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05 - 2002 >
«Il mio desiderio è che in questa casa si formino dei sacerdoti santi»
La Pontificia accademia ecclesiastica
«Il mio desiderio è che in questa casa si formino dei sacerdoti santi»
Intervista con monsignor Justo Mullor García, presidente della prestigiosa scuola da cui escono i diplomatici del papa: «I nunzi, in genere, hanno una visione più universale di un pastore, ma non è sempre così. Giovanni Paolo II, per esempio, non è stato diplomatico, però quando era arcivescovo di Cracovia ha percorso il mondo e lo conosceva bene, malgrado stesse in uno spazio molto particolare e circostanziato dell’Europa»
di Stefano Maria Paci

monsignor Justo Mullor García conversa con alcuni studenti
Da due anni, a capo di questa prestigiosa scuola di nunzi c’è uno spagnolo, monsignor Justo Mullor García. Ambasciatore vaticano in tante parti del mondo, dal Portogallo all’Africa, dal Belgio al Messico, è stato il primo rappresentante permanente al Consiglio d’Europa e osservatore della Santa Sede alla sede Onu di Ginevra. È stato anche il primo nunzio apostolico in Lituania e negli altri due Paesi baltici, quando l’Unione Sovietica smise di occuparli. Sotto la sua guida si sono svolte le celebrazioni per i 300 anni di vita dell’Accademia.
Monsignor Mullor, una scuola per diventare nunzi, cioè ambasciatori della Santa Sede. Che differenza c’è rispetto alle normali scuole nelle quali si formano gli ambasciatori degli Stati?
MONSIGNOR JUSTO MULLOR GARCÍA: Le differenze sono tante. Qui non si viene per imparare a rappresentare uno Stato, ma per rappresentare la Chiesa cattolica. Una comunità di oltre un miliardo di credenti diffusa in tutto il mondo e stretta attorno al Papa. Chi esce da qui dovrà portare, non solo al miliardo di cattolici che vivono nel mondo, ma a tutti gli uomini, quella che si chiama “romanità”. Roma è il centro della fede, qui vive il cuore della Chiesa. Non a caso i nostri diplomatici sono sacerdoti, e provengono da tutto il pianeta: hanno orizzonti culturali diversi, ma sono uniti da un’unica fede. La romanità è la chiave di volta della cattolicità, l’espressione di una realtà che, nel rispetto della varietà delle culture e di tutte le legittime opzioni sociopolitiche che ne derivano, oltre che unità diventa quotidiana comunione di fede intorno al successore di Pietro. La Pontificia accademia ecclesiastica è una scuola di questa romanità, una scuola di diplomazia, che è una pastorale molto specifica.
Abitualmente si immaginano i diplomatici come persone abilissime, che sanno districarsi nelle diverse situazioni mondane, che sanno all’occorrenza fingere, che hanno orecchie dappertutto per poter informare i loro governi. Insomma, un’immagine diversa da quella di un santo, quale invece ci si aspetterebbe da un sacerdote...
MULLOR GARCÍA: Non tutti i diplomatici, nemmeno quelli laici, corrispondono a tale immagine. Conosco dei grandi professionisti che non hanno alcun bisogno di ricorrere alla finzione o ad altre risorse più o meno discutibili per raggiungere scopi di dialogo e di intesa utili agli Stati che rappresentano. D’altronde, il diplomatico della Santa Sede è un diplomatico atipico particolarmente vincolato da imperativi morali e perfino pastorali. Il mio desiderio è che in questa casa si formino dei sacerdoti autentici. Sono convinto che dobbiamo andare nel mondo senza furbizia alcuna. Certo, il Vangelo dice – e lo dice a tutti i cristiani – che occorre essere scaltri come serpenti e semplici come colombe. Questa regola è perfetta per i nunzi, ma anche per altri cristiani immersi in lavori mondani che potrebbero essere considerati a rischio: la politica, il giornalismo, la pubblicità. Ma le nostre linee di condotta sono molto lontane dalle regole suggerite da Niccolò Machiavelli nel suo Principe. Viviamo in un mondo che diviene ogni giorno più complesso, condizionato da molti interessi materiali. Ma i nostri interessi non sono materiali, anche quando devono essere espressi, per esempio, in termini legali oppure giuridici. Noi cerchiamo di portare il Vangelo, di comunicare la fede cattolica che da esso promana, di far conoscere l’amore di Cristo per ogni uomo e le conseguenze sociali che ne derivano, come la dignità fondamentale della persona umana, e far sì che le politiche degli Stati o delle organizzazioni umanitarie si adeguino il più possibile a questo. Dunque siamo esattamente agli antipodi del Principe machiavellico e della sua astuzia.
