Cella mia, per piccina che tu sia...
...sarai comunque riempita fino a scoppiare. Carceri sovraffollate, fatiscenti, in perenne ristrutturazione. Il quadro della situazione dell’edilizia carceraria è desolante. Ma il problema non è solo costruirne altre, è costruirle diverse
di Davide Malacaria
Il sovraffollamento delle
carceri è ormai sotto gli occhi di tutti. Le cifre,
d’altronde, parlano chiaro: a fronte di una capienza a regime normale
di 42.749 persone, e una “tollerabilità” di 48.273, al
31 maggio del 2000 i 243 istituti di pena italiani vedono la presenza di
53.507 detenuti. Cifre tra l’altro che, da sole, non riescono a
fotografare una realtà ben più drammatica. Infatti, solo per
fare un esempio, la presenza nelle carceri del Lazio è indicata in
5.289 persone, una in meno della tollerabilità degli istituti della
regione. Eppure a Regina Coeli, nell’isolamento, si arriva ad
ospitare fino a nove detenuti per cella. Corrado Marcetti, direttore della
Fondazione Michelucci, dedita all’architettura sociale, spiega:
«L’indice di tollerabilità della capienza è uno
di quei parametri che è sempre stato trattato come una fisarmonica,
continuamente spostato per la bisogna. Celle ideate e progettate per essere
singole che diventano, poco dopo le inaugurazioni, per 2 o 3 ospiti, oppure
cameroni per 3 che poi diventano per 6 o 9, se non per 12. Le dimensioni
delle celle vengono indicate fin dal 1890 dal Consiglio superiore di
sanità; successivamente, nel 1932, si fissano a 25 metri cubi per
posto letto, per poi essere modificate, in meglio, a seguito di altri
provvedimenti. Ma certo sarebbe interessante verificare oggi nel carcere
quanti metri cubi ha a disposizione una persona detenuta».
La cronica carenza di spazi è aggravata dai frequenti lavori di ristrutturazione, necessari per far fronte ai problemi posti da strutture inadeguate o fatiscenti, che comportano chiusure di celle e di intere sezioni.

Il sovraffollamento obbliga, tra l’altro, anche
alla convivenza forzata di detenuti che in teoria dovrebbero fruire di
regimi detentivi diversi, ad esempio quelli condannati con sentenza
definitiva e quelli in attesa di giudizio, circostanza evidenziata anche da
Pierluigi Farci, segretario del Sidipe (Sindacato dei direttori
penitenziari). Una situazione che è stata sottolineata anche dal
procuratore generale presso la Corte di cassazione, Antonio La Torre che,
in occasione della relazione sull’amministrazione della giustizia nel
1999 (tenuta il 12 gennaio del 2000), ne rilevava
l’incostituzionalità, dal momento che la Costituzione
distingue nettamente i condannati dagli inquisiti. «Ma si possono
rimarcare altre tipologie di convivenze forzate, forse più
dannose», commenta Farci: «Ad esempio, quella tra detenuti
recidivi e detenuti primari (in carcere per la prima volta), con il rischio
di aumentare la devianza di questi ultimi. In realtà le leggi
stabiliscono circa 28 percorsi carcerari diversi, ma sono, allo stato delle
cose, inapplicabili, per problemi di capienza».
A fronte di questi problemi la risposta più semplice e immediata potrebbe apparire l’edificazione di nuove carceri. In effetti sono previste nuove strutture, ma non è aumentando il numero degli istituti di pena che si risolvono le cose. Marcetti spiega: «È un fatto ricorrente in periodi di acuta crisi carceraria l’invocazione di nuova edilizia penitenziaria per risolvere le situazioni di sovraffollamento e meglio rispondere all’aumento del tasso di incarcerazione. Generalmente la situazione che si produce è che, fatto un carcere, immediatamente viene riempito. Così è stato per molte nuove carceri che avrebbero dovuto sostituire le vecchie: sono tutte piene, sia le vecchie che le nuove. Il punto è la politica penale che si intende perseguire, se il carcere viene candidato ancora una volta a dare risposte improprie a problemi che richiedono altre soluzioni o se si intendono fare scelte diverse dal carcere stesso».
