Ingerenza umanitaria e Stati mafia
La sanguinosa disgregazione della Iugoslavia e il crollo del regime comunista in Albania hanno prodotto la proliferazione di Stati, staterelli, semiprotettorati internazionali in cui la barriera fra istituzioni e organizzazioni criminali, padrone del territorio e dei traffici, è molto labile se non inesistente
di Lucio Caracciolo
I Balcani continuano a minacciare la stabilità e
la sicurezza del nostro Paese. Ma non tanto per i rischi di nuove guerre,
peraltro notevoli, quanto per un fenomeno più profondo e meno
indagato dai media, quello degli “Stati mafia”, titolo
dell’ultimo Quaderno speciale di Limes. La sanguinosa disgregazione della Iugoslavia e il crollo
del regime comunista in Albania hanno prodotto infatti uno scenario
particolarmente cupo: la proliferazione di Stati, staterelli o
semiprotettorati internazionali in cui la barriera fra istituzioni e
organizzazioni criminali, padrone del territorio e dei traffici, è
estremamente labile se non inesistente.
I sociologi e gli operatori dell’intelligence usano nel loro gergo tecnico il termine di “criminalità ibrida” per qualificare i gruppi criminali dotati di una chiara componente politica e/o ideologica. Questi gruppi o sono direttamente dipendenti dalle autorità o hanno con esse un rapporto di scambio, basato su reciproci favori. Ad esempio, io capomafia aiuto te capo del governo a controllare una porzione di territorio o metto a tua disposizione delle milizie per la “lotta patriottica”, e tu in compenso chiudi entrambi gli occhi sui miei affari o ne diventi socio. Al di là della letteratura accademica, sul tema esistono tonnellate di rapporti di agenzie come Fbi, Scotland Yard, la nostra Dia, eccetera, oltre a una copiosa produzione di indagini e sentenze delle magistrature italiana, svizzera, olandese, eccetera.

Ad eccezione della Slovenia, che si è in gran
parte (ma non completamente, vedi ad esempio le dispute di confine con la
Croazia) emancipata dai Balcani, questo vale per Stati o
entità fondamentali per gli equilibri geopolitici regionali: dalla
Serbia di Milosevic – la cui disputa con il Montenegro di Djukanovic
è largamente basata sulla spartizione dei proventi dei traffici
clandestini di sigarette e altre merci – all’Albania, dove la
partita fra Nano e Berisha non è chiusa, al Kosovo controllato da
organizzazioni criminali albanesi, alla stessa Bosnia – spartita fra
la mafia musulmano-bosniaca legata alla famiglia del presidente
Izetbegovic, quella croato-erzegovese nostalgica di Tudjman e quella
serbo-bosniaca in mano ai peggiori criminali di guerra
“ricercati” (si fa per dire) dal Tribunale internazionale
dell’Aia –, alla Macedonia, dove si accentua il contrasto fra
slavi e albanesi, con questi ultimi dominanti nella regione occidentale, a
contatto con Albania e Kosovo.
Quanto alla Croazia, finché Tudjman era al potere le connessioni fra regime e mafie, a cominciare da quella erzegovese, erano estremamente profonde. Secondo la definizione di Werner Stock, ufficiale tedesco della polizia europea di stanza a Mostar, «l’Hdz (il partito di Tudjman, ndr) è la mafia. La mafia non vuole la Federazione (con i musulmani di Bosnia, ndr) perché guadagna troppi soldi così» (Herald Tribune, 2 maggio 1996). Solo ora, grazie alla svolta democratica incarnata dal presidente Mesic e dal governo Racan, cominciano ad emergere perfino sui media croati, un tempo sottoposti alla censura tudjmaniana, documenti che comprovano i fitti traffici di regime. E comunque, al di là dei conflitti e delle tensioni etniche, le organizzazioni criminali collaborano allegramente e costituiscono l’unico fattore multietnico integrato della regione.
