1978, anno terribile
Il libro di Selva e Marcucci ha il pregio di riportare la documentazione attinente al cosiddetto memoriale redatto dall’onorevole Moro nel carcere brigatista
di Davide Malacaria

Gustavo Selva, Eugenio Marcucci, Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2003, 449 pp., euro 18,00
Le cronache riportano le varie opinioni espresse all’epoca su uno degli interrogativi più drammatici che la situazione imponeva, ovvero il grado di libertà di cui lo statista democristiano godesse nel carcere brigatista. Sul punto si riportano commenti giornalistici e di uomini politici allora per lo più convinti che Aldo Moro scrivesse sotto la pressione dei suoi carcerieri, opinione ancora oggi oggetto di controversie e polemiche.
Polemiche che si sono sviluppate anche su un altro tema, ossia sull’opportunità o meno di trattare con i brigatisti, sull’opportunità o meno della scelta della “fermezza”, come allora fu denominata la decisione politica, condivisa da un’ampia maggioranza parlamentare, di non cedere alle richieste dei brigatisti. Sul punto, a pagina 97, si riporta anche l’autorevole opinione dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini che, il 3 maggio, affermava: «Trattare con le Brigate rosse significherebbe dare a questi criminali una legittimità morale e politica e le forze dell’ordine si sentirebbero autorizzate ad alzare le mani e a non più resistere. Significherebbe offendere la memoria dei molti poliziotti, carabinieri e cittadini spietatamente assassinati dalle Brigate rosse». Affermazioni che trovano conferme in due accenni che il libro riporta poco oltre: «“Se liberate uno solo di quegli assassini, giuro su Dio che mi brucio in piazza davanti ai miei due figli”. Così disperatamente avrebbe telefonato a un personaggio politico una delle vedove di via Fani. Una frase che dà l’idea del nuovo e profondo dramma che i familiari delle vittime del terrorismo vivevano in quei giorni. Luigi Iozzino, fratello dell’agente trucidato in via Fani, dice: “L’ultimatum non è giusto neanche prenderlo in considerazione. E poi l’ultimatum di chi? Di quelli che hanno ammazzato mio fratello? È una banda di omicidi”». Insomma, la scelta della trattativa o della non trattativa doveva fare i conti con problemi e drammi che troppo spesso si tende a non tenere in debito conto. Nella bufera di questa controversia non si può dimenticare che la linea della fermezza non si associava a una mera passività. Si legge a pagina 101: «La segreteria democristiana convoca la direzione del partito per martedì 9 maggio, la direzione fisserà la data del Consiglio nazionale così come aveva chiesto Aldo Moro nella lettera del 29 aprile». Ma non ci sarà il tempo di svolgere il Consiglio nazionale: Aldo Moro viene assassinato la mattina del 9 maggio.
Il volume prosegue ripercorrendo la cronaca dell’irruzione nel covo brigatista di via Monte Nevoso, del sequestro del materiale ivi rinvenuto, tra cui il cosiddetto memoriale di Aldo Moro, e della successiva pubblicizzazione dello stesso, il 17 ottobre 1978, ad opera del governo di unità nazionale presieduto da Giulio Andreotti. Riguardo al cosiddetto memoriale, gli autori, riportandone un passaggio, commentano: «La vera novità è nella prova definitiva che i brigatisti rossi avevano promesso libertà all’ostaggio. Moro scrive convinto di uscire vivo dal dramma, certo di ricongiungersi alla famiglia. La sua “confessione” è il prezzo per sopravvivere. “Pensi Berlinguer che per poco soltanto rischiava di inaugurare una nuova fase politica lasciando andare a morte lo stratega dell’attenzione al Partito comunista (con anticipo di anni) e il realizzatore unico di un’intesa tra democristiani e comunisti che si suole chiamare una maggioranza programmatica, parlamentare, riconosciuta e contrattata”. E più oltre parla di “generosità delle Br” alle quali deve “la salvezza della vita e la restituzione alla libertà”. “Di ciò – aggiunge – sono profondamente grato”. La prospettiva di uscire dal carcere brigatista è talmente certa che il prigioniero anticipa i suoi propositi: “rinuncio a tutte le cariche e escludo qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla Dc, chiedo al presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della Dc al gruppo misto”. Ma la pubblicazione del dossier Moro non dà al documento il crisma dell’autenticità, anzi i dubbi restano».
