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ITALIA
tratto dal n. 12 - 1999

I “salva gente”


La sofferenza e i momenti critici nell’esistenza dei singoli hanno anche un effetto sulla società. Il sottosegretario di Stato per il Lavoro e la Previdenza sociale lancia qui la proposta di creare delle nuove figure professionali: tecnici in grado di aiutare le persone a recuperare il proprio equilibrio in tutti gli ambienti in cui vivono e lavorano


di Bianca Maria Fiorillo


Un volontario presta assistenza domiciliare a un disabile

Un volontario presta assistenza domiciliare a un disabile

Freddezza, cinismo, calcolo e indifferenza. Altre volte uno sforzo encomiabile di solidarietà e volontariato, ma la gran parte del privato e del pubblico, se da un lato con correttezza mira al tornaconto, dall’altro sembra costretta a dimenticare l’importanza dei diritti civili da condividere assieme. Salvo il momento in cui qualcosa colpisce così a fondo da compromettere il modo quotidiano di gestire la vita. Allora, tutto si ferma, le sicurezze vengono meno e al freddo calcolo quotidiano si sostituisce la sofferenza. È quello che gli psicologi chiamano “momento critico” dell’esistenza. Si verifica, per esempio, quando una persona rimane colpita da un evento grave, come una malattia fisica o psichica, oppure un incidente, un trauma, infine un lutto. Colpiti da un grave impoverimento fisico, oppure mentale o affettivo, la mutazione diventa radicale: le cose che fino a ieri avevano senso, poi non ne hanno più. Quando una persona subisce simili esperienze di “perdita” si determina una sofferenza individuale, ma di riflesso anche sociale. Gli effetti a cascata ricadono inevitabilmente in modo dannoso anche sulla realtà economica e lavorativa in cui il soggetto è inserito. Quella freddezza che dicevamo ha imparato a calcolare anche questo danno economico. In Italia lo si comincia a fare, ma negli Stati Uniti, per esempio, si misura da tempo la diminuzione di capacità lavorativa di un dipendente reduce da una malattia, oppure colpito da un grave lutto. Però si comincia anche a trovare qualche soluzione. In Italia, al grave problema individuale risponde talvolta (quando è possibile), la famiglia, o qualche amico, mai la società. Invece una risposta pratica e concreta, fondata sui diritti civili, avrebbe numerosi vantaggi: aiutare la singola persona nella situazione critica, ridurre ed ammortizzare il danno sociale ed economico, diffondere una nuova cultura dell’intervento e dell’assistenza nei luoghi di lavoro. Ecco un progetto di studio al quale si sta lavorando. Si tratta di accompagnare in forme scientificamente corrette e tecnicamente adeguate le persone colpite da episodi gravi fino al momento in cui non abbiano completamente recuperato il proprio equilibrio. Non intervenendo nella sfera privata, ma fornendo strumenti adeguati nell’ambito degli ambienti di lavoro, di studio, eccetera. Un intervento che presuppone il supporto di adeguate competenze professionali, peraltro già rintracciabili nel mondo della psicologia e della medicina, delle scienze della formazione e dell’educazione, nel mondo del lavoro e delle università. Una delle prime idee in corso di studio consiste nell’individuazione di iniziative utili al fine di formare professionisti da inserire in numerose realtà sociali e produttive, come le grandi e le medie strutture aziendali, pubbliche e private, gli ospedali e le case di assistenza. Medici e psicologi, ma anche filosofi e teorici del diritto, per nuove figure professionali ben radicate nel sistema della conoscenza e capaci di diventare reali supporti nelle “situazioni critiche”. Un’utopia? Di sicuro una nuova idea, anche una sfida, capace comunque di cercare risposte a un problema antico che non trova soluzioni nel nuovo sistema sociale. Freddo e cinico, appunto, ma incapace e debole di fronte ai traumi e alle ferite naturali. Quelle quotidiane.


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