CEI. La Settimana sociale dei cattolici
Saranno fumosi?
Un articolo del presidente del Censis sull ’appuntamento di Napoli: il rischio che sia solo un “convegnone” oppure che si impantani nel tema ormai stanco della società civile, sopravvalutandola e in alcuni casi beatificandola come nel passato. Sarebbe invece giusto tentare di capire perché oggi la società italiana è segnata da una sorta di stanchezza collettiva
di Giuseppe De Rita
Si giuoca a Napoli, nella
prossima Settimana sociale, una doppia delicatissima partita per il mondo
cattolico italiano: la prima ruota sulla conferma o successo della
validità del glorioso strumento delle Settimane sociali; la seconda,
ancora più importante, ruota sulla conferma o meno della storica
affezione della cultura cattolica al concetto di società civile. Una
doppia partita così delicata da richiedere un po’ di faziosa
sincerità, se possibile lontano dalle ovattate ipocrisie con cui noi
cattolici parliamo abitualmente delle cose che ci interessano.
Quando, più di dieci anni fa, la Conferenza episcopale italiana decise di riavviare l’esperienza delle Settimane sociali, molti espressero ragionevoli dubbi sul fatto che ci fosse ancora spazio per una formula forse superata dalla straordinaria dinamica sociale e culturale degli ultimi decenni e dalla radicale modifica della nostra “organizzazione della cultura”, modifica dovuta alla crisi delle sedi elitarie di elaborazione e all’esplosione della cultura di massa.

Ricordo, essendo stato della partita, che si
riuscì a superare le resistenze dei dubbiosi prospettando
l’impegno delle Settimane sociali a concentrarsi su un unico
obiettivo: rifare accumulazione. In una cultura, minata da un genericismo
figlio del fatto che tutti avevano speso a piene mani (e senza meccanismi
di ricarica) il patrimonio di idee, di progetti, di programmi che era stato
accumulato durante il fascismo, l’esigenza prioritaria che tutti
sentivamo dieci anni fa era quella di “ricaricare le batterie”,
di fare cioè nuova accumulazione.
Avendo fortemente creduto in questa impostazione ed essendo stato partecipe della progettazione delle Settimane sociali degli anni successivi, posso confessare (anche assumendomi la mia umile quota di responsabilità) che non si è riusciti a farne occasione di nuova accumulazione. L’appuntamento di Napoli, impostato e progettato da un’altra squadra rispetto al passato recente, potrebbe rappresentare finalmente un momento di svolta verso una necessaria ricarica delle nostre batterie culturali; ed in merito fa sperare in bene la ricca articolazione dei gruppi di lavoro, visto che solo in ambiti ristretti si può infatti fare lavoro in profondità. Ma se anche Napoli si dimostrasse un “convegnone”, con buoni effetti di presenza d’immagine ma con scarsi effetti di accumulazione interna, allora si dovrà riflettere seriamente sul futuro dello strumento.
Ma se è delicata la partita che a Napoli si giuoca sullo strumento, ancora più delicata è quella che si giuoca sull’impostazione culturale di fondo che per quei giorni viene riproposta: la centralità, per il mondo cattolico, del concetto di “società civile” e del suo ruolo di orientamento culturale e sociale.
Visto che ho speso una vita di lavoro a capire e ad accompagnare la società italiana per quello che è, fuori da schemi ideologici e tentazioni politiche, spero mi sarà permesso, o almeno perdonato, avanzare il sospetto che il tema della società civile sia un tema stanco, o almeno poco fecondo di nuovi stimoli intellettuali.
Non c’è dubbio che negli ultimi decenni la società civile sia stata in Italia ricca di impulsi di sviluppo e che la politica le abbia dato ampio spazio di libertà, spesso ritirandosi dalla tentazione di progettare e disegnare nuovi modelli o assetti di vita collettiva. Successe nell’immediato dopoguerra quando lo Stato affidò ai singoli il compito della ricostruzione (pagando solo fatture di “danni di guerra”) e affidò ad una logica di minuta imprenditorialità agricola (i coltivatori diretti) la riforma agraria e la trasformazione dell’agricoltura italiana. Successe negli anni nel cosiddetto “miracolo”, quando sviluppo industriale e migrazioni interne si intrecciarono in una logica senza precedenti di speranzosa spontaneità sociale. Successe ancor più negli anni Settanta quando le tensioni politiche lasciarono libero il ciclo vitale del lavoro sommerso, della proliferazione della piccola impresa, del localismo economico. Con l’effetto di una distanza crescente fra una società che era sempre più vitale ed una politica che “accompagnava” lo sviluppo più che guidarlo.
È potuto così capitare a molti, specie nel mondo cattolico, di indulgere ad una sopravvalutazione della società civile, quasi a una sua beatificazione, rispetto a una politica ed a uno Stato che piacevano poco. Anche con precise scelte di campo: dall’alto è venuto il richiamo papale al primato della “Chiesa sociale”, dal basso è venuto il proliferare del volontariato e dell’impegno nelle tante opere di interesse collettivo. Tutto bello, ma con uno sbaglio profondo: la concettualizzazione della società, attraverso la dizione “società civile”.
Avremmo dovuto restare invece ancorati alla banale verità che una società è una realtà storica e che essa va capita e seguita per come si trasforma nel tempo. Per cui, invece di continuare a ragionare intellettualisticamente di società civile, sarebbe stato necessario tenere sotto controllo la concreta evoluzione della struttura sociale e dei comportamenti individuali. In particolare sarebbe giusto capire perché oggi la società italiana sia segnata da una sorta di stanchezza collettiva, da una grande disarticolazione egoistica (il “fai da te” generalizzato porta alla crisi delle dimensioni intermedie), da una evidente incertezza per il proprio futuro rispetto alla quale sembrano inutili i richiami a “metterci più anima”.
