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OLANDA
tratto dal n. 11 - 2000

«Solo chi è nella Tradizione rimane nella fede»


«Ci troviamo nella situazione di ricominciare da capo, di riascoltare prima di tutto la parabola sul seme che viene seminato. A noi viene chiesto di seminare. E tentiamo, sapendo che Deus providebit». Parla il cardinale Adrianus Johannes Simonis, arcivescovo di Utrecht


Intervista con il cardinale Adrianus Johannes Simonis di Giovanni Cubeddu


Non è agevole presiedere una comunità cristiana sottoposta alla contestazione aperta della società e del potere, come da tempo accade in Olanda contro la Chiesa cattolica romana. Nel solo mese di novembre è iniziata una campagna politica (da parte di esponenti dei partiti di governo) per ottenere la chiusura dell’ambasciata olandese presso la Santa Sede, e il Parlamento dell’Aia ha approvato la legge sull’«aiuto alla morte», il nome politicamente corretto dell’eutanasia. A questo livello, nemmeno durante l’Anno Santo sono state concesse pubbliche tregue. Adrianus Johannes Simonis, arcivescovo di Utrecht e cardinale di santa romana Chiesa preferisce raccontare la vita della sua gente e della sua Chiesa nella terra dei tulipani, partendo dal positivo.