Il pericolo più grave per noi è il legame fra mafie nostrane e mafie o Stati mafia d’Oltreadriatico. Il che significa che le organizzazioni criminali balcaniche, a loro volta connesse con altre mafie (russe, ucraine, turche, eccetera) si stanno insediando sullo stesso territorio nazionale e in altri Paesi europei. Persino a Londra intere aree sono sotto il dominio pieno e incontrollato della mafia albanese, che si distingue per ferocia. Già nel 1998 il volume di Nicolas Miletitch su Trafics et crimes dans les Balkans, frutto del lavoro dell’Istituto di Criminologia di Parigi (Università di Parigi II), offriva una sintesi impressionante: «Da alcuni anni questa criminalità colpisce in pieno i Paesi dell’Europa occidentale. L’Albania serve da trampolino a decine di migliaia di immigranti clandestini che entrano ogni anno in Italia, Grecia e Germania; in Olanda, i gangster sono armati da fornitori serbi; in Italia, il contrabbando di sigarette è sotto il controllo comune della mafia locale e dei trafficanti del Montenegro; le auto rubate in Austria o in Francia sono recuperate da trafficanti croati o bulgari, mentre turchi e albanesi del Kosovo controllano il traffico di eroina nella maggior parte dei Paesi occidentali» (p.1).
Gli interessi occidentali
La prima priorità per noi è dunque favorire la rinascita di istituzioni statali capaci di reprimere queste mafie, le quali hanno sfruttato il regime delle sanzioni e le guerre per arricchirsi e per espandersi, molto spesso collaborando fra di loro. Colpirle significa quindi mirare alle forze che hanno interesse alla guerra e alle economie di guerra. Ma per questo è necessario disporre di dati molto analitici su questo fenomeno. I governi occidentali non hanno voluto scavare in profondità, per ragioni di opportunità diplomatica e geopolitica, salvo poi usare corposi dossier quando serviva fare pressioni su questo o quel dittatorello locale. In diversi casi, gli esponenti degli Stati mafia sono stati corteggiati e sostenuti dall’Occidente, a cominciare da Milosevic (almeno fino al 1997) e Tudjman, i quali fra l’altro sono sempre rimasti in stretto contatto (pochi mesi fa è stato scoperto nell’ufficio del presidente croato un “telefono rosso” che pare lo collegasse direttamente al suo omologo iugoslavo).
Il più recente esempio è quello della narcoguerriglia albanese, da noi usata con successo in funzione antiserba durante la guerra del Kosovo, pur essendo perfettamente a conoscenza dei suoi traffici illegali. Fino a casi tragicomici, come quello di un negoziatore kosovaro invitato alla conferenza di Rambouillet e che era un notissimo capomafia locale; quando la polizia francese gli trovò la valigia piena di eroina dovettero intervenire i servizi segreti per impedire che questa “scoperta” facesse saltare la pseudotrattativa in corso.
Se siamo ancora lontani dall’obiettivo di individuare e colpire il sistema nervoso centrale della criminalità balcanica, non dipende solo da nostri errori o manchevolezze. Dipende dalle differenze in seno all’Ue e soprattutto nella Nato. Quanto all’Ue, è chiaro che per Paesi come Olanda o Gran Bretagna la lotta agli Stati mafia non è una priorità, perché il fenomeno li tocca in modo relativo. Di qui, per esempio, la loro resistenza contro qualsiasi revisione del regime delle sanzioni, terreno di coltura delle economie criminali di guerra nei Balcani. A loro, come agli americani, le sanzioni servono come gesticolazione a fini interni, contro i “cattivi” di turno. Che poi Milosevic e associati debbano il loro potere anche alle sanzioni – eccellente alibi per i disastri che hanno apparecchiato – gli interessa assai poco, ammesso che se ne rendano conto.
A questo proposito il problema maggiore riguarda l’approccio degli Stati Uniti alla questione balcanica. Gli americani hanno tenuto in questi anni comportamenti oscillanti e anche contraddittori, in cui alla fine hanno contato calcoli di politica interna o fattori esterni alla regione (rapporti con la Russia e la Turchia), affrontati in chiave militare data la straripante superiorità di Washington in materia. La loro strategia sembra ridursi oggi a fare il viso dell’arme a Milosevic, sperando di farlo cascare entro l’autunno. Obiettivo senz’altro commendevole. Ma a questo scopo sarebbe utile eliminare le sanzioni, come chiedono le opposizioni. Il che non avviene: resta da capire se per insipienza, per ragioni interne (l’opinione pubblica americana non capirebbe), per le lotte intestine all’amministrazione o per la somma di questi fattori.
