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EDITORIALE
tratto dal n. 12 - 1999

Quante Europe?



Giulio Andreotti


Università San Pio V
Inaugurazione dell’anno accademico
(Roma, 17 dicembre 1999)

Debbo innanzitutto esprimere il mio grato animo al rettore, professor Leoni, che dopo avermi affidato per il terzo anno un piccolo corso integrativo sulla politica estera, mi ha incaricato di prendere la parola in questa tornata di inaugurazione ufficiale dell’anno accademico.
Penso che, prima di tutto, debbano lodarsi gli intenti di quanti hanno dato vita e sostengono questo nuovo Ateneo che si ispira a quel modello formativo di educazione integrale che il santo padre Giovanni Paolo II riassunse nella costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae del 1990. La scuola non può essere solo addestramento per le professioni e ricerca culturale, ma deve corrispondere alle esigenze globali dei giovani, comprese quelle di ordine spirituale e religioso.
Non è davvero casuale che, nel messaggio per l’eccezionale Capodanno del 2000, nell’elenco di quanti devono concorrere a un profondo cambiamento sociale ritenuto ineludibile, il Papa abbia collocato al secondo posto, subito dopo i genitori, «gli insegnanti che sanno trasmettere valori autentici presenti in ogni area del sapere e nel patrimonio storico e culturale dell’umanità».
Perché il “cambiamento” è così impellente? Nello stesso messaggio si sottolinea che «all’inizio del nuovo secolo la povertà di miliardi di uomini e di donne è la questione che più di ogni altra interpella la nostra coscienza umana e cristiana. Essa è resa ancor più drammatica dalla consapevolezza che i maggiori problemi economici del nostro tempo non dipendono dalla mancanza di risorse, ma dal fatto che le attuali strutture economiche, sociali e culturali faticano a farsi carico delle esigenze di un autentico sviluppo».
Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II

