della lingua. Abbiamo incontrato Saltanov al World Public
Forum di Rodi.
Signor Saltanov, lei ha competenza sull’area geopolitica attualmente più complessa. Quali sono le prospettive?
ALEXANDER SALTANOV: Siamo profondamente preoccupati per il Medio Oriente. Tutta la regione è sbilanciata, proprio mentre in Iraq la situazione resta pericolosa, nonostante tutti i grandi e reali sforzi compiuti dal Paese e dal popolo iracheni per riavere nuove istituzioni civili, un Parlamento, un governo… a cui naturalmente la Russia ha dato il benvenuto. Ciononostante, l’equilibrio resta instabile, per usare un’espressione davvero diplomatica: ogni giorno omicidi, terrorismo, azioni criminali. E naturalmente sappiamo anche che continua la resistenza alla presenza militare straniera.
Nel concreto, quali indicazioni operative suggerisce?
SALTANOV: Per dare vita a un processo politico reale e autoctono, vanno prese grandi iniziative, basate, per esempio, sulle proposte del primo ministro iracheno Al-Maliki. Certamente senza riconciliazione nazionale è difficile ipotizzare una rinascita economica, una maggiore sicurezza e così via. La comunità internazionale dovrebbe accompagnare di più il popolo e il governo iracheni a fare ulteriori passi in avanti.
E Mosca in tutto ciò?
SALTANOV: Non solo siamo pronti a realizzare quanto ho detto, ma stiamo già aiutando a consolidare l’aiuto internazionale a favore dell’Iraq, attraverso i contatti con i nostri amici nella regione, i Paesi vicini dell’Iraq e poi con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia. Con quest’ultima abbiamo in tema di Medio Oriente una cooperazione davvero buona.
Il conflitto arabo-israeliano?
SALTANOV: Rimane oggi naturalmente il tema più importante. Sfortunatamente il processo di pace non fa passi in avanti e l’ultima guerra in Libano ha mostrato che senza la ripresa di veri negoziati arabo-israeliani inevitabilmente vedremo all’opera nuovi conquistatori e nuovi scontri militari… il che è molto pericoloso. La Russia propone la ripresa dei negoziati. Però, senza un’azione globale, sarà molto difficile raggiungere una qualunque pace in Medio Oriente. Occorrono sforzi in varie direzioni e in questo scenario il “Quartetto” [composto da Onu, Ue, Stati Uniti e Russia, ndr] è fondamentale. Nel recente incontro a New York il Quartetto si è espresso in modo molto incoraggiante su ciò che va fatto. Abbiamo dichiarato sia l’importanza di un accordo complessivo sia il nostro sostegno al presidente palestinese Abu Mazen nel suo intento di formare un governo d’unità nazionale. Questo è un punto saliente nella dichiarazione del Quartetto, che impegna concretamente non soltanto i suoi membri ma anche i “giocatori” importanti della regione come Giordania e Arabia Saudita. Nello stesso tempo però…
Però?
SALTANOV: Noi russi dobbiamo prestare attenzione a incrementare i nostri rapporti bilaterali con i Paesi arabi e con Israele. Stiamo attendendo la visita di alcuni leader mediorientali a Mosca, e naturalmente facciamo del nostro meglio per migliorare relazioni, cooperazione e commercio con Stati dell’area, come Algeria, Egitto, Siria. Inoltre, abbiamo aiutato il Libano a ricostruire le sue infrastrutture e stiamo mettendo a frutto tutti i nostri legami con i Paesi del Golfo.
Politica filoaraba, innanzitutto…
SALTANOV: Ma naturalmente Israele è un nostro partner fondamentale nella regione, per la trama delle relazioni e del nostro lavoro di cooperazione, in differenti campi.
Ci prospetti una soluzione realistica del problema della proliferazione nucleare di Teheran. Alcuni analisti credono che bisognerebbe allontanare la Siria dall’Iran, come strumento di pressione.
SALTANOV: Queste sono veramente misure di dettaglio, minime… che magari potrebbero anche rivelarsi utili, ma la nostra sensazione è un po’ differente da coloro che propalano tale tesi. Noi pensiamo che i negoziati con l’Iran dovrebbero essere mantenuti, così da poter davvero raggiungere gli scopi comuni. E il nostro obiettivo è chiaro: la non proliferazione nucleare, per la quale noi continueremo i nostri sforzi e il nostro dialogo bilaterale con l’Iran, anche all’interno del gruppo delle nazioni che stanno tenendo i negoziati.

