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MÉDECIN SANS FRONTIÈRES
tratto dal n. 11 - 1999

La pace e il buon samaritano


L’assegnazione del Premio Nobel per la pace a Médecins sans frontières non esalta soltanto i meriti umanitari di questa associazione, ma ripropone il principio che vuole la medicina come servizio all’uomo che, più di ogni altro, è mediatore di incontro tra i popoli, di solidarietà e di pacifica convivenza


del cardinale Fiorenzo Angelini


VOLONTARI IN PRIMA LINEA. Tanzania, 1995: volontari di Médecins sans frontières tra i rifugiati provenienti dal Ruanda nel campo di Benaco

VOLONTARI IN PRIMA LINEA. Tanzania, 1995: volontari di Médecins sans frontières tra i rifugiati provenienti dal Ruanda nel campo di Benaco

Il mondo ha salutato con unanime favore l’attribuzione del Premio Nobel per la pace 1999 all’associazione o organizzazione non governativa Médecins sans frontières.
Il meritato riconoscimento è stata preziosa occasione per far conoscere a un pubblico enormemente più vasto una realtà che onora la scienza e l’arte medica nella sua innata finalità di servizio all’uomo.
Già nel 1994, l’Alto Commissariato per le Nazioni Unite per i rifugiati aveva assegnato all’associazione la sua massima onorificenza, la Medaglia Nansen per l’opera prestata, ma la cosa ebbe scarsa eco nei media.
Nata in Francia nel dicembre 1971, l’associazione Médecins sans frontières è oggi costituita da 19 sezioni nazionali, tra le quali anche l’Italia; conta più di 2.500 volontari di quasi cinquanta nazionalità che operano in 85 Paesi; vanta, inoltre, più di 1.200.000 aderenti e 2.500.000 tra donatori e sostenitori privati.
Lo scopo statutario dell’associazione di prestare opera di soccorso alle popolazioni povere, alle vittime delle catastrofi di origine naturale o umana, alle vittime della guerra, senza discriminazione alcuna sia essa razziale, religiosa o politica e in spirito di neutralità e imparzialità, non è una scelta, per così dire, innovativa, bensì l’applicazione coerente dell’etica professionale medica che, da Ippocrate ai nostri giorni, ha come criterio deontologico irrinunciabile quello di servire la vita, tutta la vita e la vita di ciascun essere umano.
L’altissimo riconoscimento conferito all’associazione Medici senza frontiere è stato giustamente considerato come un passo avanti, sul piano internazionale, della presa di coscienza della priorità della difesa, della promozione e dell’affermazione dei diritti umani fondamentali. Questo dato, tuttavia, non deve lasciare in ombra il più profondo significato del merito acquisito dai Medici senza frontiere. Questo merito, infatti, sta proprio nell’aver assunto l’assistenza sanitaria quale servizio che, più di ogni altro, è mediatore di costruttivo incontro tra i popoli, di solidarietà e di pacifica convivenza.
Se ogni essere umano dice relazione agli altri, chi pratica l’assistenza sanitaria come educazione preventiva, come diagnosi, come terapia e come riabilitazione, lo è in modo del tutto particolare, e direi esclusivo.
Mi si consentano alcuni riferimenti personali, al solo scopo di sottolineare la rilevanza dell’aspetto cui accennavo.
Mentre in Francia nasceva l’associazione Médecins sans frontières, pubblicavo in Italia il volume Il medico, un uomo per tutti in cui sostenevo la necessità e l’urgenza di restituire all’arte medica quel taglio di servizio universale, il solo in grado di gettare un ponte di incontro e di pace tra regimi e sistemi ideologicamente, politicamente e anche militarmente contrapposti. E la riprova di questa valenza della medicina l’ebbi in maniera tangibile quando fui nell’Unione Sovietica, per prendere parte a iniziative di indole sanitaria, molti anni prima del crollo del suo impero; fui tre volte a Cuba allorché (1987-1988), nell’isola caraibica le difficoltà per la Chiesa erano assai più consistenti di oggi; partecipai, quale ascoltato rappresentante della Santa Sede, al summit di Londra (1987) in cui i rappresentanti di 130 governi discussero sull’Aids; presi parte agli incontri, a livello di governo, dei Paesi del Gruppo Contadora per trattare dei problemi della sanità e della salute, in un momento in cui alcuni dei Paesi che facevano parte del Gruppo erano in guerra tra loro; fui nella Repubblica Popolare Cinese prima dei fatti di Tien AnMen; visitai alcune zone della Croazia quando ancora vi infuriava la guerra; mi recai in Paesi africani, dove covavano cruenti scontri civili.
In ognuna di queste circostanze, trattandosi di problemi riguardanti la sanità e la salute, non fu necessario alcun visto ideologico, perché salute e malattia non hanno estrazione culturale, ideologica, politica e religiosa che possa scontrarsi con qualcosa e con qualcuno. Toccai con mano la verità di quanto sarebbe stato scritto più tardi nella enciclica Evangelium vitae (1995) da Giovanni Paolo II, e cioè che «la difesa e la promozione della vita non sono monopolio di nessuno, ma compito e responsabilità di tutti» e che, se resta vero che «nella vita c’è sicuramente un valore sacro e religioso, in nessun modo esso interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti».
Questo principio che si direbbe ovvio, fatica invece a essere assunto come elemento centrale nella preparazione e nella formazione di quanti scelgono di operare nel campo della sanità e della salute.
AL SERVIZIO DELLA VITA. Honduras, 1998: una dottoressa di Médecins sans frontières visita un bambino a Mesa Grande

