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LITURGIA
tratto dal n. 06 - 2000

Un dono del Signore. Non un’invenzione


«Quando pensiamo che la liturgia è una nostra invenzione, abbiamo perduto non solo il rito ma anche Gesù Cristo. A causa della cultura borghese la liturgia è concepita come creata dalla comunità attuale». Intervista con il cardinale Francis Eugene George


Intervista con il cardinale Francis Eugene George di Gianni Cardinale


«Quando pensiamo che la liturgia è una nostra invenzione, abbiamo perduto non solo il rito ma Gesù Cristo stesso. Per un malinteso senso di semplicità si è persa la dimensione pubblica del culto. A causa della cultura borghese la liturgia è concepita come invenzione della comunità attuale». Parole del cardinale Francis Eugene George, arcivescovo di Chicago, figura emergente dell’episcopato statunitense.
Lo abbiamo intervistato a Roma durante la celebrazione del XLVII Congresso eucaristico internazionale. George è stato uno dei “relatori” di quello che il Papa ha definito «il cuore del Giubileo». La sua catechesi, letta nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano il 20 giugno, verteva sul tema “L’Eucarestia nella Chiesa e nel mondo”. Nel corso della sua lezione l’arcivescovo di Chicago ha denunciato l’attuale situazione critica della fede e della pratica eucaristica (cfr. box) ed ha evidenziato l’accento che i Padri della Chiesa, e sant’Agostino in particolare, nel De civitate Dei, hanno posto sulla «funzione “sociale” dell’Eucarestia».
George, 63 anni, appartenente all’ordine degli Oblati di Maria Immacolata, è vescovo dal ’90. Nel ’97 è stato promosso alla sede di Chicago e l’anno successivo creato cardinale. È membro di alcuni dicasteri vaticani, tra cui quello del culto divino.
Il cardinale George è anche il rappresentante della Conferenza episcopale statunitense nell’Icel (International Commission on English in the Liturgy, Commissione internazionale per la lingua inglese nella liturgia). L’Icel è nata nel ’63 come espressione di undici Conferenze episcopali di Paesi anglofoni ed è guidata da un consiglio di vescovi che le rappresentano (Australia, Canada, Inghilterra e Galles, India, Irlanda, Nuova Zelanda, Pakistan, Filippine, Scozia, Sudafrica e, appunto, Stati Uniti). Negli ultimi mesi si è svolta una specie di braccio di ferro tra l’Icel e la Congregazione per il culto divino. Argomento del contendere: la qualità delle traduzioni (il dicastero vaticano ha bocciato l’ultima versione del Salterio fatta dall’Icel perché poco fedele all’originale latino) e più in generale il funzionamento generale dell’Icel stessa.

