OPINIONI. Dove sta andando Vladimir Putin
Prudenza o sudditanza?
di Giulietto Chiesa
A sei mesi dalla sua nomina
a “facente funzione” di presidente, a tre mesi scarsi dalla sua
trionfale elezione, ancora non sappiamo chi è veramente Vladimir
Putin. L’arresto del banchiere Vladimir Gusinskij, il tycoon dei media russi,
l’unico oligarca rimasto all’opposizione, è stato
l’ultimo episodio di una serie di “stranissimi” eventi
che ancora attendono di essere spiegati. Putin è stato
all’origine dell’operazione? Oppure, come egli stesso ha fatto
capire, con ellittiche e alquanto sibilline espressioni, qualcuno gli ha
fatto un «dubbio regalo», ovvero «è andato
oltre» le necessità di una normale inchiesta giudiziaria?
Che significa tutto ciò? Se dovessimo prendere alla lettera le cose dette da Putin in Spagna («regalo dubbio», «misura esagerata», ecc.), qualcuno, a Mosca, ha organizzato l’arresto di Gusinskij approfittando dell’assenza del presidente. Metodo classico, spesso usato nelle congiure di palazzo e di partito dei tempi sovietici. E non solo di quelli. Ma qualcuno chi? Sempre seguendo questo filo logico, la risposta è chiara: la “famiglia”. Poiché non vi sono dubbi che la “famiglia” ha ancora saldamente in mano tutte le più importanti leve di potere del Cremlino. Del resto non c’è dubbio che lo stretto entourage di Eltsin, quello stesso che ha portato al potere Vladimir Putin, aveva da tempo preso le redini del comando approfittando delle assenze sempre più irrimediabilmente lunghe del titolare formale del potere.

I nomi principali di questa “famiglia” sono
noti al pubblico degli specialisti: si va dal banchiere Berezovskij (il
vero motore, finanziatore, ricattatore, sceneggiatore, inventore delle
strategie), all’attuale capo dell’Amministrazione presidenziale
Voloscin, alla figlia di Eltsin, Tatiana Djacenko, al genero Valerij
Okulov, all’uomo di fiducia di Eltsin, Pavel Borodin, a lungo capo
dell’“Upravlenie Delami” (l’impero economico del Cremlino), e a un gruppo di
“famigli”, tra cui Valentin Jumascev, ex giornalista, autore
delle “biografie” eltsiniane, ex capo anche lui
dell’Amministrazione presidenziale. Ai quali fanno da supporto una
serie di cerchi concentrici più esterni, che includono segmenti del
governo e del business, ivi incluso quello criminale.
Sarebbero loro i motori delle operazioni “sotto il tappeto”. Resi esperti dagli ultimi anni eltsiniani, quando erano loro a scrivere e, di fatto, a firmare i decreti presidenziali. Vladimir Putin fu scelto, con ogni probabilità, perché non aveva né passato né potere né carisma. Una specie di tabula rasa, su cui scrivere innanzitutto le garanzie giuridiche minime per poter uscire tutti impuniti. Ma la scelta cadde su di lui anche perché Putin aveva fatto la sua carriera politica a San Pietroburgo, sotto la guida di Anatolij Sobciak, ora defunto, democratico della prim’ora, poi trasformatosi in “privatizzatore” secondo le regole selvagge messe in piedi da Anatolij Ciubais, Egor Gaidar e tutti gli altri che in Occidente ancora ci si ostina a definire “riformatori”. Tutte queste “qualità” rendevano Vladimir Putin ideale per un’operazione di sostituzione di Eltsin che fosse la meno rischiosa possibile (per la “famiglia”).
In Occidente, soprattutto negli Stati Uniti, gli analisti videro in Putin, in primo luogo, il suo passato di agente del Kgb. Attorno a questo dato della sua carriera prepolitica si accentrò l’attenzione. A mio giudizio errando. Tutto quello che si sa della carriera di “spione” dell’attuale presidente russo dice che egli non si distinse in nulla, non guadagnò speciali galloni, rimase confinato nella “sorella” Repubblica Democratica Tedesca, non prese parte ad alcuna operazione di ampio respiro. Insomma niente di speciale. Non erano dunque queste le cose importanti. E, del resto, lo stesso Putin, in un libro-intervista uscito qualche mese fa, risulta molto convincente, e probabilmente sincero, quando racconta senza alcuna enfasi la sua esperienza all’estero come agente e perfino ironizza sulle romanzesche ricostruzioni tentate in proposito sia sulla stampa russa che su quella internazionale. Per converso Putin, in quel libro, risulta clamorosamente poco sincero, per non dire apertamente bugiardo, quando racconta della sua vita politica pietroburghese alla corte di Sobciak. E anche questo occorre tenere presente.