I punti di vista nella comunità atlantica sono dunque diversi. Ma è possibile trovare un punto di incontro fra i nostri interessi e quelli americani? È possibile e necessario. L’area per noi più importante è quella adriatica, mentre agli americani interessano più i Balcani profondi, più vicini alla Russia e più collegati alla Turchia. In quest’area noi non abbiamo molto da dire. Abbiamo invece moltissimo da dire, insieme agli altri europei e anche più di loro, sull’Adriatico. Qui gli americani dovrebbero favorire, o quanto meno non ostacolare, la lotta contro gli “staterelli mafiosi” e operare per la conseguente “europeizzazione” della regione. Il riferimento è dunque all’Albania, al Montenegro (e quindi alla Serbia, tanto più se questi due Stati, Serbia e Montenegro, resteranno più o meno confederati), e alla Croazia, ormai avviata verso l’integrazione euroatlantica.

Un prezioso punto di appoggio verso una strategia
occidentale contro i regimi mafiosi è offerto dal Patto di
stabilità, che mette esplicitamente in relazione gli aiuti economici
alla regione con la collaborazione dei Paesi destinatari di tali aiuti alla
lotta alla criminalità organizzata. Un buon esempio al riguardo
è il progetto di standardizzazione delle dogane. Un piano già
interamente finanziato (86 milioni di dollari), con il contributo anche
degli Usa. Esso si propone di abbattere i costi di commercio e di trasporto
e di ridurre contemporaneamente il contrabbando e la corruzione alle
frontiere. A questo scopo si punta sulla formazione del personale, la
standardizzazione dei controlli e l’uso di nuove tecnologie, come il remote control, che permette di individuare i carichi
sospetti nei tir anche a chilometri di distanza. Non dimentichiamo che il
controllo delle dogane è la chiave degli Stati mafia. Un esempio
eminente, a questo riguardo, è l’Albania. Grazie a questo
genere di attività, l’ex premier Fatos Nano ha accumulato una
fortuna personale che secondo stime prudenti è di varie centinaia di
miliardi di lire.
La mafia albanese, una priorità per l’Italia
Emmanuela C. Del Re e Xavier Raufer, autorevoli sociologi e specialisti dell’Albania, hanno prodotto nel citato Quaderno di Limes i due più aggiornati studi sul rapporto fra criminalità, corruzione e istituzioni nel Paese delle Aquile (rispettivamente a pp. 49-63 e pp. 65-72). Il quadro che ne esce purtroppo non conforta. Passi avanti sono stati compiuti, ma il problema resta la pervasiva presenza del crimine nello Stato. Secondo il capo dell’ufficio investigativo della procura di Tirana «non è possibile combattere la corruzione perché l’80% del personale dei tribunali è completamente corrotto e nel Ministero dell’Interno gli impiegati sono interessati a lavorare soltanto finché il loro capo, in tutti i sensi, resta al potere» (p. 63).
Inoltre quella albanese è la sola mafia balcanica in senso stretto, perché è fondata su una rigida base etnica. Per Raufer è «uno Stato nello Stato, con territori soggetti, leggi e forze armate» (p. 66). Questa criminalità è penetrata in profondità nel territorio nazionale, dedicandosi al traffico di clandestini, allo sfruttamento della prostituzione e dei bambini, al commercio illegale di stupefacenti, a furti e ricettazione.
Questo non è più un “normale” fenomeno criminale. È per noi italiani una questione essenziale di geopolitica e persino di politica interna. In senso geopolitico, si tratta di liberare l’Albania dalla morsa della mafia per poterla stabilizzare e integrare nelle istituzioni euroatlantiche. L’approccio italiano, che ha considerato quella Repubblica come una specie di semiprotettorato, non ha funzionato. Non riusciamo nemmeno a spendere i soldi promessi per lo sviluppo di un Paese che non produce quasi più nulla. Soprattutto, non abbiamo favorito la “regionalizzazione” dell’Albania, intesa come connessione ai Paesi vicini e al resto dei Balcani. Senza questo approccio regionale non c’è possibilità di sviluppo né politico né economico. Speriamo che il Patto di stabilità moltiplichi questa spinta.