Ma anche per i nunzi della Santa Sede c’è una specie di “ragion di Stato”, un interesse superiore che giustifica comportamenti e scelte?
MULLOR GARCÍA: No, non c’è nessuna ragion di Stato a cui obbedire. Anzi, proprio Giovanni Paolo II, quando l’anno scorso è venuto a trovarci qui in Accademia, ce lo ha ricordato in termini quanto mai precisi ed espliciti: «Voi non sarete promotori – né potreste mai esserlo – di alcuna ragion di Stato». Era come dirci: «Non dovrete mai agire per nessuna ragione di Stato» ci ha detto. «Se necessario, potrete essere martiri ma mai dovrete essere condizionati da motivazioni estranee al Vangelo o alle tradizioni della Chiesa. Non dovrete sottoporvi mai ad un interesse concreto in nessuno Stato e in nessun regime del mondo». Nel Novecento ci sono stati nunzi che si sono confrontati con gravissimi problemi: basti pensare al nunzio Eugenio Pacelli, poi diventato Pio XII, o ai suoi successori a Berlino durante l’avvento del nazismo. O a quelli che sono stati costretti ad abbandonare i Paesi di residenza per motivi di guerra. Questi nunzi hanno vissuto in situazioni difficili e mai il loro comportamento si è basato su interessi esclusivamente temporali. Per loro contava la giustizia, la libertà religiosa, la difesa dei diritti umani, la protezione dei più poveri: tutti interessi radicalmente distanti dalla ragion di Stato.
Insomma, i nunzi difendono l’uomo, e non solo gli interessi ecclesiali...
MULLOR GARCÍA: Sì. Perché Cristo ha inviato i suoi discepoli al mondo per redimere l’uomo: ogni uomo e in ogni parte del mondo. La Chiesa difende l’uomo, perché – come ha detto Giovanni Paolo II – l’uomo è la strada della Chiesa. Questo è molto importante in un momento di grande disumanizzazione: si disumanizzano i rapporti sociali, l’uomo diventa spesso un numero, e perfino nella nobile arte della medicina, nata per curare l’uomo malato, si insinuano a volte atteggiamenti dissumanizzanti. L’uomo oggi è sottoposto a nuove, imponenti oppressioni: sembra quasi stia nascendo una nuova cultura i cui “totem” sono la prosperità economica, l’immagine, la pubblicità, il pensiero debole, il benessere materiale, gli atteggiamenti “politically correct”, l’etica individualista. Oggi più che mai, sia all’interno dei singoli Paesi che nei fori internazionali, la Chiesa e la Santa Sede cercano di difendere la persona umana. Il secolo scorso fu il secolo della questione sociale. Mi domando se quello presente non sarà il secolo della questione umana.
Come si viene avviati alla carriera di diplomatico della Santa Sede? Chi sceglie i candidati?
MULLOR GARCÍA: I candidati vengono scelti dai vescovi e proposti alla Santa Sede. Qui non amiamo le “autocandidature”. Sarebbe una distorsione della propria vocazione sacerdotale se uno volesse autonomamente decidere di servire la Chiesa solo in un determinato settore. Sono i vescovi che propongono e poi la Santa Sede manda i nostri allievi nel mondo intero.
E cosa accade quando gli studenti escono da questa scuola per iniziare il loro lavoro diplomatico?
MULLOR GARCÍA: Prima fanno un tirocinio in una nunziatura e nella Segreteria di Stato, poi gli viene affidata una destinazione definitiva. Gireranno per diverse nunziature, per acquisire maggiore esperienza.
