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ARCHITETTURA LITURGICA
tratto dal n. 10 - 1999

Chiese-teatro per la scena liturgica


Si è persa la memoria della grande tradizione, c’è il rischio di spettacolarizzazione e di un eccesso di spiritualizzazione. Il j’accuse di Paolo Portoghesi, uno dei più celebri architetti viventi, contro i nuovi edifici di culto. Intervista


Intervista con Paolo Portoghesi di Stefano Maria Paci


Uno dei progetti presentati nella mostra «Nuove chiese italiane» allestita a Roma

Uno dei progetti presentati nella mostra «Nuove chiese italiane» allestita a Roma

I nuovi edifici di culto? Vengono costruiti a partire da una mentalità estranea al cattolicesimo. E la Chiesa cattolica sta rinnegando la propria grande tradizione, riducendo le chiese a teatri per la scena liturgica.
Il clamoroso j’accuse è di Paolo Portoghesi, uno dei più celebri architetti viventi, autore tra l’altro della moschea di Roma.

Professore, il 20 ottobre a Roma è stata inaugurata una mostra sui progetti delle nuove chiese volute dalla Conferenza episcopale italiana in occasione del Giubileo del 2000. E si è da poco concluso il Convegno internazionale «Architettura e arti per la liturgia». È venuto il momento di fare il punto sullo stato dell’architettura liturgica moderna?
PAOLO PORTOGHESI: Sì. Lo ritengo assolutamente necessario, a trent’anni di distanza dal Concilio. L’esposizione dei progetti delle nuove chiese è un’occasione importante per poter discutere di una tendenza che si sta affermando, e che ha la sua espressione più clamorosa nella parrocchia che Richard Meier sta costruendo nella periferia di Roma.
E qual è il suo bilancio?
PORTOGHESI: La commissione che giudica e sceglie i progetti di queste nuove chiese ha privilegiato in modo assoluto l’aspetto della novità e la corrispondenza puramente funzionale a regole liturgiche. La cosa mi lascia perplesso. Sembra che la Chiesa abbia accettato di arrendersi alla modernità, nonostante questa si sia affermata molto spesso negando il messaggio cristiano. La rivoluzione compiuta dall’arte moderna ha ben pochi elementi in sintonia con il cristianesimo. Ad eccezione di alcuni artisti espressionisti (come Georges Rouault, che con le sue opere diede una testimonianza di fede straordinaria) la maggior parte della cultura moderna ha frequentato altre strade. Per questo appare sorprendente questa resa della Chiesa a una tradizione che le è estranea, e la rinuncia alla propria grande tradizione. È incredibile. La Chiesa ha rifiutato la modernità quando era vitale, e oggi che è consunta, con problemi quasi insolubili, la accetta acriticamente. Naturalmente non sta a me giudicare. La Cei ha nominato delle commissioni che davano garanzie di rispetto del suo punto di vista. Però, secondo me, la strada da seguire non è quella di rincorrere la nuova avanguardia, quella che viene chiamata “Terza Avanguardia” e che rappresenta solo un ultimo sussulto artistico della cultura del nostro secolo.
Cosa bisognerebbe invece fare?
PORTOGHESI: Occorre cercare di armonizzare le nuove esigenze liturgiche con la grande tradizione della Chiesa cattolica. È vero che la Chiesa si è trasformata secondo lo spirito dei tempi, ma ha sempre mantenuto una profonda fedeltà alle origini. Ha sempre avuto la preoccupazione di non negare la continuità del cristianesimo. Adesso, le chiese che si costruiscono sembrano solo dei teatri per la scena liturgica.
Anche Carlo Bertelli, sul Corriere della Sera ha scritto che il restauro della facciata di San Pietro «accentua il carattere di enorme set televisivo di tutta la piazza. […] Il tempio pagano era concepito per il culto all’esterno, mentre la vita liturgica dei cristiani si svolgeva tutta all’interno. Oggi si è tornati a fare della piazza antistante la Basilica il centro visivo di infinite cerimonie di massa». Lei cosa ne pensa?
PORTOGHESI: Che il rischio della spettacolarizzazione ci sia, è indubbio. Si annida anche nel modo con cui vengono organizzate le visite del Sommo Pontefice in diverse parti del mondo. Non condivido però una critica così radicale. Sono state riportate alla luce alcune coloriture che erano già state previste all’epoca della costruzione, ed altre che sono testimonianza del gusto settecentesco. Quello di San Pietro è un restauro compiuto, secondo i criteri attuali, abbastanza scrupolosamente.
Ma lei è d’accordo con i criteri attuali di restauro?
PORTOGHESI: Personalmente, non ritengo giusto riportare alle loro condizioni di origine, per esempio a 500 anni prima, i monumenti. Oltre all’uso del monumento nel tempo, c’è anche un’abitudine visiva di cui va tenuto conto. Io non voglio oppormi alla teoria del restauro attualmente in voga. Certamente, però, fino a trenta anni fa, quando l’inquinamento non era così pesante, la patina che il tempo aveva lasciato sugli edifici storici veniva rispettata. Era considerata un elemento positivo. In effetti noi apprezziamo un muro antico proprio per la sua antichità. Se questo muro improvvisamente diventasse moderno, se gli venissero cancellati i segni del tempo, avrebbe su di noi molto minor fascino. Credo che questa furia di cancellare i segni del tempo sia un altro aspetto della laicizzazione. Viviamo in un’epoca in cui lo scorrere del tempo fa paura, e la morte viene messa tra parentesi. Durante i secoli, invece, il cristianesimo aveva insegnato a considerare la morte un fattore strettamente legato alla vita. Questo è l’aspetto che probabilmente genera, anche nella Chiesa, questa furia di riportare le cose al momento in cui sono nate. Il che, sia detto per inciso, è sempre un obiettivo impossibile.
L’abside della chiesa di Sant’Anastasio a Castel Sant’Elia (XI-XII secolo) nei pressi di Nepi (Vt)

