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ITALIA
tratto dal n. 05 - 2002

Parla padre Ivan Lai, cappellano militare tornato dall’Afghanistan

La conversione dei cuori non passa per le statistiche


È stato il primo sacerdote a poter celebrare messa a Kabul dopo tanti anni. In questa intervista racconta la sua esperienza: il buon rapporto instaurato con gli islamici, la generosità dei soldati italiani. La sorpresa per alcuni incontri...


di Lorenzo Cappelletti


Padre Ivan Lai celebra la santa messa con i militari del contingente italiano a Kabul

Padre Ivan Lai celebra la santa messa con i militari del contingente italiano a Kabul

Padre Ivan non ha nulla del suo omonimo terribile. «Grazie al Padreterno» dice «sono calmo di natura». È un frate minore, fedele figlio di san Francesco nel muoversi verso Oriente con propositi di pace, anche se in Afghanistan c’è arrivato al seguito dei bersaglieri della Brigata Garibaldi dei quali è cappellano e coi quali ha condiviso a Kabul «tutti i misteri della salvezza», dalla Quaresima alla Pentecoste di quest’anno: quattro lunghi mesi.
È appena ritornato e ha subito ripreso il suo servizio ordinario di cappellano, oltre che presso il comando di Caserta della Garibaldi, presso il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. «Sì, dillo, i detenuti ci tengono e anch’io ci tengo molto. È una realtà che la Chiesa militare ha e anche al vescovo sta proprio a cuore il carcere. Quando sono andato a Caserta ho chiesto che mi venisse affidato anche il carcere, a cui mi sono dedicato con tutto il cuore, e di cui quasi sono geloso. Chi mi sostituirà, o mette il cuore, o non ci deve andare. Sono un centinaio di detenuti, il grosso è costituito da appartenenti alle forze dell’ordine».
Per pura cortesia nei miei confronti ha accettato di venire a Roma per questa intervista. Se scrivendolo può sembrare retorico, incontrandolo si capisce invece che può essere vero.

Come hai vissuto questi mesi in Afghanistan?

PADRE IVAN LAI: Le cose da dirti sarebbero moltissime. Ma cominciamo dalle più semplici. Io ero lì innanzitutto come cappellano militare, quello era il mio incarico. Per cui il mio lavoro è stato con i ragazzi del contingente. Tutte le sere celebravo in tenda con un gruppo di quindici, venti persone e pregavamo insieme. E poi stavo insieme a loro condividendo quello che vivevano, quello che sentivano (“divisa condivisa”, che ne dici come slogan?), i servizi quotidiani, l’alzarsi di notte, i sacrifici, le paure e le domande. Il confronto e il lavoro con gli altri cappellani di altre confessioni e di altre nazioni – sempre nella chiarezza – mi ha aiutato. Qualche piccola frase della Scrittura mi ha accompagnato, come già in Macedonia: «Porto nel cuore le ansie di molti popoli» (mi pare che nella Scrittura ci sia scritto qualcosa del genere). Essere in Afghanistan era anche portare nel cuore il desiderio, l’aspirazione di una parte di umanità lontana nello spazio e per molti aspetti così differente da noi.
[Forse padre Ivan aveva in mente il passo di 2Cor 11,28 quando Paolo parla, scrivendo probabilmente proprio dalla Macedonia, del suo «assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese». Ma a leggere per intero il capitolo 11, in cui Paolo elenca le fatiche, i viaggi, i pericoli e infine e soprattutto si vanta della sua debolezza, si capisce che l’esattezza delle citazioni bibliche non è appannaggio di chi le studia ma di chi ha la ventura di rivivere quelle stesse cose].

Cosa ti ha colpito di più di quell’ambiente?

LAI: Proprio perché mi trovavo in una realtà completamente nuova, in un Paese islamico con un passato recente abbastanza duro, avvertivo non l’orgoglio di essere cristiano, che sarebbe brutto, ma la gioia di essere cristiano, percepivo di aver ricevuto qualcosa di bello e di grande da Dio. Qualcuno cercava di portarmi su un piano polemico (giornalisti, magari) e invece mi accorgevo che non è quella la strada da percorrere, che invece si tratta di essere contento di quello che sei. Sai come mi chiamavano i mujaheddin che lavoravano lì? L’uomo che sorride. E poi mi dicevano un’altra cosa, che ero quello che voleva bene a tutti. Mi ha colpito. La chiesina che ho fatto nel campo dov’ero, me l’hanno pitturata i mujaheddin, tutti contenti. E gli avevo messo tanto di croci! È una società profondamente religiosa, al di là di quelli che possono essere stati gli eccessi, e questo è un invito per noi ad andare oltre, a non fermarci a ciò che, forse, è solo un po’ di materialismo da parte nostra. In tutti noi cappellani c’era una gran voglia di dialogo, ci siamo incontrati coi capi religiosi locali in modo molto semplice: loro si sono presentati come un corpo unico, e allo stesso modo anche noi, pur essendo la Chiesa divisa, ci siamo presentati come corpo unico. «Ecco, siamo qui, siamo i cappellani del contingente in prevalenza cristiano», e loro ci hanno accolto con benevolenza. Poi che ti devo dire? Forse molte altre cose le ho vissute più a livello interiore: perché alla fine tu solo sai cosa vuol dire essere l’unico sacerdote, sai di celebrare la prima eucarestia dopo anni, sai di servire le suore che da anni non avevano il sacerdote, solo tu sai quanto ci sia da fare, da lavorare, da conoscere.
Gli ultimi sacerdoti che sono stati a Kabul prima di te chi sono?
LAI: I barnabiti padre Panegatti e padre Moretti, che lasciò l’Afghanistan una decina di anni fa dopo che la scheggia di un razzo lo ferì gravemente. È rientrato tutto contento una settimana fa a Kabul perché la Santa Sede, tramite la Segreteria di Stato, ha disposto la riapertura della missio sui iuris che ha sede presso l’ambasciata italiana. Altri cristiani battezzati non cattolici che vivono nel segreto la fede sparsi qua e là, non si dovrebbe dire forse, ma ci sono (l’ho saputo dal cappellano americano protestante), in numero che si conta sulle dita di una mano, perché purtroppo non c’è apertura a questo livello.
Dunque le piccole suore di Charles de Foucauld da anni erano senza eucarestia.