Quanto dura la formazione qui?
MULLOR GARCÍA: Normalmente intorno a tre anni. Un futuro diplomatico deve avere una licenza in diritto canonico e una laurea in qualunque altro settore delle scienze sacre: filosofia, storia, teologia, scienze bibliche.
Come ci si prepara a diventare diplomatici della Santa Sede? Cosa accade, in questa scuola, durante questi tre anni?
MULLOR GARCÍA: Qui non si vive soltanto, ma si convive. Da noi vengono sacerdoti dal mondo intero. I venticinque allievi che ci sono attualmente vengono da quindici nazioni e dai cinque continenti. E ognuno condivide con gli altri una parte della propria esperienza. Vivono quell’esperienza che la chiesa chiama “romanità”. Sono uomini che arrivano qui con differenti culture, poi le culture si integrano, si mettono insieme in questa Roma che, da san Pietro in poi, è la casa del papa. Qui c’è un posto per tutti e da qui si esce per andare in tutto il mondo. Chi si forma in questa casa, quando esce non porta con sé soltanto la propria cultura, ma porta anche la visione universale della Chiesa, che è cattolica. Questa non è una casa internazionale, ma una casa universale.
Sinteticamente, quali direbbe siano le caratteristiche di un bravo diplomatico della Santa Sede?
MULLOR GARCÍA: Il diplomatico della Santa Sede è un sacerdote con una vocazione generica normale: poi questa vocazione anziché essere sviluppata in una parrocchia viene indirizzata verso una nunziatura. O verso un servizio alla Santa Sede a Roma. Il sacerdozio resterà sempre la sostanza della sua vita, il servizio diplomatico sarà sempre un accidente, per quanto importante e determinante per lui e per gli altri. Questa è una scuola diplomatica, certo, ma la sua radice profonda è quella di formare sacerdoti-testimoni nel mondo, sempre più complesso, dei rapporti internazionali.
Molti papi, come per esempio Pio XII e Giovanni XXIII, prima di essere eletti al pontificato hanno svolto la funzione di nunzi della Santa Sede. Secondo lei, che valore aggiunto viene dato, a un pontificato, da questa esperienza?
MULLOR GARCÍA: Il nunzio di per sé ha un’esperienza più universale di quella che può avere un pastore locale. E questo può aiutare a comprendere la complessità dei problemi che un papa si trova ad affrontare nel pianeta. Ma oggi, con i mezzi di comunicazione che esistono, questa limitazione può essere facilmente superata. Giovanni Paolo II, per esempio, non è stato diplomatico. Però quando era arcivescovo di Cracovia ha percorso il mondo e lo conosceva bene, malgrado stesse in uno spazio molto particolare e circostanziato dell’Europa. L’importante, per un papa, è avere una visione integrale dell’uomo e della storia. La può avere, per grazia di Dio, un diplomatico, la può avere anche un qualsiasi pastore.
Monsignor Mullor, lei dirige questa prestigiosa scuola da due anni. Cosa ha pensato, quando ha accettato l’incarico? Che tipo di impronta desidera lasciare?
