ANALISI. Dopo il fallimento della Conferenza dell’Omc a Seattle
Globalizzazione e interdipendenza
Il naufragio della Conferenza ha provato che è stato un errore non confermare Renato Ruggiero alla direzione dell’Omc. L’ex direttore in questo articolo fa il punto sulla crescente globalizzazione della società internazionale: bloccare questo processo porterebbe però all’isolamento dei Paesi più poveri, nonostante crescano i segnali di opposizione nei Paesi industrializzati. Rimane il problema di come governare la globalizzazione
di Renato Ruggiero
Si è chiusa a Seattle, negli Stati Uniti, il 3
dicembre scorso, la terza Conferenza ministeriale della prima
organizzazione internazionale nata dopo la fine della guerra fredda:
l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc o, in inglese, Wto).
L’evento, che ha visto riuniti intorno a uno stesso tavolo i ministri
di 135 Paesi del mondo e le delegazioni di circa 30 Paesi candidati
all’adesione, è stato accompagnato da una folta manifestazione
di protesta contro la globalizzazione e l’Omc, che rappresenterebbe
il motore di questa nuova dinamica realtà a livello mondiale. Alla
protesta, che era già stata anticipata dai giornali americani nei
giorni prima dell’apertura dei lavori, la stampa di tutto il mondo ha
dato ampio risalto.

Non è questo l’unico segnale di una
crescente opposizione presso le opinioni pubbliche, in particolare dei
Paesi più industrializzati, nei confronti della crescente
globalizzazione nella società internazionale.
Cerchiamo, dunque, di chiarire i termini del problema. La globalizzazione è un fenomeno che, in un modo o nell’altro, ha sempre accompagnato lo sviluppo della società umana. Anche l’Impero romano rappresentava ai suoi tempi un fenomeno di globalizzazione. Vi sono sempre stati, sia pure in misura diversa, problemi che si presentano in modo globale alla società umana. Ed è un bene che sia così, poiché in tal modo si accresce il sentimento di interdipendenza tra gli Stati e i popoli.
Oggi, tuttavia, il fenomeno ha acquistato caratteristiche e dimensioni del tutto particolari. Due sono i fattori preponderanti che vi hanno contribuito.
Il primo è rappresentato dalla graduale, ma continua, liberalizzazione dei movimenti di capitale e degli scambi commerciali. Alla fine della seconda guerra mondiale i Paesi industrializzati avevano una protezione doganale alle loro frontiere di circa il 40 per cento. Il sentimento prevalente, in quella fase storica della ricostruzione, fu di disegnare una strategia internazionale che portasse alla graduale eliminazione degli ostacoli agli scambi. Furono questi ostacoli ed il loro alto livello ad accrescere negli anni Trenta i sentimenti protezionistici e nazionalistici che avevano favorito lo scoppio del secondo conflitto mondiale di questo secolo. Di conseguenza, nell’immediato dopoguerra, l’apertura graduale delle frontiere agli scambi fu vista come uno strumento necessario per favorire non solo lo sviluppo economico, ma anche l’interdipendenza e, dunque, una crescente solidarietà a garanzia dello sviluppo pacifico. Fu questa la grande intuizione che, a partire dagli anni Cinquanta, con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, ha portato oggi l’Europa alla creazione della moneta unica.
L’esempio europeo di trasformare Paesi tradizionalmente nemici in un’indissolubile comunità protesa verso l’unione politica e, comunque, l’effetto chiaramente positivo della graduale liberalizzazione degli scambi per lo sviluppo economico sono stati, negli ultimi anni, determinanti nel favorire la creazione di un numero considerevole di zone di libero scambio a carattere regionale. Il duplice effetto della liberalizzazione regionale e di quella multilaterale a livello mondiale ha ormai ridotto la protezione doganale alle frontiere a livelli poco significativi nella maggior parte dei casi. Il livello di protezione dei Paesi industrializzati è ora, in media, di poco inferiore al 4 per cento. Ma permangono settori o prodotti sensibili con forti protezioni in agricoltura e nel tessile. Purtroppo, in molti casi, queste protezioni da parte di Paesi industrializzati colpiscono proprio i Paesi più poveri. Ecco perché l’ultimo round di liberalizzazione degli scambi a Seattle avrebbe dovuto in priorità decidere la completa apertura dei mercati dei Paesi industrializzati a tutti i prodotti in provenienza dai 48 Paesi più poveri del mondo. Era una proposta che avevo già ufficialmente avanzato come direttore generale dell’Omc.