Il che non significa affatto che Vladimir Putin sia passato attraverso quel processo di formazione, all’interno delle strutture del Kgb, senza ricevere nulla. Al contrario. E questi primi mesi hanno dimostrato la efficacia pedagogica della “preparazione quadri” che i servizi segreti russi erano venuti organizzando nei decenni di funzionamento del sistema del socialismo reale. Il neopresidente ha dimostrato di disporre di un discreto impianto culturale, e soprattutto di avere elevate capacità di adattamento a una situazione totalmente nuova. L’una e l’altra cosa appaiono tanto più rimarchevoli se si tiene conto che, con ogni probabilità, lo stesso Putin un anno fa non immaginava nemmeno lontanamente in quale appartamento gli sarebbe capitato di vivere nell’anno 2000 e successivi. Probabilmente sono state queste due caratteristiche, emerse abbastanza rapidamente in primo piano, a creare inquietudine nelle stanze del Cremlino abitate dal nucleo centrale della “famiglia” e nelle lussuose dacie dove vivono i suoi alleati.
Invece di avere messo sul trono un giovanotto totalmente dipendente da loro, devono essersi accorti che l’ambizione a scelte autonome si andava facendo strada molto rapidamente nel nuovo detentore del potere. Questo è infatti il punto centrale della faccenda. Chiunque fosse, il presidente che veniva dopo Eltsin – a meno di non emendare preventivamente la Costituzione costruita dai “democratici” a colpi di cannone nel 1993 – si sarebbe trovato nelle mani un potere sterminato e senza confini.
Alla “famiglia” restavano quindi solo due varianti: o mettere al potere uno dei suoi membri, avvinghiato ai propri interessi o da legami di sangue o di crimine. Gli uni e gli altri tanto stretti da escludere ogni futura possibilità di tradimento. Oppure – ecco l’alternativa unica possibile – individuare un candidato “esterno” che desse garanzie. Ma il discredito assoluto che circondava la “famiglia” e tutti i suoi membri escludeva in partenza la prima soluzione. Teoricamente essa sarebbe stata percorribile, ma a costi fantasticamente alti. E solo con la benevola condiscendenza dell’Occidente e degli Stati Uniti. La qual cosa, alla metà del 1999, appariva ormai altamente dubbia, essendosi il presidente Clinton reso conto che la soluzione migliore sarebbe stata di liberarsi di una tale compagnia non appena se ne fosse presentata l’occasione.
È per questo che la “famiglia” fu costretta a scegliere un “esterno”. Ed è per questa ragione che scelse una persona senza passato e senza volto. Il cui carisma sarebbe stato costruito “in corso d’opera”, mediante una guerra vittoriosa. Il che è stato brillantemente realizzato. Ma solo un uomo privo di ogni intelligenza e di ogni ambizione avrebbe potuto adattarsi a essere tenuto per mano avendo a portata della propria mano un potere così vasto. È in questo senso peculiarissimo che il passato di Vladimir Putin in qualità di allievo della scuola del Kgb si è rivelato importante. L’uomo ha dimostrato di non avere una ampia visione dei problemi dello Stato, né avrebbe potuto averla proprio a causa delle “virtù” per le quali fu scelto. Ma si è subito visto che egli era tutt’altro che privo di idee.
Lo si è visto in almeno due importanti occasioni. Una delle prime mosse di Putin è stato il decreto di formazione di sette superdistretti, a capo dei quali egli ha nominato uomini di propria, personale fiducia. L’operazione, com’è subito apparso evidente, era diretta a limitare bruscamente e sostanzialmente il potere dei governatori e presidenti repubblicani, cioè dei boiari che guidano, per via formalmente elettiva, le 88 “autonomie” della Federazione Russa. La seconda mossa è stata l’annuncio di una profonda riforma dell’Assemblea federale, con una radicale modificazione della composizione del Consiglio della Federazione (Camera alta), togliendo ai governatori il diritto di sedervi, trasformandolo in una Camera di professionisti a tempo pieno, e togliendo anche ai governatori e presidenti l’immunità parlamentare (con diritto del presidente di destituirli in caso di violazione della legge federale).