Il cardinale Francis Eugene George nella Holy Name Cathedral di Chicago

Il cardinale Francis Eugene George nella Holy Name Cathedral di Chicago

Eminenza, può spiegare brevemente quanto sta succedendo riguardo l’Icel?
FRANCIS EUGENE GEORGE: Ci sono due questioni: il lavoro dell’Icel, le traduzioni, e la situazione generale di questo organismo. L’Icel è una commissione creata da undici conferenze episcopali, ma una cosa che dobbiamo rafforzare è la supervisione dei vescovi. È impossibile pensare che l’Icel diventi un attore, un agente della riforma liturgica, indipendente dai vescovi. Questo è duro da ascoltare, ma è così.
Per quanto riguarda la prima questione, la fedeltà delle traduzioni, è difficile concordare su una teoria delle traduzioni che tutti possano accettare, perché la traduzione è un’arte, non una scienza, ma è importante la fedeltà ai testi originali. Soprattutto per quanto riguarda la nostra lingua. L’inglese è usato come testo base per altre lingue, come l’urdu, lo swahili: ecco quindi l’importanza della versione inglese del rito romano. Altrettanto importante è preservare il rito romano, ed è impossibile farlo quando i testi di questo rito diventano solo una fonte per costruire riti e testi a proprio piacimento. Abbiamo perduto l’unitarietà del culto. Di più, abbiamo perso l’esperienza del rito. Prima, andando da qualsiasi parte del mondo cattolico, se si assisteva ad una messa, questa era immediatamente riconoscibile. Ora, quando si va a partecipare ad una liturgia non si sa più cosa si trova. È possibile l’inculturazione della liturgia. Ma sono i vescovi che debbono chiederlo, e preservando sempre il rito.
In una conferenza di alcuni anni fa, il professore Eamon Duffy di Oxford, attualmente membro del Pontificio Comitato di scienze storiche, aveva accusato le traduzioni dell’Icel di semipelagianesimo. Condivide questa osservazione?
GEORGE: Sì, sono d’accordo con questo. Ci sono problemi teologici e di stile letterario. Questi testi vennero fatti rapidamente dopo il Concilio, senza esperienza. L’Icel stessa li ha cambiati, ma anche con i cambiamenti ci sono dei problemi. I vescovi devono svolgere il loro compito, non devono delegare ad altri. Non è sempre possibile che i vescovi accettino quello che gli esperti propongono. I vescovi sono i pastori e a loro spetta la supervisione.
I favorevoli a traduzioni più “libere” si appellano ad un documento del 1969, Comme le prévoit...
GEORGE: L’istituzione Comme le prévoit fornisce l’ideale di una traduzione (fedele all’originale ma secondo il linguaggio odierno, ecc.) ma non offre una regola, non aiuta concretamente. Credo che con Comme le prévoit si possa giustificare qualsiasi tipo di traduzione...
Quando saranno pronti i nuovi statuti dell’Icel?
GEORGE: È difficile fare previsioni. Ogni conferenza episcopale deve discuterli. Spero prima della fine dell’anno.
Fra i vari punti che dovranno essere risolti col prossimo statuto, tre risultano abbastanza controversi: l’eventuale produzione autonoma di testi liturgici da parte dellIcel; la possibilità che la Congregazione del culto divino possa disporre del veto nei confronti delle nomine operate dall’Icel; il fatto che i testi liturgici confezionati dall’Icel possano essere usati solo dopo la recognitio del dicastero romano. Qual è la strada che si sta prendendo?
GEORGE: Il primo e il terzo problema si può dire che siano già risolti. Sono i vescovi che devono eventualmente far avanzare la riforma liturgica. L’Icel può creare un nuovo testo liturgico ma solo se almeno una conferenza episcopale lo abbia esplicitamente richiesto. Riguardo alla recognitio canonica è ovvio che sia necessaria per avere un testo liturgico. Prima della recognitio non si può parlare di “testo liturgico” ma di semplice “testo”, che diventa “liturgico” e quindi può essere usato come tale solo dopo l’ok della Congregazione per il culto divino.
Riguardo al secondo punto, su come Roma possa aiutare l’Icel nelle sue scelte, ad esempio, degli esperti, ancora non c’è un accordo. Stiamo discutendo.
Durante la riunione dell’episcopato Usa che si è tenuta a Washington nello scorso novembre c’è stata una ampia discussione su un documento in preparazione, per ora titolato Domus Dei, sull’architettura ecclesiastica. Molti vescovi intervenuti hanno sottolineato la necessità che il tabernacolo conservi un posto centrale nella chiesa...
GEORGE: Per alcuni esperti ci sarebbe una specie di competizione tra l’azione della messa e la devozione al Santissimo Sacramento. Il popolo cristiano non la pensa così. E i vescovi sono i pastori di questo popolo. È bene che in ogni chiesa parrocchiale ci sia anche un altare per il Santissimo Sacramento. Ed è importante che sia ben visibile, come raccomanda il Codice di diritto canonico. Credo che l’introduzione alla terza editio typica del messale latino possa aiutarci in questo dibattito. È importante perciò che questa terza editio typica sia pubblicata prima della prossima discussione sull’argomento.
Qual è il suo pensiero su quei fedeli che preferiscono la messa in latino in uso prima della riforma liturgica, la cosiddetta messa di san Pio V?
GEORGE: I vescovi devono essere generosi nell’applicazione dell’indulto previsto da Ecclesia Dei. Oggi i fedeli sono abituati dalla riforma liturgica, ad un culto, per così dire, più partecipativo. Ma ci sono sempre quelli più legati ad una liturgia più devozionale, più calma, meno attiva. In entrambi i casi c’è sempre una partecipazione alla liturgia, anche se di tipo diverso. Ci vuole rispetto reciproco. Si può continuare con due riti. Per secoli nella Chiesa c’è stata una coesistenza di più riti. Per esempio, prima del Concilio alcune congregazioni religiose, come i Domenicani, avevano il proprio.
Tra i fedeli della messa tridentina non ci sono solo anziani nostalgici ma anche giovani. Questo rito è una possibilità, non credo che diventerà maggioritario. Il rito frutto della riforma liturgica è quello normale. Ma spero che ci sia spazio anche per loro.
Ci sono abusi nell’attuazione della riforma liturgica?
GEORGE: Abusi ce ne erano anche prima del Concilio, ma sono più evidenti oggi. Esiste a volte l’idea che la liturgia sia una invenzione della singola comunità. Talvolta nelle parrocchie si pensa che si possa inventare la liturgia. Ma l’Eucarestia viene prima ed è sempre più grande della comunità che la celebra. La liturgia è un dono della Chiesa. Quando pensiamo che la liturgia è una nostra invenzione, abbiamo perduto non solo il rito ma Gesù Cristo stesso. Inoltre, per un malinteso senso di semplicità, si è persa la dimensione pubblica del culto. A causa della cultura borghese la liturgia è concepita come invenzione della comunità attuale.


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