Non vi è dubbio che la liberalizzazione degli scambi abbia fortemente contribuito al grande sviluppo economico che vi è stato, in particolare, negli ultimi anni. Miliardi di uomini hanno lasciato lo stato di povertà assoluta, anche se il loro progresso è tuttora estremamente insoddisfacente. Ma in molti casi il livello di povertà si è aggravato e ciò è inaccettabile. La responsabilità non può però ricadere sul commercio mondiale che, tutti riconoscono, ha fortemente contribuito ad aumentare la ricchezza del mondo, ma deve in gran parte attribuirsi alla grave insufficienza delle politiche di distribuzione della ricchezza prodotta a livello nazionale e internazionale. L’alternativa agli inaccettabili squilibri che vi sono al mondo non è il ripristino di ostacoli alle frontiere. Questi ostacoli danneggerebbero in primo luogo i più poveri che hanno più bisogno degli altri di esportare nei Paesi ricchi e di ricevere investimenti e tecnologie. All’inizio degli anni Cinquanta, soltanto il 7 per cento del prodotto interno lordo mondiale veniva esportato. Oggi, in media, viene esportato il 25 per cento della produzione mondiale, un quarto di quello che ogni Paese produce. Ma si tratta di una media. In realtà, i Paesi in via di sviluppo esportano in media il 38 per cento della loro produzione, ossia molto di più dei Paesi industrializzati.
La conseguenza di una simile liberalizzazione, nonostante i limiti e gli squilibri che la caratterizzano, è stata la creazione di una significativa interdipendenza non solo tra Paesi industrializzati, ma anche tra Paesi in via di sviluppo e Paesi evoluti. La crisi finanziaria del Messico o quella più recente della Thailandia hanno avuto ripercussioni di vasta portata costringendo i Paesi più evoluti e le istituzioni internazionali a intervenire energicamente. Nello stesso tempo, l’apertura dei mercati rimane condizione essenziale per riprendere il cammino della crescita economica.

Il secondo fattore che caratterizza oggi il fenomeno
della globalizzazione in modo assai diverso dal passato è il rapido
e significativo progresso tecnologico. La televisione, il telefono mobile,
il fax, il computer, la diffusione a livello mondiale delle
telecomunicazioni, gli enormi progressi nei trasporti internazionali,
annullano in molti casi i fattori tradizionali del tempo e dello spazio
rendendo, inoltre, le frontiere naturali e amministrative prive di
significato. Il numero dei problemi, in quasi tutti i settori, che
acquistano una dimensione globale tende ad aumentare rapidamente. La loro
soluzione dipende sempre di meno dalle possibilità dei singoli
Stati, per quanto potenti essi siano. La difesa dell’ambiente o
quella della salute, la lotta alla droga o contro la criminalità
organizzata sono alcuni degli esempi più evidenti.
Nello stesso tempo la globalizzazione supera di molto i confini dell’economia. La liberalizzazione dei movimenti di capitale o degli scambi commerciali costituisce tuttora un aspetto di grande importanza, ma sempre di più si sviluppa una dimensione umana. Con il progresso tecnologico anche le idee, le ansie e le speranze degli uomini viaggiano, si diffondono, dunque si globalizzano. Gli stessi fenomeni economici, ad esempio il commercio internazionale, non sono più appannaggio quasi esclusivo di tecnici o di economisti. Gli stessi governi e le organizzazioni internazionali devono sempre più aprirsi nelle loro procedure di decisione ed ascoltare le opinioni e le richieste delle sempre più numerose organizzazioni non governative.
Quando oggi si discute di commercio internazionale non si può più ignorare la connessione che vi è con la salvaguardia dell’ambiente, o con la lotta alla povertà, o con la promozione dei diritti umani e sociali, o con la lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile, o con la difesa della salute o, infine, con la stessa salvaguardia delle diversità culturali.
In altri termini, la Conferenza ministeriale di Seattle che avrebbe dovuto avere come unico obiettivo l’ulteriore liberalizzazione del commercio, in realtà è stata condizionata dal dibattito sui temi appena evocati. Questa è la nuova realtà del dibattito internazionale: la protesta che si sviluppa in alcuni settori delle nostre opinioni pubbliche mostra una crescente domanda di governabilità della globalizzazione e dell’interdipendenza che da essa discende.
