Oh, si tu savais combien je t’aime
Cenni di memoria e di speranza. Ascoltando un canto di padre Cocagnac
di Fabio Pierangeli
«Oh, si tu savais combien je t’aime, tu retournerais
Jérusalem!/ Et le poids de tes péchés eux-mêmes,
te ramènerait, Jérusalem» («Oh, se tu sapessi
quanto ti amo, tu ritorneresti, Gerusalemme!/ E il peso dei tuoi stessi
peccati/ ti ricondurebbe a me, Gerusalemme»).
È il ritornello di uno dei canti più belli di padre Cocagnac, Chant de penitence.
Vi si respira fortemente il sentimento dell’invincibile certezza e letizia cristiana: la fedeltà misericordiosa e imprevedibile di Dio.
«Se tu sapessi quanto ti amo». L’esperienza del «quanto ti amo» (magari in uno sguardo, in un invito a stare insieme di amici) muove, commuove, inaspettatamente. Si rivela dentro i grandi avvenimenti (la conversione di san Matteo o di san Paolo) ma più spesso attraverso fatti, incontri, una trama nella trama della vita, un filo d’oro. «Questo canto è bellissimo: la Bibbia, la parola di Dio, l’atteggiamento di Dio con l’uomo è dentro lì, non nella tua paura o nel tremore o nella tua presunzione, non nel giudicare l’esito di quello che fa Dio su di te perché ti lascia nella debolezza per cui sbagli e sei umiliato da questo»*.

Al di fuori di «questo atteggiamento» il
nobile riconoscimento dei propri errori, quando raramente accade, porta
alla disperazione. Allora, come nell’antico mito di Edipo, ripreso in
chiave moderna da Cesare Pavese, ci si può solo accecare per
l’orrore.
Accade anche in un certo episodio della storia di Miguel Mañara, o nella tormentata notte dell’Innominato manzoniano che riconosce i delitti della sua vita con tale intensità da accarezzare l’idea del suicidio, e fermarsi solo per la paura della morte: «A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte».
Ma può esserci qualcosa d’altro, «una più che curiosità»: «Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni coll’usata inneffabil cortesia?» (Michelangelo). Per l’Innominato, «il tormentato esaminator di se stesso», è il volto di Lucia e soprattutto, subito dopo quella notte, il guardare («guardava, guardava») verso qualcosa che stava accadendo sotto la sua finestra. Una gioia intravista, che prima gli trasmette rabbia, a confronto con i suoi tormenti, ma poi: «Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune […]. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa».
Sull’abisso della disperazione è anche Miguel Mañara. La tentazione è grande. Contenuta in questa frase disperata, annichilente, rivolta a Girolama e a cui la giovane donna risponde senza indecisioni.
«Miguel: “Come è triste la vita: quello che è fatto è fatto, quello che è compiuto è compiuto”. Girolama: “Non sono affatto d’accordo”».
Giussani ha commentato proprio questa battuta del dramma di Milosz: «Quando uno s’arresta fisso con gli occhi o col muso dentro alle scorie dei suoi peccati, come Miguel Mañara quando entra in monastero, s’annichila: vincono i suoi peccati, è stretto d’assedio, imprigionato, distrutto come speranza da quello che ha fatto. […] Che cosa poteva far pronunciare [a Girolama] questa ribellione [«Non sono affatto d’accordo!»]? [...] Che cosa spezza questa malìa del passato, questa malìa del malvagio, questa suggestione del male? La suggestione del male fatto è molto peggiore che il male fatto. Che cosa spacca questa malìa, questa magia, questa suggestione? Che cosa? L’attimo presente, il quale può essere un “no”, un “no” che quindi conferma il passato, conclude il passato, sotterra l’individuo, rende male anche il presente, oppure, “Simone, mi ami tu?”, quel “sì”: il respiro con cui Pietro rispose “sì” era il presente che annulla il passato, il presente che aprendosi al divino permette che il divino azzeri tutto il passato. La morale non incomincia con l’elencare tutte le coerenze che abbiamo avuto, tutte le cose buone che abbiamo fatto. La morale incomincia col “sì” che un bambino potrebbe dire a sua madre. […] Simon Pietro, mentre dice “sì” a Gesù, affermando col presente un divino che atterra e azzera tutto il male passato, permette al divino di entrare nel presente. Dire a Gesù: “Sì, Tu lo sai che io Ti amo” è uguale a dire: “Signore, vieni”»*.
La malìa del peccato e l’attimo presente («Basta poco per sciogliersi [anche da secoli di tristezza]. Lo sguardo che ho sempre desiderato», ha scritto, è attuale, tempo addietro, un amico).
Come nel finale del Chant de penitence (che aveva precedentemente evocato proprio il tradimento di Pietro: «Non siamo migliori di san Pietro, ma lui ne piangeva»).
