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AFRICA
tratto dal n. 09 - 2000

Idee. Le risorse della Cooperazione e le missioni

Cooperare è bene, collaborare è meglio



di Giovanni Cubeddu


«Negli ultimi due anni c’è stata una maggiore apertura verso il mondo cattolico e spero anche maggior fiducia da parte cattolica nei confronti della Cooperazione italiana, assieme ad una intensa attività delle Organizzazioni non governative (Ong) cattoliche nei Paesi in via di sviluppo. Ma oggi vorrei parlare dei missionari».
Attilio Massimo Iannucci è il vicedirettore della Cooperazione allo sviluppo italiana. Ed esprime in questo colloquio il desiderio, condiviso dai vertici della Cooperazione, di concepire in modo nuovo e più aperto l’aiuto che in tante parti del mondo la stessa Cooperazione italiana si trova a offrire. Può sembrare specioso che un alto diplomatico intenda “parlare dei missionari”, ma si scoprirà in breve il grado di sana laicità che contiene l’affermazione. Cosa vuol dire Iannucci sui missionari, dunque? «Ad una platea cattolica, nel giugno del 1998, il sottosegretario agli esteri Rino Serri disse precisamente: “Io non vedo perché non possiamo considerare anche le missioni come parti attive nella Cooperazione. Le missioni realizzano grandi cose, come scuole, ospedali, laboratori con mezzi esigui. E talvolta abbisognano solo di un piccolo aiuto per terminarle. Non si vede perché non possiamo aiutarle”. Sono convinto che l’intuizione meriti di essere approfondita, e soprattutto applicata. In questi due anni abbiamo tentato di coinvolgere la Chiesa locale di quei Paesi dove ci siamo via via recati soprattutto in occasioni di emergenze, come in Colombia per il terremoto o in Honduras o in Nicaragua per il ciclone Mitch. È sempre stato sorprendentemente utile avere i consigli del vescovo locale o dei missionari presenti in aggiunta alle informazioni forniteci dagli enti pubblici di quei Paesi. Ricordo ancora, ad esempio, un colloquio illuminante con l’arcivescovo di Algeri, Teissier».
Però, replichiamo, la cooperazione tra due Paesi è in ultima istanza un affare gestito a livello dei governi. Cosa c’entra la Chiesa? Replica Iannucci: «C’è un dato ineludibile: se è ai poveri che si dirige l’azione di aiuto della Cooperazione, è anche con la Chiesa che allora occorre parlare. Sarebbe parziale e presuntuoso per chiunque eluderla. Su questo, soprattutto in America Latina e in Africa, non vi è dubbio. Tante volte ascoltare la Chiesa locale ci ha permesso di essere realisti nell’intervenire e congrui nella scelta dei campi di azione». Occorrerebbero degli esempi concreti…
«Il Mozambico» riprende Iannucci. «I primi giorni dopo l’alluvione, d’accordo con le autorità di Maputo, abbiamo notato che alla foce del fiume Save, 300 km a sud di Beira, vi erano due missioni di padri Comboniani e di padri della Consolata che erano divenute il rifugio di migliaia di sfollati. Non vi sono stati dubbi che lì si dovevano convogliare degli aiuti e per fortuna ci siamo riusciti in poche ore, rinfrancando un po’ gli animi dei mozambicani disastrati e dei missionari che, incuriositi, ci avevano visti arrivare in elicottero. Ma questa sinergia, ovvia in casi di emergenza estrema, non si dovrebbe fermare alla fornitura di mezzi tecnici (anche perché sappiamo tutti che sulla base della legge della Cooperazione è più facile donare attraverso le Ong che attraverso le missioni)».