L’uno-due di Putin ha suscitato le ire di Berezovskij, che ha attaccato pubblicamente il presidente in una serie di articoli e di invettive attraverso la catena mediatica di cui il banchiere è titolare. L’accusa di Berezovskij – si noti – fu formulata più o meno in questo modo: «Putin sta cercando di liquidare le nuove élite politiche emerse nella nuova Russia» . Detto in termini più comprensibili: Putin mostra di voler rinsaldare il potere centrale di fronte al pericolo di uno sfaldamento della Russia. Berezovskij si erge a difensore delle “autonomie” rispetto alla prepotenza del centro. A riprova che la “famiglia” intende mantenere un equilibrio, in cui il centro non possa mai divenire troppo forte da poter dettare i suoi voleri a tutti. Il che comporterebbe il rischio che, una volta inferto un colpo decisivo ai boiari di Stato, il presidente potrebbe senza impacci partire all’offensiva contro gli oligarchi, l’altra tenaglia della constituency che lo portò al potere. Come finirà questo braccio di ferro ancora non è dato prevedere. Sarà comunque una durissima battaglia, il cui esito determinerà molta parte della futura carriera politica del presidente in carica.
La terza mossa di Putin come giocatore autonomo fu la nomina del nuovo procuratore generale. Putin aveva avanzato un proprio candidato, un magistrato pietroburghese suo amico intimo. È la nota regola della lealtà personale. Ma la nomina giacque sul tavoli dei senatori soltanto poche ore. Il presidente la ritirò senza commenti, sostituendola con la candidatura di Ustinov, uomo che tutta Mosca sa essere di completa fiducia di Aleksandr Voloscin. In questo caso fu evidente che i poteri del presidente eletto dal popolo erano rigorosamente delimitati. Cosa che era già emersa alla luce quando il presidente varò il nuovo governo, lasciando ai loro posti praticamente tutti gli uomini della “famiglia”, a cominciare dal premier Kasjanov, detto “mister 5 per cento” per le tangenti che, si dice, esigesse per ogni operazione che passava tra le sue mani.
Anche in questo caso molti – io ritengo sbagliando – interpretarono la decisione come la prova definitiva che Vladimir Putin si limita a eseguire gli ordini della “famiglia”. In realtà si potrebbe supporre che l’uomo abbia agito e stia agendo tatticamente in modo saggio: operando sortite veloci, dove può, e limitandosi ad attendere dove capisce che non potrebbe spuntarla. In altri termini: questo è ancora il governo della “famiglia” semplicemente perché Putin non ha ancora la forza (e gli uomini) per formarne uno proprio. Ma anche questa ipotesi va dimostrata.
L’arresto di Gusinskij – evidente operazione banditesca di stampo eltsiniano, con l’uso di una parte degli apparati dello Stato come arma impropria della lotta politica interna tra clan mafiosi – potrebbe essere davvero il frutto di un disegno insidioso volto a indebolire Putin sul piano internazionale, avvalorando la qualifica di “spia” che circola in Occidente. Lo “smarcamento” di Putin, come abbiamo accennato, c’è stato, ma è stato debole e ambiguo, come ambiguo fu il suo comportamento durante il rapimento del giornalista di Radio Liberty, Andrej Babitskij , in Cecenia. Ma tutto ciò potrebbe solo confermare le ipotesi di tatticismo qui formulate: di un presidente che non ha ancora le spalle coperte e si muove con assoluta prudenza. Oppure confermare l’ipotesi opposta: che Putin è solo l’erede e continuatore della banda che lo ha portato al potere.