L’edilizia carceraria
Gli istituti penitenziari italiani possono dividersi, secondo quanto riporta il documento di “Antigone”, in quattro diverse tipologie, ognuna con problemi specifici: quelle metropolitane, quelle antiche, quelle novecentesche e le cosiddette “carceri d’oro”. In estrema sintesi, nelle carceri metropolitane il sovraffollamento è maggiore che in altre, con tutti i problemi che questo comporta. L’aumento del fenomeno immigratorio ha causato inoltre l’incremento di detenuti extracomunitari, che in questi istituti è massiccio, basti pensare che nel penitenziario di Regina Coeli a Roma essi rappresentano più del 50% del totale. Le carceri antiche invece, generalmente ex edifici religiosi o militari, sono strutture anguste, che abbisognano di continui lavori di adeguamento e ristrutturazione. A parte eccezioni che confermano la regola, non hanno spazi verdi o luoghi per attività sportive. Le carceri dei primi del Novecento generalmente, malgrado abbiano aree verdi, mancano di ambiti adibiti alla rieducazione e agli spazi comuni; mentre quelle degli anni successivi necessitano di continue ristrutturazioni. Le cosiddette “carceri d’oro” invece, costruite negli anni Ottanta, presentano molti problemi strutturali: infiltrazioni di umidità, gravi difficoltà di funzionamento degli impianti idrici ed elettrici. Inoltre hanno il grande difetto che, essendo state concepite con criteri di massima sicurezza, per detenuti particolarmente pericolosi, oggi ospitano detenuti ordinari, che si ritrovano in ambienti poco vivibili. Vari sono i casi particolari di inadeguatezza degli impianti e delle strutture. Solo a titolo di esempio, tra i casi più clamorosi vi sono le carceri di Catania e di Asti, che non sono allacciate alla rete idrica. Oppure il caso del penitenziario di Vicenza che, costruito in una zona paludosa (come pure quello di Como), si sta letteralmente sfaldando.
«L’attenzione alla condizione umana e al reinserimento sociale, salvo alcune eccezioni, non appartengono al panorama dell’edilizia carceraria». Afferma Marcetti: «Come può favorire il reinserimento sociale una struttura che si è voluta sempre più lontana dalla città e che si sta riproponendo come contenitore per il trattamento penale della povertà? Lo spazio della pena è concepito essenzialmente come fattore di afflizione. Ne sono testimonianza i tanti elementi cruciali: oltre alle celle, gli ambienti destinati alla socialità esterna e interna, come ad esempio le sale-colloqui con il bancone più alto dei bambini che vanno a trovare i genitori, o i cortili per l’aria, orrendi cubi di cemento. Gli ambienti per il lavoro sono oggi pressoché inesistenti, con il progressivo deperimento delle lavorazioni tradizionali. Altrettanto si può dire per gli ambienti dedicati alla formazione professionale. C’è un deficit enorme di spazi di questo tipo che riflette il ruolo che l’ossessione di sicurezza ha richiesto al carcere, ovvero deterrenza e controllo». Insomma, il problema non è tanto edificare di più, ma con altri criteri. Dice ancora Marcetti: «L’ipertrofica domanda di carcere crea sempre l’alibi per produrre il mediocre, una edilizia di quantità. Invece si potrebbero realizzare strutture per l’attuazione delle misure di riforma: piuttosto che adibire sezioni per ospitare detenuti in semilibertà, creare “case della semilibertà”… ma questo è solo un esempio».
La cronica carenza di spazi è aggravata dai frequenti lavori di ristrutturazione, necessari per far fronte ai problemi posti da strutture inadeguate o fatiscenti, che comportano chiusure di celle e di intere sezioni.