Nel frattempo però Mosca firma accordi che
stanno mandando avanti la cooperazione con Teheran nel settore del nucleare
civile.
SALTANOV: In Iran esiste l’impianto nucleare di Bushher, è un progetto legale e va avanti nella cornice del diritto internazionale e dei negoziati tra noi e gli iraniani basati sul Trattato di non proliferazione. Comunque, francamente parlando, io non vedo alcuna connessione tra questo tema – la nostra cooperazione sul nucleare civile – e i negoziati sul programma nucleare dell’Iran.
Quanto sono forti oggi le liaison tra Mosca e Damasco?
SALTANOV: La relazione con la Siria è amichevole e solida, e su tale base avanziamo in termini politici ed economici, avendo nel Paese anche dei progetti di cooperazione. Un rapporto di questo tenore certamente ci aiuta a migliorare il nostro dialogo con i siriani sui temi di primaria importanza, inclusa la situazione generale del Medio Oriente.
E quali suggerimenti stanno arrivando da Mosca ai siriani? Ad esempio per sciogliere il nodo libanese e prevenire crisi future...
SALTANOV: Naturalmente tra noi e il governo siriano ci sono scambi d’opinione... Voi sapete che recentemente il nostro ministro degli Esteri Lavrov ha visitato Damasco e prima di lui ci sono stato anch’io. Noi incoraggiamo i nostri amici siriani e i nostri partner ad azioni costruttive verso una semplificazione della situazione nella regione, e la nostra impressione è che Damasco sia pronta a fare la sua parte. Mi creda, i tentativi di isolare Damasco sono davvero poco utili se vogliamo migliorare la situazione nell’area mediorientale. Al contrario, più esaltiamo il livello del dialogo e meglio saremo capaci di aiutare Damasco a svolgere il suo ruolo positivo, impegnandola in una soluzione pacifica.
Lei ha accennato alle iniziative russe in favore del Libano. Ma non è ancora completato lo spiegamento delle truppe stabilito dalla risoluzione dell’Onu 1701, e soprattutto Hezbollah ripete che non cederà volontariamente le armi.
SALTANOV: Prima di tutto, credo che la risoluzione 1701 dovrebbe essere totalmente implementata, e comunque vedo che l’implementazione va avanti. Naturalmente abbiamo di fronte un processo che necessita di tempo e, per quanto riguarda gli armamenti di Hezbollah, noi russi manteniamo la medesima posizione assunta sin dall’inizio: la soluzione dovrebbe nascere da un accordo tra libanesi. È una questione di competenza del dialogo interlibanese, è un tema nazionale.
Hamas e Israele. Il presidente Abu Mazen dice che Hamas farà parte del governo di unità nazionale e accetterà subito gli accordi siglati in passato dai palestinesi con Israele. Di contro il primo ministro palestinese, di Hamas, ribatte che al massimo può offrire una tregua con Israele che duri dieci anni. Lei crede sia meglio intanto accettare questa tregua, per negoziare, o ha ragione Abu Mazen?
SALTANOV: Per la ripresa dei negoziati esistono tre condizioni, che sono ben note a tutti e che Hamas dovrebbe rispettare [fine del terrorismo, accettazione degli accordi già siglati tra Olp – l’Organizzazione per la liberazione della Palestina – e Israele, e accettazione dell’esistenza dello Stato di Israele, ndr]. Ma è poco realistico pensare che tutte queste condizioni saranno adempiute da Hamas al cento per cento in un solo giorno. Di nuovo: è un processo, ci vuole tempo. La nostra percezione è che un governo d’unità nazionale sia il passo nella giusta direzione, ma naturalmente vediamo che i leader di Hamas esitano, a volte dicono sì, altre no. Il gesto che però darebbe a tutti un incoraggiamento, al massimo livello, sarebbe l’accettazione da parte di Hamas della famosa iniziativa di pace della Lega araba del 2002, oppure, appunto, l’avallo agli accordi precedentemente raggiunti tra l’Olp e Israele. Chiunque ne avesse l’opportunità dovrebbe dare una mano affinché questo risultato venga raggiunto, attraverso contatti con i Paesi arabi e con i leader di Hamas. Noi russi, per esempio, questa possibilità l’abbiamo, e stiamo facendo il nostro dovere.