C’è tuttavia ancora un tassello da esaminare: quello della politica estera. Nelle tre principali occasioni in cui lo si è visto in azione, Putin si è mosso su una linea di dialogo con l’Occidente, ma tenendo ben fermi alcuni capisaldi degli interessi nazionali. Con Clinton a Mosca non ha ceduto di un millimetro in tema di “scudo spaziale limitato” americano. Con Schroeder a Berlino è stato assolutamente esplicito in tema di ripulsa dell’estensione a Est della Nato. Con entrambi e con Amato, a Roma, ha spalancato le porte a un’intesa con l’Europa in termini di sicurezza militare e di cooperazione economica. Come interpretare tutto questo? In primo luogo Putin non perde di vista che una terza componente dei suoi “grandi elettori” è rappresentata dall’esercito e dalle strutture della forza. Perdesse quella, si troverebbe alla mercé dei boiari e degli oligarchi. E negli ambienti della “forza” l’astio antioccidentale è sicuramente marcato. Ma c’è anche una componente più sottile, che non va perduta di vista: se l’analisi fin qui fatta è giusta, allora dobbiamo concludere che oggi dentro il Cremlino, dentro la “famiglia”, la diffidenza verso l’Occidente è direttamente proporzionale alla paura che l’Occidente continui nella linea – tortuosa, ma visibile – di “scaricamento” delle componenti più compromesse della “cricca” (per intenderci: Tatjana, Borodin, lo stesso Voloscin).
Paradossalmente, dunque, alcuni dei più accaniti antioccidentali potrebbero trovarsi annidati – per proprio interesse diretto – nelle stanze del Cremlino, tra gli stessi uomini che fino all’altro ieri svendevano gli interessi russi all’Occidente. Mentre diventa così ben spiegabile l’apparente comportamento da kamikaze del banchiere Vladimir Gusinskij, unico oligarca ad avere scelto di restare all’opposizione, mentre avrebbe potuto strisciare fino alle porte del Palazzo, chiedere perdono e tornare ad essere tranquillo. Gusinskij sa – i suoi legami americani glielo consentono – che la linea antioccidentale potrebbe all’improvviso irrompere vistosamente, suscitando l’immediata risposta degli Stati Uniti. E ha investito anticipatamente – rischiando, come un vero imprenditore – lungo quella previsione. Si può finire in galera, per qualche giorno, a Mosca, di questi tempi. Ma se Parigi valeva bene una messa, Mosca può valere qualche giorno di prigione.
Putin, dal canto suo, veleggia a vista tra queste Scilla e Cariddi. Tutto lascia pensare che, se fosse più libero nei suoi movimenti, sarebbe pronto a intendersi con i suoi interlocutori occidentali (purché la smettessero di infastidirlo nel Caucaso e attorno al petrolio del Caspio, ovvero con le prediche sui diritti umani in Cecenia, ovvero con le provocazioni di un ulteriore allargamento della Nato a Est, fino a includere addirittura le repubbliche baltiche). Egli sa che la sua arma migliore è di poter conservare l’immagine che gli è stata cucita addosso: quella di difensore della Russia. Chiunque gli strappi questa toga diventa necessariamente il suo nemico.
Dunque non è da un Putin vincitore sul piano interno che ci si deve attendere qualche mossa molto dura sul piano internazionale, bensì da un Putin che sta perdendo il braccio di ferro con i suoi “pigmalioni” del Cremlino. L’unica cosa che mi sento di aggiungere a queste ipotesi è la certezza che, in caso di sconfitta, sia strategica che tattica, Vladimir Putin è pronto a interpretare il ruolo che i vincitori gli assegneranno.
Che significa tutto ciò? Se dovessimo prendere alla lettera le cose dette da Putin in Spagna («regalo dubbio», «misura esagerata», ecc.), qualcuno, a Mosca, ha organizzato l’arresto di Gusinskij approfittando dell’assenza del presidente. Metodo classico, spesso usato nelle congiure di palazzo e di partito dei tempi sovietici. E non solo di quelli. Ma qualcuno chi? Sempre seguendo questo filo logico, la risposta è chiara: la “famiglia”. Poiché non vi sono dubbi che la “famiglia” ha ancora saldamente in mano tutte le più importanti leve di potere del Cremlino. Del resto non c’è dubbio che lo stretto entourage di Eltsin, quello stesso che ha portato al potere Vladimir Putin, aveva da tempo preso le redini del comando approfittando delle assenze sempre più irrimediabilmente lunghe del titolare formale del potere.

