Intervista con monsignor Marko Sopi, capo della comunità cattolica della regione
Segnali di convivenza
La situazione politica e sociale vista dall’amministratore apostolico di Prizren: «Credo sia molto significativo che tra i vari partiti coinvolti nella coalizione di governo vi sia anche un piccolo partito di serbi, il Povratak (Ritorno). Ritengo che sia un buon inizio per lavorare insieme per il benessere della popolazione»
di Davide Malacaria

Una chiesa serbo-ortodossa a Djakovica, distrutta dai bombardamenti nel luglio del 1999;
Qual è la situazione della comunità cattolica in Kosovo?
MARKO SOPI: Il 90% circa della popolazione è di religione islamica, il 6% è cristiano-ortodosso, mentre solo il 3,5% è di religione cattolica, un piccolo gregge. Oltretutto i cattolici effettivamente residenti nella regione sono 60mila, poco più della metà del totale, mentre altri 40mila, anche in conseguenza della guerra, vivono all’estero. Ma, grazie a Dio, la nostra è una comunità viva e le vocazioni non mancano. Dagli anni Settanta in poi i sacerdoti kosovari non solo sono sufficienti per i nostri fedeli, ma molti di loro ora svolgono il loro ministero in Albania e in altri Paesi. Mi dà conforto sapere che alcuni di loro riescono a seguire i nostri fedeli in varie città europee. Abbiamo un seminario minore con tanti giovani, ma purtroppo ancora non abbiamo un seminario maggiore: per terminare la preparazione al sacerdozio li affidiamo ad altre diocesi europee. Infine ci sono tante vocazioni femminili… Sono cose che mi rendono lieto e di cui ringrazio il Signore. La nostra Chiesa conosce un momento di libertà mai sperimentato: per secoli ha subito la dominazione musulmana, poi dei comunisti…
Le chiese hanno subito danni durante la guerra?
SOPI: Nel corso del conflitto tutti i sacerdoti sono rimasti nelle loro parrocchie. Ciò ha permesso di aiutare la popolazione in quel terribile frangente e di evitare danni agli edifici di culto. Ma alcuni danneggiamenti erano inevitabili, per lo più in conseguenza delle onde d’urto dei bombardamenti. La cattedrale di Pristina, ad esempio, ancora adesso ha la controfacciata lesionata. Ma ci sarà modo di ricostruire, anche con l’aiuto della Caritas e delle varie conferenze episcopali straniere, aiuto che, grazie a Dio, non è mai mancato in questi anni. Finora abbiamo preferito usare i finanziamenti ricevuti per aiutare la popolazione, in futuro speriamo di poter rimettere a posto le nostre chiese e farne di nuove. Sarebbe bello edificare una nuova cattedrale, più grande e più bella, in onore di madre Teresa, che è originaria di Pristina. Tutto il mondo ha riconosciuto la sua opera di carità. Credo che la sua testimonianza possa rappresentare un piccolo ma significativo contributo alla riconciliazione della nostra gente.
Dopo la guerra, i serbi hanno subito atti di violenza da parte della maggioranza albanese. La tensione è ancora alta?
SOPI: Dopo che si è disgregata la Iugoslavia è iniziato un periodo di conflitti politici che hanno alimentato l’odio tra le diverse popolazioni. Ci vorrà tempo perché questo clima si rassereni. Noi stiamo tentando di dare il nostro contributo, non ci risparmiamo, ma siamo solo una piccola minoranza. Per ora i serbi sono costretti dentro le enclavi, protetti dalle truppe internazionali. Comunque, se si partisse dalla constatazione che non si può più tornare indietro – alla situazione prebellica – sarebbe un passo avanti. Ritengo essenziale, per avviare un processo di riconciliazione, che serbi e kosovari inizino a lavorare insieme.
In questa fase postbellica sono state distrutte diverse chiese ortodosse…
SOPI: Prima e durante il conflitto sono state distrutte molte moschee; dopo la fine delle ostilità, per reazione, sono state distrutte diverse chiese ortodosse, per fortuna non molto antiche.
Quali sono i rapporti tra Chiesa cattolica, islam e Chiesa ortodossa?
SOPI: Con i musulmani i nostri rapporti sono ottimi. Anche con gli ortodossi abbiamo rapporti buoni, ma un po’ meno, anche perché non riconoscono il Concilio Vaticano II e il valore dell’ecumenismo. In ogni caso abbiamo lavorato insieme, ognuno nel suo ambito e congiuntamente, per cercare di smorzare le tensioni nel Paese. Bisogna tener presente che in Kosovo non c’è stata una guerra di religione, ma una guerra politica.
Ritiene ancora necessaria la presenza della Nato nel territorio kosovaro?
SOPI: Tutti parlano solo della presenza delle truppe Nato, ma spesso si dimentica che le Nazioni Unite qui hanno anche un loro rappresentante in veste di autorità civile. Dopo la costituzione di un legittimo governo kosovaro, questa figura è destinata a scomparire. Ho letto che il contingente della Nato dovrebbe ridursi. Non sono un politico, quindi non sono in grado di valutare quanto le truppe della Kfor debbano rimanere. Immagino che si stia valutando a livello internazionale, insieme al problema dello status del Kosovo in rapporto alla Iugoslavia. Spero però che il destino della nostra gente non sia deciso solo in base ad accordi internazionali, ma che si tenga conto delle sue legittime aspirazioni.
Un suo giudizio sulle recenti elezioni politiche.

il generale Juan Ortuño, allora comandante della Kfor, saluta monsignor Marko Sopi e l’imam della comunità islamica kosovara, a Pristina nel 2000
L’idea della “grande Albania”, il sogno di riunificare tutte le regioni a maggioranza albanese presenti nelle varie regioni balcaniche, è ancora viva?
SOPI: No, la “grande Albania” non è mai esistita. L’Albania è sempre stata divisa dal Kosovo ed una loro unione porterebbe solo problemi alle rispettive popolazioni.
Tutti gli analisti indicano nel Kosovo un crocevia dei traffici internazionali di droga e armi. Le risulta?
SOPI: Anch’io leggo cose del genere e non posso certo negare. Ma è ingiusto identificare un intero popolo con la criminalità organizzata. Queste cose non appartengono alla cultura e alle tradizioni della nostra gente, vengono da fuori. Per uscire da questa situazione bisogna che l’amministrazione funzioni, ma soprattutto bisogna dare lavoro. Più della metà della popolazione ha meno di trent’anni. Ma la disoccupazione è ancora altissima e per la malavita è facile reclutare manodopera.
Quale può essere il ruolo dell’Europa per pacificare la regione balcanica?
SOPI: L’Europa ha un grande ruolo da svolgere. Se nel processo di allargamento dell’Unione europea si terrà conto dei Balcani, si favorirà l’inizio di un processo di distensione tra i vari Paesi della regione. È una strada che ritengo utilissima anche per quei valori di democrazia, di libertà e di pace che sono a fondamento della Ue e che non possono che giovare anche a noi. Ma ritengo necessario che qualsiasi progetto geopolitico sui Balcani tenga presente le aspirazioni delle popolazioni locali. Non deve essere imposto dall’alto.
Ora che il Kosovo non è più al centro della politica internazionale si può tornare alla normalità?
SOPI: Grazie a Dio la guerra è finita, ma c’è ancora tanto da fare. A tutti quelli che ci hanno aiutato durante la guerra vorrei lanciare un appello: abbiamo ancora bisogno di voi.