MULLOR GARCÍA: La prima cosa che desidero è che da questa casa esca qualche santo. Non si tratta di un’utopia: tra i nostri ex alunni figurano due grandi figure i cui processi di canonizzazione sono in corso: Paolo VI e il cardinale Merry del Val. Anche monsignor Canovai, morto in odore di santità nella nunziatura di Buenos Aires, cammina verso gli altari. Il beato Giovanni XXIII, prima nunzio e poi romano pontefice, resta per tutti noi un esempio. In secondo luogo, amo pensare che i nostri alunni sono qui per diventare esperti in umanità: vorrei quindi che chiunque esca da questa casa lo faccia con una vera passione per l’uomo. Perché l’uomo ha bisogno di Cristo e della sua Chiesa, sia esso cattolico o non cattolico. La mia più grande soddisfazione sarebbe sapere che i diplomatici pontifici che noi abbiamo formato siano e restino sacerdoti 24 ore al giorno. In qualunque parte del mondo e a qualunque difficoltà politica, sociale e umana si trovino di fronte. Qui cerchiamo di formare non soltanto dei buoni esperti in rapporti internazionali, ma convinti servitori della Chiesa e del mondo. q
Brani tratti dagli interventi pronunciati
durante la celebrazione
del III centenario
della Pontificia accademia ecclesiastica nell’aula
del Sinodo in Vaticano
il 17 maggio 2002
Cardinale Roger Etchegaray
Presidente emerito del Pontificio Consiglio
della giustizia e della pace
La carità, lungi dall’intralciare la giustizia, affina lo sguardo e permette di cogliere degli aspetti fino a quel momento sconosciuti, di dissodare degli spazi che consegnerà poi, appena possibile, alla giustizia, della quale essa allarga sempre di più i confini. Quante volte, in ogni angolo della terra, io ho incontrato dei cristiani, laici e religiosi, che attraverso la loro presenza caritativa sono vicinissimi alle popolazioni e alle loro aspirazioni: grazie all’attenzione vigilante dei nunzi e dei delegati apostolici, essi possono essere considerati come dei preziosi collaboratori della diplomazia pontificia.
Cardinale Angelo Sodano
Segretario di Stato vaticano
«Pasci i miei agnelli... pasci le mie pecore» (Gv 21, 15-17): è il mandato che Cristo resuscitato, prima di salire al cielo, ha lasciato all’apostolo Pietro e, in lui, a tutti i suoi successori.
Iniziava così l’opera apostolica dei romani pontefici, in risposta alla missione loro affidata dal Signore. Sin dai primi secoli dell’era cristiana, essi hanno esercitato il loro ufficio tramite diversi rappresentanti: diaconi, presbiteri di Roma ed anche vescovi, inviati ai Concili di Nicea, di Efeso e di Costantinopoli. [...] Si può legittimamente affermare che fra le varie finalità delle missioni diplomatiche della Santa Sede – finalità tutte importanti e nobili – emerge quella di assicurare i vincoli di unità ecclesiale. Così è stato ieri e così deve essere anche oggi. [...] Se tutti i fedeli devono impegnarsi per vivere personalmente e per mantenere tale unità, ciò compete, in primo luogo, a chi è stato posto dal Signore a capo della sua Chiesa. Strumenti di collaborazione per l’unità sono appunto i 110 rappresentanti pontifici , che oggi operano sia presso gli Stati sia presso gli organismi internazionali.
Janne Haaland Matlary
Professore di Politica internazionale
all’Università di Oslo
La Santa Sede è, temo, il solo protagonista della politica internazionale che oggi promuove una coerente visione dell’essere umano basata sulla dignità di ogni persona. La presenza e l’azione della Santa Sede non è quindi mai stata così necessaria. Oggi ai diritti umani si dà una nuova definizione che può significare qualsiasi cosa, e davvero pochi protagonisti della scena pubblica osano andare contro la corrente del politically correct come è promossa dalle Ong e dagli Stati occidentali forti.
Ma se il diritto alla vita non è il primo diritto, come possiamo parlare di qualsiasi altro diritto umano? Le capacità razionali e intellettuali della Santa Sede e il suo modo di promuovere i diritti umani, modo basato sulla evidente legge naturale, sono assolutamente necessari e provocano oggi resistenze su vasta scala sulla scena politica internazionale.
Joël- Benoît d’Onorio
Direttore dell’Istituto europeo
delle relazioni Chiesa-Stato
La diplomazia pontificia appare oramai decisamente moderna, inserita nella sua epoca e protagonista dei suoi tempi, in nulla estranea a ciò che riguarda la vita degli uomini e l’avvenire dell’umanità. E si mostra anche portatrice, in un mondo spesso disorientato, di principi fissi e di valori immutabili, per poco che i suoi membri rimangano fedeli al motto della loro Accademia-madre: «Ut non circumferamur omni vento doctrinae» (Non ci lasciamo trasportare da ogni vento di dottrina).
Questo è il più grande servizio che i diplomatici della Santa Sede potranno rendere alla comunità internazionale nell’effervescenza dei popoli e nel tumulto delle nazioni.