Una cella con i letti a castello a Regina Coeli
A fronte di questi problemi la risposta più semplice e immediata potrebbe apparire l’edificazione di nuove carceri. In effetti sono previste nuove strutture, ma non è aumentando il numero degli istituti di pena che si risolvono le cose. Marcetti spiega: «È un fatto ricorrente in periodi di acuta crisi carceraria l’invocazione di nuova edilizia penitenziaria per risolvere le situazioni di sovraffollamento e meglio rispondere all’aumento del tasso di incarcerazione. Generalmente la situazione che si produce è che, fatto un carcere, immediatamente viene riempito. Così è stato per molte nuove carceri che avrebbero dovuto sostituire le vecchie: sono tutte piene, sia le vecchie che le nuove. Il punto è la politica penale che si intende perseguire, se il carcere viene candidato ancora una volta a dare risposte improprie a problemi che richiedono altre soluzioni o se si intendono fare scelte diverse dal carcere stesso».
L’edilizia carceraria
Gli istituti penitenziari italiani possono dividersi, secondo quanto riporta il documento di “Antigone”, in quattro diverse tipologie, ognuna con problemi specifici: quelle metropolitane, quelle antiche, quelle novecentesche e le cosiddette “carceri d’oro”. In estrema sintesi, nelle carceri metropolitane il sovraffollamento è maggiore che in altre, con tutti i problemi che questo comporta. L’aumento del fenomeno immigratorio ha causato inoltre l’incremento di detenuti extracomunitari, che in questi istituti è massiccio, basti pensare che nel penitenziario di Regina Coeli a Roma essi rappresentano più del 50% del totale. Le carceri antiche invece, generalmente ex edifici religiosi o militari, sono strutture anguste, che abbisognano di continui lavori di adeguamento e ristrutturazione. A parte eccezioni che confermano la regola, non hanno spazi verdi o luoghi per attività sportive. Le carceri dei primi del Novecento generalmente, malgrado abbiano aree verdi, mancano di ambiti adibiti alla rieducazione e agli spazi comuni; mentre quelle degli anni successivi necessitano di continue ristrutturazioni. Le cosiddette “carceri d’oro” invece, costruite negli anni Ottanta, presentano molti problemi strutturali: infiltrazioni di umidità, gravi difficoltà di funzionamento degli impianti idrici ed elettrici. Inoltre hanno il grande difetto che, essendo state concepite con criteri di massima sicurezza, per detenuti particolarmente pericolosi, oggi ospitano detenuti ordinari, che si ritrovano in ambienti poco vivibili. Vari sono i casi particolari di inadeguatezza degli impianti e delle strutture. Solo a titolo di esempio, tra i casi più clamorosi vi sono le carceri di Catania e di Asti, che non sono allacciate alla rete idrica. Oppure il caso del penitenziario di Vicenza che, costruito in una zona paludosa (come pure quello di Como), si sta letteralmente sfaldando.
«L’attenzione alla condizione umana e al reinserimento sociale, salvo alcune eccezioni, non appartengono al panorama dell’edilizia carceraria». Afferma Marcetti: «Come può favorire il reinserimento sociale una struttura che si è voluta sempre più lontana dalla città e che si sta riproponendo come contenitore per il trattamento penale della povertà? Lo spazio della pena è concepito essenzialmente come fattore di afflizione. Ne sono testimonianza i tanti elementi cruciali: oltre alle celle, gli ambienti destinati alla socialità esterna e interna, come ad esempio le sale-colloqui con il bancone più alto dei bambini che vanno a trovare i genitori, o i cortili per l’aria, orrendi cubi di cemento. Gli ambienti per il lavoro sono oggi pressoché inesistenti, con il progressivo deperimento delle lavorazioni tradizionali. Altrettanto si può dire per gli ambienti dedicati alla formazione professionale. C’è un deficit enorme di spazi di questo tipo che riflette il ruolo che l’ossessione di sicurezza ha richiesto al carcere, ovvero deterrenza e controllo». Insomma, il problema non è tanto edificare di più, ma con altri criteri. Dice ancora Marcetti: «L’ipertrofica domanda di carcere crea sempre l’alibi per produrre il mediocre, una edilizia di quantità. Invece si potrebbero realizzare strutture per l’attuazione delle misure di riforma: piuttosto che adibire sezioni per ospitare detenuti in semilibertà, creare “case della semilibertà”… ma questo è solo un esempio».