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CINEMA
tratto dal n. 09 - 2000

Un gesuita e il nuovo mondo


Il film Parola e utopia di Manoel de Oliveira presentato a Venezia, ripercorre la vita di una delle figure più celebri della storia portoghese, quella di padre António Vieira


di Antonio Termenini


Padre António Vieira, del quale il film Parola e utopia ripercorre la lunga vita (morì a 89 anni), era già apparso nel documentario Lisboa cultural (1982) di Manoel de Oliveira, regista novantenne portoghese che ogni anno firma un capolavoro, mentre un sermone di questo predicatore gesuita del XVII secolo era stato alla base di un altro film sulla colonizzazione del nuovo mondo diretto da De Oliveira: No alla folle gloria del comando. Padre António Vieira è una delle figure più celebri della storia portoghese: nacque a Lisbona nel 1608, ma ancora piccolo partì con la famiglia per il nuovo mondo. Suo padre, notaio, volle stabilirsi a São Salvador da Bahia. Dopo aver passato l’adolescenza in uno degli istituti più rinomati della Compagnia di Gesù, decise a quindici anni di abbracciare il noviziato. Da subito si interessò alla causa degli indios, di cui imparò la lingua e i costumi.
Una scena del film Parola e utopia

Una scena del film Parola e utopia

Ma alla fine del 1640 António parte per il Portogallo: nel dicembre una rivolta aveva liberato il Paese dalla dominazione spagnola iniziata due anni dopo la sconfitta di El-Ksar-el-Kebir ed era salito al trono il duca di Bragança con il nome di D. João IV. Un fatto accolto con entusiasmo in Brasile, tanto che il viceré invia alla corte di Lisbona in segno di concordia suo figlio e due gesuiti, uno dei quali è, appunto, padre António Vieira.
Il nostro rimase legato per lungo tempo al nuovo sovrano, di cui fu ascoltato consigliere sia in materia di politica economica che di politica coloniale.
Nel 1652 António riparte per il nuovo mondo: la Compagnia di Gesù lo invia nella provincia di Maranhão, per fondare nuove missioni. Un compito reso più difficile dalla violenta opposizione ai Gesuiti esercitata dai coloni portoghesi in Brasile. Per loro, sempre a caccia di schiavi per le piantagioni l’opera di evangelizzazione degli indios da parte dei Gesuiti (che li metteva al riparo dalla schiavitù) era una minaccia. Vieira, che in passato aveva difeso ardentemente gli schiavi negri che arrivavano dall’Africa, prese immediatamente le difese degli indios e continuò a farlo anche quando, più tardi, la Compagnia di Gesù gettò la spugna.
Alla morte di D. João IV per Vieira iniziano anni difficili: era già da tempo stato costretto a lasciare il Brasile, ma dopo la morte del re viene esiliato e arriva anche un procedimento della Santa Inquisizione contro di lui. Inizia un processo che si trascina per molti anni e solo un clima meno ostile a corte verso di lui e l’intervento di alcuni gesuiti gli consentono di lasciare il Portogallo per trasferirsi a Roma, dove viene notato dal Papa per le sue prediche in italiano e latino. Il successo dei suoi sermoni fu tale che Alessandro VII lo sottrasse con una bolla dalle grinfie dell’Inquisizione di Portogallo e Spagna mentre la regina Cristina di Svezia, che lo ammirava profondamente, lo chiese come suo confessore. Vieira però decise di tornare in patria.
Con l’avanzare dell’età apparvero i primi segni di una progressiva cecità che si manifestò al ritorno da un viaggio nel sud della Francia. L’ultimo viaggio fu verso l’amato Brasile dove si dedicò, negli ultimi anni della sua vita, alla stesura di decine di sermoni. Alla sua morte lasciò un’opera considerevole: duecentoquaranta sermoni e più di cinquecento lettere. Il film, presentato con grande successo di pubblico e critica alla LVII edizione della Mostra del cinema di Venezia, e colpevolmente ignorato dal verdetto della giuria presieduta da Milos Forman, restituisce con un linguaggio austero e rigorosissimo, attraverso un raffinato lavoro fotografico fatto di forti contrasti cromatici, i passaggi più belli di questi sermoni, ambientati nei luoghi dove furono pronunciati, in Portogallo, in Brasile e a Roma. Le altre sequenze sono state costruite rimanendo il più fedele possibile a ciò che ci hanno trasmesso i verbali dell’Inquisizione e le incisioni dell’epoca.


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