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RUSSIA
tratto dal n. 12 - 2000

ANALISI. Putin e la situazione politica in continua evoluzione

La lunga marcia del presidente


Le condizioni economiche migliorano e il consenso intorno a Putin cresce. Ma il presidente russo non ha ancora vinto la sua battaglia contro gli oligarchi che vogliono influenzare le scelte politiche del Paese restando nell’ombra. E c’è un’altra incognita: l’Occidente accetterà o contrasterà la Russia che egli cerca di costruire?


di Giulietto Chiesa


La definizione del termine «oligarca», data da Putin nella sua intervista di fine d’anno con tre giornalisti russi, contiene un pezzo importante del mosaico russo a nove mesi dall’entrata in carica del nuovo presidente: «Esponente del big business che cerca d’influenzare decisioni politiche rimanendo nell’ombra». Putin ha aggiunto alla definizione di non vedere nei suoi dintorni personaggi del genere: understatement evidente. E ha infine precisato di non avere nulla contro l’esistenza degli esponenti del big business, i quali anzi hanno diritto di poter contare sull’aiuto dello Stato. Dunque è il «rimanere in ombra, cercando d’influenzare le decisioni politiche», ciò che Vladimir Putin non gradisce.
Vladimir Putin

Vladimir Putin

Questo dice qualcosa a proposito della questione se Putin abbia ormai “tutto il potere”. Anzi sembra dire che siamo ancora lontani da questo traguardo. La lotta è cioè ancora aperta attorno al nuovo presidente e la posta in gioco è ancora a disposizione. I suoi avversari, è chiaro, sono in gran parte all’interno degli stessi palazzi del potere in cui si aggira Vladimir Putin. Si può dire per il momento che Putin è riuscito a neutralizzare una parte degli oligarchi (in primis Vladimir Potanin, uno dei più potenti), ma non tutti. Contro altri due è in corso una partita cruciale, dal cui esito molto dipenderà del futuro di Putin stesso e della fisionomia della vita politica e dell’assetto istituzionale della Russia negli anni a venire. I due, Boris Berezovskij e Vladimir Gusinskij hanno in comune una caratteristica essenziale: fino a ieri determinavano in modo decisivo gli orientamenti dell’opinione pubblica cavalcando l’etere con le loro reti televisive. Putin ha capito perfettamente – poiché li conosce – che il suo regno non sarebbe stato tranquillo se avesse lasciato quelle due potenti leve nelle mani degli oligarchi.
La lotta ingaggiata dal presidente contro i proprietari dei due più importanti canali tv della Russia ha sollevato numerosi interrogativi, molti dei quali tutt’altro che oziosi, sulla dedizione ai valori democratici e pluralistici del nuovo leader del Cremlino. È tuttavia innegabile che Berezovskij e Gusinskij abbiano gestito in questi anni quelle armi secondo i propri interessi, senza andare troppo per il sottile e senza curarsi del diritto all’informazione dei loro concittadini. Difficile dire chi ha peccato di meno in faziosità. Qui Putin sembra andare altrettanto al sodo, senza neppure ringraziare quello dei due – Boris Berezovskij – che è risultato il suo decisivo alleato nella campagna presidenziale che lo ha visto vincitore. È il destino riservato ai cardinali grigi, come già Machiavelli aveva avvertito cinque secoli or sono. Berezovskij non deve averlo letto.
Del resto Putin sembra avere idee chiare in proposito: «Una chiara vita politica in Russia ancora non c’è» ha detto «perché ancora non vi sono partiti nazionali stabili». La descrizione è esatta. L’unico partito esistente davvero è il Partito comunista, e non basta. Putin dice di avere in mente, per il futuro, un governo nominato dal Parlamento, da una maggioranza politica, cui si dovrebbe contrapporre un’opposizione. È un’idea da Stato di diritto, lodevole. Sicuramente migliore di quella attuale, in cui il governo è faccenda di nomina presidenziale, con carattere “tecnico”, senza base parlamentare, senza un vero meccanismo di fiducia.
Ma è disposto Putin a modificare la Costituzione eltsiniana e ad affrontare un’opposizione strutturata? Su questo tema la sua prudenza non ha ancora lasciato intravvedere risposte. Adelante con molto juicio. Anche perché fino ad ora Putin ha potuto contare proprio sul sostegno dei comunisti su tutti i progetti di riforma che ha presentato in Parlamento, nessuno escluso. Quindi di una maggioranza parlamentare egli ora dispone, anche se essa è costantemente soltanto implicita. E non si vede come i comunisti avrebbero potuto dargli addosso, dati i risultati che il loro elettorato ha incamerato in questi pochi mesi di governo.
Le statistiche, non contestate né da destra né da sinistra, dicono che i redditi reali pro capite sono saliti del 9% nell’ultimo anno; che le pensioni sono cresciute del 30% e i salari del 24%. E, quel che più conta, quasi tutto l’immenso indebitamento accumulato dallo Stato nei confronti dei pensionati e dei pubblici dipendenti è stato sanato. Naturalmente tutti capiscono che Vladimir Putin è stato più che fortunato: i prezzi petroliferi hanno consentito all’erario russo di incamerare una ventina di miliardi di dollari addizionali, senza colpo ferire. Ma a merito indubbio del presidente va detto che quei denari non sono stati sperperati, come sarebbe accaduto (ed è accaduto) durante il regno del suo predecessore.
L’altra mossa, approvata anch’essa dalla Duma, comunisti compresi, è stata il varo della riforma fiscale, consistente nella definizione di un modesto 13% di imposizione fiscale sui redditi di ogni tipo, uguale per tutti. Misura che, sotto altre latitudini sarebbe ritenuta socialmente iniqua, ma che rappresenta un tentativo abbastanza audace di prendere molti piccioni con una sola fava: fare aumentare le entrate fiscali, rendendo l’evasione generalizzata attuale non più logica, incoraggiando l’uscita dall’ombra dell’economia sommersa, aprendo la strada ad un possibile ritorno di parte dei cinquecento miliardi di dollari esportati illegalmente negli anni del postcomunismo.
La tremenda svalutazione del rublo dell’agosto 1998, se ha lasciato il Paese in ginocchio, ha tuttavia consentito una certa ripresa interna. L’impossibilità di comprare beni sul mercato esterno ha imposto una risposta autarchica, rimettendo in moto migliaia di imprese ex statali e statali che erano rimaste immobili per incapacità concorrenziale con le merci d’importazione. Come effetto si registra ora un incremento della produzione industriale, specie nei settori manifatturieri, che secondo diverse valutazioni oscilla tra il 10 e il 15%. Non deve stupire dunque se il consenso attorno a Putin risulta crescente.
E non solo per la politica sociale e produttiva. La riforma del Consiglio della federazione – la Camera alta del Parlamento – gli ha consentito di porre un freno ai processi disgregativi che, con Eltsin, avevano preso un andamento galoppante e catastrofico. I governatori sono stati al tempo stesso ridimensionati e rimandati nelle loro regioni e Repubbliche senza più immunità parlamentare e con la minaccia permanente di essere posti sotto scrutinio severo nel caso tornassero ad agitare le rivendicazioni di sovranità che avevano caratterizzato gli anni eltsiniani. Nello stesso tempo l’istituzione di sette super-distretti, ciascuno dei quali posto sotto il controllo presidenziale attraverso super-governatori di nomina del Cremlino, ha ricomposto – per ora sulla carta – una verticale del potere che era inesistente dal momento della fine del Partito comunista dell’Unione Sovietica.
Un ufficio di cambio a Mosca. La svalutazione del rublo ha aiutato la ripresa economica