Il problema dei campi profughi palestinesi è ancora oggi enorme. Si può mantenere l’antica promessa fatta ai palestinesi di avere un loro Stato e non farli cadere più preda della strumentalizzazione terroristica?
SALTANOV: Voi ricorderete che gli accordi parlano del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi, oppure del diritto alla compensazione economica, più verosimile... e questa però è più una mia opinione personale. Come ho detto, la Russia crede che israeliani e palestinesi dovrebbero riprendere i negoziati, senza i quali non si può gestire neanche questo problema, e ritengo che le due parti siano capaci di escogitare una qualche formula risolutiva. Allo stesso tempo dubito dell’utilità di estrapolare l’uno o l’altro tema da tutto il programma dei negoziati, finalizzati a un accordo globale, il quale include temi fondamentali: i territori occupati, Gerusalemme capitale di due Stati, i confini e la suddivisione dei poteri tra i due Stati…
Signor viceministro, lavorando sul Medio Oriente lei sperimenta di prima mano lo stato delle vere relazioni tra Mosca e Washington sui temi cruciali. Prevede un confronto più serrato o, al contrario, maggiore cooperazione? Comunque, la Russia ha davvero deciso di riguadagnare il suo ruolo guida della politica internazionale?
SALTANOV: Beh, sì, noi siamo gente pragmatica. Naturalmente stiamo oggi difendendo la nostra posizione con forza, ma attraverso il dialogo e non con lo scontro. E tale approccio ci permette discussioni davvero aperte con i nostri partner americani. Per esempio, ho visitato Washington di recente insieme al mio collega l’ambasciatore Yacovlev, l’inviato speciale russo per il Medio Oriente. Abbiamo avuto discussioni sia al Dipartimento di Stato sia al Consiglio di sicurezza nazionale sia con altri colleghi diplomatici, ma sempre molto schiette e positive…

Perché lei ha seguito a Rodi tutti i lavori del
World Public Forum?
SALTANOV: Il dialogo, che noi preferiamo concepire come partnership tra le civiltà, ha davvero iniziato a rappresentare una parte importante nel nostro lavoro diplomatico. Ecco perché a Mosca si presta tanta attenzione, per esempio, al Forum di Rodi oppure ad altri forum di simile caratura. Abbiamo istituito anche un ente di dialogo strategico chiamato “Russia-Mondo islamico”, presieduto dall’ex primo ministro Evgenij Primakov, che ha già tenuto diversi appuntamenti, ed è uno strumento molto valido e davvero fruttuoso. In luglio, peraltro, c’è stato un raduno di leader religiosi mondiali proprio in Russia, voluto dal patriarca Alessio II, e il presidente Putin è intervenuto alla cerimonia d’apertura con un discorso memorabile, focalizzato su “chi tenta di provocare il cosiddetto scontro di civiltà”. Il presidente Putin ha sottolineato i pericoli di tali gesti e il ruolo dei leader religiosi nel migliorare la comprensione fra differenti civiltà, culture, Paesi.
La Federazione Russa è multietnica e multireligiosa, l’ortodossia e l’islam storicamente vi convivono. La cultura politica – e diplomatica – russa ha perciò qualcosa di più da insegnare in tema di dialogo?
SALTANOV: Non credo ci sia una formula magica. Penso piuttosto che, prima di tutto, dobbiamo preservare le identità delle differenti culture, ma allo stesso tempo dobbiamo incontrarci di più. Come per esempio nel Forum di Rodi, per ascoltare e per scoprire il profilo e le caratteristiche di chi ci sta attorno, che ha qualità che potrebbero a ragione essere differenti dalle nostre... Capire vuol dire rispettare, e rispettare significa che si può trovare una piattaforma comune per lavorare insieme, cooperare, interagire. Avendo tutti noi un grande scopo, cioè rendere questo mondo migliore e preservarlo soprattutto da quelle sfide pericolose che sfortunatamente stanno aumentando.