Perché tutto questo? In realtà i progressi che sono stati realizzati in modo particolare negli ultimi anni, hanno profondamente modificato gli equilibri mondiali. La governabilità del sistema non deve più tenere conto di un mondo diviso in due, ma di un mondo sempre più interdipendente. Gli aspetti puramente economici della globalizzazione non riescono a fornire tutte le risposte che le opinioni pubbliche attendono. Se è vero che il sistema commerciale mondiale non può ignorare gli aspetti sociali, ambientali e quelli connessi con la salute nell’era dei cibi geneticamente modificati, è anche vero che non può essere il sistema commerciale a fornire tutte le risposte a questi problemi la cui natura è ben diversa. È questo un aspetto che merita chiarezza. La protesta si accentra molte volte sul sistema commerciale e sulla liberalizzazione anche in mancanza, a livello mondiale, di un quadro istituzionale più articolato. Il pericolo è di ridare fiato alle forze protezioniste senza fare un solo passo per la soluzione di questi problemi. Quali obiettivi si vogliono raggiungere attaccando l’Organizzazione mondiale del commercio? Chi può razionalmente sostenere che un ripristino delle barriere tra gli Stati, le economie e i popoli o l’indebolimento delle regole che governano gli scambi e che sono state negoziate sulla base del consenso dai Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo possano favorire la soluzione dei problemi sociali, ambientali o della salute?
La conclusione è che tutto ciò che può portare ad avvicinare i popoli è tendenzialmente positivo e va perseguito. In questa direzione si muovono la liberalizzazione economica e il progresso tecnologico. Ma il loro apporto deve essere accompagnato dallo sviluppo di altre politiche a livello mondiale che possano creare le condizioni necessarie a uno sviluppo equilibrato, dove gli squilibri intollerabili oggi presenti in ampie parti del mondo, la salvaguardia dei diritti umani e sociali, la difesa dell’ambiente, la difesa della salute abbiano la tutela che le opinioni pubbliche chiedono con forza.
Se la protesta dovesse invece indebolire il movimento verso la globalizzazione, si indebolirebbe anche l’interdipendenza che unisce i popoli. L’alternativa sarebbe una maggiore distanza fra i popoli, più chiusura alle frontiere, più egoismi nazionali, ancora meno solidarietà di quella che vi è oggi. È questo l’obiettivo che si vuole raggiungere?
Anche dopo Seattle bisogna battersi per dare un volto umano alla globalizzazione economica, richiamando l’attenzione dei leaders del mondo anche su questa forte domanda di progresso di tutte le politiche necessarie allo sviluppo equilibrato della società umana. Abbiamo bisogno di un migliore assetto istituzionale a livello mondiale con un’accresciuta presenza dei Paesi in via di sviluppo e di quelli meno avanzati, abbiamo bisogno di estendere il dibattito ai temi non puramente economici, abbiamo bisogno di migliorare la governabilità del sistema mondiale. Nessuno poteva chiedere ai 135 ministri del Commercio riuniti a Seattle di rispondere a tutti i problemi del mondo. Ma la Conferenza doveva dimostrare di volere essere parte di questo processo verso una migliore governabilità della vita internazionale.

Produzione industriale nel terzo mondo. Scrive Renato Ruggiero: «Quando oggi si discute di commercio internazionale non si può ignorare la connessione che vi è con la lotta alla povertà e la salvaguardia dell’ambiente»
Cerchiamo, dunque, di chiarire i termini del problema. La globalizzazione è un fenomeno che, in un modo o nell’altro, ha sempre accompagnato lo sviluppo della società umana. Anche l’Impero romano rappresentava ai suoi tempi un fenomeno di globalizzazione. Vi sono sempre stati, sia pure in misura diversa, problemi che si presentano in modo globale alla società umana. Ed è un bene che sia così, poiché in tal modo si accresce il sentimento di interdipendenza tra gli Stati e i popoli.
Oggi, tuttavia, il fenomeno ha acquistato caratteristiche e dimensioni del tutto particolari. Due sono i fattori preponderanti che vi hanno contribuito.