Ed eccoci al punto dolente, che Iannucci ben conosce: «Mi sono sempre chiesto perché da parte delle Chiese locali e delle missioni non ci vengano costantemente forniti dati e consigli sulla situazione dei singoli Paesi. Per onestà, devo pure aggiungere che nei confronti di noi burocrati abbiamo spesso registrato indifferenza e incredulità…». Dunque, e si può superare un’impasse così reale? Risposta: «Sì, perché sono state realizzate nel mondo iniziative dove si è visto concretamente che la collaborazione vale più della Cooperazione (mi si passi lo slogan). Allora, mi trovo io a dover fare una richiesta: operando sul territorio i missionari conoscono molto bene la realtà del Paese in cui vivono. Troviamo il modo di valorizzare queste conoscenze e canalizzarle, così che arrivino anche a noi. Dirò di più: trovo errato che le realtà del mondo cattolico non contribuiscano ad indirizzare la Cooperazione e che si limitino spesso ad un rapporto un po’ “parrocchiale”, intendendo con ciò l’atteggiamento di chi si accontenta del contributo al proprio progetto, quando può invece aspirare legittimamente a contribuire all’identificazione degli obiettivi generali. E dico questo nella più grande e sana laicità: perché va da sé che le medesime indicazioni provenienti dal mondo laico avranno, come hanno, lo stesso peso di quello cattolico se non, di fatto, uno maggiore. Ma solo così, nella logica dell’inclusione, si instaurerebbe tra laici e cattolici un sano ecumenismo pratico, che sarebbe di grande utilità per una maggiore chiarezza di intenti e di azione. Quanto vado chiedendo è reso peraltro imprescindibile in una Cooperazione come l’attuale, che non possiede più i grandi mezzi di un tempo e che deve saper centellinare intelligentemente i denari del suo budget. Se si agisce così, con concretezza, si privilegia la realtà sull’ideologia e sui programmi, da ambo le parti, cattolica e laica, e ciò fa solo del bene a tutti. E sa soprattutto a chi? Ai poveri».
Questo significa anche la creazione di nuove strutture e procedure, di una commissione consultiva o che? Iannucci: «Vede, alla Farnesina, possiamo già raccogliere gli input dai vari missionari che conosciamo nel mondo, ma è un lavoro frammentario e sporadico. Se avessimo una consuetudine di contatti con un organo missionario di vertice che ha già maturato delle decisioni così da presentarcele in maniera organica sarebbe un enorme passo avanti, specialmente se fosse qualcuno che qui a Roma vive e lavora con noi. Evitiamo per carità nuovi organi consultivi, che appesantiscono noi e sono estranei alla natura della Chiesa, per chi la conosce. Ma tiriamo una linea: le porte della Cooperazione sono aperte a tutti, e certo pure ai cattolici».
Forse qualcuno non vedrà bene questi accenni al metodo “parrocchiale”… «Penso di essere stato chiaro e in buona fede» puntualizza Iannucci. «E comunque anche la vigente legge sulla Cooperazione – che, ripeto, fa della Cooperazione allo sviluppo una questione soprattutto intergovernativa – consente una prassi ragionevole, perché c’è un largo spazio dato alle Organizzazioni non governative. Infatti, se la singola missione si coordina con una Ong e attraverso questa indica un progetto finanziabile, molte buone opere delle missioni potrebbero essere completate o realizzate. Nei casi di emergenza poi – vedi ancora il Mozambico – gli aiuti possono essere dati direttamente alle missioni, che nelle aree di crisi sono davvero tra i più importanti punti di riferimento. Vado oltre. Nella Repubblica Democratica del Congo non sappiamo oggi come far arrivare degli aiuti per la mancanza di Ong italiane, e allora saremmo disposti a finanziare i missionari».
L’opportunità di un confronto più franco con la Chiesa missionaria è affascinante quanto complessa, lascia intendere Iannucci.
«Però vi sono indizi positivi, come il fatto che alla conferenza dei Paesi donatori del Mozambico hanno partecipato per la prima volta i rappresentanti degli ordini missionari presenti. Che facciano sentire di più la loro voce. Dice il direttore generale Petrone che i cattolici “fanno Cooperazione” da duemila anni: potrebbero pure dare una mano a noi che abbiamo piccoli mezzi e sicuramente non la stessa esperienza. E poi ricordino i missionari che sono cittadini italiani, e che hanno tutto il diritto di suggerire gli obiettivi che a loro avviso sono da raggiungere con il denaro del contribuente…». E qui laici e cattolici sono d’accordo…


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