Il presidente russo Vladimir Putin
Sarebbero loro i motori delle operazioni “sotto il tappeto”. Resi esperti dagli ultimi anni eltsiniani, quando erano loro a scrivere e, di fatto, a firmare i decreti presidenziali. Vladimir Putin fu scelto, con ogni probabilità, perché non aveva né passato né potere né carisma. Una specie di tabula rasa, su cui scrivere innanzitutto le garanzie giuridiche minime per poter uscire tutti impuniti. Ma la scelta cadde su di lui anche perché Putin aveva fatto la sua carriera politica a San Pietroburgo, sotto la guida di Anatolij Sobciak, ora defunto, democratico della prim’ora, poi trasformatosi in “privatizzatore” secondo le regole selvagge messe in piedi da Anatolij Ciubais, Egor Gaidar e tutti gli altri che in Occidente ancora ci si ostina a definire “riformatori”. Tutte queste “qualità” rendevano Vladimir Putin ideale per un’operazione di sostituzione di Eltsin che fosse la meno rischiosa possibile (per la “famiglia”).
In Occidente, soprattutto negli Stati Uniti, gli analisti videro in Putin, in primo luogo, il suo passato di agente del Kgb. Attorno a questo dato della sua carriera prepolitica si accentrò l’attenzione. A mio giudizio errando. Tutto quello che si sa della carriera di “spione” dell’attuale presidente russo dice che egli non si distinse in nulla, non guadagnò speciali galloni, rimase confinato nella “sorella” Repubblica Democratica Tedesca, non prese parte ad alcuna operazione di ampio respiro. Insomma niente di speciale. Non erano dunque queste le cose importanti. E, del resto, lo stesso Putin, in un libro-intervista uscito qualche mese fa, risulta molto convincente, e probabilmente sincero, quando racconta senza alcuna enfasi la sua esperienza all’estero come agente e perfino ironizza sulle romanzesche ricostruzioni tentate in proposito sia sulla stampa russa che su quella internazionale. Per converso Putin, in quel libro, risulta clamorosamente poco sincero, per non dire apertamente bugiardo, quando racconta della sua vita politica pietroburghese alla corte di Sobciak. E anche questo occorre tenere presente.
Il che non significa affatto che Vladimir Putin sia passato attraverso quel processo di formazione, all’interno delle strutture del Kgb, senza ricevere nulla. Al contrario. E questi primi mesi hanno dimostrato la efficacia pedagogica della “preparazione quadri” che i servizi segreti russi erano venuti organizzando nei decenni di funzionamento del sistema del socialismo reale. Il neopresidente ha dimostrato di disporre di un discreto impianto culturale, e soprattutto di avere elevate capacità di adattamento a una situazione totalmente nuova. L’una e l’altra cosa appaiono tanto più rimarchevoli se si tiene conto che, con ogni probabilità, lo stesso Putin un anno fa non immaginava nemmeno lontanamente in quale appartamento gli sarebbe capitato di vivere nell’anno 2000 e successivi. Probabilmente sono state queste due caratteristiche, emerse abbastanza rapidamente in primo piano, a creare inquietudine nelle stanze del Cremlino abitate dal nucleo centrale della “famiglia” e nelle lussuose dacie dove vivono i suoi alleati.
Invece di avere messo sul trono un giovanotto totalmente dipendente da loro, devono essersi accorti che l’ambizione a scelte autonome si andava facendo strada molto rapidamente nel nuovo detentore del potere. Questo è infatti il punto centrale della faccenda. Chiunque fosse, il presidente che veniva dopo Eltsin – a meno di non emendare preventivamente la Costituzione costruita dai “democratici” a colpi di cannone nel 1993 – si sarebbe trovato nelle mani un potere sterminato e senza confini.
Alla “famiglia” restavano quindi solo due varianti: o mettere al potere uno dei suoi membri, avvinghiato ai propri interessi o da legami di sangue o di crimine. Gli uni e gli altri tanto stretti da escludere ogni futura possibilità di tradimento. Oppure – ecco l’alternativa unica possibile – individuare un candidato “esterno” che desse garanzie. Ma il discredito assoluto che circondava la “famiglia” e tutti i suoi membri escludeva in partenza la prima soluzione. Teoricamente essa sarebbe stata percorribile, ma a costi fantasticamente alti. E solo con la benevola condiscendenza dell’Occidente e degli Stati Uniti. La qual cosa, alla metà del 1999, appariva ormai altamente dubbia, essendosi il presidente Clinton reso conto che la soluzione migliore sarebbe stata di liberarsi di una tale compagnia non appena se ne fosse presentata l’occasione.
