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STATI UNITI
tratto dal n. 12 - 2000

Intervista con il cardinale Bernard Francis Law

Pace giusta per la Terra Santa


L’arcivescovo di Boston interviene sulla crisi arabo-israeliana: «È solo nella cornice della giustizia, del corretto accoglimento delle rivendicazioni, che ci sarà una speranza per la pace»


Intervista con il cardinale Bernard Francis Law di Gianni Cardinale


Scontri a Gerusalemme 
durante i giorni del Natale 2000

Scontri a Gerusalemme durante i giorni del Natale 2000

«Una pace giusta richiede una veloce applicazione di rilevanti risoluzioni dell’Onu e altre disposizioni di diritto internazionale, e la costituzione di uno Stato palestinese internazionalmente riconosciuto. Una giusta pace richiede altresì il rispetto del diritto di Israele a esistere e prosperare all’interno di confini sicuri». È questo il passaggio chiave della dichiarazione Returning to the path of peace in the Middle East (Ritornare sulla via della pace in Medio Oriente), approvata dalla Conferenza episcopale Usa (Nccb-National Conference of Catholic Bishops) durante l’ultima assemblea plenaria tenuta a Washington a metà novembre.
È la prima volta che un documento ufficiale della Conferenza episcopale statunitense parla esplicitamente di «Stato palestinese». D’altra parte, nessuna conferenza episcopale, né tantomeno la Santa Sede, ha usato ancora questa terminologia. La cosa non è passata inosservata. Il New York Times le ha dedicato un articolo mentre alcune associazioni ebraiche, come l’American Jewish Committee e l’Anti-Defamation League, hanno criticato la dichiarazione. Il National Council of Synagogues invece ne ha parlato come di un documento «complessivamente equilibrato», affermando che «in passaggi-chiave il linguaggio della Nccb è piuttosto costruttivo».
Per parlare di questo documento e di altri testi approvati durante l’ultima riunione dell’episcopato Usa, 30Giorni ha posto alcune domande al cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston, presidente della Commissione sulla politica internazionale della Nccb. All’influente porporato abbiamo chiesto anche un commento alle piccole aperture degli Usa sull’embargo a Cuba approvate negli ultimi mesi dal Congresso. Law, i primi di dicembre, si è recato nella Perla dei Caraibi, ospite del cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, dove è stato il principale oratore in un simposio teologico che ha preceduto un congresso eucaristico, il primo da oltre cinquant’anni, che si è celebrato nell’arcidiocesi dell’Avana.
«Sfortunatamente» ci dice Law «la Terra Santa, fatta santa dalla promessa di Dio ad Abramo e fatta santa dalla nascita, morte e resurrezione di Gesù, è ancora immersa in un terribile conflitto e ciò, ovviamente, è causa di profondo turbamento per tutti noi. Da parte nostra la cosa importante da richiamare, credo, è che l’unica prospettiva sia la pace e che l’unica via alla pace passi attraverso il riconoscimento dei diritti di tutte le parti in causa. È solo nella cornice della giustizia, del corretto accoglimento delle rivendicazioni, che ci sarà una speranza per la pace».

Eminenza, nel documento Returning to the path of peace in the Middle East la Conferenza episcopale Usa parla esplicitamente di «Stato palestinese»...
BERNARD FRANCIS LAW: Sì, ed è la prima volta che abbiamo usato esplicitamente questo termine in una dichiarazione della nostra Conferenza episcopale. Comunque in precedenza lo avevamo già fatto in maniera implicita. Nell’89 per esempio avevamo parlato di «una patria [homeland] palestinese indipendente con status sovrano [sovereign status] riconosciuta da Israele». In pratica tutti gli elementi di uno Stato vi erano già presenti senza però usare il termine preciso. Comunque il modo con cui attualmente ci si esprime [the rhetoric of the moment] accetta la nozione di Stato. Lo stesso primo ministro israeliano Barak non molto tempo fa ha fatto riferimento in una conversazione a uno «Stato palestinese». Dunque, l’uso del termine è semplicemente l’uso di un’espressione che è generalmente accettata, attualmente, come ragionevole e necessaria.
Qual è stata la reazione del mondo ebraico statunitense?
LAW: Ci sono state delle reazioni negative, ma penso che i rapporti tra cattolici ed ebrei negli Stati Uniti sono molto, molto forti, e poi ci si deve rendere conto che il prezzo per avere buone relazioni non può consistere nell’abdicazione del nostro senso di responsabilità di fronte alla realtà del momento. Così non vedo alcuna minaccia alle relazioni col mondo ebraico nell’usare questo termine, perché esso corrisponde alla realtà di una aspirazione che è quasi universalmente riconosciuta.
Il cardinale Bernard Francis Law