L’abside della chiesa di Sant’Anastasio a Castel Sant’Elia (XI-XII secolo) nei pressi di Nepi (Vt)

Secondo lei, quindi, si sta compiendo un’operazione di rimozione della memoria...
PORTOGHESI: Sì. Ed è proprio questo ciò che mi rende più perplesso. La Chiesa sta perdendo completamente la memoria di quello che è stata nei secoli. L’amnesia è uno dei peggiori mali che possano colpire un essere vivente. E anche una istituzione come la Chiesa può essere paragonata a un essere vivente. Le faccio un esempio di questa amnesia: l’abbandono dell’abside. Credo sia veramente un errore imperdonabile. L’abside mostra la straordinaria creatività spirituale dei cristiani: hanno preso dal mondo pagano l’idea della basilica, che serviva per l’amministrazione della giustizia, e ne hanno fatto un’immagine così carica di significato che poche altre nella storia dell’architettura possono esserle paragonate.
Perché questa amnesia? Da cosa dipende?
PORTOGHESI: Credo dipenda da un eccesso di spiritualizzazione del fatto ecclesiale. Nella tradizione cristiana, la Chiesa è composta da pietre vive, che sono le persone che credono in Cristo e che per questo seguono il rito liturgico. E l’involucro, l’edificio che nel corso dei secoli ha raccolto questa realtà così concreta fatta di corpi e di volti, ha un significato di continuità di un estremo valore.
Ma c’è chi vuole togliere importanza all’involucro, richiamandosi a un brano nel quale san Paolo dice che la vera Chiesa sta dentro l’uomo, non fuori. Eppure, uno dei grandi meriti del cattolicesimo è stato quello di non cadere nello “spiritualismo”, nell’aver sempre rifiutato di vedere carne e spirito come due cose totalmente opposte. Ma oggi c’è chi, dimenticando una tradizione incessante, vuole fare della Chiesa e dei suoi ambienti di culto un luogo totalmente spiritualizzato.
Quasi una Chiesa New Age, insomma...
PORTOGHESI: Sì. C’è il rischio di una Chiesa che diventi una succursale della nuova moda spirituale di fine millennio. Certo, una Chiesa New Age potrà avere il merito di fare proselitismo nei confronti di quella religiosità indefinita che attraversa oggi le più giovani generazioni. Ma non mi sembra si possa abbandonare quello in cui si crede per cercare, attraverso imbarazzanti oscillazioni, di guadagnare consenso.
Nella storia, la Chiesa cristiana ha sempre fatto il contrario: ha tenuto fermi, anzi fermissimi, i suoi princìpi. E ha consentito invece infinite variazioni nella loro applicazione.
Lei prima ha citato la chiesa che Richard Meier sta costruendo a Roma. L’ha fatto perché esempio di questa spiritualizzazione che si è affermata nella costruzione liturgica?
PORTOGHESI: La chiesa di Meier è certamente un’opera d’arte. Un’eccellente esempio di architettura contemporanea. Del resto, è opera di un maestro. Il suo contenuto religioso è, però, decisamente modesto. Innanzitutto non tiene conto dell’importanza della luce per l’architettura cristiana, che nelle opere di Alvar Aalto era ancora molto ben presente. È inoltre un esempio di amnesia del significato che le forme architettoniche hanno avuto nella tradizione cristiana.