Il cardinale Adrianus Johannes Simonis

Il cardinale Adrianus Johannes Simonis

In quali circostanze particolari si trova la comunità cattolica olandese…
ADRIANUS JOHANNES SIMONIS: C’è in Olanda molto materialismo, e una concezione del lavoro così pressante che quasi tutti non fanno davvero che lavorare, lavorare, sono sempre “occupati”. L’aria che si respira è intrisa di indifferenza e di relativismo sulla verità. La Chiesa non ne è esente, vive in questo contesto. Però, da un po’, vi sono dei sintomi diversi, dei quasi impercettibili segni di “ripresa”: non voglio dire di riscossa ecclesiale, no, no, ma segni che una ricerca del senso della vita, più profonda, c’è. Da uno studio di un sociologo olandese pubblicato di recente emerge il desiderio della gente di aver più tempo per sé e delle coppie di stare più con i loro bambini. Poi si evidenzia che la morale pubblica è cambiata (addirittura si dice che non pagare le tasse è ora considerato un male: da noi questo è un “successo”, perché regna felicemente la prassi opposta!). Anche i divorzi sono ritenuti da un punto di vista umano ed etico sempre più una colpa – non dico un peccato cristiano – e così pure la sessualità extramatrimoniale. Si potrebbe azzardare che sia in embrione un’evoluzione della pubblica morale in Olanda. Io, più prudentemente, direi che è l’indizio che di fronte alla vita quotidiana i miei concittadini avvertono ora di più una domanda personale. Questo non vuol dire che vi sia già più fede, e non ascriverei mai questo battito del cuore ad una vittoria della Chiesa. La realtà è che il numero dei praticanti è ancora in calo, non si va oltre il 15 per cento del nostro popolo cattolico. E come vescovi capiamo bene che non è certo questo il tempo di raccogliere, ma di seminare. Per questo c’è bisogno di uomini che possano seminare la fede, ma questi pure mancano: il numero dei sacerdoti è molto piccolo e quello dei collaboratori è insufficiente. Ecco la situazione. Ma io credo che i miracoli sono possibili. Il cardinale Danneels una volta che era in Olanda ha detto che «il bene diviene migliore e il male diventa più cattivo». È difficile avere un sguardo chiaro su ciò che gioca nei cuori degli uomini, perché l’individualismo è molto grande e i fedeli stessi non lasciano trasparire quanto hanno in animo, sono chiusi. Quando parlo con i giovani mi dicono che non hanno tempo se non per studiare, andare al loro club, o navigare in internet… però trovo in loro un’apertura per le domande essenziali. In definitiva, c’è più morale e meno fede, è così. Ma la storia mi insegna che le due cose sono unite, così che se vedo del buono nel tenore morale di un uomo, penso ad una novità in atto, penso che nel suo cuore possa nascere qualcosa, si apra già una breccia. Perché la morale da sola non può esistere.
Il «relativismo sulla verità» giunge a «violare la legge naturale della coscienza di ciascuno».
SIMONIS: Il relativismo deriva da una tolleranza che è “esuberante”. Prendiamo la questione del matrimonio tra gli omosessuali. È una contradictio in terminis ipsis e i vescovi olandesi hanno reso dichiarazioni contrarie molto nette. Il Parlamento ha votato favorevolmente con una maggioranza dei due terzi, ma se si chiede l’opinione della gente comune la maggior parte dirà che quel matrimonio è un’assurdità. Eppure ne approverà l’esistenza, in omaggio alla cosiddetta tolleranza.
Nel legalizzare le unioni e le adozioni gay, l’eutanasia, c’è un elemento di sfida nei confronti della Chiesa. Una sfida che la Chiesa stessa talvolta rilancia, se non addirittura assume, come tratto distintivo. Giovano le continue battaglie su temi morali?
SIMONIS: Su questi punti noi come Chiesa dobbiamo essere chiarissimi. Ma dobbiamo chiederci prima di tutto se nei cuori degli uomini esiste ancora un desiderio, una domanda di verità. È un punto nevralgico che nel mondo, e nella Chiesa soprattutto, viva la domanda «che cos’è la verità?». Il documento Dominus Iesus è importante a questo livello, e io ingenuamente credo che sia stato scritto anche per noi olandesi, per questo Paese dove la persona di Gesù Cristo e la sua salvezza da molti cristiani non vengono credute “di fatto”. Gesù è come Gandhi, si dice. Ma questo non è solo l’Olanda, è il mondo occidentale.
Lo ripeto con Willebrands: «Non hanno successori». Solo chi è nella Tradizione rimane nella fede. Neppure noi abbiamo adunate oceaniche di “successori”, ma ci basta un seme, e ci basta seguire, come fecero gli apostoli
Ci troviamo nella situazione di ricominciare da capo, di riascoltare prima di tutto la parabola sul seme che viene seminato. A noi viene chiesto di seminare. E tentiamo, sapendo che Deus providebit. Così, se tempo fa ero davvero arrivato a pensare che la Chiesa in Olanda sarebbe potuta scomparire entro cinquant’anni, ora no, e pongo tanta speranza sui centocinquanta giovani che sono nei nostri seminari.
Enunciare la dottrina basta?
SIMONIS: Proporre fedelmente la dottrina della fede è di per sé tutto quello che dobbiamo fare. Ma il punto è come storicamente la verità arriva all’uomo. È tutto qui. Di fronte alla dottrina, la gente, per sua natura, si chiederebbe, anche inconsciamente, «ma perché è importante?». È una domanda fondamentale, perché è quella che chiede la verifica esistenziale della verità, della lettera della dottrina. Noi vescovi apriamo gli occhi su questa domanda, e cominciamo da capo. Quando chiedo ai miei giovani olandesi: «Che cosa è vero?», vedo che loro capiscono questa domanda. Quando si dice che abbiamo bisogno di una “cultura della verità”, come il Papa richiede, so bene che dobbiamo predicare la verità. Ma allo stesso modo in cui c’est le ton qui fait la musique, è il tono che fa la musica, come pastori possiamo solo invitare la gente, non urgere che le conseguenze della nostra predicazione si realizzino in due o tre anni, bensì accettare ciò che viene nel tempo, sia esso dieci o quindici anni o di più. La cordialità con cui la verità è portata aiuta ad accettare la verità. È nostro “obbligo” come vescovi stare con la gente. Se uno sconosciuto, sebbene autorevole, scrive una lettera piena di direttive, sarà difficile per i destinatari accettarla. Perché se per assurdo mancasse nella storia la testimonianza umana della verità, sarebbe molto più difficile credere.
Comunque, a monte di tutto quanto ho detto sinora, sono convinto che si comincia solo se c’è la fede nella persona di Cristo. E se una volta si riconosce finalmente Gesù Cristo come Figlio di Dio e il suo Vangelo, non vi è cultura, etica, dottrina prima. Così che quando incontro i giovani non insisto mai sulla morale, perché se grazie alla fede apriranno i loro occhi, il resto verrà da sé.
Quale è il fatto che maggiormente la conforta nella vita della Chiesa olandese?
SIMONIS: Le conversioni. In mille all’anno si fanno cattolici, e sono in gran parte giovani che si accostano ai sacramenti con vero desiderio e non solo per poter celebrare un matrimonio in chiesa. E poi una cosa “strana”. Ho ascoltato sia i racconti di quei giovani che sono andati alla Giornata mondiale della Gioventù a Tor Vergata, che le reazioni dei loro coetanei “non praticanti”. Questi ultimi non dileggiano gli amici cattolici come si sarebbe fatto un tempo, ma sono interessati e sinceramente anche… Sono curiosi, e questo a me basta; è, come dire, l’inizio…
Un quadro di Vincent Van Gogh: Seminatore al tramonto