Il palazzo del Cremlino a Mosca
Signor Saltanov, lei ha competenza sull’area geopolitica attualmente più complessa. Quali sono le prospettive?
ALEXANDER SALTANOV: Siamo profondamente preoccupati per il Medio Oriente. Tutta la regione è sbilanciata, proprio mentre in Iraq la situazione resta pericolosa, nonostante tutti i grandi e reali sforzi compiuti dal Paese e dal popolo iracheni per riavere nuove istituzioni civili, un Parlamento, un governo… a cui naturalmente la Russia ha dato il benvenuto. Ciononostante, l’equilibrio resta instabile, per usare un’espressione davvero diplomatica: ogni giorno omicidi, terrorismo, azioni criminali. E naturalmente sappiamo anche che continua la resistenza alla presenza militare straniera.
Nel concreto, quali indicazioni operative suggerisce?
SALTANOV: Per dare vita a un processo politico reale e autoctono, vanno prese grandi iniziative, basate, per esempio, sulle proposte del primo ministro iracheno Al-Maliki. Certamente senza riconciliazione nazionale è difficile ipotizzare una rinascita economica, una maggiore sicurezza e così via. La comunità internazionale dovrebbe accompagnare di più il popolo e il governo iracheni a fare ulteriori passi in avanti.
E Mosca in tutto ciò?
SALTANOV: Non solo siamo pronti a realizzare quanto ho detto, ma stiamo già aiutando a consolidare l’aiuto internazionale a favore dell’Iraq, attraverso i contatti con i nostri amici nella regione, i Paesi vicini dell’Iraq e poi con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia. Con quest’ultima abbiamo in tema di Medio Oriente una cooperazione davvero buona.
Il conflitto arabo-israeliano?
SALTANOV: Rimane oggi naturalmente il tema più importante. Sfortunatamente il processo di pace non fa passi in avanti e l’ultima guerra in Libano ha mostrato che senza la ripresa di veri negoziati arabo-israeliani inevitabilmente vedremo all’opera nuovi conquistatori e nuovi scontri militari… il che è molto pericoloso. La Russia propone la ripresa dei negoziati. Però, senza un’azione globale, sarà molto difficile raggiungere una qualunque pace in Medio Oriente. Occorrono sforzi in varie direzioni e in questo scenario il “Quartetto” [composto da Onu, Ue, Stati Uniti e Russia, ndr] è fondamentale. Nel recente incontro a New York il Quartetto si è espresso in modo molto incoraggiante su ciò che va fatto. Abbiamo dichiarato sia l’importanza di un accordo complessivo sia il nostro sostegno al presidente palestinese Abu Mazen nel suo intento di formare un governo d’unità nazionale. Questo è un punto saliente nella dichiarazione del Quartetto, che impegna concretamente non soltanto i suoi membri ma anche i “giocatori” importanti della regione come Giordania e Arabia Saudita. Nello stesso tempo però…
Però?
SALTANOV: Noi russi dobbiamo prestare attenzione a incrementare i nostri rapporti bilaterali con i Paesi arabi e con Israele. Stiamo attendendo la visita di alcuni leader mediorientali a Mosca, e naturalmente facciamo del nostro meglio per migliorare relazioni, cooperazione e commercio con Stati dell’area, come Algeria, Egitto, Siria. Inoltre, abbiamo aiutato il Libano a ricostruire le sue infrastrutture e stiamo mettendo a frutto tutti i nostri legami con i Paesi del Golfo.
Politica filoaraba, innanzitutto…
SALTANOV: Ma naturalmente Israele è un nostro partner fondamentale nella regione, per la trama delle relazioni e del nostro lavoro di cooperazione, in differenti campi.
Ci prospetti una soluzione realistica del problema della proliferazione nucleare di Teheran. Alcuni analisti credono che bisognerebbe allontanare la Siria dall’Iran, come strumento di pressione.