È per questo che la “famiglia” fu costretta a scegliere un “esterno”. Ed è per questa ragione che scelse una persona senza passato e senza volto. Il cui carisma sarebbe stato costruito “in corso d’opera”, mediante una guerra vittoriosa. Il che è stato brillantemente realizzato. Ma solo un uomo privo di ogni intelligenza e di ogni ambizione avrebbe potuto adattarsi a essere tenuto per mano avendo a portata della propria mano un potere così vasto. È in questo senso peculiarissimo che il passato di Vladimir Putin in qualità di allievo della scuola del Kgb si è rivelato importante. L’uomo ha dimostrato di non avere una ampia visione dei problemi dello Stato, né avrebbe potuto averla proprio a causa delle “virtù” per le quali fu scelto. Ma si è subito visto che egli era tutt’altro che privo di idee.
Lo si è visto in almeno due importanti occasioni. Una delle prime mosse di Putin è stato il decreto di formazione di sette superdistretti, a capo dei quali egli ha nominato uomini di propria, personale fiducia. L’operazione, com’è subito apparso evidente, era diretta a limitare bruscamente e sostanzialmente il potere dei governatori e presidenti repubblicani, cioè dei boiari che guidano, per via formalmente elettiva, le 88 “autonomie” della Federazione Russa. La seconda mossa è stata l’annuncio di una profonda riforma dell’Assemblea federale, con una radicale modificazione della composizione del Consiglio della Federazione (Camera alta), togliendo ai governatori il diritto di sedervi, trasformandolo in una Camera di professionisti a tempo pieno, e togliendo anche ai governatori e presidenti l’immunità parlamentare (con diritto del presidente di destituirli in caso di violazione della legge federale).
L’uno-due di Putin ha suscitato le ire di Berezovskij, che ha attaccato pubblicamente il presidente in una serie di articoli e di invettive attraverso la catena mediatica di cui il banchiere è titolare. L’accusa di Berezovskij – si noti – fu formulata più o meno in questo modo: «Putin sta cercando di liquidare le nuove élite politiche emerse nella nuova Russia» . Detto in termini più comprensibili: Putin mostra di voler rinsaldare il potere centrale di fronte al pericolo di uno sfaldamento della Russia. Berezovskij si erge a difensore delle “autonomie” rispetto alla prepotenza del centro. A riprova che la “famiglia” intende mantenere un equilibrio, in cui il centro non possa mai divenire troppo forte da poter dettare i suoi voleri a tutti. Il che comporterebbe il rischio che, una volta inferto un colpo decisivo ai boiari di Stato, il presidente potrebbe senza impacci partire all’offensiva contro gli oligarchi, l’altra tenaglia della constituency che lo portò al potere. Come finirà questo braccio di ferro ancora non è dato prevedere. Sarà comunque una durissima battaglia, il cui esito determinerà molta parte della futura carriera politica del presidente in carica.
La terza mossa di Putin come giocatore autonomo fu la nomina del nuovo procuratore generale. Putin aveva avanzato un proprio candidato, un magistrato pietroburghese suo amico intimo. È la nota regola della lealtà personale. Ma la nomina giacque sul tavoli dei senatori soltanto poche ore. Il presidente la ritirò senza commenti, sostituendola con la candidatura di Ustinov, uomo che tutta Mosca sa essere di completa fiducia di Aleksandr Voloscin. In questo caso fu evidente che i poteri del presidente eletto dal popolo erano rigorosamente delimitati. Cosa che era già emersa alla luce quando il presidente varò il nuovo governo, lasciando ai loro posti praticamente tutti gli uomini della “famiglia”, a cominciare dal premier Kasjanov, detto “mister 5 per cento” per le tangenti che, si dice, esigesse per ogni operazione che passava tra le sue mani.
Anche in questo caso molti – io ritengo sbagliando – interpretarono la decisione come la prova definitiva che Vladimir Putin si limita a eseguire gli ordini della “famiglia”. In realtà si potrebbe supporre che l’uomo abbia agito e stia agendo tatticamente in modo saggio: operando sortite veloci, dove può, e limitandosi ad attendere dove capisce che non potrebbe spuntarla. In altri termini: questo è ancora il governo della “famiglia” semplicemente perché Putin non ha ancora la forza (e gli uomini) per formarne uno proprio. Ma anche questa ipotesi va dimostrata.