Quanto alla politica interna, è evidente che in Italia serpeggia il razzismo antialbanese. Quel popolo viene ormai identificato con professioni poco commendevoli. Oltre a essere profondamente ingiusto, perché attribuisce a tutti gli albanesi le colpe di alcuni, questo razzismo è pericoloso per noi. Imprenditori politici senza troppi scrupoli, soprattutto sul versante leghista e del centrodestra (ma non solo), hanno fiutato l’aria e si propongono come “mini-Haider” nostrani, fautori della politica del bastone nei confronti degli immigrati albanesi. Una distorsione xenofoba che mette a rischio la stessa cultura democratica e tollerante del nostro Paese. D’altra parte, nascondere la testa nella sabbia e dichiarare che il problema non esiste o assolvere in blocco un popolo, come spesso fa la sinistra, è il modo migliore per incentivare gli emuli italiani di Haider o di Le Pen. La questione esiste e va affrontata alla radice, difendendo il territorio nazionale dalla penetrazione di ogni tipo di criminalità e favorendo la ricostruzione di istituzioni statali efficienti e relativamente sane sull’altra sponda dell’Adriatico.
I sociologi e gli operatori dell’intelligence usano nel loro gergo tecnico il termine di “criminalità ibrida” per qualificare i gruppi criminali dotati di una chiara componente politica e/o ideologica. Questi gruppi o sono direttamente dipendenti dalle autorità o hanno con esse un rapporto di scambio, basato su reciproci favori. Ad esempio, io capomafia aiuto te capo del governo a controllare una porzione di territorio o metto a tua disposizione delle milizie per la “lotta patriottica”, e tu in compenso chiudi entrambi gli occhi sui miei affari o ne diventi socio. Al di là della letteratura accademica, sul tema esistono tonnellate di rapporti di agenzie come Fbi, Scotland Yard, la nostra Dia, eccetera, oltre a una copiosa produzione di indagini e sentenze delle magistrature italiana, svizzera, olandese, eccetera.

Scrive Caracciolo: «Al di là dei conflitti e delle tensioni etniche, le organizzazioni criminali collaborano allegramente e costituiscono l’unico fattore multietnico integrato della regione»
Quanto alla Croazia, finché Tudjman era al potere le connessioni fra regime e mafie, a cominciare da quella erzegovese, erano estremamente profonde. Secondo la definizione di Werner Stock, ufficiale tedesco della polizia europea di stanza a Mostar, «l’Hdz (il partito di Tudjman, ndr) è la mafia. La mafia non vuole la Federazione (con i musulmani di Bosnia, ndr) perché guadagna troppi soldi così» (Herald Tribune, 2 maggio 1996). Solo ora, grazie alla svolta democratica incarnata dal presidente Mesic e dal governo Racan, cominciano ad emergere perfino sui media croati, un tempo sottoposti alla censura tudjmaniana, documenti che comprovano i fitti traffici di regime. E comunque, al di là dei conflitti e delle tensioni etniche, le organizzazioni criminali collaborano allegramente e costituiscono l’unico fattore multietnico integrato della regione.