Il primo è rappresentato dalla graduale, ma continua, liberalizzazione dei movimenti di capitale e degli scambi commerciali. Alla fine della seconda guerra mondiale i Paesi industrializzati avevano una protezione doganale alle loro frontiere di circa il 40 per cento. Il sentimento prevalente, in quella fase storica della ricostruzione, fu di disegnare una strategia internazionale che portasse alla graduale eliminazione degli ostacoli agli scambi. Furono questi ostacoli ed il loro alto livello ad accrescere negli anni Trenta i sentimenti protezionistici e nazionalistici che avevano favorito lo scoppio del secondo conflitto mondiale di questo secolo. Di conseguenza, nell’immediato dopoguerra, l’apertura graduale delle frontiere agli scambi fu vista come uno strumento necessario per favorire non solo lo sviluppo economico, ma anche l’interdipendenza e, dunque, una crescente solidarietà a garanzia dello sviluppo pacifico. Fu questa la grande intuizione che, a partire dagli anni Cinquanta, con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, ha portato oggi l’Europa alla creazione della moneta unica.
L’esempio europeo di trasformare Paesi tradizionalmente nemici in un’indissolubile comunità protesa verso l’unione politica e, comunque, l’effetto chiaramente positivo della graduale liberalizzazione degli scambi per lo sviluppo economico sono stati, negli ultimi anni, determinanti nel favorire la creazione di un numero considerevole di zone di libero scambio a carattere regionale. Il duplice effetto della liberalizzazione regionale e di quella multilaterale a livello mondiale ha ormai ridotto la protezione doganale alle frontiere a livelli poco significativi nella maggior parte dei casi. Il livello di protezione dei Paesi industrializzati è ora, in media, di poco inferiore al 4 per cento. Ma permangono settori o prodotti sensibili con forti protezioni in agricoltura e nel tessile. Purtroppo, in molti casi, queste protezioni da parte di Paesi industrializzati colpiscono proprio i Paesi più poveri. Ecco perché l’ultimo round di liberalizzazione degli scambi a Seattle avrebbe dovuto in priorità decidere la completa apertura dei mercati dei Paesi industrializzati a tutti i prodotti in provenienza dai 48 Paesi più poveri del mondo. Era una proposta che avevo già ufficialmente avanzato come direttore generale dell’Omc.
Non vi è dubbio che la liberalizzazione degli scambi abbia fortemente contribuito al grande sviluppo economico che vi è stato, in particolare, negli ultimi anni. Miliardi di uomini hanno lasciato lo stato di povertà assoluta, anche se il loro progresso è tuttora estremamente insoddisfacente. Ma in molti casi il livello di povertà si è aggravato e ciò è inaccettabile. La responsabilità non può però ricadere sul commercio mondiale che, tutti riconoscono, ha fortemente contribuito ad aumentare la ricchezza del mondo, ma deve in gran parte attribuirsi alla grave insufficienza delle politiche di distribuzione della ricchezza prodotta a livello nazionale e internazionale. L’alternativa agli inaccettabili squilibri che vi sono al mondo non è il ripristino di ostacoli alle frontiere. Questi ostacoli danneggerebbero in primo luogo i più poveri che hanno più bisogno degli altri di esportare nei Paesi ricchi e di ricevere investimenti e tecnologie. All’inizio degli anni Cinquanta, soltanto il 7 per cento del prodotto interno lordo mondiale veniva esportato. Oggi, in media, viene esportato il 25 per cento della produzione mondiale, un quarto di quello che ogni Paese produce. Ma si tratta di una media. In realtà, i Paesi in via di sviluppo esportano in media il 38 per cento della loro produzione, ossia molto di più dei Paesi industrializzati.
La conseguenza di una simile liberalizzazione, nonostante i limiti e gli squilibri che la caratterizzano, è stata la creazione di una significativa interdipendenza non solo tra Paesi industrializzati, ma anche tra Paesi in via di sviluppo e Paesi evoluti. La crisi finanziaria del Messico o quella più recente della Thailandia hanno avuto ripercussioni di vasta portata costringendo i Paesi più evoluti e le istituzioni internazionali a intervenire energicamente. Nello stesso tempo, l’apertura dei mercati rimane condizione essenziale per riprendere il cammino della crescita economica.