Un ufficio di cambio a Mosca. La svalutazione del rublo ha aiutato la ripresa economica

Che il risultato sia acquisito non si può ancora dire. Lo stesso Putin ha recentemente ammesso sconsolatamente che, proprio a causa del baccanale di sovranità distribuite e carpite nei nove anni eltsiniani, oltre un quarto di tutti gli strumenti legali e degli atti amministrativi sono oggi in contrasto con la Costituzione vigente. Cifre che dimostrano come l’illegalità e l’arbitrio siano ancora parte costitutiva della vita istituzionale della Russia e, tra l’altro, spiegano l’estrema diffidenza degli investitori esteri. L’uomo della strada ha accolto con generale favore queste misure “d’ordine” che ridimensionavano seccamente poteri pressoché assoluti e con investitura popolare addirittura inferiore a quella del potere centrale. Interessante rilevare che la resistenza dei governatori è stata assai modesta. Altrettanto importante per Putin è stato l’appoggio plebiscitario della Duma, la Camera bassa, con i comunisti in testa.
L’idea generale – che aveva consentito a Putin di vincere le elezioni presidenziali, con o senza i probabili brogli – è stata confermata nelle teste dei più: Vladimir Putin vuole impedire il disfacimento finale del Paese. Forse i suoi metodi sono discutibili, probabilmente è l’erede della Famiglia, ma conviene non ostacolarlo nel suo progetto. Colpisce gli osservatori occidentali che egli sia riuscito sostanzialmente a ottenere il sostegno morale e pubblico di uomini tanto diversi tra loro come Michail Gorbaciov e Aleksandr Solzhenicyn.
Che Putin sia un continuatore dell’opera del suo predecessore non lo pensa più nessuno. Il che, com’è logico, concentra su di lui le speranze dei molti e i sospetti dei pochi e potenti. Il governo in carica, guidato da quel Kasyanov cui molti imprenditori occidentali assegnarono il nomignolo di “Mr 5%”, per le tangenti che si dice chiedesse quand’era ministro delle Finanze, non è ancora il governo di Putin. Il Cremlino, nelle mani dell’ultimo e più velenoso consigliere di Eltsin, Aleksandr Voloshin, è tutt’altro che sotto il pieno controllo dell’inquilino principale. La squadra del presidente è ancora in formazione e non appare in condizioni, per il momento, di produrre una linea organica in politica interna (mentre in politica estera i contorni della linea presidenziale sono ormai definiti con grande nettezza).
E c’è un grande problema aperto: la Cecenia. Putin ne ha fatto la sua bandiera, ma non riesce a trarsene fuori con una vittoria. Il secondo anno di guerra è cominciato e rimane aperta drammaticamente la possibilità che dall’esterno e dall’interno la carta cecena possa essere nuovamente giocata non appena Vladimir Putin si trovasse in difficoltà.
Eventualità che le attuali tendenze positive – qui sommariamente descritte – non possono escludere. La congiuntura favorevole non rimarrà tale all’infinito. Il tempo a disposizione del nuovo leader del Cremlino è limitato, lo sfascio ereditato è immenso; le riforme da fare sono molte (parafrasando Javahrlal Nehru, Putin ha detto che i problemi della Russia sono tanti quanti i suoi abitanti); le spinte disgregatrici sono state soltanto frenate e non debellate; le élite politiche con cui il nuovo potere ha a che fare sono corrotte e imbelli, per ora incapaci di individuare quello che Putin definisce come «interesse nazionale». E resta grande l’incognita esterna. L’Occidente non ha ancora preso le misure rispetto a questa Russia in perenne transizione. Se deciderà di accettare la Russia che Putin cerca di delineare sarà un conto; se la contrasterà attivamente per il presidente della Russia si presenteranno tempi duri.


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