«Nous ne sommes pas meilleurs que les autres/ malgré nos prétentions./ Nous ne sommes pas meilleurs que les autres/ bien que nous le croyons./ Mais pourtant quand tu veux/ il passe dans nos yeux/ une lueur de feu,/ et c’est un jour radieux./ Et nous sommes alors plus proches des autres/ malgré nos divisions./ Et nous sommes alors plus proches des autres/et nous te retrouvons» («Non siamo migliori degli altri/ nonostante le nostre pretese./ Non siamo migliori degli altri/ sebbene lo crediamo./ Tuttavia, quando Tu lo vuoi,/ passa nei nostri occhi/ una luce di fuoco,/ ed è un giorno radioso./ E allora siamo più vicini agli altri/ nonostante le nostre divisioni./ E allora siamo più vicini agli altri/ e ritroviamo Te»).
La vittoria sulla morte (il peso dei peccati) può essere una confidenza inaspettata e misericordiosa. L’ultimo giorno dell’anno liturgico, nella festa di Cristo re, la Chiesa invita a ricordare il momento, in questo senso, più stupefacente. Un autore non credente, suicida, come Guido Morselli, rievoca così questo incontro, con un’infinita nostalgia, con il desiderio di essere lui (come in Dissipatio H. G.) ad incontrare, in questo modo, la salvezza:
«Proprio nell’ora culminante della Passione s’incontra una figura che si solleva potente sul meschino livello comune, come per riscattare la nostra indigente natura. Intendo, il ladrone che si converte […]. Il miracolo è puro miracolo, non ha tramiti né strumenti […]. Il ladrone non solo scopre Dio in questo punto, ma lo riconosce incarnato nella creatura che gli è accanto rea, secondo la sentenza degli uomini, al pari di lui […]. L’ignoto ladrone non ha alle spalle secoli di cristiana religiosità, e il dato soggettivo a cui la sua novella fede si applica, è riassunto nello stesso sciagurato avvenimento che si sta verificando: non vi sono altri dati esterni, e quello è così poco trascendente, così poco sublime che egli, ribaldo meritatamente condannato, vi può prendere parte».
È bastato guardare verso quella Presenza, capace di amare e perdonare («se tu sapessi quanto ti amo»). Allora il peso dei propri peccati può non condurre ad accecarsi per l’orrore (o nella maggior parte dei casi ad una sorda e ottusa indifferenza) ma a domandare di poter guardare («Signore, vieni»): «L’uomo si ammala del suo errore. Ma il Signore gli va vicino e, come all’assassino, gli sussurra: “Ecco, oggi sarai con me in Paradiso”».
*Le frasi sono di Luigi Giussani. La prima e la terza, da appunti presi da chi scrive in incontri del novembre 1998; la seconda è tratta dal libro La gloria di Cristo ovvero la Sua vittoria nel tempo, Sei-30Giorni, Roma 1997, pp. 156-157.
È il ritornello di uno dei canti più belli di padre Cocagnac, Chant de penitence.
Vi si respira fortemente il sentimento dell’invincibile certezza e letizia cristiana: la fedeltà misericordiosa e imprevedibile di Dio.
«Se tu sapessi quanto ti amo». L’esperienza del «quanto ti amo» (magari in uno sguardo, in un invito a stare insieme di amici) muove, commuove, inaspettatamente. Si rivela dentro i grandi avvenimenti (la conversione di san Matteo o di san Paolo) ma più spesso attraverso fatti, incontri, una trama nella trama della vita, un filo d’oro. «Questo canto è bellissimo: la Bibbia, la parola di Dio, l’atteggiamento di Dio con l’uomo è dentro lì, non nella tua paura o nel tremore o nella tua presunzione, non nel giudicare l’esito di quello che fa Dio su di te perché ti lascia nella debolezza per cui sbagli e sei umiliato da questo»*.

Gesù guarda e chiama Zaccheo, particolare dei mosaici della Basilica di San Marco (XII secolo), Venezia
Accade anche in un certo episodio della storia di Miguel Mañara, o nella tormentata notte dell’Innominato manzoniano che riconosce i delitti della sua vita con tale intensità da accarezzare l’idea del suicidio, e fermarsi solo per la paura della morte: «A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte».
Ma può esserci qualcosa d’altro, «una più che curiosità»: «Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni coll’usata inneffabil cortesia?» (Michelangelo). Per l’Innominato, «il tormentato esaminator di se stesso», è il volto di Lucia e soprattutto, subito dopo quella notte, il guardare («guardava, guardava») verso qualcosa che stava accadendo sotto la sua finestra. Una gioia intravista, che prima gli trasmette rabbia, a confronto con i suoi tormenti, ma poi: «Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune […]. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa».
Sull’abisso della disperazione è anche Miguel Mañara. La tentazione è grande. Contenuta in questa frase disperata, annichilente, rivolta a Girolama e a cui la giovane donna risponde senza indecisioni.
«Miguel: “Come è triste la vita: quello che è fatto è fatto, quello che è compiuto è compiuto”. Girolama: “Non sono affatto d’accordo”».