La società, la nostra società di questi anni, è in difficoltà, deve guardarsi dentro, chiede più o meno esplicitamente di essere aiutata ad uscire in avanti, lontano da non più attuali primati di una astratta società civile. A questo dovrebbe anche servire Napoli, con una coraggiosa riflessione. Altrimenti rimaniamo tutti su impostazioni che non permettono al mondo cattolico di restare, come è stato negli ultimi decenni, il compagno più attento e partecipe della concreta evoluzione storica della nostra società.
Quando, più di dieci anni fa, la Conferenza episcopale italiana decise di riavviare l’esperienza delle Settimane sociali, molti espressero ragionevoli dubbi sul fatto che ci fosse ancora spazio per una formula forse superata dalla straordinaria dinamica sociale e culturale degli ultimi decenni e dalla radicale modifica della nostra “organizzazione della cultura”, modifica dovuta alla crisi delle sedi elitarie di elaborazione e all’esplosione della cultura di massa.

Scena di povertà e solitudine nelle città italiane. Per De Rita, di fronte alla grande disarticolazione egoistica della nostra società e alla sensazione di incertezza per il futuro, sono inutili i richiami a “metterci più anima”
Avendo fortemente creduto in questa impostazione ed essendo stato partecipe della progettazione delle Settimane sociali degli anni successivi, posso confessare (anche assumendomi la mia umile quota di responsabilità) che non si è riusciti a farne occasione di nuova accumulazione. L’appuntamento di Napoli, impostato e progettato da un’altra squadra rispetto al passato recente, potrebbe rappresentare finalmente un momento di svolta verso una necessaria ricarica delle nostre batterie culturali; ed in merito fa sperare in bene la ricca articolazione dei gruppi di lavoro, visto che solo in ambiti ristretti si può infatti fare lavoro in profondità. Ma se anche Napoli si dimostrasse un “convegnone”, con buoni effetti di presenza d’immagine ma con scarsi effetti di accumulazione interna, allora si dovrà riflettere seriamente sul futuro dello strumento.
Ma se è delicata la partita che a Napoli si giuoca sullo strumento, ancora più delicata è quella che si giuoca sull’impostazione culturale di fondo che per quei giorni viene riproposta: la centralità, per il mondo cattolico, del concetto di “società civile” e del suo ruolo di orientamento culturale e sociale.
Visto che ho speso una vita di lavoro a capire e ad accompagnare la società italiana per quello che è, fuori da schemi ideologici e tentazioni politiche, spero mi sarà permesso, o almeno perdonato, avanzare il sospetto che il tema della società civile sia un tema stanco, o almeno poco fecondo di nuovi stimoli intellettuali.
Non c’è dubbio che negli ultimi decenni la società civile sia stata in Italia ricca di impulsi di sviluppo e che la politica le abbia dato ampio spazio di libertà, spesso ritirandosi dalla tentazione di progettare e disegnare nuovi modelli o assetti di vita collettiva. Successe nell’immediato dopoguerra quando lo Stato affidò ai singoli il compito della ricostruzione (pagando solo fatture di “danni di guerra”) e affidò ad una logica di minuta imprenditorialità agricola (i coltivatori diretti) la riforma agraria e la trasformazione dell’agricoltura italiana. Successe negli anni nel cosiddetto “miracolo”, quando sviluppo industriale e migrazioni interne si intrecciarono in una logica senza precedenti di speranzosa spontaneità sociale. Successe ancor più negli anni Settanta quando le tensioni politiche lasciarono libero il ciclo vitale del lavoro sommerso, della proliferazione della piccola impresa, del localismo economico. Con l’effetto di una distanza crescente fra una società che era sempre più vitale ed una politica che “accompagnava” lo sviluppo più che guidarlo.
È potuto così capitare a molti, specie nel mondo cattolico, di indulgere ad una sopravvalutazione della società civile, quasi a una sua beatificazione, rispetto a una politica ed a uno Stato che piacevano poco. Anche con precise scelte di campo: dall’alto è venuto il richiamo papale al primato della “Chiesa sociale”, dal basso è venuto il proliferare del volontariato e dell’impegno nelle tante opere di interesse collettivo. Tutto bello, ma con uno sbaglio profondo: la concettualizzazione della società, attraverso la dizione “società civile”.
Avremmo dovuto restare invece ancorati alla banale verità che una società è una realtà storica e che essa va capita e seguita per come si trasforma nel tempo. Per cui, invece di continuare a ragionare intellettualisticamente di società civile, sarebbe stato necessario tenere sotto controllo la concreta evoluzione della struttura sociale e dei comportamenti individuali. In particolare sarebbe giusto capire perché oggi la società italiana sia segnata da una sorta di stanchezza collettiva, da una grande disarticolazione egoistica (il “fai da te” generalizzato porta alla crisi delle dimensioni intermedie), da una evidente incertezza per il proprio futuro rispetto alla quale sembrano inutili i richiami a “metterci più anima”.
La società, la nostra società di questi anni, è in difficoltà, deve guardarsi dentro, chiede più o meno esplicitamente di essere aiutata ad uscire in avanti, lontano da non più attuali primati di una astratta società civile. A questo dovrebbe anche servire Napoli, con una coraggiosa riflessione. Altrimenti rimaniamo tutti su impostazioni che non permettono al mondo cattolico di restare, come è stato negli ultimi decenni, il compagno più attento e partecipe della concreta evoluzione storica della nostra società.