Renato Ruggiero
Nello stesso tempo la globalizzazione supera di molto i confini dell’economia. La liberalizzazione dei movimenti di capitale o degli scambi commerciali costituisce tuttora un aspetto di grande importanza, ma sempre di più si sviluppa una dimensione umana. Con il progresso tecnologico anche le idee, le ansie e le speranze degli uomini viaggiano, si diffondono, dunque si globalizzano. Gli stessi fenomeni economici, ad esempio il commercio internazionale, non sono più appannaggio quasi esclusivo di tecnici o di economisti. Gli stessi governi e le organizzazioni internazionali devono sempre più aprirsi nelle loro procedure di decisione ed ascoltare le opinioni e le richieste delle sempre più numerose organizzazioni non governative.
Quando oggi si discute di commercio internazionale non si può più ignorare la connessione che vi è con la salvaguardia dell’ambiente, o con la lotta alla povertà, o con la promozione dei diritti umani e sociali, o con la lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile, o con la difesa della salute o, infine, con la stessa salvaguardia delle diversità culturali.
In altri termini, la Conferenza ministeriale di Seattle che avrebbe dovuto avere come unico obiettivo l’ulteriore liberalizzazione del commercio, in realtà è stata condizionata dal dibattito sui temi appena evocati. Questa è la nuova realtà del dibattito internazionale: la protesta che si sviluppa in alcuni settori delle nostre opinioni pubbliche mostra una crescente domanda di governabilità della globalizzazione e dell’interdipendenza che da essa discende.
Perché tutto questo? In realtà i progressi che sono stati realizzati in modo particolare negli ultimi anni, hanno profondamente modificato gli equilibri mondiali. La governabilità del sistema non deve più tenere conto di un mondo diviso in due, ma di un mondo sempre più interdipendente. Gli aspetti puramente economici della globalizzazione non riescono a fornire tutte le risposte che le opinioni pubbliche attendono. Se è vero che il sistema commerciale mondiale non può ignorare gli aspetti sociali, ambientali e quelli connessi con la salute nell’era dei cibi geneticamente modificati, è anche vero che non può essere il sistema commerciale a fornire tutte le risposte a questi problemi la cui natura è ben diversa. È questo un aspetto che merita chiarezza. La protesta si accentra molte volte sul sistema commerciale e sulla liberalizzazione anche in mancanza, a livello mondiale, di un quadro istituzionale più articolato. Il pericolo è di ridare fiato alle forze protezioniste senza fare un solo passo per la soluzione di questi problemi. Quali obiettivi si vogliono raggiungere attaccando l’Organizzazione mondiale del commercio? Chi può razionalmente sostenere che un ripristino delle barriere tra gli Stati, le economie e i popoli o l’indebolimento delle regole che governano gli scambi e che sono state negoziate sulla base del consenso dai Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo possano favorire la soluzione dei problemi sociali, ambientali o della salute?
La conclusione è che tutto ciò che può portare ad avvicinare i popoli è tendenzialmente positivo e va perseguito. In questa direzione si muovono la liberalizzazione economica e il progresso tecnologico. Ma il loro apporto deve essere accompagnato dallo sviluppo di altre politiche a livello mondiale che possano creare le condizioni necessarie a uno sviluppo equilibrato, dove gli squilibri intollerabili oggi presenti in ampie parti del mondo, la salvaguardia dei diritti umani e sociali, la difesa dell’ambiente, la difesa della salute abbiano la tutela che le opinioni pubbliche chiedono con forza.
Se la protesta dovesse invece indebolire il movimento verso la globalizzazione, si indebolirebbe anche l’interdipendenza che unisce i popoli. L’alternativa sarebbe una maggiore distanza fra i popoli, più chiusura alle frontiere, più egoismi nazionali, ancora meno solidarietà di quella che vi è oggi. È questo l’obiettivo che si vuole raggiungere?
Anche dopo Seattle bisogna battersi per dare un volto umano alla globalizzazione economica, richiamando l’attenzione dei leaders del mondo anche su questa forte domanda di progresso di tutte le politiche necessarie allo sviluppo equilibrato della società umana. Abbiamo bisogno di un migliore assetto istituzionale a livello mondiale con un’accresciuta presenza dei Paesi in via di sviluppo e di quelli meno avanzati, abbiamo bisogno di estendere il dibattito ai temi non puramente economici, abbiamo bisogno di migliorare la governabilità del sistema mondiale. Nessuno poteva chiedere ai 135 ministri del Commercio riuniti a Seattle di rispondere a tutti i problemi del mondo. Ma la Conferenza doveva dimostrare di volere essere parte di questo processo verso una migliore governabilità della vita internazionale.