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SANTI
tratto dal n. 05 - 2002

La canonizzazione di padre Pio

È come il pane buono per l’affamato


È il santo più semplice, e parla direttamente al cuore delle persone. Intervista con Giorgio Rumi sul frate di Pietrelcina e sulla grande devozione popolare che ha sempre suscitato: «Paolo VI, parlando di padre Pio, una volta disse: “Guardate che fama ha avuto. Che clientela mondiale ha radunato intorno a sé. Ma perché? Forse perché era un filosofo, perché era un sapiente, perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la messa umilmente e confessava dal mattino alla sera!”»


di Gianni Valente


san Pio da Pietralcina mentre prega

san Pio da Pietralcina mentre prega

Da quando Francesco Forgione si fece frate, seguendo la sua precocissima vocazione, visse ottant’anni in convento, nell’obbedienza e nel nascondimento. Ora che la Chiesa riconosce la sua santità, esultano coloro che avevano sperimentato quanto quella scarna vita fosse cara a Dio. I tanti, sparsi in tutto il mondo, che in cuor loro già veneravano padre Pio come uno dei santi più grandi della storia del cristianesimo.
Il professor Giorgio Rumi, 64 anni, docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano, è uno dei più attenti studiosi del mondo cattolico. A lui 30Giorni ha chiesto di tratteggiare quale immagine di vita cristiana si esprime nella figura del santo frate di Pietrelcina.

La canonizzazione di padre Pio come segna l’attuale momento della Chiesa?
GIORGIO RUMI: Oserei dire che padre Pio è un santo per la democrazia di oggi. Non in senso elettorale, ma perché è il santo più semplice, che parla direttamente ai cuori delle persone. È vicino alla quotidianità, al senso della colpa, al senso dell’incertezza del futuro, della morte, della malattia. Alle domande vere della gente. Che, essendo assolutamente stanca dell’ideologia, ed essendo, come sempre, piena di problemi, in padre Pio trova una risposta semplice, affettuosa, diretta, non intellettualistica.
Che tipo di santo è? Quali aspetti della sua santità le appaiono più rilevanti?
RUMI: Ha presente quando si va in un negozio di panettiere, verso mezzogiorno, e si sente quell’odore che sa di pane appena fatto… Ecco, lui sa di santo. Nel senso dell’autenticità, del non filtrato. Non c’è nulla di artefatto, di professorale, di mondano, di politico. È santo e basta. Ed è come per l’affamato il pane buono e per l’assetato l’acqua fresca. Qui non c’è di mezzo il marketing. È uno dei rarissimi casi in cui si tratta di un incontro assolutamente diretto, spoglio, non compiacente, che non cerca di venderti nulla. Piace perché ti mette di fronte alla verità così come è, compresi i propri peccati. Si sa, e lo hanno raccontato in tanti, che ti può dare una rispostaccia. È uno burbero. È come il pane casereccio, buono, sano dei tempi lontani. Per tanti, è come la preghiera della mamma o dei nonni.
Sorge spontanea un’obiezione: se è così, padre Pio appartiene a un mondo che non c’è più.

RUMI: Io direi che padre Pio va al cuore delle cose. In questo senso va bene sempre. Non è fuori dal tempo, ma va all’essenza dei tempi. Perché ci sono alcuni problemi dell’uomo che rimangono gli stessi, sempre e dovunque, pur nel mutare caotico delle circostanze. E lì, viene incontro padre Pio.
Miracoli, lotte col demonio, visioni, preveggenza, bilocazioni. La vicenda di padre Pio è famosa per le tante esperienze straordinarie, di ordine sovrannaturale, che l’hanno segnata. Cosa hanno a che vedere con la ferialità, l’ordinarietà della vita cristiana?