L’arresto di Gusinskij – evidente operazione banditesca di stampo eltsiniano, con l’uso di una parte degli apparati dello Stato come arma impropria della lotta politica interna tra clan mafiosi – potrebbe essere davvero il frutto di un disegno insidioso volto a indebolire Putin sul piano internazionale, avvalorando la qualifica di “spia” che circola in Occidente. Lo “smarcamento” di Putin, come abbiamo accennato, c’è stato, ma è stato debole e ambiguo, come ambiguo fu il suo comportamento durante il rapimento del giornalista di Radio Liberty, Andrej Babitskij , in Cecenia. Ma tutto ciò potrebbe solo confermare le ipotesi di tatticismo qui formulate: di un presidente che non ha ancora le spalle coperte e si muove con assoluta prudenza. Oppure confermare l’ipotesi opposta: che Putin è solo l’erede e continuatore della banda che lo ha portato al potere.
C’è tuttavia ancora un tassello da esaminare: quello della politica estera. Nelle tre principali occasioni in cui lo si è visto in azione, Putin si è mosso su una linea di dialogo con l’Occidente, ma tenendo ben fermi alcuni capisaldi degli interessi nazionali. Con Clinton a Mosca non ha ceduto di un millimetro in tema di “scudo spaziale limitato” americano. Con Schroeder a Berlino è stato assolutamente esplicito in tema di ripulsa dell’estensione a Est della Nato. Con entrambi e con Amato, a Roma, ha spalancato le porte a un’intesa con l’Europa in termini di sicurezza militare e di cooperazione economica. Come interpretare tutto questo? In primo luogo Putin non perde di vista che una terza componente dei suoi “grandi elettori” è rappresentata dall’esercito e dalle strutture della forza. Perdesse quella, si troverebbe alla mercé dei boiari e degli oligarchi. E negli ambienti della “forza” l’astio antioccidentale è sicuramente marcato. Ma c’è anche una componente più sottile, che non va perduta di vista: se l’analisi fin qui fatta è giusta, allora dobbiamo concludere che oggi dentro il Cremlino, dentro la “famiglia”, la diffidenza verso l’Occidente è direttamente proporzionale alla paura che l’Occidente continui nella linea – tortuosa, ma visibile – di “scaricamento” delle componenti più compromesse della “cricca” (per intenderci: Tatjana, Borodin, lo stesso Voloscin).
Paradossalmente, dunque, alcuni dei più accaniti antioccidentali potrebbero trovarsi annidati – per proprio interesse diretto – nelle stanze del Cremlino, tra gli stessi uomini che fino all’altro ieri svendevano gli interessi russi all’Occidente. Mentre diventa così ben spiegabile l’apparente comportamento da kamikaze del banchiere Vladimir Gusinskij, unico oligarca ad avere scelto di restare all’opposizione, mentre avrebbe potuto strisciare fino alle porte del Palazzo, chiedere perdono e tornare ad essere tranquillo. Gusinskij sa – i suoi legami americani glielo consentono – che la linea antioccidentale potrebbe all’improvviso irrompere vistosamente, suscitando l’immediata risposta degli Stati Uniti. E ha investito anticipatamente – rischiando, come un vero imprenditore – lungo quella previsione. Si può finire in galera, per qualche giorno, a Mosca, di questi tempi. Ma se Parigi valeva bene una messa, Mosca può valere qualche giorno di prigione.
Putin, dal canto suo, veleggia a vista tra queste Scilla e Cariddi. Tutto lascia pensare che, se fosse più libero nei suoi movimenti, sarebbe pronto a intendersi con i suoi interlocutori occidentali (purché la smettessero di infastidirlo nel Caucaso e attorno al petrolio del Caspio, ovvero con le prediche sui diritti umani in Cecenia, ovvero con le provocazioni di un ulteriore allargamento della Nato a Est, fino a includere addirittura le repubbliche baltiche). Egli sa che la sua arma migliore è di poter conservare l’immagine che gli è stata cucita addosso: quella di difensore della Russia. Chiunque gli strappi questa toga diventa necessariamente il suo nemico.
Dunque non è da un Putin vincitore sul piano interno che ci si deve attendere qualche mossa molto dura sul piano internazionale, bensì da un Putin che sta perdendo il braccio di ferro con i suoi “pigmalioni” del Cremlino. L’unica cosa che mi sento di aggiungere a queste ipotesi è la certezza che, in caso di sconfitta, sia strategica che tattica, Vladimir Putin è pronto a interpretare il ruolo che i vincitori gli assegneranno.