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MEDIO ORIENTE
tratto dal n. 11 - 2000

Il controllo strategico delle risorse idriche

Sete d’acqua, sete di pace


La forte siccità degli ultimi anni, riducendo drasticamente le già scarse risorse, sta incidendo in maniera profonda nelle relazioni tra israeliani e palestinesi. E tra cinque anni, quando la Giordania esaurirà l’acqua...


di Walter Mazzitti


I primi giorni dello scorso settembre eravamo convinti che la pace tra israeliani e palestinesi fosse vicina. Era una sensazione condivisa da più parti. E invece la degenerazione della situazione, con i tanti morti e feriti di una imprevedibile e drammatica ripresa del conflitto, sta profondamente lacerando la fiducia nel processo di pace.
Eppure i passi compiuti in meno di dieci anni di trattative non resteranno vani. Costituiscono indubbiamente una solida base per una meta che le parti stesse desiderano raggiungere al più presto.
Nel giugno del 1992, con il contributo della Norvegia, il processo di pace si avviava a registrare una tappa memorabile. A giugno del 1993 giungono a conclusione i negoziati segreti e nello stesso anno, a Washington, alla presenza del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, le parti firmano solennemente un accordo denominato “Dichiarazione dei princìpi”. Si inaugura così una nuova epoca di coesistenza pacifica, senza violenza e senza altri atti che possano mettere in pericolo la pace e la stabilità.
Un acquedotto in Siria. Il problema dello sfruttamento equo dell’acqua 
si può risolvere coinvolgendo tutti i Paesi della regione, senza ridurlo 
a una controversia tra palestinesi e israeliani

Un acquedotto in Siria. Il problema dello sfruttamento equo dell’acqua si può risolvere coinvolgendo tutti i Paesi della regione, senza ridurlo a una controversia tra palestinesi e israeliani