RUMI: Secondo me, gli aspetti eccezionali, da un certo punto di vista, vengono dopo. Paolo VI, parlando di padre Pio, una volta disse: «Guardate che fama ha avuto. Che clientela mondiale ha radunato intorno a sé. Ma perché? Forse perché era un filosofo, perché era un sapiente, perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la messa umilmente e confessava dal mattino alla sera!». Per la maggior parte di coloro che furono colpiti da padre Pio, l’incontro con lui avvenne nelle circostanze e attraverso i mezzi più ordinari della vita cristiana: la messa e la confessione. Lui non inseguiva nessuna stravaganza. Stava lì, chiuso nel convento, e faceva il mestiere del prete. Mi viene in mente il passo bellissimo dei Promessi sposi, quando l’Innominato vede la gente che va a trovare il cardinal Borromeo, e si chiede: ma che vanno a fare? Voglio andare anch’io a vedere cosa gli dà, a tutta questa gente, quell’uomo lì. E da quel momento inizia la sua conversione. È un po’ la stessa cosa che accadeva con padre Pio. Che socialmente non era nessuno, non era nemmeno cardinale. Andavano da lui e non è che vedessero le sue estasi. Vedevano un frate burbero che non stava neanche tanto a compiacerli. Diceva messa, confessava e consigliava. Questa è stata per secoli la vita di parrocchia. Il prete era questo. Un punto di riferimento sicuro, uno che diceva cose sicure, che aiutavano a vivere.
Quanto ai fatti eccezionali della vicenda di padre Pio, come le stimmate, certamente sono fatti che colpiscono. Ma secondo me sono effetti e non cause di una fede fervida.
La devozione popolare intorno alla sua figura fu anch’essa, a volte, sopra le righe. Cercavano di portargli via brandelli del suo saio mentre camminava. Si portavano a casa pezzi delle panche su cui si sedeva.

RUMI: Io trovo molto più esagerata e fanatica la macchina mondano-culturale di oggi. Mi scandalizzano di più gli uffici stampa, le tavole rotonde, la televisione, che non queste forme di devozione che a confronto sono cose familiari. Dove c’è una semplicità, un’immediatezza ruvida cento volte più reale delle suggestioni indotte dalla super sofisticazione mediatica di oggi. In questo, padre Pio si lega anche al suo ambiente. Un ambiente contadino che non c’è più. Però tutti noi veniamo dalla campagna, tutti noi abbiamo ancora ricordi di strade polverose, senza macchine, di legno, di pietre, prima dell’asfalto. E lì si poteva avere anche una percezione molto più immediata e concreta del male, del peccato. Che ora è più difficile da cogliere, si mimetizza meglio nel frastuono e nell’irrealtà del nostro tempo.
Una certa intelligenza cattolica ha sempre guardato con freddezza questo desiderio di vedere e toccare il sovrannaturale che a volte sembra segnare la devozione a padre Pio.
RUMI: La tradizione cristiana è di anima e di corpo. Sant’Ignazio voleva le luci nelle chiese, i profumi, i quadri, uno specifico coinvolgimento dei sensi che non sono solo occasioni di peccato, ma anche di comunicazione col divino. Questa valorizzazione della fantasia, della creatività, che si trova nei Gesuiti, ma anche presso i Francescani, è propria della tradizione cattolica. Ho un senso di cautela e di diffidenza per una religione troppo intellettualistica dove, a forza di tagliare, di spogliare, di togliere via i segni visibili, alla fine non rimane nulla.
Una delle cinque piaghe della Chiesa descritte da Rosmini al suo tempo era la lontananza tra la gerarchia e il popolo. A volte, se si confronta l’astrazione dell’ufficialità ecclesiale con le devozioni popolari, come quella rivolta a padre Pio, si ha l’impressione che oggi questa piaga sia diventata incurabile.
RUMI: Eppure, al suo tempo, padre Pio non fece il dissenziente. Fu rispettosissimo della gerarchia. Era l’uomo dell’obbedienza e del silenzio. Io non dico che tutti devono prenderlo a modello. Però è un riferimento importante. Dimostra che si può essere santi anche essendo obbedienti. Che non è il dissenso la corsia privilegiata per chi vuol seguire il Vangelo.
Padre Pio all'inaugurazione della Via crucis nel 1939

Padre Pio all'inaugurazione della Via crucis nel 1939

Nella Chiesa, padre Pio trovò nemici influenti e persecuzioni. Anche il Sant’Uffizio gli impose restrizioni.