Anche in questo ultimo documento il Pontefice ribadisce l’esigenza della socialità; ma è affidata agli uomini di cultura la elaborazione di modelli validi di conciliazione tra il rigore delle leggi economiche e il primato di quell’umanesimo integrale alla cui scuola si formò la nostra generazione di montiniani.
Per dare un contenuto concreto a questo mio breve intervento mi soffermo sul tema dell’Europa, ponendo semplicemente una questione d’esigenza conoscitiva e di metodo di approccio.
Gli italiani oggi anziani si formarono in un clima di nazionalismo e di autarchia, laddove con un ritmo sempre più veloce oggi tutti i problemi valicano le frontiere e diventano non di rado mondiali. La parola globalizzazione è ormai nel vocabolario corrente, con le sue luci e le sue ombre. Arditi disegni di disciplina hanno trovato concretizzazione, almeno come base di accettati interventi tra una parte di Stati aperti alla firma, altri probabili, in altri casi infine ancora molto lontani. È degli ultimi giorni la cronaca dell’incontro di Seattle, che in verità si è resa nota più per le tumultuose manifestazioni di piazza che non per il merito del dibattito e dei contenuti di un mancato accordo almeno per una procedura operativa. L’Organizzazione mondiale del commercio è comunque una delle forti novità costruttive introdotte nell’ordine internazionale che mira a dare sostanza a una politica di mani effettivamente tese verso i Paesi in via di sviluppo. In ragione della materia, l’Unione europea parla o dovrebbe parlare a una sola voce, ma se nei singoli Stati non vi è adeguata e tempestiva conoscenza le ricadute interne finiscono con il bloccare l’attuazione pratica degli impegni assunti. Su questo andrebbe fatto un esame di fondo che ci allontanerebbe dal proposito enunciato.
Cos’è l’Europa? Talvolta anche negli addetti ai lavori – come usa dirsi – non c’è chiarezza sufficiente; forse per un eccesso di modelli e di sigle: Unione europea, Consiglio d’Europa, Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, Unione dell’Europa occidentale, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ecc.
Senza dubbio, per la sua immediata incisività, l’importanza dell’Unione è prevalente, ma se noi esaminiamo lo spazio informativo che viene riservato nei mass media al lavoro del Parlamento di Strasburgo, della Commissione e degli stessi Consigli dei ministri comunitari, vediamo lo scarsissimo rilievo abitualmente dato.
Nell’anno che ora si chiude, tanto per esemplificare, abbiamo avuto quattro importantissime sessioni del Consiglio a livello di capi di Stato e di governo: il 24 e 25 marzo a Berlino, il 3 e 4 giugno a Colonia, il 15 e 16 ottobre a Tampere, e il 10 e 11 dicembre a Helsinki. Forse anche per l’abitudine a enunciazioni molte lunghe (ma non è davvero questo il motivo prevalente) i documenti relativi sono pochissimo conosciuti. Eppure si tratta non solo di linee-guida di grande rilievo per il cammino dell’Unione e per le prospettive di allargamento, ma di prese di posizione incisive sui problemi più scottanti che hanno tormentato il 1999. Cito solo per titoli:
Berlino: Accordo sull’Agenda 2000 per dotare l’Unione di politiche più efficaci e dei mezzi finanziari per attuarle, con spirito di solidarietà, garantendo nello stesso tempo rigore nel bilancio. Si articolano i programmi di settore, ritenendoli idonei ad affrontare le sfide dei prossimi anni e di effettuare con successo l’allargamento, per il quale si fissano obiettivi operativi da conseguirsi entro sei anni (tornerò tra poco su questo). In analogo periodo sono fissate misure per aiutare la crescita di singole zone dell’attuale area dell’Unione bisognevoli di specifici sostegni – compresa Berlino Est – e con particolare attenzione ai progetti di settore dell’ambiente e delle reti transeuropee (il cosiddetto fondo di coesione).
A Berlino si prese anche atto delle dimissioni della Commissione e si designò Romano Prodi alla presidenza, succedendo al lussemburghese Santer.
Tra i temi specifici emerge la situazione del Kosovo, con la ricostruzione dei misfatti della pulizia etnica e l’affermazione che «alle soglie del XXI secolo l’Europa non può tollerare una catastrofe umanitaria al suo interno. Non si può permettere che, nel cuore dell’Europa, la maggioranza della popolazione kosovara sia collettivamente privata dei propri diritti e assoggettata a gravi abusi dei diritti umani. Noi, Paesi dell’Unione europea, abbiamo l’obbligo morale di assicurare che non si ripetano i comportamenti indiscriminati e violenti riscontrati in modo tangibile nel massacro perpetrato a Racak nel gennaio 1999. Abbiamo il dovere di assicurare il ritorno a casa delle centinaia di migliaia di profughi e sfollati. L’aggressione non deve essere premiata. L’aggressore deve sapere che dovrà pagare un prezzo elevato. È questa la lezione da trarre dal XX secolo.
In definitiva spetta a noi assicurare la pace e la cooperazione nella regione. In questo modo sono garantiti i nostri valori europei fondamentali, ossia il rispetto dei diritti dell’uomo e delle minoranze, del diritto internazionale, delle istituzioni democratiche e l’inviolabilità delle frontiere.
Si esortano i dirigenti iugoslavi guidati dal presidente Milosevic ad avere in questa circostanza il coraggio di mutare radicalmente la propria linea politica. Non è ancora troppo tardi» si dice «per fermare la repressione interna e accettare gli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Il solo obiettivo della comunità internazionale è di trovare per il Kosovo un futuro politico, sulla base della sovranità e integrità territoriale della Repubblica Federale di Iugoslavia, che renda giustizia alle preoccupazioni e aspirazioni di tutta la popolazione kosovara.
Gli albanesi del Kosovo hanno dato prova del loro impegno per una soluzione politica, firmando gli accordi di Rambouillet. È di importanza vitale che diano ora prova della massima moderazione.
Si sottolinea che non è nostro intento mantenere la Repubblica Federale di Iugoslavia nell’isolamento che si è autoimposta in Europa e nel mondo. Si vorrebbe al contrario porre fine all’isolamento della Repubblica Federale di Iugoslavia in Europa. Ma perché questo avvenga, Milosevic deve scegliere la via della pace in Kosovo e la via delle riforme e della democratizzazione, compresa la libertà dei mezzi di comunicazione, in tutta la Iugoslavia».
A Berlino, il comunicato finale riguardò anche la questione mediorientale sulla quale l’Europa comunitaria segnò per prima – con la dichiarazione Genscher-Colombo nel 1980 a Venezia – la strada del negoziato, che sembrava allora improponibile. Di fatto il richiamo storico, enunciato ora, alle vecchie risoluzioni dell’Onu 242 e 338 ha più un valore romantico che operativo. Ma è importante l’esplicito accenno ai problemi della Siria e del Libano, senza la soluzione dei quali sarebbe illusorio ritenere possibili decisive soluzioni per i palestinesi ed una pace vera in Israele.