SALTANOV: Queste sono veramente misure di dettaglio, minime… che magari potrebbero anche rivelarsi utili, ma la nostra sensazione è un po’ differente da coloro che propalano tale tesi. Noi pensiamo che i negoziati con l’Iran dovrebbero essere mantenuti, così da poter davvero raggiungere gli scopi comuni. E il nostro obiettivo è chiaro: la non proliferazione nucleare, per la quale noi continueremo i nostri sforzi e il nostro dialogo bilaterale con l’Iran, anche all’interno del gruppo delle nazioni che stanno tenendo i negoziati.

Il presidente russo Vladimir Putin con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad durante i lavori della Shanghai Cooperation Organization nel giugno 2006
SALTANOV: In Iran esiste l’impianto nucleare di Bushher, è un progetto legale e va avanti nella cornice del diritto internazionale e dei negoziati tra noi e gli iraniani basati sul Trattato di non proliferazione. Comunque, francamente parlando, io non vedo alcuna connessione tra questo tema – la nostra cooperazione sul nucleare civile – e i negoziati sul programma nucleare dell’Iran.
Quanto sono forti oggi le liaison tra Mosca e Damasco?
SALTANOV: La relazione con la Siria è amichevole e solida, e su tale base avanziamo in termini politici ed economici, avendo nel Paese anche dei progetti di cooperazione. Un rapporto di questo tenore certamente ci aiuta a migliorare il nostro dialogo con i siriani sui temi di primaria importanza, inclusa la situazione generale del Medio Oriente.
E quali suggerimenti stanno arrivando da Mosca ai siriani? Ad esempio per sciogliere il nodo libanese e prevenire crisi future...
SALTANOV: Naturalmente tra noi e il governo siriano ci sono scambi d’opinione... Voi sapete che recentemente il nostro ministro degli Esteri Lavrov ha visitato Damasco e prima di lui ci sono stato anch’io. Noi incoraggiamo i nostri amici siriani e i nostri partner ad azioni costruttive verso una semplificazione della situazione nella regione, e la nostra impressione è che Damasco sia pronta a fare la sua parte. Mi creda, i tentativi di isolare Damasco sono davvero poco utili se vogliamo migliorare la situazione nell’area mediorientale. Al contrario, più esaltiamo il livello del dialogo e meglio saremo capaci di aiutare Damasco a svolgere il suo ruolo positivo, impegnandola in una soluzione pacifica.
Lei ha accennato alle iniziative russe in favore del Libano. Ma non è ancora completato lo spiegamento delle truppe stabilito dalla risoluzione dell’Onu 1701, e soprattutto Hezbollah ripete che non cederà volontariamente le armi.
SALTANOV: Prima di tutto, credo che la risoluzione 1701 dovrebbe essere totalmente implementata, e comunque vedo che l’implementazione va avanti. Naturalmente abbiamo di fronte un processo che necessita di tempo e, per quanto riguarda gli armamenti di Hezbollah, noi russi manteniamo la medesima posizione assunta sin dall’inizio: la soluzione dovrebbe nascere da un accordo tra libanesi. È una questione di competenza del dialogo interlibanese, è un tema nazionale.
Hamas e Israele. Il presidente Abu Mazen dice che Hamas farà parte del governo di unità nazionale e accetterà subito gli accordi siglati in passato dai palestinesi con Israele. Di contro il primo ministro palestinese, di Hamas, ribatte che al massimo può offrire una tregua con Israele che duri dieci anni. Lei crede sia meglio intanto accettare questa tregua, per negoziare, o ha ragione Abu Mazen?
SALTANOV: Per la ripresa dei negoziati esistono tre condizioni, che sono ben note a tutti e che Hamas dovrebbe rispettare [fine del terrorismo, accettazione degli accordi già siglati tra Olp – l’Organizzazione per la liberazione della Palestina – e Israele, e accettazione dell’esistenza dello Stato di Israele, ndr]. Ma è poco realistico pensare che tutte queste condizioni saranno adempiute da Hamas al cento per cento in un solo giorno. Di nuovo: è un processo, ci vuole tempo. La nostra percezione è che un governo d’unità nazionale sia il passo nella giusta direzione, ma naturalmente vediamo che i leader di Hamas esitano, a volte dicono sì, altre no. Il gesto che però darebbe a tutti un incoraggiamento, al massimo livello, sarebbe l’accettazione da parte di Hamas della famosa iniziativa di pace della Lega araba del 2002, oppure, appunto, l’avallo agli accordi precedentemente raggiunti tra l’Olp e Israele. Chiunque ne avesse l’opportunità dovrebbe dare una mano affinché questo risultato venga raggiunto, attraverso contatti con i Paesi arabi e con i leader di Hamas. Noi russi, per esempio, questa possibilità l’abbiamo, e stiamo facendo il nostro dovere.