Negli anni successivi altri significativi obiettivi sono raggiunti con programmi e intese mirati a percorrere assieme il lungo cammino verso la pace finale.
Nel marzo 1994 interviene l’Accordo sulla Striscia di Gaza e la regione di Gerico con il riconoscimento ai palestinesi di una vera e propria autonomia su buona parte del territorio e il potere di controllo sulle risorse idriche delle rispettive aree.
L’anno seguente, Israele e l’Autorità palestinese sottoscrivono un nuovo accordo, comunemente chiamato Oslo 2, con il quale Israele riconosce per la prima volta al popolo palestinese il diritto all’acqua.
In quel contesto si crea il Joint Water Committee, un comitato congiunto al quale è attribuito il potere di trattare le questioni relative all’acqua in Cisgiordania, compreso il rilascio di autorizzazioni in favore dei palestinesi per aprire nuovi pozzi, e anche quello di redimere le controversie.
L’attuale negoziato è caratterizzato da una forte scarsità delle risorse idriche per lo più situate in un ambito considerato da Israele idrogeologicamente strategico. Israele è tuttavia consapevole che a un’intesa finale si perverrà solo garantendo un adeguato accesso all’acqua al popolo palestinese nei territori del futuro Stato. La forte siccità degli ultimi anni sta riducendo drasticamente le già scarse risorse incidendo in maniera profonda nelle relazioni tra le parti. L’esplosione dei bisogni impone comunque a Israele di far fronte alle richieste di acqua dei palestinesi, di rispondere alle proprie accresciute esigenze, ma anche di rispettare gli impegni assunti con la Giordania, alla quale, in forza di un accordo di pace siglato nel ’94, deve garantire una fornitura di acqua di 50 milioni di metri cubi all’anno. Queste ed altre ragioni stanno spingendo Israele a trattare con la Turchia l’acquisto di consistenti quantitativi di acqua da trasferire via mare sulle proprie coste.
La forte penuria di questa risorsa, che sempre più drammaticamente investe i Paesi della regione, presenta fattori comuni: la crescita demografica, l’aumento dei consumi, la siccità, la carenza di una corretta educazione all’uso delle risorse da parte di tutti i soggetti. Quest’ultimo fattore, che è causa di una considerevole dispersione, è provocato dalla non percezione del grande valore dell’acqua. Uno dei temi sui quali si sta lavorando è quello di favorire la nascita di una vera cultura dell’acqua tra i Paesi della regione. Sarà essenziale il coinvolgimento pieno di tutti i soggetti implicati nel processo di gestione dell’acqua, a cominciare dai cittadini.
Gli squilibri di ordine sociale e psicologico accentuati dalla scarsezza dell’acqua potranno essere eliminati attraverso un’equa ripartizione della stessa.
Un palestinese che vive nella Striscia di Gaza dispone di appena 70 litri d’acqua potabile al giorno, contro i 260 di un israeliano, ossia quattro volte di più.
Attualmente due terzi dell’acqua consumata da Israele provengono dai territori occupati nel 1967. Attraverso la Guerra dei sei giorni Israele ha assunto il controllo della vallata del Giordano fino al Mar Morto, e delle falde acquifere montane della Giudea e della Samaria in Cisgiordania che sono in grado di assicurare 850 milioni di metri cubi di acqua all’anno.
L’acqua consumata dai palestinesi non supera i 125 milioni di metri cubi annui pari al 14-18% della disponibilità totale. Agli stessi è assegnata da Israele una quota di 100 milioni di metri cubi d’acqua per uso agricolo, quantità che è sufficiente ad irrigare non più del 37% della terra in dotazione contro il 90% di quella coltivata dagli agricoltori israeliani.
Dei 200mila ettari messi a coltura nella West Bank, solo il 6% è irrigato. 53mila ettari non sono utilizzati per mancanza d’acqua.
Ma uno degli aspetti più allarmanti, comune a quasi tutti i Paesi della regione, è lo smisurato uso dell’acqua nelle pratiche agricole.
Nel 2005 le risorse idriche disponibili della Giordania sono destinate ad esaurirsi. La capitale Amman riceve acqua una volta alla settimana, mentre l’85% delle risorse è impiegato nel settore dell’agricoltura che dà lavoro ad un gran numero di rifugiati iracheni e palestinesi.
I governi della regione dovranno raggiungere un difficile compromesso tra i bisogni dell’agricoltura e il risparmio dell’acqua per usi diversi, puntando con maggiore attenzione alle produzioni che richiedono meno acqua.
Gli economisti israeliani sono ormai convinti dell’urgenza di un cambiamento di strategia rispetto al settore agricolo, dettato dalla convenienza di aumentare l’importazione di prodotti alimentari, abbandonando la linea della autosufficienza alimentare. Questa tendenza contrasta tuttavia con l’interesse degli agricoltori israeliani, politicamente molto influenti.
Ciononostante, in questi ultimi anni l’acqua in agricoltura è stata ridotta di quasi il 30% attraverso il ricorso a tecniche di riciclo delle acque usate, delle quali gli israeliani sono maestri.
Ma oltre alla scarsità d’acqua e alla sua ineguale distribuzione, il problema sta anche nella mancanza di adeguate infrastrutture comuni per la sua conservazione e trasporto, la creazione di impianti di riciclaggio delle acque reflue, la realizzazione di bacini di stoccaggio per l’immagazzinamento dei flussi invernali dei principali fiumi, la realizzazione di impianti di desalinizzazione.
Il 21 maggio 1997, 103 Stati hanno votato favorevolmente la Convenzione di New York sulla utilizzazione dei corsi d’acqua internazionali ai fini diversi dalla navigazione. La Turchia e Israele si sono astenuti. La posizione assunta da questi ultimi complica non poco le trattative in atto per la risoluzione dei grandi problemi connessi alle acque transfrontaliere. Un progetto turco nel sud-est dell’Anatolia prevede la costruzione di 22 dighe e 19 impianti idroelettrici lungo il Tigri e l’Eufrate, e minaccia di compromettere in modo rilevante le disponibilità idriche della Siria e dell’Iraq.
Come si vede, dunque, l’acqua sarà la posta in gioco più importante nell’ambito del negoziato.
La risoluzione della giusta ripartizione delle risorse idriche e della loro corretta gestione costituisce la vera sfida da vincere. Ma nel contempo essa costituisce la grande opportunità di sviluppo delle popolazioni e il mezzo più certo per raggiungere uno stato di serenità e di pace.
Per conseguire questi risultati, c’è bisogno di un clima più sereno e di una ripresa del dialogo tra tutti i Paesi implicati nel processo, atteso che gli interventi strutturali indicati presuppongono intese su progetti di dimensione regionale, condivisi da tutti.
La soluzione finale è dunque condizionata dall’individuazione di una serie di accordi di carattere politico e tecnico che non potranno essere limitati alla sola controversia tra israeliani e palestinesi, ma dovranno inquadrarsi in un contesto regionale nel quale altri Paesi come Siria, Libano e Giordania non potranno non essere coinvolti.


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