Tre mesi dopo a Colonia si è proceduto alla provvista del nuovo incarico di “segretario generale del Consiglio e del rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune”. È stato scelto lo spagnolo Javier Solana Medariago, fino allora segretario generale della Nato. È un piccolo passo appunto verso la politica estera e di sicurezza comune (la ormai famosa sigla Pesc) che è un obiettivo molto difficile a conseguirsi.
Subito dopo furono affrontati gli scottanti problemi della crescita, occupazione e sviluppo sostenibile. Non ha torto chi reputa troppo lento il cammino relativo, sul quale è appuntata in particolare l’attenzione di tanta gioventù inutilizzata. Ma quanti hanno vissuto i lunghi anni della impossibilità a far accettare le questioni sociali come impegni comuni e non come questioni esclusivamente interne delle singole nazioni, guardano pieni di speranza all’evolversi di queste linee coordinate con l’introduzione dell’euro, scattata, come prefissato, il 1° gennaio 1999.
Leggo dal comunicato finale:
«L’aumento dell’occupazione costituisce tuttora l’obiettivo prioritario per l’Europa. Pertanto, il Consiglio europeo lancia ora l’iniziativa di un patto europeo per l’occupazione ai fini di una riduzione sostenibile della disoccupazione. In tale patto tutte le misure dell’Unione attinenti alla politica occupazionale sono inserite in un progetto globale. Il Consiglio europeo dà il proprio sostegno ai tre pilastri del patto europeo per l’occupazione in cui ravvisa processi a più lungo termine da armonizzare, ossia:
– coordinamento della politica economica e miglioramento, mediante un dialogo macroeconomico, dell’interazione tra evoluzione salariale e politica monetaria, finanziaria e di bilancio per dar vita a una dinamica di crescita sostenibile e non inflazionistica;
– ulteriore sviluppo e più efficace attuazione della strategia coordinata in materia di occupazione per aumentare l’efficienza dei mercati del lavoro migliorando l’occupabilità, l’imprenditorialità, l’adattabilità delle imprese e dei lavoratori, compresa la parità di diritti per quanto riguarda la partecipazione femminile alla forza lavoro;
– riforma e ammodernamento strutturale globale per migliorare le capacità innovative e l’efficienza dei mercati del lavoro, dei beni, dei servizi e dei capitali».
Segue l’enunciazione di linee attraverso le quali questi traguardi possano essere conseguiti, attraverso adeguate innovazioni coerenti con un mondo che sta cambiando. Di qui l’obiettivo di dotare quanto prima tutte le scuole dell’accesso a Internet. Infatti i posti di lavoro del domani sono legati alle modernizzazioni e alla società dell’informazione. Naturalmente vi è uno stretto collegamento con gli adeguamenti nelle politiche economiche e in quella fiscale.
Il Consiglio affrontò subito dopo il delicato argomento dell’indebitamento dei Paesi più poveri, che forma oggetto anche del programma, dirò così, extraliturgico, dell’Anno Santo. Non si tratta solo di enunciazioni e già qualche sollievo è stato deciso.
Non meno significative le deliberazioni del Consiglio sullo «spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia»; e sull’impegno a emanare una Carta dei diritti fondamentali.
Con una logica di progresso istituzionale si è anche indetta una Conferenza intergovernativa che proseguirà, entro l’anno 2000, il cammino di Maastricht e di Amsterdam.
Circa il Kosovo, intervenuta nel frattempo l’azione militare e la installazione sul posto delle strutture di garanzia, il Consiglio non poteva che fare auspici di ricostruzione – più in generale – allargando il discorso alla elaborazione di una strategia comune sui Balcani occidentali, ribadendo l’intento di un patto di stabilità per l’Europa sud-orientale, in un quadro di pacifica strategia comune verso la Russia.


