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12 - 1999 >
Casati, Gentile,
Bottai, Berlinguer:
è lo Stato centrale
che fa l’uomo nuovo?
Casati, Gentile, Bottai, Berlinguer: è lo Stato centrale che fa l’uomo nuovo?
Continua il dibattito sulla proposta di legge che dovrebbe trasformare l’assetto complessivo dei corsi scolastici. Dopo i due interventi dei parlamentari apparsi sullo scorso numero a favore della riforma, ne pubblichiamo uno fortemente critico
di Mario Mauro
La proposta di riforma dei
cicli recentemente approvata dalla Camera, proponendo una trasformazione
radicale dell’assetto complessivo dei percorsi scolastici, apre una
serie di problemi complessi e non facili da risolvere da qui
all’ipotetico 2001, anno di avvio della riforma stessa.

Vorrei in un primo momento cercare di elencare i nodi
organizzativi di più immediata evidenza, entrando in un secondo
tempo nel merito dei limiti del modello proposto. Prima di tutto,
però, mi preme mettere in rilievo come l’attuazione della
riforma prenda le mosse dalla deliberata intenzione di spaccare il Paese in
due, riconfermando l’ipotesi di un seconda Repubblica che nasce nel
segno del monopolio statale dell’istruzione al pari della prima e in
cui il tempo-scuola si espande a dismisura diminuendo ulteriormente il
ruolo della famiglia. Questo processo di riforma è stato condotto
dal ministro Berlinguer, infatti, a colpi di maggioranza rigettando con
ostinazione qualsivoglia proposta di modifica anche proveniente dal centro
del suo stesso schieramento, ma soprattutto ignorando la possibilità
di una riforma del sistema educativo che potesse fiorire col contributo di
tutte le culture rilevanti nella vita e nella storia del Paese. Ed è
proprio questo che appare estremamente pericoloso: se ci sarà anche
l’approvazione da parte del Senato verrà consegnata al
ministro una delega in bianco, grazie alla quale, in nome della
“modernizzazione”, dell’aggiornamento
“curriculare”, dei “nuovi esperti”,
dell’adeguamento “a standard europei” e a una migliore
rispondenza della formazione ai “sistemi produttivi”,
potrà distruggere le basi tradizionali della cultura italiana,
oscurare le sue radici classiche e cristiane, imporre alla scuola una
ideologia di Stato. Un’anteprima di questa operazione è
nell’ormai tristemente famosa legge sull’aumento
dell’obbligo scolastico, in cui, con un escamotage organizzativo di
basso profilo e per certi versi incomprensibile (appunto l’aumento
dell’obbligo da 14 a 15 anni) si è riusciti a sradicare la
realtà delle scuole professionali, che rispondevano a un preciso
filone di storia del nostro Paese. Il modulo razionalistico della cultura
comunista ha reciso così, dalle radici, esperienze nate dal realismo
cattolico. Naturalmente in un progetto comunista non può mancare
l’assolutezza della centralizzazione: tutto dal Ministero, tutto con
il Ministero, tutto sotto il Ministero romano. La cultura della rivoluzione
si è fatta alla fine pura reazione, togliendo ogni competenza alle
regioni e sbarrando la strada a qualsiasi forma di federalismo nel campo
dell’istruzione, passaggio ineludibile oggi per chi pretenda
realmente di innovare in questo comparto. Casati, Gentile, Bottai,
Berlinguer: la medesima cultura: è lo Stato centrale che fa
l’uomo nuovo. Tant’è che anche nella forma la legge dei
cicli è una legge ordinamentale, non una norma generale
sull’istruzione (cfr. comma 2, art. 33 della Costituzione): parte,
appunto, dalla pretesa dello Stato educatore di gestire proprie scuole,
quali organi dello Stato, non ancora quindi autonome. Più volte da
più parti, a questo riguardo, è stato affermato che una
pianificazione delle scuole italiane è impossibile per principio e
fallimentare di fatto. In questo senso la novità principale, quella
di passare da tredici a dodici anni, trasformando una struttura
“5+3+5” in una struttura “7+2+3”, lascia inalterate
tutte le contraddizioni del sistema. Per partire da quella più
recente, il piano di razionalizzazione del Ministero della Pubblica
istruzione scoraggiava la cosiddetta “verticalizzazione”,
incoraggiando la fusione tra scuole dello stesso livello: oggi invece
– almeno a livello di obbligo – si propone esattamente il
contrario. Il Ministero è libero di cambiare idea, se ritiene che la
seconda sia migliore della prima, ma si può capire, credo, un
notevole sconcerto in chi fruisce del servizio. Quanto agli insegnanti, la
logica vorrebbe che nel ciclo primario avessero uno statuto comune, come
anche i capi di istituto. Non si può ridurre a una questione di
difesa dello status
la resistenza dei docenti dell’attuale obbligo a passare dalla media
alle elementari e viceversa: non solo essi hanno percorsi formativi diversi
(per cui, ad esempio, la gran parte dei maestri laureati è laureata
in pedagogia e non in un’area disciplinare), ma alcuni hanno scelto
l’uno o l’altro tipo di scuola in ragione dei problemi
collegati all’insegnamento a una specifica fascia d’età.