Giussani ha commentato proprio questa battuta del dramma di Milosz: «Quando uno s’arresta fisso con gli occhi o col muso dentro alle scorie dei suoi peccati, come Miguel Mañara quando entra in monastero, s’annichila: vincono i suoi peccati, è stretto d’assedio, imprigionato, distrutto come speranza da quello che ha fatto. […] Che cosa poteva far pronunciare [a Girolama] questa ribellione [«Non sono affatto d’accordo!»]? [...] Che cosa spezza questa malìa del passato, questa malìa del malvagio, questa suggestione del male? La suggestione del male fatto è molto peggiore che il male fatto. Che cosa spacca questa malìa, questa magia, questa suggestione? Che cosa? L’attimo presente, il quale può essere un “no”, un “no” che quindi conferma il passato, conclude il passato, sotterra l’individuo, rende male anche il presente, oppure, “Simone, mi ami tu?”, quel “sì”: il respiro con cui Pietro rispose “sì” era il presente che annulla il passato, il presente che aprendosi al divino permette che il divino azzeri tutto il passato. La morale non incomincia con l’elencare tutte le coerenze che abbiamo avuto, tutte le cose buone che abbiamo fatto. La morale incomincia col “sì” che un bambino potrebbe dire a sua madre. […] Simon Pietro, mentre dice “sì” a Gesù, affermando col presente un divino che atterra e azzera tutto il male passato, permette al divino di entrare nel presente. Dire a Gesù: “Sì, Tu lo sai che io Ti amo” è uguale a dire: “Signore, vieni”»*.
La malìa del peccato e l’attimo presente («Basta poco per sciogliersi [anche da secoli di tristezza]. Lo sguardo che ho sempre desiderato», ha scritto, è attuale, tempo addietro, un amico).
Come nel finale del Chant de penitence (che aveva precedentemente evocato proprio il tradimento di Pietro: «Non siamo migliori di san Pietro, ma lui ne piangeva»).
«Nous ne sommes pas meilleurs que les autres/ malgré nos prétentions./ Nous ne sommes pas meilleurs que les autres/ bien que nous le croyons./ Mais pourtant quand tu veux/ il passe dans nos yeux/ une lueur de feu,/ et c’est un jour radieux./ Et nous sommes alors plus proches des autres/ malgré nos divisions./ Et nous sommes alors plus proches des autres/et nous te retrouvons» («Non siamo migliori degli altri/ nonostante le nostre pretese./ Non siamo migliori degli altri/ sebbene lo crediamo./ Tuttavia, quando Tu lo vuoi,/ passa nei nostri occhi/ una luce di fuoco,/ ed è un giorno radioso./ E allora siamo più vicini agli altri/ nonostante le nostre divisioni./ E allora siamo più vicini agli altri/ e ritroviamo Te»).
La vittoria sulla morte (il peso dei peccati) può essere una confidenza inaspettata e misericordiosa. L’ultimo giorno dell’anno liturgico, nella festa di Cristo re, la Chiesa invita a ricordare il momento, in questo senso, più stupefacente. Un autore non credente, suicida, come Guido Morselli, rievoca così questo incontro, con un’infinita nostalgia, con il desiderio di essere lui (come in Dissipatio H. G.) ad incontrare, in questo modo, la salvezza:
«Proprio nell’ora culminante della Passione s’incontra una figura che si solleva potente sul meschino livello comune, come per riscattare la nostra indigente natura. Intendo, il ladrone che si converte […]. Il miracolo è puro miracolo, non ha tramiti né strumenti […]. Il ladrone non solo scopre Dio in questo punto, ma lo riconosce incarnato nella creatura che gli è accanto rea, secondo la sentenza degli uomini, al pari di lui […]. L’ignoto ladrone non ha alle spalle secoli di cristiana religiosità, e il dato soggettivo a cui la sua novella fede si applica, è riassunto nello stesso sciagurato avvenimento che si sta verificando: non vi sono altri dati esterni, e quello è così poco trascendente, così poco sublime che egli, ribaldo meritatamente condannato, vi può prendere parte».
È bastato guardare verso quella Presenza, capace di amare e perdonare («se tu sapessi quanto ti amo»). Allora il peso dei propri peccati può non condurre ad accecarsi per l’orrore (o nella maggior parte dei casi ad una sorda e ottusa indifferenza) ma a domandare di poter guardare («Signore, vieni»): «L’uomo si ammala del suo errore. Ma il Signore gli va vicino e, come all’assassino, gli sussurra: “Ecco, oggi sarai con me in Paradiso”».
*Le frasi sono di Luigi Giussani. La prima e la terza, da appunti presi da chi scrive in incontri del novembre 1998; la seconda è tratta dal libro La gloria di Cristo ovvero la Sua vittoria nel tempo, Sei-30Giorni, Roma 1997, pp. 156-157.