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RIFORMA SCOLASTICA
tratto dal n. 12 - 1999

Casati, Gentile, Bottai, Berlinguer: è lo Stato centrale che fa l’uomo nuovo?


Continua il dibattito sulla proposta di legge che dovrebbe trasformare l’assetto complessivo dei corsi scolastici. Dopo i due interventi dei parlamentari apparsi sullo scorso numero a favore della riforma, ne pubblichiamo uno fortemente critico


di Mario Mauro


La proposta di riforma dei cicli recentemente approvata dalla Camera, proponendo una trasformazione radicale dell’assetto complessivo dei percorsi scolastici, apre una serie di problemi complessi e non facili da risolvere da qui all’ipotetico 2001, anno di avvio della riforma stessa.
Una foto di Robert Doisneau tratta dal libro Les doigts pleins d’encre, Editions Hoëbeke, 1989

Una foto di Robert Doisneau tratta dal libro Les doigts pleins d’encre, Editions Hoëbeke, 1989

Vorrei in un primo momento cercare di elencare i nodi organizzativi di più immediata evidenza, entrando in un secondo tempo nel merito dei limiti del modello proposto. Prima di tutto, però, mi preme mettere in rilievo come l’attuazione della riforma prenda le mosse dalla deliberata intenzione di spaccare il Paese in due, riconfermando l’ipotesi di un seconda Repubblica che nasce nel segno del monopolio statale dell’istruzione al pari della prima e in cui il tempo-scuola si espande a dismisura diminuendo ulteriormente il ruolo della famiglia. Questo processo di riforma è stato condotto dal ministro Berlinguer, infatti, a colpi di maggioranza rigettando con ostinazione qualsivoglia proposta di modifica anche proveniente dal centro del suo stesso schieramento, ma soprattutto ignorando la possibilità di una riforma del sistema educativo che potesse fiorire col contributo di tutte le culture rilevanti nella vita e nella storia del Paese. Ed è proprio questo che appare estremamente pericoloso: se ci sarà anche l’approvazione da parte del Senato verrà consegnata al ministro una delega in bianco, grazie alla quale, in nome della “modernizzazione”, dell’aggiornamento “curriculare”, dei “nuovi esperti”, dell’adeguamento “a standard europei” e a una migliore rispondenza della formazione ai “sistemi produttivi”, potrà distruggere le basi tradizionali della cultura italiana, oscurare le sue radici classiche e cristiane, imporre alla scuola una ideologia di Stato. Un’anteprima di questa operazione è nell’ormai tristemente famosa legge sull’aumento dell’obbligo scolastico, in cui, con un escamotage organizzativo di basso profilo e per certi versi incomprensibile (appunto l’aumento dell’obbligo da 14 a 15 anni) si è riusciti a sradicare la realtà delle scuole professionali, che rispondevano a un preciso filone di storia del nostro Paese. Il modulo razionalistico della cultura comunista ha reciso così, dalle radici, esperienze nate dal realismo cattolico. Naturalmente in un progetto comunista non può mancare l’assolutezza della centralizzazione: tutto dal Ministero, tutto con il Ministero, tutto sotto il Ministero romano. La cultura della rivoluzione si è fatta alla fine pura reazione, togliendo ogni competenza alle regioni e sbarrando la strada a qualsiasi forma di federalismo nel campo dell’istruzione, passaggio ineludibile oggi per chi pretenda realmente di innovare in questo comparto. Casati, Gentile, Bottai, Berlinguer: la medesima cultura: è lo Stato centrale che fa l’uomo nuovo. Tant’è che anche nella forma la legge dei cicli è una legge ordinamentale, non una norma generale sull’istruzione (cfr. comma 2, art. 33 della Costituzione): parte, appunto, dalla pretesa dello Stato educatore di gestire proprie scuole, quali organi dello Stato, non ancora quindi autonome. Più volte da più parti, a questo riguardo, è stato affermato che una pianificazione delle scuole italiane è impossibile per principio e fallimentare di fatto. In questo senso la novità principale, quella di passare da tredici a dodici anni, trasformando una struttura “5+3+5” in una struttura “7+2+3”, lascia inalterate tutte le contraddizioni del sistema. Per partire da quella più recente, il piano di razionalizzazione del Ministero della Pubblica istruzione scoraggiava la cosiddetta “verticalizzazione”, incoraggiando la fusione tra scuole dello stesso livello: oggi invece – almeno a livello di obbligo – si propone esattamente il contrario. Il Ministero è libero di cambiare idea, se ritiene che la seconda