Il pericolo più grave per noi è il legame fra mafie nostrane e mafie o Stati mafia d’Oltreadriatico. Il che significa che le organizzazioni criminali balcaniche, a loro volta connesse con altre mafie (russe, ucraine, turche, eccetera) si stanno insediando sullo stesso territorio nazionale e in altri Paesi europei. Persino a Londra intere aree sono sotto il dominio pieno e incontrollato della mafia albanese, che si distingue per ferocia. Già nel 1998 il volume di Nicolas Miletitch su Trafics et crimes dans les Balkans, frutto del lavoro dell’Istituto di Criminologia di Parigi (Università di Parigi II), offriva una sintesi impressionante: «Da alcuni anni questa criminalità colpisce in pieno i Paesi dell’Europa occidentale. L’Albania serve da trampolino a decine di migliaia di immigranti clandestini che entrano ogni anno in Italia, Grecia e Germania; in Olanda, i gangster sono armati da fornitori serbi; in Italia, il contrabbando di sigarette è sotto il controllo comune della mafia locale e dei trafficanti del Montenegro; le auto rubate in Austria o in Francia sono recuperate da trafficanti croati o bulgari, mentre turchi e albanesi del Kosovo controllano il traffico di eroina nella maggior parte dei Paesi occidentali» (p.1).
Gli interessi occidentali
La prima priorità per noi è dunque favorire la rinascita di istituzioni statali capaci di reprimere queste mafie, le quali hanno sfruttato il regime delle sanzioni e le guerre per arricchirsi e per espandersi, molto spesso collaborando fra di loro. Colpirle significa quindi mirare alle forze che hanno interesse alla guerra e alle economie di guerra. Ma per questo è necessario disporre di dati molto analitici su questo fenomeno. I governi occidentali non hanno voluto scavare in profondità, per ragioni di opportunità diplomatica e geopolitica, salvo poi usare corposi dossier quando serviva fare pressioni su questo o quel dittatorello locale. In diversi casi, gli esponenti degli Stati mafia sono stati corteggiati e sostenuti dall’Occidente, a cominciare da Milosevic (almeno fino al 1997) e Tudjman, i quali fra l’altro sono sempre rimasti in stretto contatto (pochi mesi fa è stato scoperto nell’ufficio del presidente croato un “telefono rosso” che pare lo collegasse direttamente al suo omologo iugoslavo).
Il più recente esempio è quello della narcoguerriglia albanese, da noi usata con successo in funzione antiserba durante la guerra del Kosovo, pur essendo perfettamente a conoscenza dei suoi traffici illegali. Fino a casi tragicomici, come quello di un negoziatore kosovaro invitato alla conferenza di Rambouillet e che era un notissimo capomafia locale; quando la polizia francese gli trovò la valigia piena di eroina dovettero intervenire i servizi segreti per impedire che questa “scoperta” facesse saltare la pseudotrattativa in corso.
Se siamo ancora lontani dall’obiettivo di individuare e colpire il sistema nervoso centrale della criminalità balcanica, non dipende solo da nostri errori o manchevolezze. Dipende dalle differenze in seno all’Ue e soprattutto nella Nato. Quanto all’Ue, è chiaro che per Paesi come Olanda o Gran Bretagna la lotta agli Stati mafia non è una priorità, perché il fenomeno li tocca in modo relativo. Di qui, per esempio, la loro resistenza contro qualsiasi revisione del regime delle sanzioni, terreno di coltura delle economie criminali di guerra nei Balcani. A loro, come agli americani, le sanzioni servono come gesticolazione a fini interni, contro i “cattivi” di turno. Che poi Milosevic e associati debbano il loro potere anche alle sanzioni – eccellente alibi per i disastri che hanno apparecchiato – gli interessa assai poco, ammesso che se ne rendano conto.
A questo proposito il problema maggiore riguarda l’approccio degli Stati Uniti alla questione balcanica. Gli americani hanno tenuto in questi anni comportamenti oscillanti e anche contraddittori, in cui alla fine hanno contato calcoli di politica interna o fattori esterni alla regione (rapporti con la Russia e la Turchia), affrontati in chiave militare data la straripante superiorità di Washington in materia. La loro strategia sembra ridursi oggi a fare il viso dell’arme a Milosevic, sperando di farlo cascare entro l’autunno. Obiettivo senz’altro commendevole. Ma a questo scopo sarebbe utile eliminare le sanzioni, come chiedono le opposizioni. Il che non avviene: resta da capire se per insipienza, per ragioni interne (l’opinione pubblica americana non capirebbe), per le lotte intestine all’amministrazione o per la somma di questi fattori.