Un quadro di Vincent Van Gogh: Seminatore al tramonto

In ogni diocesi, prima di partire per Roma, si è fatto a questi ragazzi un po’ di catechismo, a mo’ di preparazione – anch’io ad Utrecht ne ho incontrati centoventi: erano più che attenti, siamo stati assieme tutta una domenica. Da noi questo è un miracolo. Centoventi giovani. Di nuovo, noi non abbiamo grandi numeri, ma il desiderio di verità, e ci spetta di aver cura e coltivare questa domanda di verità nei cuori dei ragazzi. Rendere chiaro a loro – abituati a vivere nel sentimento – che questa domanda è perfettamente ragionevole, che la fede stessa è ragionevole.
Dopo la stagione del discusso “Consiglio” olandese – il Sinodo olandese degli anni 1966-69 – cosa ha visto accadere nel suo Paese nell’ultimo quarto di secolo?
SIMONIS: Vi è stato più “libertinaggio” nella fede, e di conseguenza nella morale. Come però ha detto Willebrands, tale “libertinaggio” non conduce a nulla, «perché non ha successori». E si vede. Quei movimenti e gruppi che lo hanno praticato, attualmente sono al lumicino, mentre coloro che sono rimasti nella Tradizione attirano ancora oggi. In Olanda noi oggi diciamo che ci occorre una purificazione: della mente, della storia, di ciò che è troppo unilateralmente dogmatico o moralistico. Ma la purificazione che cos’è? È un gratuito ricominciare, è come un piccolo seme, piantato nella nostra insufficiente, sparuta comunità.
Quelli che furono alla base della cosiddetta “nuova mentalità” simboleggiata dal “Consiglio” olandese, sebbene qualcosa delle loro tesi abbia contagiato la mentalità comune, oggi sono solo dei vecchi, che non esercitano più alcun influsso importante. E per la verità sono diminuiti anche quei cattolici che apertamente criticavano l’autorità della Chiesa di Roma. I contestatori del movimento “Otto maggio” [movimento nato il giorno prima della visita del Papa in Olanda del 1985, ndr] qualche tempo fa riempivano arene da diecimila persone e oltre, oramai non arrivano neanche a meno della metà. E chi ha partecipato a tali raduni mi racconta che di giovani ce ne erano pochi. Lo ripeto con Willebrands: «Non hanno successori». Solo chi è nella Tradizione rimane nella fede. Neppure noi abbiamo adunate oceaniche di “successori”, ma ci basta un seme, e ci basta seguire, come fecero gli apostoli.
La contestazione olandese al centralismo romano, però, rimane.
SIMONIS: È una critica al centralismo, che attinge però da un dissidio più profondo: l’essere contro l’autorità, l’affermare che noi uomini siamo autonomi. Per gli olandesi è un punto critico, perché noi non amiamo l’autorità. Lo storico olandese Fruyn ha scritto che «gli olandesi mai sono stati tanto se stessi che quando nelle città non vi erano autorità»: significa che noi siamo “anarchici” per natura. D’altra parte si potrebbe dire che questa “anarchia” è una estrema manifestazione del desiderio di libertà. Certo, dipende dall’idea di libertà, che non vuol dire essere sciolti da tutto, perché la vera libertà umana cammina assieme alla responsabilità. Così, è importante che i fedeli sentano la loro corresponsabilità verso la Chiesa, corresponsabilità che il Vaticano II ha ricercato e ampliato. Ecco dunque che il vescovo deve esprimere la sua autorità in modo tale che i fedeli si sentano partecipi.
Quest’anno è toccata a me l’omelia, e ho detto, pubblicamente, che vi sono stati nella Chiesa papi che erano peccatori, ma lo Spirito Santo ha sempre salvato la Chiesa dai peccati del clero, dei vescovi, del papa. L’istantanea più impressionante e bella di questo anno giubilare è quando ho visto il Papa sotto la croce, e con il suo sguardo chiedere scusa a Cristo, dire «noi siamo peccatori»
Abbiamo bisogno tutti di essere guidati, ma nella corresponsabilità, nella corrispondenza, col dire sì. Se no, la responsabilità acquista un’accezione moralistica. Ecco, direi che dovrebbe essere una responsabilità di cuore. Il nostro intelletto è sempre limitato, esistenzialmente. Qualcuno ha scritto: «Tu, Signore, hai dato a noi un cuore per pensare». La verità in sé può essere “secca” o anche dura, come ha spiegato Ratzinger circa la Dominus Iesus. Ma se si crea un clima di cordialità, la verità può essere accettata, più facilmente, umanamente.
Della Dominus Iesus le sarà capitato di parlare con i suoi “colleghi” vescovi e cardinali.