LAI: No, l’hanno sempre custodita in casa, sono riuscite ad averla, qualcuno via via gliel’ha portata. Erano anni però che non si celebrava l’eucarestia a Kabul, tanto che nel periodo che sono stato lì le suore non si capacitavano di poter venire tre volte la settimana alla celebrazione eucaristica.
Mi puoi dire qualcosa di loro?

LAI: Le suore non amano molto che si parli di loro. Sono tre, una francese, una svizzera e una giapponese. La più anziana è lì da quasi cinquant’anni, per cui ha conosciuto tutte le tappe recenti della vita dell’Afghanistan. Le altre due sono lì rispettivamente da una trentina d’anni e da poco più di venti. Svolgono servizio in ospedale, tranne la più anziana che ormai si è ritirata. Non hanno attività apostoliche né altro. Sono state presenti attraverso la generosità del loro cuore, la loro presenza si è manifestata come presenza di suore cattoliche attraverso l’amore e il servizio.
Dunque sono riconosciute come tali?
LAI: Sì. Anche se hanno avuto difficoltà nell’ultimo periodo del regime talebano, sono state sempre accolte, rispettate. Infatti lavorano tranquillamente in ospedale. Certo, si adattano a una situazione delicata, per cui non vanno oltre quello che devono fare, ma godono del rispetto di tutti. Nell’islam, quando non c’è l’offuscamento delle menti dovuto alla cattiveria, all’integralismo, il rispetto per persone come loro c’è.
Quello che dici fa ben sperare rispetto a tante asprezze del mondo islamico e di fronte al mondo islamico.
LAI: È una realtà particolarmente dura l’islam, non bisogna addolcire né sminuire, però dobbiamo cercare il dialogo attraverso quelle strade che si possono percorrere. Se in questo campo si va avanti a furia di statistiche c’è da disperarsi. Ma la via del dialogo, della conversione dei cuori, dell’apertura della mente non passa attraverso le statistiche, non passa attraverso i gesti di violenza, non passa attraverso l’opinione comune, va da cuore a cuore. Ho percepito davvero cosa sia l’essere cristiani nel mondo, l’essere sale della terra, vivendo il giovedì e il venerdì santo (che è stato un giorno di disordini, di tensione, non si poteva uscire e anche al campo le celebrazioni sono state stringatissime) in modo molto semplice, con le suore.
Cosa porti con te di ritorno da Kabul?
LAI: Una volta un soldato mi ha detto: «Padre, mi insegna a pregare?». Come nel Vangelo di Luca: «Signore, insegnaci a pregare». Un’altra volta ho chiesto cosa ci trovassero nel cristianesimo e uno di loro ha risposto: «Che sei in mezzo a noi». Come all’inizio del Vangelo di Giovanni: «Venne ad abitare in mezzo a noi». Sono parole che ti fanno rimanere. Se ci pensi, sembra davvero che lo Spirito Santo ci rimetta davanti il Vangelo, così che tu ci creda, che tu lo capisca! E poi la carità. I nostri ragazzi sono stati sempre molto generosi. All’inizio avevamo fame anche noi, ma ai bambini loro conservavano le merende! Ho visto una carità viva, senza calcoli. E infine l’ultima notte, quando stavo per partire mi sono fermato a parlare a lungo con un ragazzo e a un certo punto gli ho chiesto: «Ma li hai ricevuti i sacramenti?». «No, perché vengo da una realtà molto trascurata». E io gli dico: «Li vorresti?». «Sì». Mi ha detto un sì così pieno che ho apparecchiato sul baule, mi sono messo camice, stola (ancora dovevo dire messa) e seduto gli ho spiegato in due ore tutte le cose. Era molto tardi, eravamo io e lui. E mi sono ricordato dell’episodio degli Atti degli apostoli quando Filippo sale sul carro del ministro etiope e poi lo battezza. E io non sono salito sul carro della vita di questo ragazzo? E mi sono detto: Filippo l’ha fatto, lo devo fare anch’io, oppure bisogna cancellare quel brano dalle Scritture. «Non l’hai preparato!», potrebbe dire qualcuno. Ma quando cogli l’anelito del cuore dell’uomo, ti chiedi: chi sono per tirarmi indietro e non dargli risposta? Non ho fatto con tutti così, ma...



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