I punti di vista nella comunità atlantica sono dunque diversi. Ma è possibile trovare un punto di incontro fra i nostri interessi e quelli americani? È possibile e necessario. L’area per noi più importante è quella adriatica, mentre agli americani interessano più i Balcani profondi, più vicini alla Russia e più collegati alla Turchia. In quest’area noi non abbiamo molto da dire. Abbiamo invece moltissimo da dire, insieme agli altri europei e anche più di loro, sull’Adriatico. Qui gli americani dovrebbero favorire, o quanto meno non ostacolare, la lotta contro gli “staterelli mafiosi” e operare per la conseguente “europeizzazione” della regione. Il riferimento è dunque all’Albania, al Montenegro (e quindi alla Serbia, tanto più se questi due Stati, Serbia e Montenegro, resteranno più o meno confederati), e alla Croazia, ormai avviata verso l’integrazione euroatlantica.

Sostanze stupefacenti sequestrate dal Servizio centrale antidroga albanese
La mafia albanese, una priorità per l’Italia
Emmanuela C. Del Re e Xavier Raufer, autorevoli sociologi e specialisti dell’Albania, hanno prodotto nel citato Quaderno di Limes i due più aggiornati studi sul rapporto fra criminalità, corruzione e istituzioni nel Paese delle Aquile (rispettivamente a pp. 49-63 e pp. 65-72). Il quadro che ne esce purtroppo non conforta. Passi avanti sono stati compiuti, ma il problema resta la pervasiva presenza del crimine nello Stato. Secondo il capo dell’ufficio investigativo della procura di Tirana «non è possibile combattere la corruzione perché l’80% del personale dei tribunali è completamente corrotto e nel Ministero dell’Interno gli impiegati sono interessati a lavorare soltanto finché il loro capo, in tutti i sensi, resta al potere» (p. 63).
Inoltre quella albanese è la sola mafia balcanica in senso stretto, perché è fondata su una rigida base etnica. Per Raufer è «uno Stato nello Stato, con territori soggetti, leggi e forze armate» (p. 66). Questa criminalità è penetrata in profondità nel territorio nazionale, dedicandosi al traffico di clandestini, allo sfruttamento della prostituzione e dei bambini, al commercio illegale di stupefacenti, a furti e ricettazione.
Questo non è più un “normale” fenomeno criminale. È per noi italiani una questione essenziale di geopolitica e persino di politica interna. In senso geopolitico, si tratta di liberare l’Albania dalla morsa della mafia per poterla stabilizzare e integrare nelle istituzioni euroatlantiche. L’approccio italiano, che ha considerato quella Repubblica come una specie di semiprotettorato, non ha funzionato. Non riusciamo nemmeno a spendere i soldi promessi per lo sviluppo di un Paese che non produce quasi più nulla. Soprattutto, non abbiamo favorito la “regionalizzazione” dell’Albania, intesa come connessione ai Paesi vicini e al resto dei Balcani. Senza questo approccio regionale non c’è possibilità di sviluppo né politico né economico. Speriamo che il Patto di stabilità moltiplichi questa spinta.
Quanto alla politica interna, è evidente che in Italia serpeggia il razzismo antialbanese. Quel popolo viene ormai identificato con professioni poco commendevoli. Oltre a essere profondamente ingiusto, perché attribuisce a tutti gli albanesi le colpe di alcuni, questo razzismo è pericoloso per noi. Imprenditori politici senza troppi scrupoli, soprattutto sul versante leghista e del centrodestra (ma non solo), hanno fiutato l’aria e si propongono come “mini-Haider” nostrani, fautori della politica del bastone nei confronti degli immigrati albanesi. Una distorsione xenofoba che mette a rischio la stessa cultura democratica e tollerante del nostro Paese. D’altra parte, nascondere la testa nella sabbia e dichiarare che il problema non esiste o assolvere in blocco un popolo, come spesso fa la sinistra, è il modo migliore per incentivare gli emuli italiani di Haider o di Le Pen. La questione esiste e va affrontata alla radice, difendendo il territorio nazionale dalla penetrazione di ogni tipo di criminalità e favorendo la ricostruzione di istituzioni statali efficienti e relativamente sane sull’altra sponda dell’Adriatico.