AL SERVIZIO DELLA VITA. Honduras, 1998: una dottoressa di Médecins sans frontières visita un bambino a Mesa Grande

Nel mondo diviso di oggi, l’espressione “medici senza frontiere” va, perciò, parafrasata in “medici di frontiera”. È peculiare della medicina non avere frontiere, ma nella società in cui viviamo, attuare questo principio porta a essere “medici di frontiera”, cioè pionieri nell’affermazione e nella prassi di una dimensione irrinunciabile di quella solidarietà di cui molto si parla, come sempre accade quando si avverte la difficoltà di attuarla.
Nel 1976, in Libano, un gruppo di 56 tra medici e paramedici dell’associazione Médecins sans frontières lavorò, con straordinaria professionalità e al limite della resistenza, nell’ospedale di Beirut. Si guadagnarono l’appellativo di “medici in prima linea”; poi gli interventi si moltiplicarono, dallo Zaire all’Eritrea (1976-1982), dall’Afghanistan (1979) all’Etiopia (1984-85), dal Kurdistan ai territori della ex Iugoslavia (1990), dal Ruanda e dal Burundi (1994) alla Cecenia e alla Sierra Leone dei nostri giorni.
Lo sforzo di questi silenziosi testimoni della solidarietà umana è concentrato sulla medicina di base, sul controllo epidemiologico, sulla prevenzione attraverso campagne di vaccinazione e di educazione sanitaria, sulla sorveglianza nutrizionale, sul rifornimento di acqua potabile e sulla creazione di strutture sanitarie. Interventi di emergenza con rischi personali anche elevatissimi, ma interventi che non si esauriscono nell’emergenza. Lo sforzo è di dare vita alle premesse di una “salute per tutti” che rimane un traguardo ancora lontanissimo per tanta parte dell’umanità.
Il significato del Premio Nobel per la pace 1999 è, però, anche un altro: esso non è andato a un singolo, ma a un gruppo, non porta un nome di persona ma, dei “medici senza frontiere”, premia sia quelli che hanno sacrificato la loro vita in questa missione sia quelli che stanno offrendola e coloro che, nel volgere degli anni, si aggiungeranno a essi. Questa apparente impersonalità dei destinatari del Premio Nobel è certamente emblematica. Né deve dimenticarsi, peraltro, che l’associazione Médecins sans frontières si iscrive in quel volontariato che, nella storia, ha radici lontane quale risposta alla sofferenza, all’emarginazione e alla povertà.
La socializzazione della medicina è stata affidata per secoli alla supplenza esercitata da istituzioni “volontarie” che, dagli antichi nosocomi alle Misericordie avviate nel Medioevo, hanno scritto nobilissime pagine nella storia della Chiesa. Sappiamo oggi quanto sia difficile associare agli straordinari progressi dell’assistenza sanitaria quella umanizzazione che può scaturire soltanto dalla scelta volontaria del servizio al prossimo. In tutta la tradizione cristiana, figura principe del volontariato è il Buon Samaritano della parabola evangelica.
Quando l’incontro tra gli uomini si attua come approccio e servizio a chi soffre, non servono presentazioni di tipo confessionale, anche se la differenza di fede religiosa avrà poi le sue precise e chiare esigenze. Tale incontro, anzi, attua quell’ecumenismo delle opere che la Chiesa di oggi propone come presupposto di quel dialogo che può creare le condizioni di una pace universale. A chi soffre non si chiede da dove venga, ma quale sia il traguardo cui aspira. E poiché si tratta di un traguardo che sta al primo posto nelle aspirazioni, ma soprattutto nei diritti di tutti, esso impegna l’umanità ad assolvere un dovere di giustizia, del quale la pace e la comprensione tra i popoli sono il frutto auspicato.


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