Il cardinale Bernard Francis Law

Che i rapporti col mondo ebraico siano positivi è testimoniato anche dal documento Dabru Emmet (Dite la verità), firmato da oltre duecento teologi e rabbini ebrei, apparso a settembre sul New York Times...
LAW: Si tratta di un documento molto positivo, molto buono, sono stato contento di vederlo pubblicato. Alcuni dei miei più cari amici lo hanno firmato. Ma ci sono dei leader ebraici che non l’hanno fatto. Bisogna tenere in mente comunque che per noi è più facile articolare una posizione “cattolica”, mentre per il mondo ebraico è più difficile articolarne una. E questo va tenuto presente quando si sentono critiche alla nostra recente dichiarazione.
Sempre in questo documento toccate la delicata questione di Gerusalemme...
LAW: Sì, ricordiamo che «qualsiasi accordo di pace tra israeliani e palestinesi deve guardare al futuro della Città Santa di Gerusalemme», e ricordiamo pure la posizione della Santa Sede, già espressa dall’arcivescovo Tauran, in cui si chiede «uno statuto internazionalmente garantito per i luoghi più santi di questa unica città». Questo statuto dovrebbe fornire garanzie di uguaglianza di diritti per tutti i residenti, libertà religiosa per tutti e libero accesso e protezione dei luoghi santi.
Durante la vostra riunione di novembre avete anche stilato la dichiarazione Sudan’s cry for peace (Il grido del Sudan per la pace) in cui deplorate gli attacchi del governo islamico di Karthoum contro la popolazione cristiana e animista del sud del Paese.
LAW: Uno dei principali scopi della nostra dichiarazione sul Sudan era quello di far crescere la consapevolezza di questo problema. Il Sudan è il più grande Paese africano, con 28 milioni di abitanti, e da 17 anni è devastato da una guerra che, alcuni affermano, è già costata due milioni di vite. Ci sono poi cinque milioni di rifugiati. Ma la ragione di questa situazione non può essere ridotta alla sola religione. C’è persecuzione religiosa ma le ragioni sono politiche, sociali, economiche. C’è il desiderio di controllare le riserve di petrolio che si crede si trovino nel Sudan meridionale, così come in altre parti dell’Africa il controllo delle miniere di diamanti causa così grande violenza. Ma al di là di ogni analisi lì c’è gente che soffre, e coloro che soffrono di più sono i bambini, le donne, gli anziani. La comunità internazionale ha fatto molto poco per loro. Col nostro documento noi spingiamo il governo statunitense a usare tutta la propria influenza sulle parti coinvolte affinché rinnovino il loro impegno per trovare una giusta pace.
Nell’ultima riunione della Nccb non ve ne siete occupati, ma è nota l’attenzione dell’episcopato Usa, e sua in particolare, a quanto avviene a Cuba e ai rapporti Washington-L’Avana...
LAW: La Conferenza episcopale Usa si è attivamente impegnata nel cercare di alleviare l’embargo economico imposto dal nostro governo a Cuba. Lo facciamo attraverso dichiarazioni e parlando con i leader del Congresso. E il Congresso uscente ha fatto qualche passo – modesti passi – in questo senso, ammorbidendo l’embargo su cibo e medicine. Non sono stati passi significativi. Ma, tuttavia, se non altro, hanno avuto almeno un significato simbolico, sono stati un movimento verso la giusta direzione.
Spera che il prossimo Congresso...
LAW: ...costruisca su questo, permetta, ad esempio, che cibo e medicine possano essere comprati senza limitazioni.
Nel corso dell’assemblea della Nccb siete intervenuti anche sul problema dell’immigrazione.
LAW: Sì, abbiamo fatto presente la necessità che le nostre leggi sull’immigrazione siano riformate. Vorremmo vedere una politica più aperta riguardo questo fenomeno.
Su questo argomento hanno suscitato molto scalpore alcune affermazioni del cardinale Giacomo Biffi. Ne ha sentito qualche eco oltreoceano?
LAW: Ho sentito qualcuno che ne parlava. Tutto qui. Non ne conosco i dettagli. Non ho letto direttamente la dichiarazione, quindi non potrei commentarla.


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