Sull’autenticità o meno del memoriale, se cioè Moro lo abbia redatto sotto la pressione dei suoi carcerieri, in una battaglia di nervi in cui lo stesso statista avrebbe cercato di sfruttare la sua grande intelligenza per ingannare le Brigate rosse, è stato detto e scritto tanto. Così come rimane accertato che il cosiddetto memoriale di Aldo Moro ritrovato a via Monte Nevoso nel 1978 subì alcune manipolazioni in senso antidemocristiano. Cosa riscontrabile da un semplice raffronto tra questo materiale, rinvenuto in forma dattiloscritta, e le fotocopie dei manoscritti di Aldo Moro, rinvenute, sempre in via Monte Nevoso, solo nel 1990, ovvero 12 anni più tardi.
Se fosse vero che i carcerieri sottoponevano gli scritti di Aldo Moro ad un rigido controllo, ciò dovrebbe essersi verificato anche nella redazione delle lettere. Si può affermare con certezza che i brigatisti operarono una sorta di censura sulle lettere che il loro prigioniero scriveva, facendone uscire dalla “prigione del popolo” alcune e non altre. In effetti, le lettere che filtrarono dal carcere brigatista non sono che una parte di quelle che Moro aveva scritto durante la prigionia. Altre sono state trovate in via Monte Nevoso nel 1978, altre ancora sono state trovate, sempre in via Monte Nevoso, nel 1990. Il libro di Selva e Marcucci ne allega un’ottantina. Ma, sempre a riguardo delle lettere, il volume riporta un particolare che a volte è affiorato nelle cronache del cosiddetto “caso Moro” (espressione che non piace). Riportiamo un passaggio dell’introduzione di Gustavo Selva: «Le lettere sono di Moro, di un Moro che, in condizioni drammatiche, continua anche dalla “prigione del popolo” la sua opera di mediazione fondata sul reale e sul possibile (quello che ci appartiene), pur tenendo presente che sono state scritte sotto “il pieno e incontrollato dominio” da parte dei suoi carcerieri; un controllo che sembra essersi esercitato duramente, se è vero che dai covi milanesi delle Br sono uscite le “minute” delle lettere che Moro avrebbe dovuto firmare». Queste “minute” dattiloscritte, che ovviamente darebbero un’altra chiave interpretativa delle carte attribuite ad Aldo Moro, sono oggetto di controversia. Per parte nostra ci limitiamo a riportare un particolare che suscita interrogativi. Nel corso dell’irruzione nel covo brigatista di via Monte Nevoso del ’78, i carabinieri guidati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa trovarono alcune delle lettere di Moro. Tra l’altro, due copie, con varianti più o meno significative, della lettera effettivamente recapitata alla Dc nella quale lo statista chiedeva la convocazione del Consiglio nazionale. Di una di queste, sempre a via Monte Nevoso, furono trovate le fotocopie del relativo manoscritto di Moro. Dell’altra a tutt’oggi si conosce solo il testo dattiloscritto. Ne riportiamo un passaggio: «…Se poi nulla avverrà, dovrò affermare in pieno la responsabilità della Dc ufficiale e di quanti non si fossero da essa tempestivamente dissociati. È noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte.
(Le righe che seguono sono da rivedere a secondo dell’utilità che possono avere per sua espressa opinione)
È noto… contro la morte.
In tanti anni e tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni… [segue il finale della lettera, ndr]».
Tale lettera si può leggere sugli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (VIII legislatura, doc. XXIII n. 5, volume secondo – relazioni di minoranza).
Abbiamo riportato il testo segnalando in corsivo (che non è nell’originale) una frase che a noi suscita interrogativi. Ad altri, più esperti, il compito di scioglierli.