Il problema dei campi profughi palestinesi è ancora oggi enorme. Si può mantenere l’antica promessa fatta ai palestinesi di avere un loro Stato e non farli cadere più preda della strumentalizzazione terroristica?
SALTANOV: Voi ricorderete che gli accordi parlano del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi, oppure del diritto alla compensazione economica, più verosimile... e questa però è più una mia opinione personale. Come ho detto, la Russia crede che israeliani e palestinesi dovrebbero riprendere i negoziati, senza i quali non si può gestire neanche questo problema, e ritengo che le due parti siano capaci di escogitare una qualche formula risolutiva. Allo stesso tempo dubito dell’utilità di estrapolare l’uno o l’altro tema da tutto il programma dei negoziati, finalizzati a un accordo globale, il quale include temi fondamentali: i territori occupati, Gerusalemme capitale di due Stati, i confini e la suddivisione dei poteri tra i due Stati…
Signor viceministro, lavorando sul Medio Oriente lei sperimenta di prima mano lo stato delle vere relazioni tra Mosca e Washington sui temi cruciali. Prevede un confronto più serrato o, al contrario, maggiore cooperazione? Comunque, la Russia ha davvero deciso di riguadagnare il suo ruolo guida della politica internazionale?
SALTANOV: Beh, sì, noi siamo gente pragmatica. Naturalmente stiamo oggi difendendo la nostra posizione con forza, ma attraverso il dialogo e non con lo scontro. E tale approccio ci permette discussioni davvero aperte con i nostri partner americani. Per esempio, ho visitato Washington di recente insieme al mio collega l’ambasciatore Yacovlev, l’inviato speciale russo per il Medio Oriente. Abbiamo avuto discussioni sia al Dipartimento di Stato sia al Consiglio di sicurezza nazionale sia con altri colleghi diplomatici, ma sempre molto schiette e positive…

Saltanov con Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano
SALTANOV: Il dialogo, che noi preferiamo concepire come partnership tra le civiltà, ha davvero iniziato a rappresentare una parte importante nel nostro lavoro diplomatico. Ecco perché a Mosca si presta tanta attenzione, per esempio, al Forum di Rodi oppure ad altri forum di simile caratura. Abbiamo istituito anche un ente di dialogo strategico chiamato “Russia-Mondo islamico”, presieduto dall’ex primo ministro Evgenij Primakov, che ha già tenuto diversi appuntamenti, ed è uno strumento molto valido e davvero fruttuoso. In luglio, peraltro, c’è stato un raduno di leader religiosi mondiali proprio in Russia, voluto dal patriarca Alessio II, e il presidente Putin è intervenuto alla cerimonia d’apertura con un discorso memorabile, focalizzato su “chi tenta di provocare il cosiddetto scontro di civiltà”. Il presidente Putin ha sottolineato i pericoli di tali gesti e il ruolo dei leader religiosi nel migliorare la comprensione fra differenti civiltà, culture, Paesi.
La Federazione Russa è multietnica e multireligiosa, l’ortodossia e l’islam storicamente vi convivono. La cultura politica – e diplomatica – russa ha perciò qualcosa di più da insegnare in tema di dialogo?
SALTANOV: Non credo ci sia una formula magica. Penso piuttosto che, prima di tutto, dobbiamo preservare le identità delle differenti culture, ma allo stesso tempo dobbiamo incontrarci di più. Come per esempio nel Forum di Rodi, per ascoltare e per scoprire il profilo e le caratteristiche di chi ci sta attorno, che ha qualità che potrebbero a ragione essere differenti dalle nostre... Capire vuol dire rispettare, e rispettare significa che si può trovare una piattaforma comune per lavorare insieme, cooperare, interagire. Avendo tutti noi un grande scopo, cioè rendere questo mondo migliore e preservarlo soprattutto da quelle sfide pericolose che sfortunatamente stanno aumentando.