SIMONIS: I vescovi olandesi sono contenti del documento, perché, in un contesto sociale e morale distrutto come il nostro, dicono, la Dominus Iesus afferma che finalmente la verità esiste. Altri vescovi all’estero, per la verità, non m’hanno espresso sul documento proprio la stessa opinione favorevole sulla sua opportunità.
Come mai?
SIMONIS: Per l’azione ecumenica, che tale documento frenerebbe. Però, secondo il Vaticano II il dialogo ecumenico non è ostacolato dall’affermare la verità della fede, anzi. E c’è un criterio in ciò: la Unitatis redintegratio del Vaticano II parla dell’ecumenismo della carità. Cioè, vi è una dolcezza del credere e del testimoniare la verità, che si esprime attraverso cordialità, cioè cuore, e non durezza di principi.
Dopo la Dominus Iesus, di quali punti fermi necessita la vita della Chiesa?
SIMONIS: Il primo è quello della necessità di un Dio personale, così che ognuno al Signore possa dire «io e Tu», come ha scritto Martin Buber, così che con Dio abbiamo una relazione personale. Il secondo è riconoscere Gesù come vero Figlio di Dio, «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Lo Spirito Santo è sempre lo Spirito di Gesù, non esiste uno spirito “vago”, non si può scioglierLo dalla persona di Gesù. Lo stesso vale per la Chiesa: non esiste al di fuori di Gesù, che l’ha voluta fondare su Pietro. Siamo chiari: la Chiesa non è di Pietro, è di Cristo. Il papa è un vicario, al quale, come ricorda il Vangelo di Giovanni citando le parole di Gesù, è affidato il compito di pascere «le mie pecorelle», «mie» cioè di Gesù. Pietro è un “vicegerente”.
Questi sono per me temi fondamentali, assieme a quello su che cosa sia la Chiesa nel Nuovo Testamento, e quanto sia importante il ministero apostolico, che ad essa è connesso. Vi è chi indica la Chiesa come l’adunanza dei fedeli e disistima il ministero apostolico. La Chiesa invece è apostolica, fondata su Pietro e sugli altri apostoli. Io ho capito trent’anni fa, ai tempi della violenta contestazione diretta contro l’autorità della Chiesa, la delicatezza di questo tema. Cristo stesso ha posto la Chiesa sul fondamento degli apostoli.
Se dovesse indicare il tema decisivo per la Chiesa nel futuro prossimo, quale sarebbe?
SIMONIS: Libertà e verità. Esse sono unite, esistenzialmente, perché deve esserci una sintonia umana con la verità affinché questa sia vissuta pienamente. La Veritatis splendor afferma che non esiste libertà senza verità. E «la verità vi farà liberi» scrive Giovanni nel suo Vangelo.
Di questo Giubileo che sta terminando, cosa resterà?
SIMONIS: Come punto principale, la confessione della colpa.
Un gesto simbolico che ha prodotto effetti ecumenici…
SIMONIS: …ma per me è stato il punto più esistenziale di tutto il Giubileo, quello che ha toccato il mio cuore. Noi siamo una Chiesa di peccatori e una Chiesa santa: perché a capo c’è Gesù Cristo, perché Maria è la prima fedele e tutti i santi sono veramente santi. Ma noi siamo peccatori, mentre forse in passato si poteva avere l’impressione che tutto nella Chiesa “dovesse” essere santo. E non è vero. Il Papa ha detto che nella storia della Chiesa vi sono stati peccatori e che noi ora siamo peccatori. È stata come una confessione pubblica del Papa di fronte a Cristo, un atto di sincerità. I laicisti trovano sempre modo di attaccare la Chiesa, ora per l’anno giubilare ora per altro, ma spesso vi sono davvero peccati nella Chiesa.
Ogni anno in ottobre noi cardinali abbiamo una messa per l’anniversario della cosiddetta incoronazione. Quest’anno è toccata a me l’omelia, e ho detto, pubblicamente, che vi sono stati nella Chiesa papi che erano peccatori, ma lo Spirito Santo ha sempre salvato la Chiesa dai peccati del clero, dei vescovi, del papa. L’istantanea più impressionante e bella di questo anno giubilare è quando ho visto il Papa sotto la croce, e con il suo sguardo chiedere scusa a Cristo, dire «noi siamo peccatori».
È Natale. Che cosa dirà nell’omelia?
SIMONIS: Che possiamo essere lieti, perché sappiamo che cosa festeggiamo. Perché Dio si è fatto carne. Natale è per me l’incarnazione, affermare che Dio è solidale, che prende parte al dolore e alla solitudine umana, che ci accompagna, ci libera dai peccati, dalle tenebre. Perché senza Dio incarnato questo mondo è tenebra. Ma Lui è Lux in tenebris. Lui è luce, Lui è. Che grande fortuna.


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