Ma non credo sia imputabile a lui la responsabilità: nello scegliere a chi far costruire questo edificio, la Chiesa ha inseguito ad ogni costo la spettacolarizzazione. Il progetto è stato scelto all’interno di un concorso ad inviti riservato allo star system internazionale degli architetti. Curiosamente, molti di questi erano ebrei. Non intendo certo dire che un ebreo non possa progettare un’ottima chiesa cattolica: io non sono certo accusabile di antisemitismo. Ma appare strano che si sia fatto ricorso ad un mondo le cui credenziali sono dovute unicamente ai mass media, e ai clamori che i mass media hanno suscitato intorno ad alcune opere.
Evidentemente quando si inserisce all’interno di una chiesa un’opera d’arte moderna, che ha come unico pregio quello di essere una bella opera d’arte moderna, si dimentica che questa arte ha fatto la scelta di rivolgersi solo ad un’élite, e quindi non è adatta ad essere ospitata in una chiesa. Una volta, l’arte nella Chiesa era rivolta sia al pubblico colto che agli analfabeti, perché tutti insieme, senza distinzioni, formavano il corpo della Chiesa. È un’errata interpretazione delle indicazioni date dal Concilio che ha portato a queste conseguenze.
Può fare degli esempi?
PORTOGHESI: A me sembra che dopo il Concilio la Chiesa cattolica abbia mutuato moltissimo dalla concezione protestante. E abbia costruito le sue chiese a partire da quella mentalità. Per i protestanti non c’è nulla di soprannaturale in quello che avviene nella liturgia. I cattolici credono invece nella transustanziazione, che è una cosa soprannaturale, e questo diminuisce l’aspetto di convivio familiare che ha la rievocazione dell’Ultima Cena. Anche il fatto che l’altare sia stato, in ogni chiesa, rivolto verso i fedeli, lascia perplessi. Io non sono un archeologo. So però che ci sono molte discussioni tra gli archeologi se, nel mondo paleocristiano, l’altare fosse unicamente rivolto verso i fedeli. E pare sicuro che non fosse così.
Certo, vedendo quello che è accaduto dopo il Concilio, direi che il rivolgersi verso i fedeli dà al sacerdote quasi la veste dell’attore. Finché era rivolto dall’altra parte, verso l’Oriente, dove era nato Gesù Cristo e da dove era venuta la Salvezza, e tutti gli sguardi, quello del sacerdote e quelli dei fedeli, erano rivolti verso lo stesso punto, appariva evidente che il suo dialogo era con Dio. Era più chiara la sacralità dell’atto liturgico.
Non è curioso che sia lei, alfiere della cultura laica, costruttore della moschea di Roma, a ricordare alla Chiesa queste cose?
PORTOGHESI: È paradossale. So che non gioverà sicuramente a rendermi popolare tra gli addetti ai lavori. Ma occorre dire quello che si crede.
Pur non essendo un cattolico obbediente, credo in Dio. Credo di aver diritto di parola. Certo, so che molti sacerdoti, vescovi e anche cardinali portano avanti le concezioni che io finora, in questa lunga conversazione, ho criticato. Ma so che ci sono anche vescovi e cardinali che la pensano come me. Per esempio, sto costruendo una chiesa a Terni e con il vescovo c’è una perfetta comprensione reciproca. Sì, la cultura ufficiale della Chiesa ha questo atteggiamento di colpevole amnesia. Ma probabilmente non è nemmeno la mentalità di una maggioranza. Si tratta solo di una minoranza. Una minoranza, ma molto sicura di sé.


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