sia migliore della prima, ma si può capire, credo, un notevole sconcerto in chi fruisce del servizio. Quanto agli insegnanti, la logica vorrebbe che nel ciclo primario avessero uno statuto comune, come anche i capi di istituto. Non si può ridurre a una questione di difesa dello status la resistenza dei docenti dell’attuale obbligo a passare dalla media alle elementari e viceversa: non solo essi hanno percorsi formativi diversi (per cui, ad esempio, la gran parte dei maestri laureati è laureata in pedagogia e non in un’area disciplinare), ma alcuni hanno scelto l’uno o l’altro tipo di scuola in ragione dei problemi collegati all’insegnamento a una specifica fascia d’età. Si dovrà ripensare in modo radicale sia la collocazione contrattuale, sia soprattutto la formazione, poiché il corso di laurea in Scienze della formazione primaria, costruito su di una struttura di scuola destinata a scomparire, è stato varato in modo frettoloso (per usare un eufemismo), visto che, a fronte di uno sforzo progettuale rilevante, l’esistenza del doppio canale, il bando del megaconcorso e lo scollamento tra struttura esistente e struttura futura hanno ridotto al minimo storico le iscrizioni. Sempre per quanto riguarda gli insegnanti, la distinzione tra insegnante generalista, proprio delle elementari, e insegnante specialista, proprio delle medie, è già stata distorta dall’introduzione dei moduli, che di fatto ha in qualche misura perso di vista l’unità della persona-bambino affidandone la tutela all’accordo tra tre o più docenti: mi chiedo se il ripensamento del ciclo primario su 7 anni non finisca con l’impedire il recupero, almeno per i primi due o tre anni, di una figura di insegnante di riferimento, che potrebbe essere propria degli attuali maestri, riservando una progressiva differenziazione delle aree disciplinari agli anni successivi, su cui potrebbero operare, probabilmente con una necessaria riqualificazione, una parte degli attuali insegnanti medi. L’ultimo biennio dell’obbligo mi sembra, poi, quello che pone i maggiori problemi organizzativi, ferme restando tre caratteristiche: il carattere orientativo, la flessibilità e l’equilibrio tra approfondimento dei saperi fondamentali, avvio ai saperi specifici e acquisizione di esperienze pratiche. La critica, infatti, che ho sentito più spesso è che in questo modo si riduce la scuola superiore a un livello di squallida genericità, perché non è possibile un approfondimento in soli tre anni di quello che si faceva in cinque, e per di più attribuendo a questa “scuoletta” il nome ipocrita di liceo. La licealizzazione di tutti i percorsi di istruzione secondaria (art. 4, comma 2 della legge sui cicli) è, poi, una ulteriore affermazione di una ideologia statalista e istruzionista, oltre che idealista. Il mito egualitarista, se ha valore quando intende affermare la pari dignità delle persone, delle opzioni culturali e del lavoro di tutti gli uomini, non ha senso quando intende livellare ogni uomo sui medesimi standard culturali e professionali: è un’assurdità! Infatti, da questo punto di vista, tutti gli uomini – e le donne – sono diversi. Nel passaggio al Senato si potranno avere delle modifiche anche non irrilevanti, che potranno riguardare sia la struttura che i contenuti. Tuttavia, a meno che non si decida di mantenere l’attuale modello, o di adottarne uno meno traumatico, ad esempio conservando gli otto anni della scuola di base e riducendo a quattro la secondaria, la gestione della transizione si presenta come una sfida di tale portata che vi si gioca non solo la credibilità dei decisori politici, ma anche e soprattutto il destino stesso del sistema formativo. E in questo senso il grave pericolo è che le altre istituzioni sociali deputate all’educazione, e in primis la famiglia, siano di fatto espropriate delle loro funzioni. L’alterazione della visione della società e dello Stato propria della nostra Carta costituzionale è, infatti, profonda. L’equilibrio tra «le formazioni sociali» dell’articolo 2 della Costituzione italiana e lo Stato in veste sussidiaria si rompe, a tutto vantaggio di uno statalismo alla men peggio camuffato da autonomia scolastica, che mortifica il pluralismo educativo delle società intermedie e di base. L’esperienza educativa, infatti, checché ne pensi Berlinguer, ha senso se è ordinata secondo natura e società e non secondo Stato e partito.


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