Ciampi, D’Alema e Dini alla sessione straordinaria del Consiglio dei ministri dell’Unione europea a Berlino, il 24 marzo 1999

Ciampi, D’Alema e Dini alla sessione straordinaria del Consiglio dei ministri dell’Unione europea a Berlino, il 24 marzo 1999

Il Consiglio di Tampere, nell’ottobre (semestre finlandese), ha avuto un carattere straordinario per concretizzare lo «spazio di libertà, sicurezza e giustizia» dell’Unione. È iniziato con la partecipazione della presidente del rinnovato Parlamento europeo, signora Nicole Fontaine.
Cito qualche passo:
«Sin dall’inizio l’integrazione europea è stata saldamente basata su un comune impegno per la libertà ancorata ai diritti dell’uomo, alle istituzioni democratiche e allo Stato di diritto. Questi valori comuni si sono rivelati necessari per garantire la pace e sviluppare la prosperità all’interno dell’Unione europea e saranno anche il fondamento per il suo allargamento.
L’Unione europea ha già posto in atto per i suoi cittadini i principali elementi di uno spazio comune di prosperità e pace: un mercato unico, un’unione economica e monetaria e la capacità di raccogliere le sfide politiche ed economiche mondiali. La sfida è ora quella di garantire che tale libertà, che comprende il diritto alla libera circolazione in tutta l’Unione, possa essere goduta in condizioni di sicurezza e di giustizia accessibili a tutti. Si tratta di un progetto che risponde alle preoccupazioni frequentemente espresse dai cittadini e che ha ripercussioni dirette sulla loro vita quotidiana.
Tale libertà non dovrebbe, tuttavia, essere considerata appannaggio esclusivo dei cittadini dell’Unione. La sua stessa esistenza serve da richiamo per molti altri che nel mondo non possono godere della libertà che i cittadini dell’Unione danno per scontata. Sarebbe contrario alle tradizioni europee negare tale libertà a coloro che sono stati legittimamente indotti dalle circostanze a cercare accesso nel nostro territorio. Ciò richiede a sua volta che l’Unione elabori politiche comuni in materia di asilo e immigrazione, considerando nel contempo l’esigenza di un controllo coerente alle frontiere esterne per arrestare l’immigrazione clandestina e combattere coloro che la organizzano commettendo i reati internazionali ad essa collegati. Queste politiche comuni devono basarsi su principi che siano chiari per i nostri cittadini e offrano allo stesso tempo garanzie per coloro che cercano protezione o accesso nell’Unione europea.
Le persone hanno il diritto di esigere che l’Unione affronti la minaccia alla loro libertà e ai loro diritti giuridici costituita dalle forme più gravi di criminalità. Per opporsi a queste minacce occorre uno sforzo comune per prevenire e combattere il crimine e la criminalità organizzata nell’intera Unione. Si impone una mobilitazione congiunta di forze di polizia e strutture giudiziarie per garantire che i criminali non possano trovare nascondigli né occultare i proventi dei loro reati all’interno dell’Unione». Anche per contrastare il riciclaggio del “danaro sporco” sono stati assunti precisi impegni. Infine, per portare avanti il patto di stabilità per l’Europa sud-orientale il Consiglio ha deciso il suo appoggio alla Conferenza per la sicurezza e lo sviluppo dell’area adriatico-ionica che si terrà in Italia nei prossimi mesi.