Si dovrà ripensare in modo radicale sia la collocazione
contrattuale, sia soprattutto la formazione, poiché il corso di
laurea in Scienze della formazione primaria, costruito su di una struttura
di scuola destinata a scomparire, è stato varato in modo frettoloso
(per usare un eufemismo), visto che, a fronte di uno sforzo progettuale
rilevante, l’esistenza del doppio canale, il bando del megaconcorso e
lo scollamento tra struttura esistente e struttura futura hanno ridotto al
minimo storico le iscrizioni. Sempre per quanto riguarda gli insegnanti, la
distinzione tra insegnante generalista, proprio delle elementari, e
insegnante specialista, proprio delle medie, è già stata
distorta dall’introduzione dei moduli, che di fatto ha in qualche
misura perso di vista l’unità della persona-bambino
affidandone la tutela all’accordo tra tre o più docenti: mi
chiedo se il ripensamento del ciclo primario su 7 anni non finisca con
l’impedire il recupero, almeno per i primi due o tre anni, di una
figura di insegnante di riferimento, che potrebbe essere propria degli
attuali maestri, riservando una progressiva differenziazione delle aree
disciplinari agli anni successivi, su cui potrebbero operare, probabilmente
con una necessaria riqualificazione, una parte degli attuali insegnanti
medi. L’ultimo biennio dell’obbligo mi sembra, poi, quello che
pone i maggiori problemi organizzativi, ferme restando tre caratteristiche:
il carattere orientativo, la flessibilità e l’equilibrio tra
approfondimento dei saperi fondamentali, avvio ai saperi specifici e
acquisizione di esperienze pratiche. La critica, infatti, che ho sentito
più spesso è che in questo modo si riduce la scuola superiore
a un livello di squallida genericità, perché non è
possibile un approfondimento in soli tre anni di quello che si faceva in
cinque, e per di più attribuendo a questa “scuoletta” il
nome ipocrita di liceo. La licealizzazione di tutti i percorsi di
istruzione secondaria (art. 4, comma 2 della legge sui cicli) è,
poi, una ulteriore affermazione di una ideologia statalista e
istruzionista, oltre che idealista. Il mito egualitarista, se ha valore
quando intende affermare la pari dignità delle persone, delle
opzioni culturali e del lavoro di tutti gli uomini, non ha senso quando
intende livellare ogni uomo sui medesimi standard culturali e professionali:
è un’assurdità! Infatti, da questo punto di vista,
tutti gli uomini – e le donne – sono diversi. Nel passaggio al
Senato si potranno avere delle modifiche anche non irrilevanti, che
potranno riguardare sia la struttura che i contenuti. Tuttavia, a meno che
non si decida di mantenere l’attuale modello, o di adottarne uno meno
traumatico, ad esempio conservando gli otto anni della scuola di base e
riducendo a quattro la secondaria, la gestione della transizione si
presenta come una sfida di tale portata che vi si gioca non solo la
credibilità dei decisori politici, ma anche e soprattutto il destino
stesso del sistema formativo. E in questo senso il grave pericolo è
che le altre istituzioni sociali deputate all’educazione, e in primis la famiglia, siano
di fatto espropriate delle loro funzioni. L’alterazione della visione
della società e dello Stato propria della nostra Carta
costituzionale è, infatti, profonda. L’equilibrio tra
«le formazioni sociali» dell’articolo 2 della
Costituzione italiana e lo Stato in veste sussidiaria si rompe, a tutto
vantaggio di uno statalismo alla men peggio camuffato da autonomia
scolastica, che mortifica il pluralismo educativo delle società
intermedie e di base. L’esperienza educativa, infatti, checché
ne pensi Berlinguer, ha senso se è ordinata secondo natura e
società e non secondo Stato e partito.

Una foto di Robert Doisneau tratta dal libro Les doigts pleins d’encre, Editions Hoëbeke, 1989