RUMI: È normale, è sempre stato così. Per custodire l’ortodossia della fede il Sant’Uffizio deve intervenire, e interviene legittimamente, anche perché da due secoli non usa più quegli strumenti coercitivi meno giustificabili dal punto di vista cristiano. E capisco che l’esperienza di padre Pio potesse suscitare dei dubbi. Non è un mistero che ci sono stati papi ammiratori di padre Pio, da Benedetto XV (sotto il cui pontificato avvenne la faccenda delle stimmate) fino all’attuale Pontefice, e altri più prudenti. Da questo non traggo motivi di perplessità. È umanissimo. Molti santi hanno avuto problemi e sofferenze insieme ai riconoscimenti, come accadde a lui.
Si ripropone, nella vicenda di padre Pio, il tema dei rapporti tra la santità e i ruoli di chi esercita una funzione nella Chiesa…
RUMI: Per padre Pio anche il papa era soprattutto una funzione. Ne avrà conosciuti un paio, di altri non sapeva nemmeno che faccia avessero. Anche lui aveva la fede degli italiani del popolo, che amavano il papa e gli obbedivano, ma lo vedevano come un sant’uomo vestito di bianco che stava lontano, a Roma, e non aveva lineamenti propri troppo marcati.
In pratica, la fede vissuta del popolo, così devota verso il papa, non era nutrita da quello che faceva il papa. Dalle iniziative legate alla sua funzione.
RUMI: Napoleone ha potuto arrestare ben due papi, Pio VI e Pio VII, senza che nessuno ci facesse molto caso o dicesse nulla. La vita di fede andò avanti ugualmente, anche se ai papi era impedito di muoversi. Proprio il ritorno di Pio VII dall’esilio francese, se vogliamo, segnò l’iniziale scoperta del papato contemporaneo. Il suo viaggio verso Roma fu accompagnato da scene di impressionante consenso popolare. Ma pure allora la gente vedeva nel papa un generico principio di bene, di pace, di fratellanza. Un sentimento molto semplice, istintivo.
Oggi le cose sono cambiate.
RUMI: La sovraesposizione mediatica contribuisce a distorcere tutto. Lo si vede bene in questo stillicidio morboso di notizie e dibattiti sulla salute del Papa regnante…
In che senso? Ci spieghi.
RUMI: La funzione propria del ministero del papa è custodire il deposito della fede. Questo, il papa può farlo anche dal suo letto di ammalato. Se poi vuole andare a trovare i cento cattolici in Azerbaigian, per confermarli nella fede, anche questo può farlo pure in carrozzella. Invece, l’esposizione mediatica ha reso impensabile il fatto che un papa possa esercitare il suo ministero anche se è chiuso in una stanzetta, lontano dai riflettori. Anche se non assume un profilo da personaggio. Sembrano tutti scandalizzati, sconvolti perché non è più giovane e aitante. Vedo una certa crudeltà diffusa in come viene trattato l’argomento dei malanni del Papa. Quasi ci fosse l’auspicio di allontanarlo. Invece di rispettarlo come un padre a cui si vuol bene, e che rimane padre, anche se è vecchio e malato.
Negli ultimi anni c’è stato un numero vertiginoso di beatificazioni e canonizzazioni. Perché, secondo lei?

RUMI: Perché ce n’è bisogno. Anche di fronte alla varietà delle situazioni di oggi. Ci sono tanti bisogni, tante scelte, tante strade, mentre prima facevi il contadino, o il signore se nascevi nella culla giusta. E poi è anche un fatto di libertà che altre confessioni non hanno, una risorsa contro il fondamentalismo. Perché ti fa vedere che non c’è un modello unico. Che le vie della santità sono tante. Che ci sono i santi dell’azione, ma anche quelli del silenzio.


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