La quarta riunione – a Helsinki – si è svolta la settimana scorsa e ha affrontato in termini nuovi l’arduo problema dell’allargamento, superando la precedente decisione di classificare in scaglioni diversi i Paesi aspiranti con un calendario di massima per i tempi. Si superano così malcontenti, ma si pongono implicitamente una serie di interrogativi circa la effettiva credibilità del possibile raggiungimento in molti Paesi interessati dei cosiddetti acquis comunitari, cioè delle condizioni economico-sociali minime per entrare nell’Unione. A questo rimescolamento di carte ha certamente contribuito il delicatissimo problema della Turchia, verso la quale sembra doversi ripetere il patetico sospiro del poeta: «Nec tecum nec sine te vivere possumus». Anche la soddisfazione espressa per ritenuti accordi di massima mediati dal segretario generale delle Nazioni Unite per la questione cipriota è letta con qualche dubbio da chi ricorda che ognuno dei segretari generali succedutisi ha ritenuto di essere arrivato a far raggiungere questa intesa. Tuttavia la non opposizione greca alla candidatura turca è un segno comunque positivo.
In un lodevole indirizzo si colloca il richiamo a legiferare meglio e cioè ad una maggior coerenza con i princìpi di sussidiarietà che costituiscono parte essenziale della filosofia comunitaria europea.
Ma ad Helsinki si è affrontato anche un tema che dirò storico nell’Unione, e cioè la possibile difesa militare europea in qualche misura autonoma rispetto alla Nato, premesso però che la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale spetta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Le tesi – di rilevante sostanza – espresse in materia a Helsinki si condensano in queste frasi:
«Il Consiglio europeo sottolinea la propria determinazione a sviluppare una capacità decisionale autonoma e, ove non sia impegnata la Nato nel suo complesso, a lanciare e condurre operazioni militari dirette dall’Ue in risposta a crisi internazionali. Questo processo eviterà sovrapposizioni inutili e non implicherà la creazione di un esercito europeo.
Basandosi sugli orientamenti definiti dal Consiglio europeo di Colonia e sulle relazioni della Presidenza, il Consiglio europeo ha convenuto in particolare quanto segue:
– entro il 2003 gli Stati membri devono essere in grado, grazie ad una cooperazione volontaria alle operazioni dirette dall’Ue, di schierare nell’arco di sessanta giorni e mantenere per almeno un anno forze militari fino a 50-60mila uomini;
– nell’ambito del Consiglio saranno istituiti nuovi organi e strutture politiche e militari per consentire all’Unione di garantire la necessaria guida politica e direzione strategica di tali operazioni, nel rispetto del quadro istituzionale unico;
– saranno elaborate modalità per la piena consultazione, cooperazione e trasparenza tra l’Ue e la Nato, tenendo conto delle esigenze di tutti gli Stati membri dell’Ue;
– saranno definite disposizioni appropriate atte a consentire, nel rispetto dell’autonomia decisionale dell’Unione, ai membri europei della Nato non appartenenti all’Ue e agli altri Stati interessati, di contribuire alla gestione militare delle crisi da parte dell’Ue;
– sarà creato un meccanismo di gestione non militare delle crisi per coordinare e rendere più efficienti i vari mezzi e le varie risorse civili, parallelamente a quelle militari, a disposizione dell’Unione e degli Stati membri».
Anche se in assoluto non si tratta di novità, tuttavia è una esplicitazione di propositi, fino ad ora generici o sottintesi.
Può dirsi con umiltà e realismo che – a parte il chiarimento da chi si pensa ci si debba difendere – questo salto in avanti dei governi deve essere verificato sia con effettive adesioni parlamentari sia con il calcolo preciso degli oneri che comporterà nei bilanci della difesa. Nel passato molte volte si sono bloccate linee anche suggestive di potenziamento europeo delle strutture militari di fronte alla impossibilità di dedicarvi maggiori risorse finanziarie, in un insieme nel quale forte è l’appello alla riduzione della spesa pubblica collegata alla serietà dell’euro.
Vorrei che nessuno dimenticasse, sviato da polemiche politiche, che il modello Nato ha consentito ai Paesi europei di difendersi dall’aggressività sovietica destinando la gran parte delle proprie risorse allo sviluppo e alla elevazione sociale delle categorie che erano a livello insostenibile.
E il modello della Nato non solo salvaguardò dalle aggressioni, ma contribuì non poco a dissolvere il potenziale avversario.


Avviandomi alla conclusione, accenno ad un altro grande argomento che richiederebbe ben più attenzione di quella che raccoglie anche negli ambienti per così dire specializzati. Mi riferisco alla già citata Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, prendendo lo spunto dalla recentissima riunione ad Istanbul (18 e 19 novembre) dei 55 capi di Stato e di governo dell’Organizzazione, che ha le sue radici nell’illuminato Atto di Helsinki del 1975, firmato tra molta indifferenza e non poche ostilità. Non era agevole, infatti, introdurre nella psicologia di un mondo così diviso l’enunciazione di princìpi suggestivi di impegni comuni tra tutti i Paesi europei, gli Stati Uniti d’America e il Canada, per favorire la coesione nel nostro vecchio continente, attraverso convergenze umanitarie, economiche e generali, in un quadro di tutela delle minoranze etniche e di rispetto per i confini usciti dalla guerra.
Ricordo la risposta di Aldo Moro (che firmò a Helsinki sia per l’Italia che come presidente di turno della Comunità) a chi ironizzava sul valore della adesione di quel signor Breznev che continuava ad enunciare la teoria della sovranità limitata dei suoi alleati: «Breznev passerà» disse Moro «e i semi che oggi abbiamo posto daranno il loro frutto». Sta di fatto che, scomparso Breznev ed anche i suoi immediati successori, si sprigionarono motivi di inversione che portarono al crollo del muro di Berlino cui seguì immediatamente la Conferenza di Parigi, che dette dignità di Carta europea alle enunciazioni di quindici anni prima, questa volta con la partecipazione anche dell’unico Stato allora dissenziente: l’Albania. Mi piace sottolineare che l’unico firmatario sia a Helsinki che a Parigi fu il cardinale Agostino Casaroli, rappresentante della Santa Sede.
L’Osce può definirsi insieme concausa ed effetto delle grandi trasformazioni europee ed è uno scenario che può aiutare sia a rimuovere gli attriti con i Paesi insoddisfatti dagli allargamenti dell’Unione europea e della Nato sia ad impedire un logoramento nel rapporto tra l’Europa e i nordamericani.
Nel comunicato della riunione di Istanbul del mese scorso si leggono frasi che suscitano insieme soddisfazione e problemi.
«Abbiamo adottato oggi una Carta per la sicurezza europea al fine di rafforzare la sicurezza e la stabilità nella nostra regione e di migliorare le capacità operative della nostra Organizzazione. Affidiamo al Consiglio permanente dell’Osce il compito di adottare le necessarie decisioni per dare attuazione tempestiva alle nuove iniziative concordate in tale Carta. Il contributo di un’Osce più forte è indispensabile per poter affrontare i rischi e le sfide che minacciano la sua area, per accrescere la sicurezza umana e pertanto influire positivamente sull’esistenza dei singoli individui, il che costituisce l’obiettivo di tutti i nostri sforzi. Ribadiamo senza riserve il nostro impegno di rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali e di astenerci da qualsiasi forma di discriminazione. Ribadiamo inoltre il nostro rispetto delle norme di diritto umanitario internazionale. Assicuriamo il nostro impegno di intensificare gli sforzi per prevenire i conflitti nell’area Osce e, quando questi si verifichino, per risolverli pacificamente. Opereremo in stretta collaborazione con altre organizzazioni ed istituzioni internazionali sulla base della Piattaforma per una sicurezza cooperativa, da noi adottata quale parte della nostra Carta».
Tutto bene, ma come si inserisce questo potenziamento – che io condivido e che anzi reputo indispensabile – nei programmi di crescita tanto dell’Unione dell’Europa occidentale che dell’Alleanza atlantica? È un interrogativo quasi angoscioso che richiede analisi di fondo ed abbandono di compartimenti stagni, di enunciazioni retoriche e di predomini di strutture burocratizzanti.
Sono i grandi temi su cui occorre che le università diano ai politici un sostegno intellettuale e scientifico. E sono le grandi sfide che i giovani hanno oggi dinanzi.
Iddio illumini voi e i vostri maestri per capire quello che tante generazioni del passato non seppero o non vollero. Sta in questo l’invidiabile fascino di essere giovani alle soglie del terzo millennio.


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